Tra i leader dell’opposizione di centrodestra al Governo di Giuseppe Conte, purtroppo solamente Silvio Berlusconi è intervenuto criticamente su un possibile voto affermativo al referendum del 20 e 21 settembre sulla riduzione dei parlamentari. Un referendum confermativo che chiamerà gli italiani a esprimersi sulla legge-cavallo di battaglia del Movimento Cinque Stelle, approvata in via definitiva dal Parlamento l’8 ottobre del 2019 con 553 voti favorevoli e solo 14 contrari, recante la dicitura “Modifiche agli articoli 56, 57 e 59 della Costituzione in materia di riduzione del numero dei parlamentari“, che riduce gli organici di Camera e Senato di 230 deputati e 115 senatori.

“Fatto così – ha detto Berlusconi nel corso di un’intervista al quotidiano La Nazionecome lo vogliono i grillini, il taglio dei parlamentari rischia di essere solo un atto di demagogico che limita la rappresentanza, riduce la libertà e la nostra democrazia”. “Sto riflettendo molto su questo tema: la riduzione dei parlamentari – ha detto ancora il Cavaliere – lo avevamo già realizzato noi con la riforma costituzionale del 2006, cancellata dalla sinistra con un referendum. Ma quello era un taglio che si inseriva in una riforma organica della democrazia parlamentare”. Cosa che, invece, questa volta, mancherà, come ha sottolineato, intervistato a sua volta dal Corriere della Sera, Massimo Luciani, professore di diritto costituzionale alla Sapienza di Roma. “I problemi costituzionali – ha spiegato il docente – posti dal taglio si aggravano in mancanza di una legge elettorale adeguata. Qui, però, sorgono ulteriori interrogativi, perché le posizioni delle forze politiche sono molto diverse e i tempi per trovare un pieno accordo prima del referendum sono oggettivamente ridotti. Una legge maggioritaria aumenterebbe il rischio di forti distorsioni, ma anche una legge proporzionale dovrebbe essere pensata accuratamente. Già nel 2014 la Corte costituzionale ha detto che non è legittima una legge proporzionale che ‘priva l’elettore di ogni margine di scelta dei propri rappresentanti’, lasciando che, invece, essa sia ‘totalmente rimessa ai partiti’. Ma è evidente che far scegliere sul serio gli elettori diminuisce il potere dei vertici dei partiti”.

Potere che, al contrario, con la riduzione dei parlamentari aumenterebbe. A fronte infatti di un risparmio per le casse dello Stato ridicolo e miserrimo, pari a 100 milioni di euro lordi l’anno, equivalente allo 0,007% della spesa pubblica italiana o, per dare meglio le proporzioni, a poco più del costo di un caffè al bar all’anno per ogni cittadino, si avrebbe una sensibile riduzione della rappresentatività territoriale dei parlamentari, oggi meglio garantita dai collegi uninominali di quanto non avvenisse nel recente passato con l’orribile legge nota come “Porcellum”. In breve stante l’attuale sistema elettorale, con meno posti disponibili da assegnare i collegi dovrebbero diventare più grandi. “Il rischio di una rappresentazione inadeguata del panorama politico di alcuni territori è concreto”, sostiene ancora Luciani. Per l’elettore, semplificando ai minimi termini, sia esso un sindaco, un assessore, un consigliere comunale, un presidente di associazione locale o un semplice cittadino sarebbe sempre più complicato contattare il parlamentare del territorio per (si ponga il caso specifico) proporre eventualmente una legge e viceversa lo stesso accadrebbe per il parlamentare con i cittadini del suo collegio, incrementando le distanze anche fisiche tra eletti ed elettori.

Oltre quindi alla riduzione della rappresentatività, tuttavia, si pone anche un altro tema. L’accrescimento delle dimensione dei collegi, in assenza di un reale e trasparente sistema di finanziamento pubblico, vorrebbe infatti anche dire che i candidati alle elezioni politiche, così come già avviene per le consultazioni per il Parlamento Europeo, saranno costretti a investire somme ancora più ingenti per la loro campagna (trovandosi a “girare” un territorio più grande). Questo piegherebbe ulteriormente la politica alle pressioni delle lobbies eventualmente finanziatrici delle campagne elettorali e, anche, alle segreterie di partito in grado di determinare la scelta dei candidati.

Ecco che, qui, la truffa della demagogia grillina si rivela in tutta la sua drammaticità: cavalcando uno degli istinti più bassi dell’essere umano, quello dell’invidia che porta a concentrarsi su questioni marginali come l’entità degli stipendi dei parlamentari o il loro numero, l’antipolitica ottiene quello che è, in realtà, uno degli obiettivi fondamentali della tecnocrazia e delle varie lobbies che ormai sempre più intendono controllare la vita dei cittadini, la riduzione del perimetro decisionale della democrazia. Non a caso, in uno dei primi articoli che chi qui scrive aveva vergato su questo blog, si era definita l’antipolitica come “cavallo di Troia della tecnocrazia permanente”. Una definizione da recuperare e rispolverare ogniqualvolta qualcuno, anziché occuparsi dei problemi complessi e strutturali della politica italiana, tenti di cavalcare l’onda del facile consenso spingendo verso un’ulteriore tappa di quell’indebolimento progressivo della politica italiana avviatosi con la nefasta stagione di quel colpo di Stato che fu Tangentopoli.

L’incapacità, l’idiozia, il dilettantismo della classe politica figlia di quella tragedia hanno portato nel tempo alla supremazia dei tecnici, eletti da nessuno e selezionati da oscuri comitati, che si sono potuti insediare nei palazzi teoricamente riservati agli eletti dal popolo ammantandosi del fascino di una competenza e di un’onestà aprioristicamente affibbiate loro per il solo fatto di essere non-politici. Grazie all’antipolitica l’Italia ha avuto economisti, giuristi e, oggi, virologi, tutti pronti a spiegare al popolino, con serafico paternalismo, la via da percorrere. Così, con i Monti, le Fornero, i Conte, i Comitati Tecnico-Scientifici, si è arrivati sempre al solito risultato: una democrazia azzoppata e un Paese alla fame.

Una soluzione a questo scempio che vediamo ripetersi quotidianamente nell’ossessiva caccia ai banchi con le rotelle, alle mascherine più efficaci, alle chiusure o riaperture, non sta in un’ulteriore, per usare un termine anglofono tanto in voga, containment della politica, ma anzi in una sua nobilitante riscoperta. Certo, quella che serve è una politica preparata, che miri a farsi guida del popolo e non quella che, purtroppo per gli italiani, pur di raccogliere qualche “like” in più sui dannati social network si limita a inseguirne gli istinti più bassi, decretando altresì, con il sostegno al referendum “grillino”, la propria eutanasia. Un po’ di coraggio in più, da parte di chi poteva e doveva opporsi, non avrebbe fatto male.

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