Palazzo Chigi, presentazione delle celebrazioni per i 500 anni della morte di Leonardo Da VinciMentre a Biarritz Giuseppe Conte sedeva al tavolo con i grandi dell’Occidente in molti si interrogavano sulla possibile natura geopolitica della crisi di Governo italiana. La tesi che andava per la maggiore era quella secondo cui la Lega di Salvini, che ha dato il via alle danze con la scelta di togliere la fiducia al premier, avrebbe scelto schierarsi con il tradizionale alleato americano e soprattutto con il presidente USA Donald Trump e contro i grillini, che sarebbero divenuti invece il partner privilegiato dell’asse franco-tedesco che strizza l’occhio a Pechino. A riprova di questa tesi, la firma del protocollo d’intesa sulla Nuova Via della Seta cinese.

Ora, sebbene sia sostanzialmente vero che, in termini di politica estera, il Movimento Cinque Stelle si sia caratterizzato per una posizione più aperta al dialogo con Pechino, questa analisi, tuttavia, rischia di essere piuttosto semplicistica. Se sulla correttezza circa la posizione della Lega non ci sono dubbi (il salvinismo si è ormai configurato nettamente come una sorta di neoconservatorismo all’italiana, con tanto di sfoggio ostentato di religiosità, uno sfoggio a tratti più “evangelico” e protestantico che genuinamente cattolico…), su quella dei pentastellati forse qualche punto interrogativo in più occorrerebbe porselo.
Tanto per cominciare si potrebbe dire che non bisogna confondere la UE, che sembra “sponsorizzare” un possibile Conte-bis, pronta per essere guidata dalla nuova Commissione di Ursula Von der Leyen (la quale, come si è avuto modo di dire anche su questo blog, è una piena rappresentante dell’atlantismo più ortodosso), con l’asse franco-tedesco che cerca di dirottarne le strutture a proprio vantaggio, (certo, evidentemente con più profitto rispetto agli altri 26 inquilini del condominio comunitario).

L’Unione, infatti, è una realtà che, a prescindere dai recenti sviluppi, è nata con finalità geopolitiche strettamente connesse ai bisogni strategici degli Stati Uniti e sostanzialmente sconnesse dalle necessità dei suoi singoli componenti. Se in questo momento la frattura con la Casa Bianca sembra importante ciò non è dovuto soltanto a motivi geopolitici ma, anche e soprattutto, a motivi di politica interna americana, laddove l’inquilino dello studio ovale non risponde al medesimo establishment liberal e globalista cui rispondono i vertici tecnocratici della UE. Ciò è evidente anche dalla freddezza con cui il presidente uscente del Consiglio Europeo, il polacco Donald Tusk, ha accolto la proposta del presidente francese Macron di riappacificare la Russia di Putin con il G7…

Giuseppe Conte e i vertici del Movimento, sotto l’ala del presidente della Repubblica Mattarella, non hanno quindi scelto la Francia o la Germania, il cui timido progetto di crescente autonomia geopolitica dalla sfera di influenza americana è senza dubbio interessante, ma piuttosto il vecchio establishment liberale e atlantico al comando di Bruxelles e dello “Stato profondo” italiano, pienamente rappresentato, nel suo stesso e ormai uscente esecutivo, dai ministri Moavero e Tria. Ecco perché, in realtà, un matrimonio dei pentastellati con il Partito Democratico sarebbe tutt’altro che innaturale, rispondendo entrambi al medesimo sostrato d’origine. D’altro canto, è bene ricordarlo, il medesimo professor Conte, in passato già membro del Consiglio di presidenza della Giustizia amministrativa, non è una figura completamente avulsa rispetto alle logiche di potere “dem”.

E, del resto, sempre su questo blog, già lo scorso anno si riportava come quello grillino sia dal principio un partito falsamente populista ma in realtà abbastanza evidentemente nato per incanalare su un binario morto il dissenso nei confronti delle elites. Che poi all’interno dello stesso Movimento vi siano elementi genuinamente anti-sistema (quali un Di Battista o un Manlio Di Stefano) poco cambia.

La verità, però e purtroppo, è che la crisi italiana ricalca, in modo molto poco “sovranista”, lo scontro in atto negli USA tra i sostenitori di Trump e quelli della Clinton e di Obama. Uno scontro tra due atlantismi quindi, quello neoconservatore (Lega) e quello liberal che, dopo il PD, ha trovato nel Movimento Cinque Stelle l’interlocutore di riferimento. Così, nell’ormai tradizionale ossequio imitativo dell’Italia verso la dialettica politica americana (un po’ come gli africani delle colonie imitavano in passato idee e temi della politica europea…), il sovranismo e il populismo, quelli autentici, sembrano ancora di là da venire. E i loro attuali interpreti, gialli o verdi che siano, degli onesti attori ai quali, nel teatrino della politica tricolore, è semplicemente destinata una parte del copione. A Salvini, ora potrebbe toccare quella dell’oppositore. E, forse, potrebbe anche guadagnarci.

Comunque, a ben guardare, che si tratti soltanto di sfumature di una medesima linea, lo testimonia l’irrituale attestato di stima di Trump a Giuseppe Conte, espresso ieri via Twitter. Altro che Cina.

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