{"id":2915,"date":"2025-07-08T11:19:51","date_gmt":"2025-07-08T09:19:51","guid":{"rendered":"https:\/\/blog.ilgiornale.it\/puglisi\/?p=2915"},"modified":"2025-07-08T11:19:51","modified_gmt":"2025-07-08T09:19:51","slug":"pizzuti-in-una-trilogia-il-mio-mussolini-cosi-diverso-da-quello-di-scurati-socialista-convinto-fascista-suo-malgrado","status":"publish","type":"post","link":"https:\/\/blog.ilgiornale.it\/puglisi\/2025\/07\/08\/pizzuti-in-una-trilogia-il-mio-mussolini-cosi-diverso-da-quello-di-scurati-socialista-convinto-fascista-suo-malgrado\/","title":{"rendered":"Pizzuti: &#8220;In una trilogia il mio Mussolini, cos\u00ec diverso da quello di Scurati: socialista convinto, fascista suo malgrado&#8221;"},"content":{"rendered":"<p>Ex ufficiale dell\u2019esercito, dottore in Legge, conferenziere, scrittore d\u2019inchiesta (pi\u00f9 di 300.000 copie vendute solo in Italia, con oltre 20 saggi pubblicati in 19 Paesi), ha lavorato presso le pi\u00f9 prestigiose istituzioni dello Stato (Camera dei Deputati, Senato della Repubblica e Consiglio di Stato), Marco Pizzuti, 54enne romano, \u00e8 considerato, a ragione, uno dei maggiori esperti dell\u2019informazione indipendente, dove ha iniziato a farsi largo nel 2008, con la fondazione del blog\u00a0<em>Altrainformazione.it<\/em>. A caratterizzarlo, oltre alle competenze multi-disciplinari, anche un&#8217;insaziabile sete di conoscenza. Doti che lo hanno reso apprezzato anche all&#8217;estero, dove ha contribuito\u00a0alla realizzazione di documentari di produzione spagnola\u00a0e italo-argentina. E, dopo essersi occupato prevalentemente di geopolitica e dei retroscena del potere globale, proprio la sua instancabile voglia di approfondire lo ha portato, oggi, a pubblicare (con la casa editrice <em>Nexus<\/em>) una trilogia storica destinata a far discutere. Soprattutto perch\u00e9 incentrata su quella che, innegabilmente, \u00e8 la figura pi\u00f9 divisiva della storia\u00a0d&#8217;Italia: Benito Mussolini.<a href=\"https:\/\/blog.ilgiornale.it\/puglisi\/files\/2025\/07\/lanciovol1_5-696x696-1.png\"><img loading=\"lazy\" class=\"size-medium wp-image-2916 alignright\" src=\"https:\/\/blog.ilgiornale.it\/puglisi\/files\/2025\/07\/lanciovol1_5-696x696-1-300x300.png\" alt=\"\" width=\"300\" height=\"300\" srcset=\"https:\/\/blog.ilgiornale.it\/puglisi\/files\/2025\/07\/lanciovol1_5-696x696-1-300x300.png 300w, https:\/\/blog.ilgiornale.it\/puglisi\/files\/2025\/07\/lanciovol1_5-696x696-1-150x150.png 150w, https:\/\/blog.ilgiornale.it\/puglisi\/files\/2025\/07\/lanciovol1_5-696x696-1.png 696w\" sizes=\"(max-width: 300px) 100vw, 300px\" \/><\/a><\/p>\n<p><strong>Il primo volume della tua trilogia &#8220;<em><a href=\"https:\/\/nexusedizioni.it\/it\/la-vera-storia-di-mussolini\/\" target=\"_blank\" rel=\"noopener noreferrer\">La vera storia di Mussolini<\/a>&#8220;<\/em> sta per uscire in libreria (il titolo \u00e8 &#8220;<em>Alba<\/em>&#8220;, seguiranno poi &#8220;<em>Ascesa<\/em>&#8221; e &#8220;<em>Tramonto<\/em>&#8220;, nda). Del Duce tu ti eri gi\u00e0 occupato in passato,\u00a0eppure di biografie su di lui se ne sono scritte parecchie. Da ultima quella, romanzata, di Antonio Scurati, che ha ottenuto un successo enorme. Ti confronti, insomma, su un territorio sul quale hanno camminato i giganti. In che cosa si differenzia questo tuo lavoro da quelli che lo hanno preceduto?<\/strong><\/p>\n<p><em>&#8220;\u00c8 indubbio: Benito Mussolini \u00e8 tra i personaggi storici pi\u00f9 studiati, analizzati, sezionati e romanzati al mondo. Eppure, paradossalmente, mancava ancora un\u2019indagine storiografica capace di rischiarare le ombre, colmare le lacune e infrangere i silenzi che gravano sulla narrazione ufficiale. Non \u00e8 presunzione la mia, ma semplice constatazione dei fatti: per accorgersene, non occorre un genio, bens\u00ec uno spirito libero dai dogmi storiografici che la cultura dominante impone. Il problema, infatti, \u00e8 che gli storici pi\u00f9 celebrati, oserei dire paludati, appaiono del tutto disinteressati, se non ostili, a divulgare verit\u00e0 scomode, laddove queste implichino una revisione radicale della narrazione imposta al termine del secondo conflitto mondiale. Un\u2019imponente mole di pubblicazioni non ha fatto altro che ruminare all\u2019infinito la stessa versione dei vincitori, quella confezionata dagli angloamericani per edificare il mito di una liberazione che altro non fu se non la trasformazione dell\u2019Italia in una colonia dell\u2019Impero a stelle e strisce. Cos\u00ec, demonizzando l\u2019uomo che in quegli anni incarnava, nel bene e nel male, la nazione, si \u00e8 potuto traslare su un intero popolo il peso delle sue presunte colpe. Ecco perch\u00e9, a quasi un secolo di distanza, \u00e8 non solo lecito, ma doveroso, riportare alla luce ci\u00f2 che \u00e8 stato occultato: dai carteggi Mussolini-Churchill, alle molteplici verit\u00e0 rimosse e ridicolizzate come leggende metropolitane. Non per indulgere in operazioni di riabilitazione nostalgica, n\u00e9 tantomeno per restaurare miti infranti, come malignamente si affretta ad accusare chi teme la verit\u00e0, bens\u00ec per dimostrare che la resa incondizionata imposta all\u2019Italia fu un tradimento orchestrato da Churchill e un crimine politico di vaste proporzioni. Questo libro si configura dunque come l\u2019antitesi radicale delle narrazioni alla Scurati: un\u2019operazione intellettuale e documentaria volta a smascherare quel copione stereotipato che ha reso celebri i suoi romanzi presso un pubblico di bocca buona, avvezzo a digerire senza spirito critico le caricature grottesche che la cultura pop ha imposto come verit\u00e0 storica&#8221;.<\/em><\/p>\n<p><strong>Con una produzione di biografie e saggi cos\u00ec voluminosa, di Mussolini si \u00e8 scritto tutto e il contrario di tutto: chi lo ha definito uno statista, chi un dittatore sanguinario, chi un opportunista e chi, addirittura, lo ha indicato come possibile agente britannico. E, ancora, c&#8217;\u00e8 chi parla di lui come di un uomo legato, nonostante tutto, ai figli e alla famiglia e chi ne evidenzia piuttosto la turbolenta vita amorosa e (si cita spesso, tra le altre, la tormentata vicenda di Ida Dalser). Pu\u00f2 sembrare banale chiederlo ma&#8230; chi era Benito Mussolini?<\/strong><\/p>\n<div id=\"attachment_2116\" style=\"width: 236px\" class=\"wp-caption alignright\"><a href=\"https:\/\/blog.ilgiornale.it\/puglisi\/files\/2020\/06\/Marco_Pizzuti.jpg\"><img aria-describedby=\"caption-attachment-2116\" loading=\"lazy\" class=\"size-full wp-image-2116\" src=\"https:\/\/blog.ilgiornale.it\/puglisi\/files\/2020\/06\/Marco_Pizzuti.jpg\" alt=\"\" width=\"226\" height=\"228\" srcset=\"https:\/\/blog.ilgiornale.it\/puglisi\/files\/2020\/06\/Marco_Pizzuti.jpg 226w, https:\/\/blog.ilgiornale.it\/puglisi\/files\/2020\/06\/Marco_Pizzuti-150x150.jpg 150w\" sizes=\"(max-width: 226px) 100vw, 226px\" \/><\/a><p id=\"caption-attachment-2116\" class=\"wp-caption-text\">Marco Pizzuti<\/p><\/div>\n<p><em><strong>&#8220;<\/strong>A mio avviso, Benito Mussolini fu un amalgama complesso e contraddittorio di molteplici nature, incarnazione di luci e ombre della modernit\u00e0 politica, ma non un dittatore sanguinario nel senso che la storia ha riservato ad altri carnefici del Novecento come Hitler, Stalin o il pi\u00f9 recente Pinochet. Diversamente da costoro, Mussolini non fece della strage sistematica e dell\u2019eliminazione fisica di massa il proprio metodo repressivo: prefer\u00ec, piuttosto, l\u2019olio di ricino, il manganello, il confino coatto e l\u2019umiliazione pubblica. Le esecuzioni e gli omicidi politici furono, nel suo caso, episodi isolati, spesso frutto dell\u2019iniziativa brutale degli squadristi o, pi\u00f9 tardi, delle formazioni armate della Repubblica Sociale Italiana, quando il Duce non era che l\u2019ombra di s\u00e9 stesso, prigioniero dorato di un regime fantoccio imposto dalla volont\u00e0 hitleriana. In quel frangente, ogni suo spostamento era sorvegliato dalle SS e gli ordini impartiti ai repubblichini provenivano direttamente dal comando tedesco. L\u2019uso sistematico della violenza politica si concentr\u00f2 soprattutto nel turbolento biennio rosso, durante il quale Mussolini si serv\u00ec delle squadracce fasciste per ristabilire l\u2019ordine in un Paese travolto da scioperi paralizzanti, occupazioni di fabbriche e fermenti insurrezionali di matrice socialista. Ma con l\u2019instaurazione del regime, la repressione assunse la forma pi\u00f9 sottile e pervasiva del controllo sociale e del consenso plebiscitario, che egli seppe alimentare fino a quando l\u2019azzardo dell\u2019alleanza con la Germania nazista non trascin\u00f2 l\u2019Italia nel baratro della disfatta militare. Non va dimenticato che, almeno nei primi anni, il fascismo suscit\u00f2 ammirazione anche oltre i confini nazionali: gli Stati Uniti e la Gran Bretagna lo guardarono con una certa benevolenza, riconoscendogli il merito \u2013 ai loro occhi \u2013 di aver arginato l\u2019ondata bolscevica che minacciava l\u2019Europa. Del resto, gi\u00e0 durante la Grande Guerra, Mussolini aveva intrecciato rapporti con l\u2019intelligence britannica, dalla quale ricevette sostegno economico per sostenere la partecipazione italiana al conflitto. Quei rapporti, per quanto opachi, non si interruppero con la fine del conflitto ma proseguirono, celati tra le pieghe della diplomazia segreta. Come uomo, Mussolini fu tutt\u2019altro che irreprensibile: instabile nella vita privata, inaffidabile come padre, spregiudicato come amante. Come capo politico, seppe per\u00f2 decifrare con straordinaria intuizione la psicologia collettiva degli italiani, anche se fu un disastroso stratega militare e un temerario incline al rischio pi\u00f9 che alla ponderazione. Tutto questo costituisce il ritratto ormai consolidato del personaggio storico. Ma vi \u00e8 un aspetto meno noto e assai pi\u00f9 rivelatore della sua natura bifronte, che ho approfondito in questo testo: la verit\u00e0, documentata dalle carte desecretate degli archivi londinesi, secondo cui l\u2019alleanza con la Germania fu, in realt\u00e0, un tentativo estremo di evitare che l\u2019Italia venisse travolta e occupata, come accadde ad altre nazioni. Allo stesso tempo, Mussolini conduceva trattative segrete con gli Alleati, offrendo sostegno materiale e logistico contro il medesimo Hitler cui ufficialmente si era legato. \u00c8 questa la chiave pi\u00f9 sfuggente e, forse, pi\u00f9 tragica del suo agire politico: una personalit\u00e0 poliedrica, dominata da contraddizioni, capace di passare dall\u2019esaltazione titanica al pi\u00f9 mesto servilismo. Le vere cause dell\u2019entrata in guerra, la caduta del 25 luglio, la fuga del re, la scenografica liberazione del Gran Sasso e infine la sua morte, avvenuta senza processo, non possono essere comprese senza scavare in questa zona grigia, dove l\u2019opportunismo politico si intreccia al disincanto, e il calcolo alla disperazione&#8221;.<\/em><\/p>\n<p><strong>Uno dei punti oscuri della sua vicenda politica e umana, fu senza dubbio quello del delitto Matteotti. Sui libri di storia scolastici sovente lo si attribuisce, senza alcun dubbio, al capo del fascismo. Ma oggi non tutti hanno un&#8217;opinione unanime. Tu che cosa ne pensi?<\/strong><\/p>\n<p><em>&#8220;Per affrontare adeguatamente una simile questione, \u00e8 doveroso premettere alcuni elementi spesso ignorati dalla vulgata storiografica. \u00c8 ben noto che il principale oppositore politico di Benito Mussolini fosse Giacomo Matteotti, segretario del Partito Socialista Unitario, protagonista di violenti scontri verbali in Parlamento che lo avevano reso, agli occhi dell\u2019opinione pubblica, il pi\u00f9 temibile nemico del regime nascente. Proprio per questo, se Mussolini avesse davvero ordinato il suo assassinio, si sarebbe macchiato di un atto tanto plateale quanto autolesionistico: un gesto tanto imprudente da apparire politicamente suicida. Pochi sanno, tuttavia, che nel momento esatto in cui Matteotti fu rapito e poi ucciso da un manipolo di sicari fascisti guidati da Amerigo Dumini, il Duce era impegnato in delicate trattative per la formazione di un governo di coalizione. L\u2019obiettivo? Ricucire i rapporti con la galassia socialista da cui egli stesso proveniva, reintegrando alcuni ex compagni attraverso un rimpasto ministeriale gi\u00e0 predisposto con nomi condivisi. Questa manovra, lungimirante ma dirompente, suscit\u00f2 immediatamente l\u2019ostilit\u00e0 di diversi attori potenti: i gerarchi fascisti pi\u00f9 oltranzisti, la monarchia e soprattutto, la diplomazia britannica, che vedeva nel fascismo italiano un baluardo indispensabile contro l&#8217;espansione bolscevica. Non si pu\u00f2 infatti comprendere la storia politica dell\u2019Italia moderna senza riconoscere il ruolo determinante della Gran Bretagna, sin dai tempi del Risorgimento. Fu proprio la flotta inglese, con le navi Intrepid e Hannibal, a garantire la riuscita della spedizione garibaldina contro il Regno delle Due Sicilie, spianando la strada a un assetto mediterraneo pi\u00f9 favorevole agli interessi londinesi e al controllo del canale di Suez. In questa chiave, l\u2019assassinio di Matteotti non solo imped\u00ec il riavvicinamento tra fascismo e socialismo, ma offr\u00ec anche il pretesto perfetto per consolidare l\u2019immagine autoritaria del regime agli occhi del mondo, spingendo Mussolini verso una dittatura piena, nonostante il suo iniziale tentativo di trovare una via mediana. L\u2019indignazione popolare fu enorme, e la tenuta stessa del governo cominci\u00f2 a vacillare. Italo Balbo, Roberto Farinacci e altri gerarchi minacciarono di estromettere il Duce, se egli non avesse assunto il pugno di ferro per sopravvivere politicamente. In questo contesto, la figura di Amerigo Dumini si staglia come emblema di ambiguit\u00e0 e doppiezza. Massone di alto grado, affiliato alla Gran Loggia Nazionale di Piazza del Ges\u00f9 con il titolo di Maestro, Dumini intratteneva rapporti stretti non solo con il regime fascista ma anche con ambienti anglosassoni e internazionali di natura opaca. Emblematico \u00e8 l\u2019episodio del 1941, quando, catturato in Africa dalle forze britanniche, fu apparentemente giustiziato per fucilazione, ma ne usc\u00ec vivo, come per miracolo, in quello che fu pi\u00f9 verosimilmente un finto esecuzione con via libera alla fuga. Nel 1943, Dumini segu\u00ec Mussolini a Sal\u00f2, operando come agente segreto nell&#8217;intelligence della Repubblica Sociale Italiana e, con ogni probabilit\u00e0, anche per conto di servizi stranieri. Arrestato nuovamente dagli inglesi nel 1945, fu processato e condannato all\u2019ergastolo per l\u2019assassinio di Matteotti. Eppure, la pena fu prima ridotta a trent\u2019anni, poi pressoch\u00e9 annullata da una serie di provvedimenti di clemenza. Un destino a dir poco anomalo per l\u2019esecutore materiale di un delitto cos\u00ec simbolico. Un altro elemento paradossale, spesso ignorato, riguarda proprio il dossier che Matteotti aveva raccolto a Londra, una documentazione scottante sulle tangenti del regime per le concessioni petrolifere e che fu redatto con l\u2019aiuto di alcuni deputati laburisti. Dopo l\u2019omicidio, ci si aspetterebbe che tale materiale fosse pubblicato per delegittimare definitivamente il fascismo. Ma cos\u00ec non fu: i documenti furono silenziati, come se la loro funzione fosse compiuta nel momento stesso in cui avevano offerto una giustificazione morale all\u2019indignazione internazionale. Il vero mandante dell\u2019assassinio, dunque, rimane avvolto nel mistero. Ma se una cosa appare certa, \u00e8 che Mussolini aveva tutto da perdere da quella morte. Una tesi sostenuta persino da Carlo Silvestri, che da acerrimo accusatore del fascismo, in un\u2019epoca in cui ci\u00f2 comportava reali pericoli, si trasform\u00f2 in suo appassionato difensore dopo la caduta del regime, quando difendere Mussolini significava esporsi al pubblico ludibrio. A favore dell\u2019innocenza del Duce si schierarono anche voci insospettabili: il figlio di Giacomo Matteotti, Matteo, e la stessa vedova del martire socialista. Un\u2019adesione che suggerisce quanto pi\u00f9 profondo, e forse manipolato, fosse il gioco politico dietro il delitto che segn\u00f2 per sempre il destino dell\u2019Italia&#8221;.<\/em><\/p>\n<p><strong>Quale fu il rapporto con Adolf Hitler? Anche se ancora oggi si utilizza la parola &#8220;nazifascismo&#8221; per definire, con un&#8217;unica identit\u00e0, i regimi di Roma e Berlino degli anni Trenta, non sono pochi gli storici che hanno parlato di una relazione complessa con il nazionalsocialismo e il suo capo.<\/strong><\/p>\n<p><em>&#8220;La reale natura dei rapporti tra Benito Mussolini e Adolf Hitler era ben distante dalla rappresentazione stereotipata di due despoti accomunati da ideologia e finalit\u00e0. In verit\u00e0 il Duce non fu mai un ammiratore del F\u00fchrer, mentre \u00e8 perfettamente documentato il contrario. Gi\u00e0 negli anni Venti, quando era ancora un oscuro agitatore bavarese, Hitler teneva nel proprio studio un busto di Mussolini, venerato come l\u2019araldo del fascismo europeo. Chiese pi\u00f9 volte, invano, di incontrarlo: Mussolini lo ignor\u00f2 sistematicamente, liquidandolo come un esaltato rozzo e privo di statura politica. Fu soltanto nel giugno del 1934, dopo che Hitler era ormai assurto alla carica di Cancelliere e si era consolidato come signore assoluto del Reich, che Mussolini acconsent\u00ec a riceverlo. Ma il loro primo incontro fu segnato da freddezza e diffidenza. Non a caso, fu proprio il Duce a mobilitare quattro divisioni dell\u2019esercito italiano lungo il confine alpino, tra il Brennero e Tarvisio, con l\u2019ordine d\u2019intervenire militarmente qualora la Germania avesse tentato l\u2019annessione dell\u2019Austria. Era un chiaro atto di contenimento, volto a impedire che la fiamma nazionalsocialista si propagasse al cuore dell\u2019Europa centrale. Soltanto quattro anni pi\u00f9 tardi, la situazione si era completamente ribaltata: la Germania, ormai risorta come superpotenza industriale e militare, aveva surclassato ogni rivale sul continente. L\u2019Italia, priva di un adeguato apparato bellico e consapevole della propria fragilit\u00e0 strategica, fu costretta a ripiegare. Mussolini, pur ostentando sicurezza, temeva che un qualsiasi dissidio con Hitler avrebbe fornito al Reich il pretesto per rivendicare l\u2019Alto Adige, abitato da popolazioni di lingua e cultura tedesca e proiettarsi militarmente oltre le Alpi. Con questi presupposti fu siglato, il 22 maggio 1939, il tristemente celebre Patto d\u2019Acciaio, un\u2019alleanza militare che molti storici leggono come atto di cieca fedelt\u00e0 al Terzo Reich, ma che alla luce dei documenti archiviati appare piuttosto come una mossa di necessit\u00e0, se non di pura sopravvivenza. Lo dimostra il fatto che, immediatamente dopo la firma, Mussolini diede ordine di accelerare la costruzione della fortificazione alpina nota come Vallo Littorio, in seguito ribattezzata con l\u2019eloquente soprannome di &#8216;Linea Non Mi Fido&#8217;. Si trattava di un sistema difensivo volto a fronteggiare eventuali aggressioni da parte dell\u2019&#8217;alleato&#8217; tedesco, nella pi\u00f9 classica logica da pax armata. Ma \u00e8 nei documenti declassificati degli archivi britannici che emerge la parte pi\u00f9 sorprendente di questa vicenda. Nonostante la firma del Patto d\u2019Acciaio e lo scoppio del conflitto (1 settembre 1939, invasione della Polonia), Mussolini, tutt\u2019altro che allineato a Hitler, avvi\u00f2 trattative segrete con Londra. Il 24 novembre 1939, attraverso l\u2019ingegner Prospero Gianferrari, emissario riservato del regime, venne aperto un ufficio nella capitale inglese per negoziare la fornitura di armi e materiali destinati a rendere la Germania inoffensiva. Lo scopo? Prevenire un futuro attacco al suolo italiano. L\u2019interlocutore diretto del Duce in questo intrigo diplomatico fu nientemeno che Winston Churchill. Questi colloqui sotterranei proseguirono fino al dicembre del 1939, quando furono bruscamente interrotti a causa dell\u2019intensificarsi dell\u2019attivit\u00e0 spionistica tedesca. Il controspionaggio del Reich stava per scoprire il doppio gioco italiano. A gennaio 1940, Hermann G\u00f6ring, per conto di Hitler, invi\u00f2 a Mussolini una lettera furente, nella quale intimava la cessazione immediata di ogni contatto con le potenze occidentali, pena gravissime conseguenze. Questo era il vero volto dei rapporti italo-tedeschi: lungi dall\u2019essere improntati alla sincera alleanza, furono segnati da diffidenza, timore e reciproca strumentalizzazione. Dietro la cortina delle adunate oceaniche e delle fotografie ufficiali, Mussolini si muoveva con crescente esitazione, prigioniero di una politica estera che non dominava pi\u00f9, ma subiva. Il Duce, da uomo di scena abile e istrionico, fu in realt\u00e0 progressivamente relegato al ruolo di comprimario, costretto a fingere un\u2019intesa che nella sostanza si era fatta sempre pi\u00f9 fragile e ambigua&#8221;.<\/em><\/p>\n<p><strong>Mussolini nasce socialista e vi \u00e8 chi sostiene che, in fondo, tale rimase fino alla fine della sua vita. Cosa ne pensi? E quale fu il suo rapporto con il movimento che aveva creato, con il fascismo e con i fascisti? Insomma, in cosa credeva?<\/strong><\/p>\n<p><em><strong>&#8220;<\/strong>Le radici ideologiche di Benito Mussolini affondano profondamente nel terreno fertile del socialismo rivoluzionario di fine Ottocento. Suo padre, Alessandro Mussolini, era un artigiano ferrarese, fervente socialista, mazziniano e repubblicano anticlericale: fu lui a trasmettere al figlio la passione politica e l\u2019insofferenza verso l\u2019autorit\u00e0 costituita. Non \u00e8 un caso che il futuro Duce portasse un nome carico di significati simbolici e riferimenti ideologici: Benito, in onore di Benito Ju\u00e1rez, il patriota messicano che resistette all\u2019imperialismo francese; Amilcare, tributo ad Amilcare Cipriani, anarchico e garibaldino, figura mitica della sinistra internazionalista; e Andrea, in omaggio ad Andrea Costa, primo deputato socialista del Regno d\u2019Italia e pioniere del socialismo organizzato nella Penisola. Benito Mussolini, dunque, nacque figlio del socialismo e per lungo tempo ne fu devoto apostolo: giornalista di punta e poi direttore dell\u2019Avanti!, organo ufficiale del Partito Socialista Italiano, divenne presto il tribuno pi\u00f9 ascoltato dalle masse operaie. La sua rottura con il PSI nel 1914, a seguito della posizione interventista assunta in aperta polemica con la linea neutralista del partito, segn\u00f2 una cesura storica, ma non un rigetto totale delle istanze sociali. Anzi, Mussolini riteneva possibile e necessario, salvare il nucleo vitale del socialismo correggendone le derive utopistiche e dogmatiche, soprattutto quelle incarnate dal bolscevismo sovietico. Il fascismo, nella sua concezione originaria, non nacque come negazione assoluta del socialismo, bens\u00ec come suo superamento in chiave nazionale e pragmatica. Lo stesso Mussolini, in pi\u00f9 di un\u2019occasione, sostenne che il suo compito fosse quello di \u201cdisciplinare il socialismo\u201d, piegarlo a una dimensione statale, organica e funzionale all\u2019unit\u00e0 della nazione. Non \u00e8 un caso che, anche nei suoi ultimi giorni, dopo il crollo del regime e l\u2019instaurazione della Repubblica Sociale Italiana, Mussolini tornasse a flirtare con quelle antiche pulsioni rivoluzionarie. Insieme a Nicol\u00f2 Bombacci, ex segretario del PSI e amico personale di Lenin, sostenne con vigore il progetto di socializzazione delle imprese e dei mezzi di produzione, approvato dal Consiglio dei Ministri della RSI nel febbraio del 1944. Un\u2019utopia tardiva, certo, ma tutt\u2019altro che improvvisata: era l\u2019estremo tentativo di restituire una parvenza socialista a un fascismo ormai sconfitto sul piano militare e screditato su quello politico. Al di l\u00e0 della propaganda e delle deformazioni postume, \u00e8 innegabile che il regime fascista, pur gravato dal peso autoritario e da una sistematica repressione del dissenso, promosse numerose riforme in ambito previdenziale, assistenziale e corporativo, molte delle quali anticiparono modelli di welfare che sarebbero stati ripresi e ampliati, nell\u2019Italia repubblicana. Nessuno nega che quella dittatura fosse soffocante, ma va altres\u00ec riconosciuto che non raggiunse mai il livello di ferocia sistemica e annientamento totalitario delle esperienze nazista e stalinista. Mussolini fu, in definitiva, un ibrido ideologico, un uomo scisso tra l\u2019ardore rivoluzionario e l\u2019ambizione di potere, tra la nostalgia del socialismo paterno e il compromesso con le \u00e9lite economiche e monarchiche. Un figlio del socialismo che tent\u00f2 con esiti tragici e contraddittori, di rifondarlo attraverso il filtro della nazione e dell\u2019autorit\u00e0&#8221;.<\/em><\/p>\n<p><strong>Da militare, che giudizio storico dai della discesa dell&#8217;Italia nel secondo conflitto mondiale? Perch\u00e9, secondo te, avvenne?<\/strong><\/p>\n<p><em>&#8220;Dalle pieghe degli archivi declassificati, laddove la storia smette di essere propaganda e torna a farsi documento, emerge una verit\u00e0 che ribalta l\u2019interpretazione convenzionale degli eventi: Benito Mussolini non desiderava affatto un\u2019Europa sotto il tallone di ferro di Adolf Hitler. Al contrario, temendone la prepotenza egemonica, tent\u00f2, nei limiti del possibile, di ostacolarne le mire espansionistiche. Emblematico, a tal proposito, \u00e8 un episodio rimasto per lungo tempo confinato nel silenzio della diplomazia: su suo diretto ordine, Galeazzo Ciano inform\u00f2 la Segreteria di Stato vaticana del piano tedesco di sfondamento delle linee alleate attraverso i neutrali Paesi Bassi e Belgio. Era il preludio dell\u2019offensiva fulminea che avrebbe aggirato la Linea Maginot, consentendo alla Wehrmacht di travolgere le forze anglo-francesi. Il Vaticano, rispettando le consuetudini della diplomazia pontificia, trasmise l\u2019informazione all\u2019Aia e a Bruxelles il 3 maggio 1940. Ma fu tutto vano. Quando l\u2019offensiva si scaten\u00f2, nulla poteva pi\u00f9 arrestare la furia bellica del Reich. Nel giro di settimane, la Francia crollava e la Gran Bretagna si trovava sola a reggere l\u2019urto del dominio tedesco sul continente. Fu in questo clima di rovina annunciata che le capitali dell\u2019asse anglosassone, Londra, Parigi, Washington, si rivolsero a Mussolini. Gli fu chiesto di intercedere presso Hitler per mitigare le condizioni di pace che questi si accingeva a dettare, convinto di aver gi\u00e0 la vittoria in pugno. Dai verbali del War Cabinet britannico del 26 maggio 1940, emerge chiaramente che in cambio della sua mediazione, l\u2019Italia avrebbe ricevuto generose concessioni nel Mediterraneo e nelle colonie francesi del Nord Africa. Ma Mussolini, da freddo calcolatore, rispose per bocca di Ciano che, non essendo ancora parte del conflitto, non aveva n\u00e9 il titolo n\u00e9 il peso politico per sedersi al tavolo dei vincitori e trattare con il F\u00fchrer. Il 28 maggio, in un secondo colloquio con Sir Percy Lorraine, ambasciatore britannico a Roma, Ciano lasci\u00f2 intendere che l\u2019unico modo per ottenere un posto legittimo tra i vincitori era entrare in guerra, sia pure con un sacrificio minimo, \u201cun pugno di morti\u201d, sufficiente a giustificare la futura partecipazione alle trattative di pace. Su questo scambio, la documentazione ufficiale si interrompe. Ma non cos\u00ec la storia, che sopravvive nelle pieghe delle testimonianze indirette, delle tracce diplomatiche, dei famosi carteggi segreti tra Churchill e Mussolini, la cui esistenza fu ammessa, non senza esitazioni, persino da Renzo De Felice, massimo storico del fascismo, negli ultimi anni della sua carriera. Secondo questi indizi, Mussolini avrebbe aderito al conflitto non per brama di conquista, bens\u00ec come strumento strategico suggerito proprio da Londra e Parigi per legittimare il suo ruolo di mediatore presso un Hitler apparentemente invincibile. In sostanza, avrebbe finto di entrare in guerra contro gli Alleati per potersi sedere accanto a loro nella spartizione dell\u2019Europa e limitare le pretese tedesche. La guerra, tuttavia, non segu\u00ec il copione previsto. All\u2019improvviso, Hitler, in un gesto ancora oggi enigmatico, ordin\u00f2 la sospensione dell\u2019accerchiamento di Dunkerque, consentendo al corpo di spedizione britannico e ai francesi superstiti di reimbarcarsi e mettersi in salvo. Fu il colpo di scena che cambi\u00f2 il corso del conflitto. Churchill, rianimato dall\u2019insperata salvezza delle sue truppe e forte dell\u2019imminente supporto militare degli Stati Uniti, non mantenne pi\u00f9 i patti. Anzi, ordin\u00f2 il bombardamento di Genova, trasformando quella che doveva essere una &#8216;guerra farsa&#8217; in un conflitto autentico e sanguinoso anche per l\u2019Italia. Cos\u00ec, Mussolini, trascinato nel baratro da un disegno tanto ambiguo quanto audace, si ritrov\u00f2 a combattere una guerra che non desiderava, al fianco di un alleato che non stimava, e contro nemici che aveva cercato di aiutare. Una tragedia annunciata, ma mascherata per decenni dalla narrazione di comodo delle potenze vincitrici&#8221;.<\/em><\/p>\n<p><strong>A distanza di ormai 80 anni neanche la morte di Mussolini, cos\u00ec come \u00e8 stata narrata dalla storiografia ufficiale, convince tutti: da Giorgio Pisan\u00f2 a Luciano Garibaldi, recentemente scomparso, diverse e autorevoli firme hanno espresso riserve &#8220;eretiche&#8221;. E tu?<\/strong><\/p>\n<p><em>&#8220;Da decenni, la morte di Mussolini \u00e8 circondata da una fitta nebbia di contraddizioni, omissioni e verit\u00e0 mancate. Testimonianze discordanti, versioni contrastanti fornite dagli stessi protagonisti della fucilazione, e dettagli forensi inquietanti, come i fori di proiettile sul corpo del Duce assenti per\u00f2 sugli abiti, indicano con forza che l&#8217;esecuzione non avvenne a Dongo nel modo ufficialmente narrato, ma la mattina, nella cosiddetta &#8216;Casa de Maria&#8217;, quando Mussolini era ancora in canottiera. La verit\u00e0 \u00e8 che Mussolini venne molto probabilmente fatto uccidere in gran fretta da agenti inglesi, che lo tallonavano per impedire che potesse arrivare a un processo e mostrare le carte compromettenti che, come lui ripet\u00e9 pi\u00f9 volte, valevano pi\u00f9 di una guerra vinta. In questo mio saggio, per la prima volta, tutte queste prove frammentarie sono state ricomposte in un quadro coerente e documentato, arricchito da un documento tanto esplosivo quanto illuminante, reso accessibile solo nel 2022. Un tassello chiave che, finalmente, getta nuova luce su uno dei misteri pi\u00f9 oscuri della storia italiana&#8221;.\u00a0<\/em><\/p>\n","protected":false},"excerpt":{"rendered":"<p><p>Ex ufficiale dell\u2019esercito, dottore in Legge, conferenziere, scrittore d\u2019inchiesta (pi\u00f9 di 300.000 copie vendute solo in Italia, con oltre 20 saggi pubblicati in 19 Paesi), ha lavorato presso le pi\u00f9 prestigiose istituzioni dello Stato (Camera dei Deputati, Senato della Repubblica e Consiglio di Stato), Marco Pizzuti, 54enne romano, \u00e8 considerato, a ragione, uno dei maggiori esperti dell\u2019informazione indipendente, dove ha iniziato a farsi largo nel 2008, con la fondazione del blog\u00a0Altrainformazione.it. A caratterizzarlo, oltre alle competenze multi-disciplinari, anche un&#8217;insaziabile sete di conoscenza. Doti che lo hanno reso apprezzato anche all&#8217;estero, dove ha contribuito\u00a0alla realizzazione di documentari di produzione spagnola\u00a0e italo-argentina. 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