{"id":13488,"date":"2014-09-22T19:26:47","date_gmt":"2014-09-22T17:26:47","guid":{"rendered":"https:\/\/blog.ilgiornale.it\/ruzzo\/?p=13488"},"modified":"2014-09-22T19:29:29","modified_gmt":"2014-09-22T17:29:29","slug":"la-fatica-per-chi-corre-e-il-test-perfetto","status":"publish","type":"post","link":"https:\/\/blog.ilgiornale.it\/ruzzo\/2014\/09\/22\/la-fatica-per-chi-corre-e-il-test-perfetto\/","title":{"rendered":"La fatica? Per chi corre \u00e8 il test perfetto"},"content":{"rendered":"<p><a href=\"https:\/\/blog.ilgiornale.it\/ruzzo\/files\/2014\/09\/valutazione.jpg\"><img loading=\"lazy\" class=\"alignleft size-medium wp-image-13491\" src=\"https:\/\/blog.ilgiornale.it\/ruzzo\/files\/2014\/09\/valutazione-300x225.jpg\" alt=\"\" width=\"300\" height=\"225\" srcset=\"https:\/\/blog.ilgiornale.it\/ruzzo\/files\/2014\/09\/valutazione-300x225.jpg 300w, https:\/\/blog.ilgiornale.it\/ruzzo\/files\/2014\/09\/valutazione.jpg 550w\" sizes=\"(max-width: 300px) 100vw, 300px\" \/><\/a>Chiss\u00e0 se la fatica \u00e8 uguale per tutti. Per chi corre pare proprio di s\u00ec. Certo qualche variazione c&#8217;\u00e8 ma la sensazione di fatica pu\u00f2 diventare un dato oggettivo su cui valutare un allenamento o su cui impostare una preparazione. Non \u00e8 un dettaglio. E&#8217; anzi il risultato\u00a0 dell&#8217;ultimo studio appena pubblicato dal <strong>Marathon sport Center di Brescia<\/strong> del dottor <strong>Gabriele Rosa\u00a0\u00a0<\/strong>sulla rivista <strong>Journal of Strenght and Conditioning Research<\/strong> in collaborazione con il dipartimento di <strong>Neuroscienze dell\u2019Universit\u00e0 di Chieti-Pescara<\/strong> e con il dipartimento di <strong>Educazione Fisica dell\u2019Universit\u00e0 di Londrina<\/strong> (Brasile) dal titolo \u201cDetermination of blood lactate training zone boundaries with rating of perceived exertion in runners\u201d. Lo studio come spiega\u00a0<strong>Huber Rossi <\/strong>( nella foto con un atleta keniano)<strong> ,<\/strong> resposnsabile del centro di valutazione funzionale del Marathon center\u00a0\u00a0aveva l\u2019obiettivo di mettere in relazione dei dati oggettivi legati all\u2019allenamento (acido lattico, frequenza cardiaca) alla propria percezione di fatica a diverse intensit\u00e0 a cavallo tra il ritmo della maratona e quello delle prove pi\u00f9 brevi come una mezza maratona o una 10 chilometri in corridori amatori di differente livello. &#8220;Fino ad oggi- spiega<strong> Rossi<\/strong>&#8211; per leggere la prestazione di un atleta abbiamo sempre usato parametri come la frequenza cardiaca e l&#8217;acido lattico. Che sono ottimi parametri perch\u00e8 ci danno valutazioni oggettive e non sono legati all&#8217;aspetto motivazionale. L&#8217;idea per\u00f2 era quella di aggiungere anche la percezione della fatica legata ai ritmi di corsa&#8221;. Cos\u00ec il test \u00e8 stato effettuato su 110 atleti non professionisti con tempi in maratona tra le 2\u00a0ore e 40\u00a0 e le 4 ore e mezzo.\u00a0 A tutti sono stati spiegati i valori della codiddetta <strong>Scala di Borg<\/strong> che fissa nel parametro zero la fatica &#8220;nulla&#8221;, da 1-3 quella &#8220;lieve&#8221;; a 5 quella &#8220;moderata&#8221; a 7 queella &#8220;intensa&#8221; e a 10 quella &#8220;massima&#8221; cio\u00e8 il &#8220;fuorigiri&#8221;. &#8220;Abbiamo cercato di capire- spiega il responsabile del centro di valutazione fuunzionale del Marathon center- se tutti a parit\u00e0 di acido lattico avessero la stessa percezione della fatica per la soglia aerobica e per quella anaerobica&#8221;. Il risultato \u00e8 stato abbastanza coerente. E cio\u00e8 dagli atleti pi\u00f9 evoluti ai &#8220;tapascioni&#8221; la relazione tra l&#8217;acido l&#8217;attico e la percezione della fatica \u00e8 abbastanza costante e comunque simile. Certo, c&#8217;\u00e8 sempre l&#8217;eccezione ma le variazioni in percentuale sono minime. Il test ha evidenziato che in proporzione \u00a0non ci sono grandi differenze in questo rapporto tra chi corre una maratona in 2.40 e chi invece arriva al traguardo in 4.30. &#8220;La percezione della fatica quindi pu\u00f2 essere un dato attendibile- spiega<strong> Rossi<\/strong>&#8211;\u00a0 \u00e9 un parametro in pi\u00f9 nella lettura della prestazione di una atleta e ci permette un&#8217;analisi ancora pi\u00f9 raffinata. E noi stiamo gi\u00e0 inserendo la Scala di Borg nei nostri test di valutaziuone funzionale. Pu\u00f2 servire ad aggiustare i valori che abbiamo con il lattato adeguandoli ad ogni atleta, a fornirci dati quando ad esempio non viene rilevata la frequenza cardiaca ma soprtattutto \u00e8 un parametro che insegna ad ogni atleta ad autogestirsi al meglio&#8221;\u00a0. L&#8217;esempio classico pu\u00f2 essere quello delle ripetute, croce e tormento di tutti i maratoneti. Qui la percezione della fatica pu\u00f2 aiutare a valutare un allenamento: &lt;Se un atleta deve corre sei mille a 4 al chilometro- spiega Rossi- la sua percezione di fatica deve\u00a0 essere intorno a sette. Se \u00e8 maggiore significa che \u00e8 magari stanco o in una giornata no. E quindi pu\u00f2\u00a0decidere per una seduta di scarico&#8221;. \u00a0Negli ultimi 2 anni il Marathon Sport Center oltre ha prodotto anche un&#8217;altra ricerca importante pubblicata\u00a0su <strong>European Jornal of Applied Physiology<\/strong> in collaborazione con il dipartimento di <strong>Neuroscienze dell\u2019Universit\u00e0 di Ginevra<\/strong>, il dipartimento di <strong>Scienze Biomediche della Facolt\u00e0 di Medicina dell\u2019Universit\u00e0 di Brescia<\/strong> e con<strong>la Facolt\u00e0 di Scienze Motorie di Verona.<\/strong> Il titolo dello studio era \u201cEnergetics of running in top-level marathon runners from Kenya\u201d e l\u2019obiettivo\u00a0\u00e8 stato quello di capire se c\u2019erano differenze nell\u2019economia del gesto della corsa tra atleti kenyani d\u2019elite tra cui <strong>Martin Lel<\/strong> ed altri atleti di altissimo livello con tempi inferiori alle 2h08\u2019 e atleti di pari livello caucasici tra cui <strong>Baldini, Caimmi, Rothlin. <\/strong>Il risultato dello studio non aveva trovato differenze indicando quindi che le differenze di prestazione tra gli atleti Kenyani e quelli caucasici non era legata a differenze genetiche ma a situazioni sociali coem la spinta motivazionale e sociale per uscire dalla povert\u00e0, la selezione attraverso tanti atleti e l&#8217;ambiente naturale dove si allenavano.<\/p>\n","protected":false},"excerpt":{"rendered":"<p><p>Chiss\u00e0 se la fatica \u00e8 uguale per tutti. 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