{"id":1120,"date":"2018-01-18T15:36:20","date_gmt":"2018-01-18T14:36:20","guid":{"rendered":"https:\/\/blog.ilgiornale.it\/ricucci\/?p=1120"},"modified":"2018-01-18T15:36:20","modified_gmt":"2018-01-18T14:36:20","slug":"gene-gnocchi-quella-non-e-satira-e-merda","status":"publish","type":"post","link":"https:\/\/blog.ilgiornale.it\/ricucci\/2018\/01\/18\/gene-gnocchi-quella-non-e-satira-e-merda\/","title":{"rendered":"Gene Gnocchi, quella non \u00e8 satira: \u00e8 merda!"},"content":{"rendered":"<p><a href=\"https:\/\/blog.ilgiornale.it\/ricucci\/files\/2018\/01\/image-35776-860_panofree-yjvq-35776.jpg\"><img loading=\"lazy\" class=\"alignleft size-medium wp-image-1122\" src=\"https:\/\/blog.ilgiornale.it\/ricucci\/files\/2018\/01\/image-35776-860_panofree-yjvq-35776-300x168.jpg\" alt=\"image-35776-860_panofree-yjvq-35776\" width=\"300\" height=\"168\" srcset=\"https:\/\/blog.ilgiornale.it\/ricucci\/files\/2018\/01\/image-35776-860_panofree-yjvq-35776-300x168.jpg 300w, https:\/\/blog.ilgiornale.it\/ricucci\/files\/2018\/01\/image-35776-860_panofree-yjvq-35776.jpg 860w\" sizes=\"(max-width: 300px) 100vw, 300px\" \/><\/a>Claretta Petacci \u00e8 un maiale. Ah, che belle risate. E che riflessione arguta. Ma quale satira? Questa \u00e8 merda. Pura, purissima merda chic, partorita dalla mente del democraticissimo progresso secondo cui non ci sono vincoli, nella comunicazione, n\u00e9 tab\u00f9; e la moralit\u00e0, il buon senso, il buon gusto, ci stanno stretti, come antichi orpelli ormai in disuso. Cosa voleva dire Gene Gnocchi, ora che prova a difendersi \u2013 \u201cMi dispiace se qualcuno si \u00e8 sentito toccato ma rivendico diritto di satira\u201d (Huffington Post) -, o che provano miseramente a difenderlo \u2013 come Selvaggia Lucarelli, che dall\u2019alto delle sue forme intellettuali e della sua scaciatezza modello liceale romana primi anni \u201980, ci fa il cazziatone su quanto Gnocchi stesse solo praticando l\u2019antica arte dello sberleffo, diretta alla Meloni per altro, e che quindi il celebre battutista, simpatico come un calcio nei coglioni di mattina presto, non ce lo meritiamo -? Forse voleva solo incarnare il motto di un altro paladino delle Belle Menti, Dario F\u00f2, un proletario col culo degli altri: \u201cPrima regola: nella satira non ci sono regole\u201d, fintanto che, ovviamente, non colpisce gli agitatori del politicamente corretto. Cosa \u00e8 satira nel grande mondo liberale e libertino, poco libero? E cos\u2019\u00e8 oltraggio?<\/p>\n<p>Castigat ridendo mores, castigare i costumi ridendo. O \u00e8 satira, o merda. E non c\u2019\u00e8 niente da fare. Il confine \u00e8 sempre troppo labile, spesso irriconoscibile, ad un occhio pigro. Ed \u00e8 inutile ricorrere al diritto di satira quando l\u2019abbiamo fatta grossa. Come confessarsi a Don Bruno dopo aver accoltellato il vicino di casa, sempre cos\u00ec insistente. La satira \u00e8 diritto di una societ\u00e0 evoluta, a patto che sia riconoscibile in quanto tale.<\/p>\n<p>E ti pareva? Adesso era solo un esercizio intellettuale, leggermente ruvido. Un sciccheria artistica, sottile e affilata. Era solo satira, vero? E invece no, quella era merda. Molliccia, inconsistente, gratuita MERDA!<\/p>\n<p>Proprio nell\u2019era della relativizzazione del reale, in cui tutto ci\u00f2 che prende parte alla realt\u00e0, merita una sana dose di relativismo, una rimischiata di significati, una scazzottata col buon senso, quasi sempre, guarda caso, da intendersi in linea col politicamente corretto, dare un nome alle cose, continuare a combattere la battaglia semantica, anzich\u00e9 chiamare la ritirata, ci permetter\u00e0 di continuare a mantenere la posizione. Cos\u00ec da incarnare le parole del grande profeta della trasgressione giullaresca, materico come la vita sincera di periferia, Gianfranco Funari: \u201cse uno \u00e8 stronzo, non je posso d\u00ec stupidino \u2013 si crea delle illusioni \u2013 je devi d\u00ec stronzo!\u201d.<\/p>\n<p>Perch\u00e9 la satira, castiga il costume, non paragona una povera donna trucidata, stuprata, e poi appesa a testa in gi\u00f9, senza piet\u00e0 da bestie forsennate in nome di una rivoluzione\u00a0farlocca che non si \u00e8 mai realizzata, ad un maiale. Specie gratuitamente, neanche per sbaglio. Perch\u00e9 la satira, con la sua brutalit\u00e0, educa. Fa aprire gli occhi, ma soprattutto, si erge come forma d\u2019arte e d\u2019intelletto, in ogni epoca, contro il potere. Lo smaschera, lo neutralizza, lo normalizza. E se eccede, \u00e8 perch\u00e9 \u00e8 costretta a farlo. Per realizzare se stessa, a patto che nessuno si offenda.<\/p>\n<p><strong>Vi racconto una storia. <\/strong><strong>Un italiano morto vale quanto una lasagna.<\/strong><br \/>\nSul finire di un\u2019orrida estate, quando pare che essa abbia dato tutto e l\u2019anno vada spegnendosi in un autunno anonimo, la terra trema, dopo giorni di sole e forte vento. Improvvisamente. Amatrice, Accumoli, Arquata e Pescara del Tronto, insieme ad un microcosmo di paesi arroccati tra le montagne del Lazio, dell\u2019Umbria e delle Marche si piegano sotto il peso di un sisma impietoso. 300 vittime, centinaia di feriti e migliaia di sfollati. L\u2019ultima disgrazia di uno Stivale rattoppato che non calza pi\u00f9 all\u2019Europa. \u00c8 il 31 agosto. Sono trascorsi solo sette giorni dalla 6.0 che ha sgretolato il cuore del centro Italia. Si scava ancora, si stringe i denti. Charlie Hebdo, celeberrismo giornale satirico francese, balzato alle cronache per l\u2019attentato subito dal Califfato nel novembre 2015, pubblica in Francia, una vignetta estremamente eloquente: S\u00e9isme \u00e0 l\u2019italienne, sisma all\u2019italiana. Nel disegno, le vittime sono paragonate a tre piatti tipici della nostra cucina. Penne sauce tomate, Penne gratin\u00e9es, Lasagnes. Penne all\u2019arrabbiata, penne gratinate e lasagne. Un uomo sporco di sangue, una donna coperta di polvere e una catasta di corpi uno sopra all\u2019altro, sotto al peso delle macerie. La vignetta compare in ultima pagina, nello spazio del giornale riservato a \u201cle altre possibili copertine\u201d, a firma di Felix; oltre al disegno in questione, altre freddure \u2013 battute spiazzanti, raggelanti, ghiacciate in un gioco di parole disarmante &#8211; inerenti al sisma, tra cui:\u00a0\u00abCirca 300 morti in un terremoto in Italia. Ancora non si sa che il sisma abbia gridato \u201cAllah Akbar\u201d prima di colpire\u00bb.<br \/>\nMacabri stereotipi.<\/p>\n<p>Non parve reale. Ma lo fu. Com\u2019era possibile che, gratuitamente, in nome di una modalit\u00e0 di lettura della societ\u00e0, spingersi fino a quel punto?<\/p>\n<p>Qualcuno, di l\u00ec a poco, avrebbe speculato sul disastro e sulle povere vittime di una disgrazia del genere. Del resto, si parla di Italia, il Paese che fa rima con corruzione, inefficacia, negligenza. Con affarismo. Insomma, dietro ad un dramma simile, qualcuno, pi\u00f9 prima che poi, avrebbe\u00a0<em>mangiato\u00a0<\/em>sul dramma collettivo, avrebbe banchettato sulle macerie; ne avrebbe approfittato per portare a termine i propri loschi affari.<br \/>\nQuesto il messaggio alla base della vignetta di Charlie Hebdo.\u00a0 O meglio, questo \u00e8 quello che il giornale satirico francese avrebbe voluto far passare come significato alla base del disegno di Felix.<br \/>\nIl dibattito divamp\u00f2 nel giro di poche ore. Si apr\u00ec un vero caso diplomatico: era Italia contro Francia, era buon senso, contro disgusto. Denunce, sdegno, incredulit\u00e0. Fiumi di articoli, parole. Una cascata di tristezza generale caratterizz\u00f2 quei giorni, mentre sullo sfondo delle immagini quotidiane dei soccorritori, si combatteva una vera e propria guerra a distanza. Il casus belli: la\u00a0satira.\u00a0Laurent Sorriseau, direttore di Charlie Hebdo, contro Mario Cicchetti, legale del Comune di Amatrice, responsabile proprio di una querela ai danni del giornale satirico francese [\u2026] Nicola Zingaretti, contro Mario Cardinali, direttore della rivista umoristica toscana Il Vernacoliere. E cos\u00ec via.<\/p>\n<p>Cos\u2019\u00e8\u00a0satira? Qual \u00e8 il confine labilissimo, sottilissimo, come la pia madre che ricopre il cervello, tra\u00a0satira\u00a0e non\u00a0satira? Il caso di Charlie Hebdo compone un pezzo importante della storia dei nostri giorni. Perch\u00e9 \u00e8 vicinissimo, temporalmente, a noi; perch\u00e9 rappresenta esattamente quello che potrebbe o non potrebbe essere, nettamente, schiettamente,\u00a0satira.<\/p>\n<p>Perch\u00e9 ci siamo indignati di fronte alla vignetta di Charlie Hebdo? Perch\u00e9 ha osato scherzare con la morte, \u201cgratuita\u201d, di centinaia di persone? Perch\u00e9 oltrepassava, di per s\u00e9, il buon senso e il buon gusto o perch\u00e9 offendeva dei nostri connazionali, e di conseguenza, feriva il nostro spompatissimo animo nazionale? Per impicciarsi spocchiosamente di ci\u00f2 che non riguardava la terra di Francia o per aumentare tout court la propria visibilit\u00e0, magari condendola con un\u2019ondata di\u00a0<em>flames\u00a0<\/em>sui social? Per una di queste ipotesi, finanche per tutte. Al contrario: perch\u00e9 non avremmo dovuto indignarci? Perch\u00e9 incapaci di leggere tra le righe, di frequentare la\u00a0satira\u00a0esattamente per com\u2019\u00e8, brutale e oggettiva? Perch\u00e9 effettivamente, a ben vedere, quella vignetta massacrava lo stile italico, il vizio italico e non intendeva offendere alcuno, specie le vittime di un bastardo evento naturale improvviso. Incarnando cos\u00ec lo spirito delle parole di Karl Kraus: \u201cLe satire che il censore capisce vengono proibite. Giustamente\u201d.<\/p>\n<p>Pu\u00f2 la\u00a0satira\u00a0essere soggetta a moralismo o pu\u00f2 essere essa stessa parte fondante di una visione morale, cio\u00e8 pu\u00f2 incidere nel complesso sistema dei principi spirituali e nei valori inerenti al comportamento dell\u2019uomo verso la societ\u00e0 e verso altri uomini? Pu\u00f2 essere confinata all\u2019interno di precisi schemi mentali? O deve correre libera, proprio come caratteristica irrinunciabile, ergendosi ad arma di uso comune? Pu\u00f2 essa sfuggire all\u2019ideologia, oggigiorno? Ma soprattutto, quando si pu\u00f2 parlare di\u00a0satira\u00a0e quando di umorismo di pessimo gusto? La\u00a0satira\u00a0deve essere un tab\u00f9 o quando diventa un tab\u00f9 non \u00e8 pi\u00f9\u00a0satira? Qual \u00e8 il confine tra oscenit\u00e0 e denuncia?<\/p>\n<p>Una risposta ancora non c\u2019\u00e8. E l\u2019intelletto nazionale si divide, su questo, fin dai tempi antichi. Di sicuro, un\u2019ottima intuizione, capace di fornire dei limiti visibili al significato di\u00a0satira, ce la offre addirittura la Suprema Corte di Cassazione, nella sentenza 24 febbraio 2006 &#8211; 16 marzo 2006, n. 9246: \u201c<em>La\u00a0satira, notoriamente, \u00e8 quella manifestazione del pensiero (talora di altissimo livello) che nei tempi si \u00e8 addossata il compito di castigare ridendo mores; ovvero, di indicare alla pubblica opinione aspetti criticabili o esecrabili di persone, al fine di ottenere, mediante il riso suscitato, un esito finale di carattere etico, correttivo cio\u00e8 verso il bene\u201d.<\/em><\/p>\n<p>Fare etica, nell\u2019epoca della pornografia estetica, \u00e8 fare del bene, secondo la Corte di Cassazione. Benedetta sia questo punto di vista! Punto di vista che, per altro, percorre la strada del Ritorno e riporta al senso della\u00a0<em>di\u00e0triba<\/em>, ovvero a quello forma di argomentazione, cara alla filosofia greca classica, in cui l\u2019attrito, lo sfregamento generato dall\u2019esposizione di ipotesi e pensieri, in un dibattito, ad un consesso pi\u00f9 ampio conduce ad un risultato positivo. Insomma a qualcosa di costruttivo.<\/p>\n<p>Probabilmente non esiste una formula esatta di definizione della\u00a0satira, se non in termini tecnici; di sicuro c\u2019\u00e8 che, per\u00f2, parlando di essa, pu\u00f2 essere facile cadere in contraddizione o andare a sbattere la coscienza contro un muro di contrasti.<\/p>\n<p>Gentile e corretta. Scorretta e violenta. Brutale e sottile. La\u00a0satira\u00a0\u00e8 pratica antichissima, capace di parlare i linguaggi del tempo, di essere in divenire, di interpretare il tempo. Di essere il tempo. Dal gusto per la denuncia amara dell\u2019antica Roma, con Giovenale, Orazio e Lucrezio, dove la contrapposizione classista e culturale sbilanciava profondamente gli esiti sociali, fino ai giorni nostri. La testimonianza della vivacit\u00e0 dell\u2019anima di un popolo, elevazione culturale di una comunit\u00e0 sveglia e sanguigna, capace di ribellarsi non solo con una zappa in mano, accendendo roghi sotto i palazzi del governo, ma utilizzando la dissacrazione per umanizzare e normalizzare il potere e la contemporaneit\u00e0, con le proprie storture ed eccessi, con i propri vizi e i propri tic, per esorcizzare ci\u00f2 che spaventa, per disarmare ci\u00f2 che spadroneggia, per alleggerire la densit\u00e0 della quotidianit\u00e0. Un diploma di sollevazione dalla mediocrit\u00e0, parafrasando Ennio Flaiano, che ci risparmia dal grigiore e che, soprattutto, ci \u201celeva in uno stato civile artistico\u201d.\u00a0Satira\u00a0\u00e8 brillantezza e amarezza. Ironia e spietatezza. Dicotomie sciolte in un\u2019unica, imprescindibile distinzione:\u00a0satira\u00a0\u00e8 un genere, e al contempo, un tono. Una forma che ben si adatta ai canoni letterari \u2013 che intercorre dal poema al romanzo \u2013 o \u00e8 intenzione espressiva, tono della voce, gestualit\u00e0. Un mezzo di antitesi e contrasto. Un\u2019arma, indubbiamente. Con essa si pu\u00f2 attaccare, ci si pu\u00f2 difendere quando si \u00e8 con le spalle al muro. Si pu\u00f2 fare luce su un fatto, si pu\u00f2 fare opinione, si pu\u00f2 educare la societ\u00e0.<br \/>\nLa\u00a0satira\u00a0\u00e8 la sensibilit\u00e0 dell\u2019autore e del lettore, cos\u00ec come universalmente riconosciuta e praticata. Libera, per natura, non pu\u00f2 essere ammanettata se non da un provvedimento giudiziario, insomma, da un tribunale. E l\u00ec, come l\u2019asticella dell\u2019olio del motore di un auto, si va a pescare sul fondo, misurando il grado di elasticit\u00e0 e di libert\u00e0 espressiva di una civilt\u00e0. Pi\u00f9 essa, nel suo normale compito provocatorio e dissacratorio, \u00e8 efficace e quindi viene osteggiata e censurata, pi\u00f9 ci troveremo di fronte ad una realt\u00e0 politica, sociale, umana e giudiziaria, rigida.<\/p>\n<p>E a quel punto, diffidate di chi, in quelle condizioni neoinquisitorie, viene a parlarvi di Progresso.<\/p>\n<p>La\u00a0satira\u00a0non \u00e8 comicit\u00e0, ma una battaglia civile che fonda sui paradossi, sui contrasti, sulla provocazione e sulla dissacrazione, la propria opera militante. E qui, forse, si gioca la prima distinzione fondamentale. Alla base di questo concetto, bisogna distinguere la giocosit\u00e0 con cui si alleggerisce la densit\u00e0 della quotidianit\u00e0 e la missione fondamentale della\u00a0satira. Vladimir Nabokov offre ne offre una perfetta visione: \u201c\u201cLa\u00a0satira\u00a0\u00e8 una lezione, la parodia un gioco\u201d. Una lezione correttiva, forse moralizzante, sicuramente ribelle e provocatoria. Sicuramente proiettata verso una redenzione, verso il bene. Verso un\u2019etica sostenibile, contrariamente a quella che viene presa di mira proprio dalle vignette dei disegnatori o dalle parole dei satiri con la penna in mano.<\/p>\n<p>Meccanismi. Intenzioni. Scrive Francesco De Sanctis nella sua \u201cStoria delle letteratura italiana\u201d riferendosi ad un passaggio della Divina Commedia dell\u2019Alighieri. Definizione che, data la saggezza dell\u2019autore e la , potremmo acquisire come meravigliosamente universale: \u201c<em>la\u00a0satira\u00a0\u00e8 acerba; la sua musa \u00e8 l\u2019indignazione, e la sua forma ordinaria \u00e8 l\u2019invettiva. Le forme comiche sono uccise in sul nascere e si sciolgono nel sarcasmo\u201d<\/em><\/p>\n<p>La satira \u00e8 una storia di attacco al potere (cos\u00ec come Aristofane satirizzava sulla vita politica di Atene, con tale fervore da diventare aggettivo agli occhi della storia. Aristofan\u00e9sco, infatti, \u00e8 sinonimo di buffonesco, mordace. Un<br \/>\ncommediografo dall\u2019animo nobile che volgeva il proprio sguardo alla capacit\u00e0 educatrice della satira: \u00abIngiuriare i mascalzoni con la satira \u00e8 cosa nobile. A ben vedere significa onorare gli onesti\u00bb. Seneca ironizzava sulla morte dell\u2019imperatore Claudio nel suo componimento satirico\u00a0Apokolok\u00fdntosis, anche detto\u00a0Ludus de morte Claudii,<br \/>\nsmontandone l\u2019immagine \u201cdivina\u201d, in una critica tesa a destrutturare l\u2019operato di un imperatore non proprio amato, quale Claudio fu).<\/p>\n<p>La\u00a0satira\u00a0\u00e8 una\u00a0cosa\u00a0seria.<\/p>\n<p><em><strong>(La satira \u00e8 una cosa seria, E.Ricucci, 2017, Edizioni Il Giornale, capitolo I)<\/strong><\/em><\/p>\n<p><strong><a href=\"https:\/\/www.facebook.com\/emaricucci\/?ref=bookmarks\" target=\"_blank\">SEGUIMI SU FACEBOOK<\/a><\/strong><\/p>\n","protected":false},"excerpt":{"rendered":"<p><p>Claretta Petacci \u00e8 un maiale. Ah, che belle risate. E che riflessione arguta. Ma quale satira? Questa \u00e8 merda. 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