{"id":1297,"date":"2019-10-19T10:16:31","date_gmt":"2019-10-19T08:16:31","guid":{"rendered":"https:\/\/blog.ilgiornale.it\/ricucci\/?p=1297"},"modified":"2019-10-19T10:16:31","modified_gmt":"2019-10-19T08:16:31","slug":"lantieroe-che-manda-in-tilt-il-politicamente-corretto-rileggere-lardito-ottone-rosai","status":"publish","type":"post","link":"https:\/\/blog.ilgiornale.it\/ricucci\/2019\/10\/19\/lantieroe-che-manda-in-tilt-il-politicamente-corretto-rileggere-lardito-ottone-rosai\/","title":{"rendered":"L&#8217;antieroe che manda in tilt il politicamente corretto. Rileggere l&#8217;ardito Ottone Rosai"},"content":{"rendered":"<p style=\"text-align: justify\">\u00abIl mondo moderno e la possibilit\u00e0 di starci dentro\u00bb.<\/p>\n<p style=\"text-align: justify\">Rosai, dentro, non ci stava affatto. Assomigliava pi\u00f9 a un\u2019ombra di asta lunga che sfiorava la vita, aspettando inquieto tramonto.<br \/>\nTramonto che poi avrebbe incendiato di realismo burbero, nei suoi quadri, dando fuoco alle botteghe dei piccoli pittori della mondanit\u00e0. A chiedersi se Rosai ci stava dentro al mondo moderno fu Renato Guttuso, parlando di lui in accostamento a Francis Bacon (entrambi esposti allo sgarbiano museo di Palazzo Doebbing di Sutri). Rosai fu stimato da Francis Bacon, Baselitz e Gino De Dominicis, conobbe Giovanni Papini.<br \/>\nAmava circondarsi di vita pulsante per l\u2019arte e la cultura italiana, nonostante tutto, come ricorda Frediano<br \/>\nFarsetti, che lo conobbe e di cui ci regala testimonianza: \u00absul tardi riceveva gli amici pittori. Dopo cena la compagnia si allargava, Rosai non dipingeva, conversava con poeti e scrittori, come Leonetto Leoni, Carlo Betocchi, Alessandro Parronchi, spesso arrivavano Vasco Pratolini, Carlo Cassola e tanti altri. Un cenacolo\u00bb. Proprio Farsetti ci racconta che della sua vita, De Dominicis e Benigni avrebbero voluto fare un film.<\/p>\n<p style=\"text-align: justify\">Rosai nel mondo moderno ci stava dentro, e ci stava stretto. Come si vede, specialmente, nei suoi autoritratti, o nei ritratti. E per questo suo dimenarsi come perla caduta in una busta di vermi da pesca, in assenza di occhi, come cadaveri mossi da urti terzi in una vasca stretta, dobbiamo ringraziarlo, perch\u00e9 in un mondo carente di uomini, egli \u00e8 stato uomo che dipingeva come era uomo (Guttuso), dissacrando la sua vita, tempestosamente anarchica e sofferta nell\u2019ambiguit\u00e0 e nel nascondersi, dissacrando la divinizzazione dell\u2019artista, le cui opere, odiernamente, valgono perch\u00e9 costano e non costano perch\u00e9 valgono, (Angelo Crespi ce lo ricorda cos\u00ec, a secco): cesso aurato parlaci del tuo fragile Cristo finto, Amon Ra, e dell\u2019uso ingannevole che fai del tempo. Cesso, dovresti essere allontanato da noi! Cesso fosti e cesso rimani: Cattelan.<\/p>\n<p style=\"text-align: justify\">Ma cosa cazzo vogliono tutti? La vita di Rosai \u00e8 dimensione privata, \u00e8 un banchetto intimo e di stoffe sporche da condividere con quelli come lui: \u00abda sempre avevo amore per certe creature destinate a vivere come di nascosto alla stessa vita\u00bb. Brucia luce agli occhi di chi vuol vedere oltre. Scappate: \u00abnel dipingere i miei soggetti, non fo che esaudire un misterioso bisogno d\u2019artista che intende esprimere il sentimento dell\u2019universo, poich\u00e9 in un povero omino c\u2019\u00e8 indubbiamente maggior contenuto, una pi\u00f9 grande somma di mondo, di Dio, di questa vita, nostra tragedia di povere creature\u00bb. Grazie Ottone, per il pane nero quotidiano.<br \/>\nPan duro e secco, profumo di lasagne domenicali, tasse e puttane, lattai sudati in bicicletta, carezze di madre accostate a una candela dietro gli scuri invisibili, solo immaginabile. Grazie Ottone, pietra pomice, per aver allisciato la vita dalla forma eroica, ogni tanto, nel ricordarci chi siamo PRIMA di partire per dire di diventare, o diventare davvero, eroi. Siamo quel che siamo nel giorno, ogni giorno, come nostro padre, nostra madre, i nostri amici. Siamo parte, e siamo maledettamente soli. Drammi da vivere, problemi da risolvere, paranoia di essere inutili, di sentirci inservibili, superati, ombre che sfiorano il tramonto perch\u00e9 la vita non le tanga. Grazie Ottone perch\u00e9 tutto questo terrorizza ogni uomo di buona volont\u00e0 che vuole ragionare sopra le cose e mantenersi integro nella notte dei valori, dei replicanti, incapaci di essere sovrani di se stessi, perfettamente massa, in barba alla preghiera di Ortega y Gasset. Ottone Rosai ci porta per mano all\u2019antieroe. E grazie Ottone, davvero. Mondaccio sempre pi\u00f9 carente di uomini, sempre pi\u00f9 gonfio di idee figliate da altre idee distrutte, rospo in doppio petto stretto a colletto. Soffocante vanesio di colti isolati, parlatori seriali di un teatro ostentato a ciarle ben composte. Accademiche. Uomini replicanti sovrastano, in gran numero, uomini integri, sovrani di se stessi. E grazie Ottone perch\u00e9 rendi sacro l\u2019uomo, senza escludere Dio. Rosai ci porta agli ultimi, suoi vicini: \u00abL\u2019uomo di Rosai \u00e8 colui che realmente campa la vita, magari<br \/>\nbestemmiando, agisce nel tangibile ambiente della propria identit\u00e0\u00bb, scrive Marco Moretti che ben ne conosce le opere, \u00abRosai \u00e8 anima radicata nella fede del suo Dio, cos\u00ec come uomo \u00e8 orgoglioso d\u2019appartenere al ceppo del suo popolo, dal quale scaturisce, nella vita e in pittura, la sacralit\u00e0 per l\u2019umano\u00bb. Il Dio di Rosai esiste ed esita. Lascia macerare la santit\u00e0, e la rende invisibile, quasi incredibile, come ampissima tribolazione. Rosai manifesta Dio negli ultimi. Quelli da Lui saranno i primi. I non santi che Dio coglie come margherite in un campo di immonda purezza e trasforma in materia celeste. Il Dio delle favelas e del sobborgo. Un Cristo affacciato nella periferia della vita. Forse in questo vi \u00e8 pi\u00f9 fede che nei farisei ordinati composti in fila per l\u2019Eucarestia dopo le botte casalinghe alla moglie.<br \/>\nMa sacro \u00e8 anche l\u2019uomo, per il grande artista fiorentino. Rosai non odia l\u2019uomo, lo esalta. Quasi \u00e8 dispiaciuto, impotente, nel vederlo imbrunire nelle proprie disgrazie. E tanta sua pittura, forse, \u00e8 esorcismo a tutto questo. Allora, egli va ai confinati tra la normalit\u00e0 e il buio, quelli da scartare, da evitare, risparmiandoci, per fortuna, l\u2019idealizzazione caravaggesca delle puttane. \u00abNon era facile far accettare le figure che riassumevano il miserabile volto dell\u2019Oltrarno: giocatori di toppa acquattati nei vicoli, mendicanti e cantastorie, operai e artigiani, fumosi interni di bettole e di caff\u00e8 rifugio di quel popolo minuto, interprete<\/p>\n<p style=\"text-align: justify\">di umori e caratteri di una Firenze medievale e ferrigna ancora palpabile nel rigurgito dei vicoli\u00bb, commenta Marco Moretti, \u00abfigure amate dai poeti ma respinte come espressioni \u2018vernacolari\u2019 da puristi della critica come Ugo Ojetti e Cesare Brandi. Eppure, il valore pi\u00f9 autentico della pittura rosaiana risiedeva l\u00ec, anche quando certe immagini quasi caricaturali rischiavano il \u2018vernacolo\u2019 fine a se stesso\u00bb.<br \/>\nRosai carica di espressiva disperazione e assenza i suoi soggetti. Tra gli ultimi normali, non incalliti deficienti o criminali coi pantaloni marroni di lana e il grosso coltello in tasca, non avanzi di galera, ci porta a sbattere i denti sulla norma: egli per liberarsene, a noi per spaventarci. \u201cOcchio a non finire cos\u00ec\u201d, sembra dire, facciate della vostra vita un\u2019opera d\u2019arte, quella che Ottone, molto poco dannunzianamente non fece, seppur sfiorando il Vate. Rosai non ha voluto redimere un cazzo. Semmai \u00e8 peggiorata la sua percezione del mondo, rispetto ai tempi dei brillanti paesaggi toscani. Fiorentino autodidatta, padre suicida. Combattente degli arditi e pluridecorato, poi scriver\u00e0 il libro antieroico Dentro la guerra, che verr\u00e0 censurato dal regime; avvicinato al futurismo da Ardengo Soffici, con cui nel tempo instaurer\u00e0 forte amicizia, fu cofondatore del fascio fiorentino, \u00abprotetto da Bottai, che nel \u201939 lo nomin\u00f2 per chiara fama insegnante al liceo e poi all\u2019Accademia\u00bb, scrive ancora Moretti, \u00abera spesso sotto gli occhi dell\u2019OVRA, sia per la sua omosessualit\u00e0, segretissima ma non abbastanza, sia per una mai troppo chiara posizione politica\u00bb. Conoscer\u00e0 la violenza antifascista personalmente, dopo l\u20198 settembre 1943. Qui l\u2019ambiguit\u00e0 pi\u00f9 profonda tra la narrazione dell\u2019eroismo fascista e dell\u2019antieroismo rosaiano. Il cruccio, il nodo, l\u2019incrocio. Il bivio, del tempo. Cosa<br \/>\ndeve essere un uomo? Un eroe dell\u2019inespresso o espressione eroica della quotidianit\u00e0?<br \/>\nL\u2019ambiguit\u00e0 segna la vita di Rosai, specie nella maturit\u00e0, fortemente, come calda cicatrice da impressione. Impressione che si fa certa e diversa nei suoi quadri, specie nella serie degli autoritratti, dove il colore \u00e8 ricco e pieno, ma sempre nascosto da una patina scura, dove via, via, la sua vita va scurendosi, senza pi\u00f9 il lusso di nulla, neanche di una sciarpa blu, che accendeva forse di speranza, perch\u00e9 forse nutriva qualche speranza, L\u2019Autoritratto del 1947. Rosai ci serve per rimanere agganciati al presente degli uomini, mentre fulgida, continua e costruita, cresce la coltura batterica dell\u2019illusione della partecipazione e del potere globale, nel nostro essere stati sradicati dalle geometrie del reale, per essere chiamati all\u2019Ulteriore. Ma non un Oltre divino, maggiormente fedeli, dallo spirito amplificato, quasi estatico, pi\u00f9 maturi, conoscenti e consci nella Fede, bens\u00ec un\u2019ulteriorit\u00e0 fisica rispetto al corpo, inservibile, inesistente, per manifesta impossibilit\u00e0 di sviluppare ragionamento sopra le cose e ulteriore coltivazione di se stessi, chiamati come siamo stati alla virtualit\u00e0, convocati in essa in servizio permanente. Nella virtualit\u00e0 si mischia la percezione che abbiamo di noi stessi, del reale, dei processi ambientali, umani, sentimentali che ci circondano. L\u2019identit\u00e0 si fa vaga e vana, si raddoppia. Siamo confusi, diventiamo ottusi e danteschi botoli ringhianti, e l\u00ec, nello smarrimento degli uomini, ancora prima che delle idee, occorre ricordare chi siamo, da quale placenta eravamo avvolti, in quale vicolo siamo cresciuti, in quale campo l\u2019odore delle margherita e della cicoria accompagnava il nostro ridere cadendo, e cadendo ridere ancora. Rosai \u00e8 un rasoio. Grazie Ottone.<\/p>\n<p style=\"text-align: justify\">(articolo scritto per la rivista <strong><a href=\"http:\/\/www.pangea.news\/ottone-rosai-ritratto-ricucci\/\" target=\"_blank\">Pangea<\/a><\/strong>)<\/p>\n","protected":false},"excerpt":{"rendered":"<p><p>\u00abIl mondo moderno e la possibilit\u00e0 di starci dentro\u00bb. Rosai, dentro, non ci stava affatto. Assomigliava pi\u00f9 a un\u2019ombra di asta lunga che sfiorava la vita, aspettando inquieto tramonto. Tramonto che poi avrebbe incendiato di realismo burbero, nei suoi quadri, dando fuoco alle botteghe dei piccoli pittori della mondanit\u00e0. A chiedersi se Rosai ci stava dentro al mondo moderno fu Renato Guttuso, parlando di lui in accostamento a Francis Bacon (entrambi esposti allo sgarbiano museo di Palazzo Doebbing di Sutri). Rosai fu stimato da Francis Bacon, Baselitz e Gino De Dominicis, conobbe Giovanni Papini. 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