precariatoIl “mestiere più antico del mondo” sembra tornato di gran moda in questi giorni. Così, in seguito alle recenti e infelici dichiarazioni degli esponenti del Movimento 5 Stelle, Alessandro Di Battista e Luigi Di Maio, in particolare, appunto, quella sui giornalisti “puttane”, si è alzato immediatamente un coro unanime di indignazione, e anche il ministro dell’Interno, Matteo Salvini, ha dovuto prendere le distanze dai suoi scomodi alleati.

In realtà, dopo i primi fuochi, il vicepremier grillino ha provato a metterci una parziale pezza, dichiarando che “la libertà di informazione si garantisce prima di tutto migliorando le condizioni di lavoro dei giornalisti. Soprattutto i giornalisti sottopagati, al limite dello sfruttamento”. E qui bisogna, con estrema onestà intellettuale, dare atto al ministro del Lavoro, di aver finalmente sollevato un tema scomodo, difficile, antipatico.

Già, perché non è per nulla facile poter dire o scrivere quello che si pensa, quando si è precari. Sia che si guadagni molto, sia che, come nella maggior parte dei casi, si guadagni poco. Ma questo non vale certamente solo per i giornalisti, che sono comunque una categoria interessata in maniera peculiare dal fenomeno (è il segreto di Pulcinella), ma per tutti i lavoratori. Sì, perché in Italia i precari, nel complesso, sono, secondo dati dell’Eurostat, il 15%. Considerando in questa categoria lavoratori che in realtà precari non sono, come quelli con contratti part time. Quindi, per ottenere una cifra realistica, si dovrebbe probabilmente arrotondare ampiamente per eccesso.

Un “successo” delle riforme del mercato del lavoro che hanno smantellato, dal pacchetto Treu del 1997 al jobs act di Renzi (che ha di fatto reso precari anche i lavoratori a tempo indeterminato), mezzo secolo di lotte e conquiste sociali, con la scusa della mancanza di “flessibilità” che danneggiava la crescita. Eppure, la crescita, in questi anni, è comunque rimasta al palo. E la svalutazione del lavoro e dei diritti ha prodotto quello che ci si poteva facilmente attendere: povertà. Secondo recenti dati Unimpresa, infatti, sono oltre 9,3 milioni gli italiani che non ce la fanno ad andare avanti, complici stipendi da fame e, appunto, precariato e che sono quindi a rischio povertà. Nell’ultimo anno, poi, è aumentato il lavoro non stabile per 197mila soggetti che sono andati ad allargare la fascia di italiani a rischio.ansa - restelli - CRISI: AUTUNNO NERO OCCUPAZIONE,-88MILA POSTI NEL 2011

Italiani che, giornalisti o meno, devono chinare il capo di fronte al proprio datore di lavoro, in posizione supina e implorante, sempre e comunque. Pena la perdita della dignità. Operai che non possono protestare per condizioni di lavoro disumane, impiegati che devono stare zitti quando il lavoro li perseguita nei fine settimana, quando dovrebbero stare con la famiglia, una persecuzione coadiuvata dalle nuove diavolerie tecnologiche e social, dalle mail a Whatsapp. E ancora, precari dei centri commerciali costretti a turni massacranti, senza mai poter trascorrere una giornata con i propri cari. Mai. E, appunto, giornalisti che, per sopravvivere, devono abbassare la testa di fronte al politico locale, al patron della squadra di calcio che magari è anche sponsor del giornale, all’editore e ai suoi interessi. Con il precariato, in sintesi, sono state mandate in soffitta la libertà e la democrazia.

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E’ proprio questo il successo principale del capitalismo totalitario e globalizzato. Di quello che ormai si può tranquillamente definire “capitalesimo”: una forma di perenne sottomissione feudale del debole al forte, ma senza i rassicuranti vantaggi della società comunitaria e tripartita medioevale (che per lo meno garantiva un pezzo di terra da coltivare a chiunque, non facendo mai venir meno una fonte di sostentamento e dove la “competizione” non rappresentava la cornice totalizzante dell’esistenza). “L’Occidente non è più cristiano perché i suoi obiettivi civili e morali non coincidono più col cristianesimo altrimenti non ci sarebbe questa enorme differenza tra ricchi e poveri”, ha detto qualche tempo fa Franco Cardini, in un’intervista al Giornale.it. Aveva perfettamente ragione. Quella del medioevo cristiano era per diversi aspetti una società più avanzata della nostra civiltà capitalista, liberale e liberista e, in definitiva, anticristiana (e anti-umana). Una civiltà che è, invece, ormai costituita da gente perennemente inginocchiata e implorante. Costretta a vendersi per sopravvivere.

Una società di “puttane”, appunto.

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