L’ultima volta che, su questo blog, si è parlato di politica nazionale è stato in occasione della nascita del Governo Draghi, nel febbraio del 2021. Da allora sono passati quasi 18 mesi, che nell’agone politico nostrano sono quasi un’era geologica. In questo lasso temporale gli italiani hanno potuto “apprezzare” l’obbligo vaccinale surrettizio, la connessa introduzione di un certificato dalla dubbia validità medico-profilattica con la finalità di emarginare dalla vita civile i renitenti, le manganellate e gli idranti contro i lavoratori che hanno protestato per le misure suddette, una crisi economico-sociale devastante per la spirale inflattiva frutto (prevalentemente) della speculazione sull’energia e le materie prime e, dulcis in fundo, la postura bellicista nell’ambito della guerra in Ucraina, con l’invio di centinaia di milioni di euro in armamenti a Kiev e il rifiuto di qualsiasi accenno al dialogo.

Tutti segnali che le previsioni fatte su queste colonne all’epoca erano corrette: l’esecutivo retto dal banchiere ex Goldman Sachs ed ex Bce, sostenuto praticamente da tutto l’arco parlamentare, si è rivelato uno strumento sia della geopolitica statunitense (e precipuamente dell’amministrazione Biden) sia della linea del “Grande reset” del sistema produttivo agognato dalle élite globaliste occidentali. E, a proposito di “reset“, curiosamente proprio Draghi, a dicembre del 2020, nel rapporto intitolato “Reviving and restructuring the corporate sector post-Covid – Designing public policy interventions” , stilato per il “Gruppo dei 30” (un think tank fondato nel 1978 con il supporto della Fondazione Rockefeller), introduceva il concetto di “distruzione creatice” delle “imprese zombie”, che, essendo sopravvissute al virus grazie ai sussidi, avrebbero dovuto essere abbandonate a sé stesse a favore di realtà economiche maggiormente strutturate e competitive a livello globale: praticamente una profezia di quello che sta avvenendo a diverse piccole e medie imprese e aziende famigliari italiane strangolate prima dalle restrizioni pandemiche e, successivamente, dalle bollette fuori controllo. Nel frattempo la povertà assoluta nel Paese ha raggiunto i 5,6 milioni di persone (quasi un italiano su 10), stabilendo un nuovo record negativo che consolida un trend ultradecennale.

Bisogna necessariamente tenere presente questo scenario per accingersi a dare una lettura dell’esito delle elezioni politiche di domenica 25 settembre, che hanno fatto seguito alla chiusura anticipata della legislatura. Il 26% di consensi andati a Fratelli d’Italia e a Giorgia Meloni, in procinto di divenire la prima premier donna nella storia della Repubblica Italiana, possono e devono essere letti prima di tutto come un voto contro tutto ciò che il Governo Draghi ha rappresentato, perché indirizzato nei confronti dell’unico partito estraneo alla immensa maggioranza che lo sosteneva. A riprova di questo ci sono altri due dati: il primo è lo scarso consenso (poco più dell’8%) ottenuto da un movimento, la Lega, che dalle posizioni sovraniste e anti-sistema che ne avevano fatto la fortuna alle precedenti elezioni politiche ed europee, è passato a sostenere (in ruolo nettamente subalterno rispetto ad altre forze maggiormente “allineate”, il Pd su tutte) l’uomo di sistema Draghi e tutto il corredo di discutibili provvedimenti non solo in ambito sanitario. Sbaglierebbe, tuttavia, chi volesse vedere in Matteo Salvini il principale responsabile del “naufragio” del Carroccio, visto che a spingerlo verso il sostegno all’ex banchiere centrale è stato soprattutto chi oggi ne chiede la testa. Il secondo segnale, invece, è la rimonta nei consensi del principale fautore della fine dell’esperienza di Draghi a Palazzo Chigi, Giuseppe Conte, capo politico di un Movimento Cinque Stelle che ha puntato tutto sulla difesa del reddito di cittadinanza. Argomento che, in un momento di miseria diffusa, non poteva che far presa, soprattutto al Sud.

Giorgia Meloni

Così, in un contesto di estrema volatilità delle percentuali di gradimento e terminato il momento dei festeggiamenti, per Fratelli d’Italia si apre l’enorme sfida di rispondere, possibilmente in tempi brevi, alla devastante crisi economica e sociale in atto con ricette coraggiose, che facciano dimenticare l’inerzia del recente passato (oltre, ça va sans dire, alla brutale compressione delle libertà individuali andata in scena durante la pandemia). Il partito di via della Scrofa, erede della tradizione del Movimento sociale italiano e di Alleanza nazionale, appare però ben diverso sia rispetto alla Lega salviniana del periodo 2018-2020 che al centrodestra a trazione berlusconiana degli anni Duemila. In quei casi si trattava di forze relativamente di rottura, che all’approvazione dei salotti del potere profondo preferivano (pur se con modalità differenti) quella delle piazze, della cosiddetta “pancia” del Paese, in questo di una formazione che, allo scopo di accreditarsi, ha abbandonato da tempo il sovranismo e il populismo nazionalista a favore di un conservatorismo liberale fedele  all’istituzionalismo, all’europeismo e all’atlantismo. Scelta che certamente pagherà nell’evitare alla Meloni e ai suoi un ostracismo immediato da parte dei cosiddetti “poteri forti” (e questo è senz’altro un bene) ma che, allo stesso tempo, a causa dei numerosi vincoli esterni, rischia anche di impedire loro di poter incidere realmente sul percorso di una nazione oggi ampiamente e tristemente avviata verso un orizzonte di declino assoluto: etico, demografico, economico e culturale.

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