{"id":3017,"date":"2026-07-21T11:23:08","date_gmt":"2026-07-21T09:23:08","guid":{"rendered":"https:\/\/blog.ilgiornale.it\/puglisi\/?p=3017"},"modified":"2026-07-21T11:23:08","modified_gmt":"2026-07-21T09:23:08","slug":"la-moderna-religione-del-cambiamento-e-una-fregatura-ordine-e-serenita-derivano-sempre-dalla-stabilita","status":"publish","type":"post","link":"https:\/\/blog.ilgiornale.it\/puglisi\/2026\/07\/21\/la-moderna-religione-del-cambiamento-e-una-fregatura-ordine-e-serenita-derivano-sempre-dalla-stabilita\/","title":{"rendered":"La moderna religione del cambiamento \u00e8 una fregatura. Ordine e serenit\u00e0 derivano sempre dalla stabilit\u00e0"},"content":{"rendered":"<div id=\"attachment_3018\" style=\"width: 310px\" class=\"wp-caption alignright\"><a href=\"https:\/\/blog.ilgiornale.it\/puglisi\/files\/2026\/07\/b_me-pedestrians-400811_1920.jpg\"><img aria-describedby=\"caption-attachment-3018\" loading=\"lazy\" class=\"size-medium wp-image-3018\" src=\"https:\/\/blog.ilgiornale.it\/puglisi\/files\/2026\/07\/b_me-pedestrians-400811_1920-300x199.jpg\" alt=\"\" width=\"300\" height=\"199\" srcset=\"https:\/\/blog.ilgiornale.it\/puglisi\/files\/2026\/07\/b_me-pedestrians-400811_1920-300x199.jpg 300w, https:\/\/blog.ilgiornale.it\/puglisi\/files\/2026\/07\/b_me-pedestrians-400811_1920.jpg 768w\" sizes=\"(max-width: 300px) 100vw, 300px\" \/><\/a><p id=\"caption-attachment-3018\" class=\"wp-caption-text\">Foto di B_Me da Pixabay<\/p><\/div>\n<p>Esiste una parola che, pi\u00f9 di ogni altra, gode oggi di un prestigio quasi sacrale: cambiamento. Cambiare lavoro, citt\u00e0, abitudini, relazioni, identit\u00e0. Cambiare per crescere, cambiare per migliorarsi, cambiare perch\u00e9 restare sarebbe gi\u00e0 una colpa. Il mutamento non \u00e8 pi\u00f9 una possibilit\u00e0: \u00e8 diventato un comandamento. E chi difende la continuit\u00e0 viene subito sospettato di paura, pigrizia o nostalgia. Eppure, nessuna civilt\u00e0 \u00e8 sopravvissuta grazie al movimento perpetuo. Le tradizioni hanno costruito ordine fissando limiti, ruoli, riti, appartenenze. Hanno insegnato che non tutto deve essere reinventato e che la libert\u00e0, senza una forma, finisce nello smarrimento generalizzato. La casa, la famiglia, il vicinato, la comunit\u00e0, il mestiere tramandato, la terra lasciata in eredit\u00e0: erano coordinate capaci di collocare l\u2019individuo nel mondo prima che fosse costretto a inventarsi ogni giorno da capo.<\/p>\n<p>La societ\u00e0 liquida ha rovesciato questa logica. Ci vuole mobili, adattabili, disponibili, sempre pronti a ricominciare. Ma disponibili a chi? Quasi mai a noi stessi. Soprattutto disponibili al nuovo dio della contemporaneit\u00e0, soprattutto occidentale: il mercato. L\u2019uomo senza radici, senza legami \u00e8 il consumatore e lo schiavo salariato perfetto: non eredita, acquista (se pu\u00f2 permetterselo, altrimenti noleggia); non custodisce, sostituisce; non appartiene, sceglie da un catalogo. Persino i legami diventano servizi revocabili: finch\u00e9 funzionano si tengono, quando chiedono sacrificio si cambiano.<\/p>\n<p>Cos\u00ec il soggetto, precedentemente inserito in una rete di doveri ma anche di protezioni, si trasforma in individuo apolide. Gli viene detto che \u00e8 finalmente libero, proprio mentre perde le tutele parentali, la solidariet\u00e0 di prossimit\u00e0, la memoria condivisa e la forza che nasce dal non essere soli. Deve vendersi continuamente, divenire &#8220;imprenditore di s\u00e9 stesso&#8221;. Competenze, immagine, disponibilit\u00e0, perfino emozioni, vanno messe in mostra nei vari &#8220;mercati&#8221;: quello del lavoro come quello relazionale. E se non regge il ritmo, la colpa \u00e8 sua. Non di un sistema che lo espone continuamente a competizione e precariet\u00e0, ma della sua incapacit\u00e0 di evolvere. In questo contesto, la retorica del cambiamento svolge una funzione precisa: nobilita l\u2019instabilit\u00e0. Chi perde il lavoro deve \u201creinventarsi\u201d; chi lascia la propria terra, la propria famiglia e i propri amici pi\u00f9 cari deve \u201ccogliere un\u2019opportunit\u00e0\u201d; chi vede dissolversi relazioni e legami affettivi o amorosi deve \u201caprire la mente\u201d. Le parole trasformano una privazione in progresso e una necessit\u00e0 in scelta. Il mercato demolisce i ripari, poi vende corsi per sopravvivere alle intemperie.<\/p>\n<p>Naturalmente la stasi assoluta non esiste, n\u00e9 sarebbe desiderabile. Ogni organismo vive perch\u00e9 muta, si adatta, certo. Ma vive anche perch\u00e9, pur mutando, conserva una forma precisa. Quando la perde, collassa. Proprio come certi antichi imperi. Ma, si potrebbe anche aggiungere, un albero cresce verso l\u2019alto soltanto se le radici scendono in profondit\u00e0. La serenit\u00e0 non nasce dall\u2019immobilit\u00e0 propria della morte, bens\u00ec dalla stabilit\u00e0 feconda: sapere dove tornare, a chi appartenere, quali principi e valori non siano negoziabili. Oggi, di fronte a un mondo e a una societ\u00e0 che appaiono sempre di pi\u00f9 come un mare in tempesta, capace di produrre solo chinetosi, il vero coraggio non consiste (nonostante il sistema, dagli anni della formazione scolastica in poi, ci insegni ormai il contrario) nel cambiare ancora e ancora. Nel reinventarsi. No, consiste nel restare. Restare fedeli a una promessa, a una terra, a una famiglia, a un matrimonio, a un mestiere. Restare fedeli, soprattutto, a una misura. In un\u2019epoca che adora il movimento fine a s\u00e9 stesso, la pi\u00f9 radicale delle ribellioni \u00e8 difendere ci\u00f2 che merita di non essere sostituito.<\/p>\n","protected":false},"excerpt":{"rendered":"<p><p>Esiste una parola che, pi\u00f9 di ogni altra, gode oggi di un prestigio quasi sacrale: cambiamento. Cambiare lavoro, citt\u00e0, abitudini, relazioni, identit\u00e0. Cambiare per crescere, cambiare per migliorarsi, cambiare perch\u00e9 restare sarebbe gi\u00e0 una colpa. Il mutamento non \u00e8 pi\u00f9 una possibilit\u00e0: \u00e8 diventato un comandamento. E chi difende la continuit\u00e0 viene subito sospettato di paura, pigrizia o nostalgia. Eppure, nessuna civilt\u00e0 \u00e8 sopravvissuta grazie al movimento perpetuo. Le tradizioni hanno costruito ordine fissando limiti, ruoli, riti, appartenenze. Hanno insegnato che non tutto deve essere reinventato e che la libert\u00e0, senza una forma, finisce nello smarrimento generalizzato. 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