{"id":1211,"date":"2018-10-24T13:15:03","date_gmt":"2018-10-24T11:15:03","guid":{"rendered":"https:\/\/blog.ilgiornale.it\/ricucci\/?p=1211"},"modified":"2018-10-24T13:15:03","modified_gmt":"2018-10-24T11:15:03","slug":"dalle-forze-armate-alle-forse-armate-quellitalia-vigliacca-senza-memoria-e-senza-coraggio","status":"publish","type":"post","link":"https:\/\/blog.ilgiornale.it\/ricucci\/2018\/10\/24\/dalle-forze-armate-alle-forse-armate-quellitalia-vigliacca-senza-memoria-e-senza-coraggio\/","title":{"rendered":"Dalle Forze Armate, alle Forse Armate. Quell&#8217;Italia vigliacca senza memoria e senza coraggio"},"content":{"rendered":"<p>Dispaccio di una disgrazia.<\/p>\n<p><strong>1918, le Forze Armate.<br \/>\n2018, le Forse Armate<\/strong>.<\/p>\n<p>Lo Stato, con atto ufficiale, istituisce Le For<strong>s<\/strong>e Armate, a seguito del rifiuto del video istituzionale commemorativo del 4 novembre, giudicato troppo \u201ccombat\u201d, aggressivo e militaresco, in cui, per altro, non v\u2019\u00e8 neanche un istante dedicato al fante crepato nella Battaglia di Vittorio Veneto, alle quattro di mattina, con la foto di Ines, eterna sposa, nel taschino vicino al cuore,\u00a0per terminare il Risorgimento e generare il momento fondativo di questa Patria di pupazzi ingrati.<\/p>\n<p><strong>Se avessimo avuto contezza di tale ingratitudine<\/strong>, cento anni fa, avremmo detto ai ragazzi del \u201999, cos\u00ec piccoli, di tornare a casa dalle mamme o dalle giovani mogli in Calabria, a fare l&#8217;amore al buio di una candela, di lasciar perdere o al limite, di farla con i propri connazionali deliranti, la guerra, non con i dirimpettai.<\/p>\n<p><strong>Le Forse Armate che combattono per un Paese che ha paura di se stesso<\/strong>, ma che all\u2019occorrenza spedisce i suoi soldati in giro per il mondo, col caricatore denso di pallottole, senza dar sempre notizia di tutti gli scontri a fuoco o delle operazione proprie di un teatro di guerra che i nostri militari compiono. Perch\u00e9 \u201cdeve essere\u201d una guerra di contenimento, di pace, di fiori e carezze all\u2019inguine, appena sfiorato, di sigarette al campo mentre si applaude al nuovo progetto umanitario, quella che i \u201cnostri\u201d, quando partono da Ciampino verso l\u2019Afghanistan, vanno a fare.<\/p>\n<p><strong>La scaltrezza degli sciocchi<\/strong>. Sciocchini, piccol\u00ec, piccolini. Uhhhh, le lell\u00e8. Tenerissima, come la pia madre che avvolge il cervello, la classe dirigente della politica italiana. Asettica, rovinata sopra la linea storica per sbaglio, scivolando sulla negazione, surgelata in attesa di essere servita come un\u2019orata al pranzo della domenica da zia Carmela, quando, giusto, giusto, viene scongelata dall\u2019orgia ribollente di italiani incazzati per qualche cosa da twittare, da postare, su cui fare un video, e quindi su cui prendere posizione. Una dirigenza politica che riesce a porsi persino il problema del fatto che un militare abbia le armi. E che le usi. Oltre alla profonda umanit\u00e0 di una carezza e un di Tronky dato, di corsa, a un ragazzino afghano, come farsi amico un gatto spaventato. Di corsa, per non mettere a repentaglio, come bersaglio fisso e facile, se stesso e la propria squadra.<\/p>\n<p><strong>Padri che non servono pi\u00f9, madri che fanno i padri<\/strong>, poliziotti che non manganellano, n\u00e9 devono poliziottare, scuole che insegnano il culto e il gusto di un\u2019altra dimensione sessuale edulcorata dalla perversione ideologica moderna; preti che non pretano, donne che non devono donnare, nella pi\u00f9 profonda femminilit\u00e0, non pi\u00f9 contenimento della vita, incinta solo di indignazione, ma combattere contro l\u2019uomo bianco occidentale, responsabile di qualsiasi cosa le accada. Figli da comprare, da affittare, da farsi prestare, fascisti anche i compagni che sbagliano. Nel gioco delle coppie di questo tempo, mancavano i gelatai che lavorano il ferro, i postini che fanno polizze assicurative, e i militari che non fanno i militari, ma la forza di protezione civile, con una mimetica disegnata addosso solo per abitudine, o per mescolarsi dalla propria immagine. Per rifuggirne.<\/p>\n<p><strong>Perch\u00e9 la vedi praticare ovunque l\u2019idolatria dell\u2019immagine,\u00a0<\/strong>un\u2019immagine fatta e non dedicata, aderente alla narrazione della realt\u00e0 a seconda dei comodi ideologici di chi impone i ritmi del Paese. Nella vita conoscerai la riproduzione della <em>Gioconda<\/em>, e tanto ti basta, e forse mai ne vedrai l&#8217;originale. Da oggi i militari saranno muratori, pur rimanendo tali. Ma tali cosa? La crisi\u00a0totale\u00a0che vogliono imporre \u00e8 alla base di ogni stravolgimento culturale, nel senso che invade il momento della coltivazione di ognuno generando una continua negazione fatta di mortificazione e controsenso. L\u2019indebolimento deve essere graduale: prima occorre decontestualizzare le certezze comuni che influenzano il determinarsi del pensiero critico, l\u2019agire e l\u2019intimit\u00e0, quelle sponde essenziali che ci rendono l\u2019esistenza ancorata a riferimenti certi e pienamente condivisi; quindi \u201cculturalizzare\u201d dissacrando ci\u00f2 che permette di dedicarsi la vita, ovvero resettare, poi far perdere certezza persino in ci\u00f2 che gli occhi vedono e l\u2019intelletto valuta come reale. Solo dopo, ultimo step, dopo l\u2019eviscerazione e la pulitura della coscienza, si pu\u00f2 nutrire con l\u2019immagine, specie quella da offrire verso l\u2019esterno, come se si fosse in un eterno senso di colpa. Abbraccio, stretto, precauzionale.<\/p>\n<p><strong>E cosa facciamo? <\/strong>Ci permettiamo, cento anni dopo aver vinto la Grande Guerra, di ricordare che il militare \u00e8 colui che spara per l\u2019Italia perch\u00e9 continui a essere tale, per difendere un confine, finanche per attuare la volont\u00e0 estrema, Si vis pacem parabellum? Ogni figura \u00e8 tessuto connettivo del Paese, non vanno mischiate a cazzo. E il militare \u00e8 fatto cos\u00ec, ha la divisa mimetica, gli occhi da ragazzone duro, o il volto della temibile dea, ha un\u2019arma in braccio, un coltello sulla coscia, qualche nastrino che \u00e8 medaglia, un\u2019effige su un basco colorato, forse qualche bomba a mano, ma, secondo il criterio moderno, di tutto questo non se ne fa nulla. Non se ne fa nulla, finch\u00e9 non arriva qualche pazzo a gridare <em>Allau Akbar<\/em> sotto al Colosseo, o fintanto che c\u2019\u00e8 da leccare il culo a mamma Usa, inviando qua e l\u00e0 qualche ragazzo del\u00a01\u00ba Reggimento San Marco.<\/p>\n<p><strong>1918 \u2013 2018. Un Paese ingrato, impotente, storpio<\/strong>, che ha paura della vittoria. Che ha paura di se stesso. Della stessa rancida sostanza di quel muschio che infesta gli scalini del monumento agli eroi, lasciato marcire per ingratitudine. Che se non fosse stato per l&#8217;iniziativa di Casa Pound, nel 2015, di restituire dignit\u00e0 alla sacralit\u00e0 e alla bellezza, <strong><a href=\"http:\/\/ilgiornaleoff.ilgiornale.it\/2015\/11\/22\/casa-pound-salva-i-monumenti-della-grande-guerra\/\" target=\"_blank\">ripulendo in tutta Italia i monumenti ai caduti<\/a><\/strong>, oggi molti di essi sarebbero coperti dai capelli della terra che tutto si mangia. Un Paese che non merita di essere erede di quelle migliaia di italiani crepati dalle pallottole o dalla fame, dal gas e dai batteri, nella Grande Guerra esattamente cento anni fa. E che per un pelo, se non fosse stato per la mozione alla Camera di Fratelli d&#8217;Italia che ha impegnato lo Stato a celebrare in tutto il Paese, degnamente, il centenario della vittoria della Prima guerra mondiale, sarebbero stati ammazzati due volte, una al fronte, l&#8217;altra dal silenzio. Allora, quando il ricordo diventa un contentino, anzich\u00e9 una missione, di Stato, sta a noi essere celebrazione, nella purezza di un\u2019anima nascosta nel proprio <em>angulus<\/em> di oraziana memoria, in cui nascondersi dalla ronda dei tiranni, e osservare il mondo riprendendo lucidit\u00e0. In quell\u2019angolo di noi dovr\u00e0 esserci, in questi giorni, la celebrazione.<\/p>\n<p><strong>Cos\u00ec come leonardianamente la \u201cpittura \u00e8 cosa mentale\u201d<\/strong>,\u00a0anche la celebrazione necessita del raccoglimento dello spirito, prim\u2019ancora del momento comunitario, altrimenti si riduce a vuoto esercizio di stile. E dunque celebrare \u00e8 prosecuzione spirituale. Non serve partecipare a commemorazioni accontentate, dobbiamo essere noi stessi la commemorazione. Dedicandoci la vita, essendo la prosecuzione, come i soldati in trincea. E per quei fanti, leggere. E capire cosa \u00e8 stato cento anni fa e perch\u00e9 l\u00ec nasce la questa Patria.<\/p>\n<p><strong>Se volete celebrare il sacrificio di un popolo <\/strong>che si \u00e8 sforzato di diventare nazione incrociando la spada con la morte, ignorate lo Stato, i suoi video istituzionali, la sua fragilit\u00e0, i suoi manifesti sul lungo Tevere, le &#8220;sue&#8221;\u00a0Forse Armate. I monumenti infestati dal muschio. Come sempre la virt\u00f9 striscia fuori dall&#8217;esercizio di stile commerciale. E torniamo a tributare le Forze Armate. Ventidue storie, nome per nome, regione per <a href=\"https:\/\/blog.ilgiornale.it\/ricucci\/files\/2018\/10\/eroilibro.jpg\"><img loading=\"lazy\" class=\"alignleft size-medium wp-image-1215\" src=\"https:\/\/blog.ilgiornale.it\/ricucci\/files\/2018\/10\/eroilibro-300x217.jpg\" alt=\"eroilibro\" width=\"300\" height=\"217\" srcset=\"https:\/\/blog.ilgiornale.it\/ricucci\/files\/2018\/10\/eroilibro-300x217.jpg 300w, https:\/\/blog.ilgiornale.it\/ricucci\/files\/2018\/10\/eroilibro.jpg 690w\" sizes=\"(max-width: 300px) 100vw, 300px\" \/><\/a>dialetto, per celebrare i cento anni dalla vittoria della Grande Guerra. Racconti, come lettere dal cuore del fronte, non il solito esperimentino accademico lontano dal cuore di tutti. La trincea fu famiglia. Ventidue amici, ventidue sensibilit\u00e0 e una certezza: il 4 novembre 1918 nostra madre Italia \u00e8 diventata grande.<br \/>\nIn \u201c<a href=\"https:\/\/www.facebook.com\/grandeguerra.it\/?ref=br_tf\" target=\"_blank\"><strong>Eroi<\/strong><\/a>\u201d, in uscita oggi in libreria per Idrovolante edizioni, storie di vita, di amori, di pallottole e sangue, di medaglie d&#8217;oro. Storie di guerra e di vittoria. Un libro essenziale, narrazione di un percorso che parte dal territorio minuto, dal dialetto e dall&#8217;identit\u00e0 locale e termina con una Patria nuova e uguale per tutti. Tra le pagine una narrativa carezzata dalla sensibilit\u00e0 degli autori che riportano quegli atti di coraggio di ventidue soldati italiani, che ben fanno capire quale sia l&#8217;esempio da seguire cento anni dopo.<br \/>\nNon un&#8217;opinione, ma la storia. Dallo Stato, a noi stessi. Dai pupazzi, agli eroi.<\/p>\n<p><em>(Emanuele Ricucci sentitamente ringrazia per la settimana di ferie che avete dedicato alla lettura di questo articolo).<\/em><\/p>\n","protected":false},"excerpt":{"rendered":"<p><p>Dispaccio di una disgrazia. 1918, le Forze Armate. 2018, le Forse Armate. Lo Stato, con atto ufficiale, istituisce Le Forse Armate, a seguito del rifiuto del video istituzionale commemorativo del 4 novembre, giudicato troppo \u201ccombat\u201d, aggressivo e militaresco, in cui, per altro, non v\u2019\u00e8 neanche un istante dedicato al fante crepato nella Battaglia di Vittorio Veneto, alle quattro di mattina, con la foto di Ines, eterna sposa, nel taschino vicino al cuore,\u00a0per terminare il Risorgimento e generare il momento fondativo di questa Patria di pupazzi ingrati. 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