{"id":3005,"date":"2026-07-20T10:25:27","date_gmt":"2026-07-20T08:25:27","guid":{"rendered":"https:\/\/blog.ilgiornale.it\/puglisi\/?p=3005"},"modified":"2026-07-21T08:49:30","modified_gmt":"2026-07-21T06:49:30","slug":"legoismo-intrinseco-del-fare-figli-una-scommessa-giocata-da-qualcuno-e-pagata-da-qualcun-altro","status":"publish","type":"post","link":"https:\/\/blog.ilgiornale.it\/puglisi\/2026\/07\/20\/legoismo-intrinseco-del-fare-figli-una-scommessa-giocata-da-qualcuno-e-pagata-da-qualcun-altro\/","title":{"rendered":"L&#8217;egoismo intrinseco del fare figli: una scommessa giocata da qualcuno e pagata da qualcun altro"},"content":{"rendered":"<p>Esiste un dogma che nessuno (o quasi) osa mettere pubblicamente in discussione. Il dogma secondo il quale fare un figlio o una figlia sarebbe il gesto pi\u00f9 altruistico. Anzi, la quintessenza dell&#8217;altruismo. Il dono della vita. Un sacrificio disinteressato. Quasi una missione morale. &#8220;Figli per la Patria&#8221;. E se, invece, mettere al mondo un bambino o una bambina fosse uno degli atti pi\u00f9 profondamente egoistici che l&#8217;essere umano \u00e8 in grado di compiere? La domanda pu\u00f2 apparire provocatoria, ma vale la pena porsela. Ma, prima di arrivarci, bisogna porsene un&#8217;altra:\u00a0 perch\u00e9 si fanno figli? Le motivazioni sono molteplici. C&#8217;\u00e8 chi li fa per lasciare una parte di s\u00e9 dopo la morte. Chi per dare continuit\u00e0 alla propria famiglia. Chi, ancora, per trovare un significato pi\u00f9 profondo all&#8217;esistenza. Ma i figli si fanno anche per consolidare una relazione. O per non affrontare la vecchiaia in solitudine. Oppure, ancora, per soddisfare un desiderio personale o le aspettative della societ\u00e0. Tutte ragioni comprensibili, perfino rispettabili, ma difficilmente classificabili come altruistiche. Il primo beneficiario della scelta, infatti, \u00e8 quasi sempre chi la compie, non chi ne subisce le conseguenze, cio\u00e8 chi nasce.<\/p>\n<div id=\"attachment_3007\" style=\"width: 310px\" class=\"wp-caption alignright\"><a href=\"https:\/\/blog.ilgiornale.it\/puglisi\/files\/2026\/07\/bessi-child-817373_1920.jpg\"><img aria-describedby=\"caption-attachment-3007\" loading=\"lazy\" class=\"size-medium wp-image-3007\" src=\"https:\/\/blog.ilgiornale.it\/puglisi\/files\/2026\/07\/bessi-child-817373_1920-300x202.jpg\" alt=\"\" width=\"300\" height=\"202\" srcset=\"https:\/\/blog.ilgiornale.it\/puglisi\/files\/2026\/07\/bessi-child-817373_1920-300x202.jpg 300w, https:\/\/blog.ilgiornale.it\/puglisi\/files\/2026\/07\/bessi-child-817373_1920.jpg 768w\" sizes=\"(max-width: 300px) 100vw, 300px\" \/><\/a><p id=\"caption-attachment-3007\" class=\"wp-caption-text\"><em>Foto di Bessi da Pixabay<\/em><\/p><\/div>\n<p>S\u00ec, conseguenze, esatto. Perch\u00e9 gioverebbe, forse, porsi un quesito ancora pi\u00f9 scomodo: siamo davvero certi che venire al mondo rappresenti sempre un beneficio per il nascituro? Lo diamo per scontato, ma non abbiamo alcuna prova che sia cos\u00ec. Soprattutto, non abbiamo modo di chiederlo all&#8217;unica persona realmente interessata. Il bambino o la bambina che dovr\u00e0 nascere, infatti, non ha alcuna possibilit\u00e0 di scelta. Non pu\u00f2 esprimere consenso, n\u00e9 dissenso. La decisione di farlo o farla venire al mondo \u00e8 presa integralmente da altri, sulla base dei loro desideri, delle loro speranze e delle loro convinzioni. \u00c8 una scelta irrevocabile, che impegna un&#8217;altra persona per tutta la durata della sua esistenza. Si obietta spesso che, una volta nato, un individuo debba essere felice e grato della propria vita. Certamente \u00e8 un pensiero molto consolatorio. Perch\u00e9 \u00e8 altrettanto vero che potrebbe non esserlo. Potrebbe attraversare una vita segnata dalla malattia, dalla povert\u00e0, dalla violenza, da una grave disabilit\u00e0, da un disagio psichico o semplicemente da un&#8217;insoddisfazione profonda. Potrebbe persino arrivare a desiderare di non essere mai nato, come testimoniano le tragedie quotidiane dei suicidi. Nessuno pu\u00f2 escludere questa eventualit\u00e0 nel momento in cui decide di mettere al mondo un figlio.<\/p>\n<p>Ed \u00e8 proprio qui che vacilla la retorica della procreazione come atto altruistico. Come dono. L&#8217;altruismo consiste nell&#8217;agire nell&#8217;interesse di qualcun altro. Ma come si pu\u00f2 affermare con certezza di agire nell&#8217;interesse di una persona che ancora non esiste, che non pu\u00f2 esprimere alcuna preferenza e che dovr\u00e0 sopportare tutte le conseguenze di una decisione presa da altri? Ogni anno, del resto, milioni di bambini vengono alla luce in Paesi devastati da guerre, carestie, persecuzioni, povert\u00e0 estrema e assenza di cure sanitarie. Secondo l&#8217;UNICEF, centinaia di milioni di minori vivono in condizioni di grave deprivazione materiale o in aree di conflitto. Per loro la vita non comincia con una promessa, ma con una lotta quotidiana. Sarebbe per\u00f2 troppo facile relegare questa riflessione al cosiddetto Sud del mondo. Anche nell&#8217;Occidente ricco e tecnologicamente avanzato la condizione umana appare tutt&#8217;altro che rassicurante. Mai come oggi si registrano livelli cos\u00ec elevati di ansia, depressione e disagio psicologico, tanto che il consumo di antidepressivi, ansiolitici e altri psicofarmaci \u00e8 cresciuto in maniera significativa nella maggior parte dei Paesi sviluppati. Sempre pi\u00f9 bambini e adolescenti vengono presi in carico dai servizi di neuropsichiatria infantile, mentre le liste d&#8217;attesa per il supporto psicologico si allungano anno dopo anno. Le nuove generazioni, poi, complice il modello capitalista, affrontano un&#8217;esistenza caratterizzata da una competizione permanente: a scuola, all&#8217;universit\u00e0, nel lavoro, perfino nelle relazioni sociali, ormai filtrate dalla continua ricerca di approvazione sui social network. A ci\u00f2 si aggiungono precariet\u00e0 occupazionale, difficolt\u00e0 nell&#8217;accesso alla casa, salari stagnanti, instabilit\u00e0 geopolitica e l&#8217;incertezza legata ai cambiamenti climatici. Per molti giovani del mondo cosiddetto &#8220;sviluppato&#8221; il futuro non appare pi\u00f9, da tempo, come una promessa di progresso, ma (quando va bene) come una continua rincorsa per conservare ci\u00f2 che le generazioni precedenti consideravano acquisito.<\/p>\n<p>In questo contesto, mettere al mondo un figlio significa inevitabilmente esporlo anche a queste difficolt\u00e0. Nessun genitore pu\u00f2 garantirgli salute, serenit\u00e0, realizzazione personale o semplicemente una vita che egli stesso giudicher\u00e0 degna di essere vissuta. Pu\u00f2 soltanto sperarlo. Ed \u00e8 proprio questa sproporzione tra la certezza della decisione e l&#8217;incertezza del suo esito a rendere discutibile la rappresentazione della procreazione come gesto altruistico.<\/p>\n<p>Persino le statistiche sembrano suggerire, del resto, che la genitorialit\u00e0 sia soprattutto un progetto individuale. Nei Paesi OCSE il tasso di fecondit\u00e0 \u00e8 passato da oltre tre figli per donna negli anni Sessanta a circa 1,5 oggi. Le indagini mostrano che molti rinunciano ai figli quando ritengono che il costo economico, professionale o personale sia eccessivo, mentre il rapporto dell&#8217;UNFPA evidenzia come il desiderio di avere figli sia strettamente legato alle condizioni materiali e alle aspirazioni individuali. Non si rinuncia a un dovere verso la collettivit\u00e0: si rinuncia a un progetto di vita personale. Esistono, naturalmente, genitori animati da autentico spirito di dedizione, e nessuno mette in discussione l&#8217;amore che pu\u00f2 nascere e crescere nei confronti dei propri figli. Ma l&#8217;affetto successivo non coincide necessariamente con la motivazione originaria della scelta. Si pu\u00f2 amare profondamente un figlio e, al tempo stesso, riconoscere che la decisione di metterlo al mondo sia nata anzitutto da un proprio desiderio.<\/p>\n<p>Forse, allora, sarebbe maturo e opportuno spogliarsi della retorica: fare un figlio non \u00e8 altruismo.\u00a0 Non \u00e8 un donarsi. Pi\u00f9 spesso \u00e8 la realizzazione di un progetto profondamente ego-riferito: il desiderio di lasciare una traccia di s\u00e9, di dare continuit\u00e0 alla propria storia o semplicemente di sperimentare la genitorialit\u00e0. E poi, tornando al filo conduttore della riflessione, c&#8217;\u00e8 un dato che nessuna narrazione pu\u00f2 cancellare: il protagonista di questa scelta \u00e8 anche l&#8217;unico a non potervi partecipare. Il nascituro non pu\u00f2 dire s\u00ec, ma neppure no. Non pu\u00f2 chiedere di essere messo al mondo, cos\u00ec come non pu\u00f2 rifiutare una decisione che lo accompagner\u00e0 per sempre. Eppure sar\u00e0 proprio lui a sopportarne integralmente le conseguenze, qualunque esse siano: la felicit\u00e0 come la sofferenza, i successi come le delusioni, l&#8217;amore come la perdita. Ogni figlio viene al mondo senza averlo chiesto, ma con la certezza di dover affrontare tutto ci\u00f2 che l&#8217;esistenza comporta: la fatica, la competizione, la malattia, le sconfitte, l&#8217;invecchiamento e, infine, la morte. A volte, oltre ai propri dolori, \u00e8 costretto a sopportare quelli dei genitori. Le cui &#8220;colpe&#8221;, come \u00e8 noto, ricadono sui figli: se un genitore ha un fallimento professionale, se un genitore divorzia, se un genitore finisce nei guai con la giustizia o il fisco chi paga sono anche e sempre i figli. Che a tutto questo possano corrispondere anche gioie immense \u00e8 fuori discussione. Ci\u00f2 che resta impossibile sapere, per\u00f2, \u00e8 se il diretto interessato avrebbe accettato questo scambio, se solo avesse potuto scegliere.<\/p>\n<p>\u00c8 questo, forse, il punto che pi\u00f9 dovrebbe far riflettere. Se davvero la procreazione fosse un atto di generosit\u00e0, dovrebbe essere compiuta innanzitutto nell&#8217;interesse di chi nasce. Ma, come gi\u00e0 affermato, questo interesse non pu\u00f2 essere conosciuto in anticipo, n\u00e9 tantomeno pu\u00f2 essere espresso dal nascituro. Per questo mettere al mondo un figlio assomiglia meno a un dono e pi\u00f9 a una scommessa: una scommessa esistenziale giocata da qualcuno, ma destinata a essere vissuta interamente da qualcun altro.<\/p>\n","protected":false},"excerpt":{"rendered":"<p><p>Esiste un dogma che nessuno (o quasi) osa mettere pubblicamente in discussione. Il dogma secondo il quale fare un figlio o una figlia sarebbe il gesto pi\u00f9 altruistico. Anzi, la quintessenza dell&#8217;altruismo. Il dono della vita. Un sacrificio disinteressato. Quasi una missione morale. &#8220;Figli per la Patria&#8221;. E se, invece, mettere al mondo un bambino o una bambina fosse uno degli atti pi\u00f9 profondamente egoistici che l&#8217;essere umano \u00e8 in grado di compiere? La domanda pu\u00f2 apparire provocatoria, ma vale la pena porsela. Ma, prima di arrivarci, bisogna porsene un&#8217;altra:\u00a0 perch\u00e9 si fanno figli? Le motivazioni sono molteplici. 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