{"id":3021,"date":"2026-07-22T08:51:16","date_gmt":"2026-07-22T06:51:16","guid":{"rendered":"https:\/\/blog.ilgiornale.it\/puglisi\/?p=3021"},"modified":"2026-07-22T08:51:16","modified_gmt":"2026-07-22T06:51:16","slug":"decostruire-il-mito-di-milano-citta-simbolo-della-contemporaneita-apolide-e-davvero-imbruttita","status":"publish","type":"post","link":"https:\/\/blog.ilgiornale.it\/puglisi\/2026\/07\/22\/decostruire-il-mito-di-milano-citta-simbolo-della-contemporaneita-apolide-e-davvero-imbruttita\/","title":{"rendered":"Decostruire il mito di Milano, citt\u00e0 simbolo della contemporaneit\u00e0 apolide (e davvero imbruttita)"},"content":{"rendered":"<p>Neppure gli scandali urbanistici del 2025 hanno scalfito il mito di Milano. Nemmeno i prezzi alle stelle che la caratterizzano. Perch\u00e9 il capoluogo lombardo non \u00e8 pi\u00f9 soltanto una citt\u00e0. \u00c8 diventata un precetto morale, una pubblicit\u00e0 a cielo aperto. Il modello imbruttito (sia consentita la citazione <em>&#8220;pop&#8221;<\/em>) davanti al quale il resto d\u2019Italia dovrebbe sentirsi in colpa, stretto nella morsa di un complesso di inferiorit\u00e0. Milano corre, produce, innova, fattura. Milano costa. Milano non aspetta nessuno. E proprio per questo, ci viene spiegato ormai da anni, rappresenterebbe il futuro: la metropoli globale nel cuore del Paese dei campanili. Ma, come ogni culto, anche quello di Milano ha i suoi dogmi e ogni dogma impedisce di porre la domanda pi\u00f9 semplice: correre, gi\u00e0, ma verso dove?<\/p>\n<div id=\"attachment_3023\" style=\"width: 310px\" class=\"wp-caption alignleft\"><a href=\"https:\/\/blog.ilgiornale.it\/puglisi\/files\/2026\/07\/dimitrisvetsikas1969-italy-3523635_1280.jpg\"><img aria-describedby=\"caption-attachment-3023\" loading=\"lazy\" class=\"size-medium wp-image-3023\" src=\"https:\/\/blog.ilgiornale.it\/puglisi\/files\/2026\/07\/dimitrisvetsikas1969-italy-3523635_1280-300x200.jpg\" alt=\"\" width=\"300\" height=\"200\" srcset=\"https:\/\/blog.ilgiornale.it\/puglisi\/files\/2026\/07\/dimitrisvetsikas1969-italy-3523635_1280-300x200.jpg 300w, https:\/\/blog.ilgiornale.it\/puglisi\/files\/2026\/07\/dimitrisvetsikas1969-italy-3523635_1280-1024x683.jpg 1024w, https:\/\/blog.ilgiornale.it\/puglisi\/files\/2026\/07\/dimitrisvetsikas1969-italy-3523635_1280-768x512.jpg 768w, https:\/\/blog.ilgiornale.it\/puglisi\/files\/2026\/07\/dimitrisvetsikas1969-italy-3523635_1280.jpg 1280w\" sizes=\"(max-width: 300px) 100vw, 300px\" \/><\/a><p id=\"caption-attachment-3023\" class=\"wp-caption-text\">Foto di Dimitris Vetsikas da Pixabay<\/p><\/div>\n<p>Naturalmente esiste ancora una Milano reale, quella fatta di quartieri vissuti da famiglie, anziani, associazioni, artigiani e memorie. Una citt\u00e0 assai pi\u00f9 complessa della caricatura luccicante proiettata negli eventi business e sui social network. Il problema non \u00e8 Milano, dunque, ma il suo mito: l\u2019idea che una metropoli interamente subordinata ai ritmi del mercato costituisca il punto pi\u00f9 alto dell\u2019evoluzione civile. Nel racconto prevalente, il milanese ideale non appartiene a nulla. Abita temporaneamente in una casa che non sar\u00e0 mai sua, svolge un lavoro che potrebbe cambiare domani, frequenta persone selezionate in base alle occasioni professionali e consuma esperienze destinate a essere sostituite nel giro di una stagione. Mangia cibo portato da uno sconosciuto, incontra partner attraverso una piattaforma, si allena davanti a uno schermo e chiama \u201crete\u201d una rubrica piena di contatti ai quali non chiederebbe mai aiuto nel cuore della notte.<\/p>\n<p>Tutto \u00e8 disponibile, nulla \u00e8 vicino. Tutto \u00e8 connesso, nulla \u00e8 legato. Tutto \u00e8 apparente, nulla esiste davvero.\u00a0La vita metropolitana diventa cos\u00ec completamente artificiale. La luce non segue pi\u00f9 i ritmi del giorno ma l\u2019orario dell\u2019ufficio; il cibo non racconta una terra ma un marchio (anzi, un &#8220;<em>brand&#8221;<\/em>, perch\u00e9 Milano \u00e8 globale e parla la lingua dei mercati e delle aziende); la festa non nasce da un calendario religioso o comunitario ma da una campagna commerciale; perfino il riposo deve trasformarsi in un\u2019esperienza da acquistare, in qualche centro benessere (o, per meglio dire, in qualche &#8220;<em>wellness factory<\/em>&#8220;). L\u2019uomo non abita pi\u00f9 un luogo: utilizza servizi. Non conosce il fornaio, il macellaio o il vicino; conosce, per\u00f2, applicazioni, codici d\u2019accesso e valutazioni a cinque stelle.<\/p>\n<p>Nelle comunit\u00e0 locali, quelle che ancora sopravvivono nel resto d&#8217;Italia, soprattutto in provincia, al contrario, lo spazio conserva ancora una densit\u00e0 umana. La piazza non \u00e8 soltanto un vuoto tra edifici, ma il punto nel quale le generazioni si osservano e si riconoscono. Il bar non \u00e8 un locale \u201cdi tendenza\u201d, bens\u00ec un piccolo archivio di storie. La famiglia, con tutti i suoi limiti, non \u00e8 un contratto rinnovabile o meno: \u00e8 una trama di obblighi, protezioni e memoria. Si appartiene a una terra non perch\u00e9 essa sia perfetta, ma perch\u00e9 ci ha preceduti e, sicuramente, ci sopravvivr\u00e0. Ma \u00e8 proprio questo il mondo che la contemporaneit\u00e0 apolide sente di dover ridicolizzare. Da qui nasce, per esempio, molta della retorica contro il Sud: non una critica concreta ai suoi problemi, spesso reali e gravissimi, ma il disprezzo per tutto ci\u00f2 che non si lascia convertire senza residui al linguaggio dell\u2019efficienza. Il pranzo familiare diventa arretratezza, il legame con il paese immobilismo, la lentezza incapacit\u00e0, l\u2019aiuto dei parenti familismo. Ogni forma di vita non interamente consegnata al mercato e alle sue inflessibili e spietate leggi viene descritta come una patologia.<\/p>\n<p>La battuta sul meridionale (o sul &#8220;giargiana&#8221;, per dirla alla milanese) \u00e8 allora meno innocente di quanto sembri. Dietro l\u2019ironia sull\u2019accento, sui tempi, sulle abitudini o sulla presunta mancanza di ambizione si nasconde spesso una forma di razzismo culturale: l\u2019idea che esistano esseri umani pienamente moderni e altri rimasti indietro nella marcia della storia. I primi sarebbero mobili, competitivi, totalmente dediti alla <em>performance<\/em> e senza radici; i secondi sentimentali, dipendenti dalla famiglia e troppo attaccati alla propria terra. Ma davvero l\u2019emancipazione consiste nel pagare un affitto proibitivo per vivere lontano da chi ci ama, vendendo la maggior parte del proprio tempo per acquistare surrogati di socialit\u00e0 sotto forma di eventi o aperitivi di tendenza (o, meglio, <em>&#8220;happening<\/em>&#8220;)?<\/p>\n<p>Il Sud (cos\u00ec come la provincia in genere) viene deriso anche perch\u00e9 ricorda qualcosa che il modello metropolitano neo-meneghino vorrebbe cancellare: l\u2019uomo non \u00e8 nato come individuo isolato. Per millenni \u00e8 stato figlio di qualcuno, membro di una comunit\u00e0, custode di una casa, erede di vivi e di morti. La societ\u00e0 di mercato, invece, lo preferisce solo. Chi \u00e8 solo si sposta pi\u00f9 facilmente, accetta condizioni peggiori, compra pi\u00f9 servizi e oppone minore resistenza. Le tutele naturali vengono prima screditate come oppressive e poi sostituite con prestazioni a pagamento. Non si tratta di idealizzare il paese, il borgo o il Mezzogiorno. Poi, chiaro, le comunit\u00e0 possono soffocare, cos\u00ec come le famiglie possono ferire e le tradizioni degenerare in conformismo. Ma almeno possiedono una forma e un linguaggio che fanno sentire a casa. Che rendono parte di qualcosa, anzich\u00e9 escludere. La metropoli apolide, invece, proclama di aver liberato l\u2019individuo mentre lo consegna nudo alla concorrenza. Gli promette infinite possibilit\u00e0, ma gli sottrae la possibilit\u00e0 fondamentale: quella di non essere continuamente in vendita.<\/p>\n<p>Milano \u00e8 divenuta il santuario laico di una religione senza trascendenza. I suoi campanili sono i grattacieli, i suoi sacerdoti i consulenti (o &#8220;<em>advisor&#8221;<\/em>), la sua liturgia l\u2019aperitivo, il suo giudizio universale il colloquio di lavoro o la trattativa. Il suo dialetto il &#8220;corporatese&#8221;, infarcito di termini anglofoni. Non importa chi sei, da dove vieni o che cosa custodisci. Importa soltanto quanto sei disposto a produrre, adattarti e correre senza sosta. &#8220;Spingere&#8221;, per dirla alla maniera di certi milanesi (o pseudo-tali) veramente imbruttiti. Un culto, quello di Milano, che attrae ogni anno schiere di giovani da tutta la penisola italica. Giovani che pensano, giungendo nel <em>sancta sanctorum\u00a0<\/em>del progresso, di emanciparsi dal loro peccato mortale: il temutissimo provincialismo. E che, per raggiungere l&#8217;agognata meta, si spogliano di identit\u00e0 e radici per diventare, finalmente, milanesi. Cio\u00e8 globali. Cio\u00e8 senza Patria.<\/p>\n<p>Decostruire il mito di Milano non significa, tuttavia, odiarla. Significa sottrarsi al ricatto secondo cui esisterebbe, in Italia, un solo modo legittimo di essere contemporanei. Una civilt\u00e0 sana non costringe tutti a diventare nomadi del lavoro, consumatori intercambiabili e inquilini della propria vita per cause di forza maggiore. Consente anche di restare, ereditare, appartenere. Perch\u00e9, forse, il futuro non abita soltanto dove tutto cambia pi\u00f9 velocemente. Forse abita anche nei luoghi in cui qualcosa resiste. Perch\u00e9 una citt\u00e0 pu\u00f2 essere ricchissima di opportunit\u00e0 e poverissima di destino. E una terra giudicata arretrata pu\u00f2 conservare, sotto la polvere e le contraddizioni, ci\u00f2 che la modernit\u00e0 ha perduto: la certezza che nessun uomo si possa salvare da solo.<\/p>\n","protected":false},"excerpt":{"rendered":"<p><p>Neppure gli scandali urbanistici del 2025 hanno scalfito il mito di Milano. 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