{"id":17608,"date":"2016-01-01T13:48:33","date_gmt":"2016-01-01T12:48:33","guid":{"rendered":"https:\/\/blog.ilgiornale.it\/ruzzo\/?p=17608"},"modified":"2016-01-01T13:51:41","modified_gmt":"2016-01-01T12:51:41","slug":"il-maratoneta-rotto","status":"publish","type":"post","link":"https:\/\/blog.ilgiornale.it\/ruzzo\/2016\/01\/01\/il-maratoneta-rotto\/","title":{"rendered":"Il maratoneta rotto"},"content":{"rendered":"<p><a href=\"https:\/\/blog.ilgiornale.it\/ruzzo\/files\/2016\/01\/tumblr_lhjosio2zA1qby452o1_500.jpg\"><img loading=\"lazy\" class=\"alignleft size-full wp-image-18076\" src=\"https:\/\/blog.ilgiornale.it\/ruzzo\/files\/2016\/01\/tumblr_lhjosio2zA1qby452o1_500.jpg\" alt=\"tumblr_lhjosio2zA1qby452o1_500\" width=\"458\" height=\"590\" srcset=\"https:\/\/blog.ilgiornale.it\/ruzzo\/files\/2016\/01\/tumblr_lhjosio2zA1qby452o1_500.jpg 458w, https:\/\/blog.ilgiornale.it\/ruzzo\/files\/2016\/01\/tumblr_lhjosio2zA1qby452o1_500-233x300.jpg 233w\" sizes=\"(max-width: 458px) 100vw, 458px\" \/><\/a>Ci sono storie che sembrano fatte apposta per raccontare un inizio. Anche un inizio d&#8217;anno. Per spiegare che quando ci si mette in testa di fare una cosa, di azzardare un&#8217;avventura non sempre tutto va come si \u00e8 immaginato e non sempre i conti sono quelli che abbiamo incolonnato all&#8217;inzio. Sulla carta. \u00a0Per spiegare che nello \u00a0sport spesso non vince chi arriva primo, non chi fa il crono migliore o chi mette al collo medaglie. Ci sono storie che raccontano la tenacia, il sacrificio, la voglia di non arrendersi alle prime difficolt\u00e0, ma anche alle seconde, alle terze. Ci sono storie che spiegano come una sfida, una corsa, una maratona possano improvvisamente diventare qualcos&#8217;altro, imprese che magari non finiscono sulle prime pagine dei giornali sportivi ma che, per un&#8217;inspiegabile alchimia, si consegnano alla storia. Patrimonio della gente comune che , come accadeva nel mito greco, si tramandano\u00a0nei racconti.\u00a0E la vicenda di <strong>John Stephen Akhwari,<\/strong> atleta della Tanzania \u00a0che nel 1968 arriv\u00f2 al traguardo della maratona olimpica a Citt\u00e0 del Messico sta l\u00ec a testimoniare come si possa entrare nella storia anche \u00a0senza essere mai saliti su un\u00a0podio. Come si possa pur non avendo vinto nulla riceve la medaglia d\u2019onore come eroe nazionale del suo paese che a suo nome ha addirittura fondato <strong>John Stephen Akhwari Athletic Foundation,<\/strong> un\u2019organizzazione che appoggia la formazione e l\u2019allenamento degli atleti tanzaniani per farli partecipare nei Giochi Olimpici. E&#8217; il pomeriggio del 20 ottobre\u00a0\u00a0quando \u00a0stanno \u00a0per calare sole e sipario sulla XIX edizione dei Giochi . Come sempre con la maratona. Finita la cerimonia di chiusura \u00a0gli spettatori ed i partecipanti cominciano ad abbandonare lo stadio olimpico quando con il numero 36 entra nel tunnel Stephne Akhwari pastore africano, padre di 12 figli e modesto maratoneta. Davanti agli sguardi increduli di chi si \u00e8 attardato sugli spalti, inizia il suo ultimo giro di pista. Pochi forse si rendono conto di chi sia esattamente, anche perch\u00e8 la maratona \u00e8 finita dal pi\u00f9 di un&#8217;ora, gi\u00e0 \u00e8 stato ufficializzato l&#8217;ordine d&#8217;arrivo, gi\u00e0 \u00e8 stata fatta la premiazione con inni e bandiere e\u00a0<strong>Wolde, Kimihara<\/strong> e<strong> Ryan,<\/strong> oro, argento e bronzo, sono gi\u00e0 sulla via dei loro alberghi. \u00a0Ma parte un&#8217;ovazione spontanea\u00a0per il pi\u00f9\u00a0malconcio maratoneta che una maratona olimpica consegni alle poche telecamere rimaste sul prato dell&#8217;olimpico. E cos\u00ec gli operatori, \u00a0senza sapere neppure chi sia, cominciano a riprenderlo. \u00a0Ne avevano visti di maratoneti disidratati, \u00a0deliranti, \u00a0trascinati via o sostenuti a braccia, \u00a0distesi su una barella, tremanti o bollenti. Da sempre la maratona aveva consegnato le immagini di rese drammatiche, di ritiri \u00a0e bandiere bianche. Ma come quell&#8217;africano con il viso sfigurato da una smorfia di fatica mai, con il sangue che gli si \u00e8 seccato addosso, con un ginocchio, il destro, fasciato alla bene e meglio, con una spalla fratturata che non riesce a tenere dritta e gli trascina verso il basso anche il capo. E Va avanti. Spingendo la gamba sinistra e trascinandosi quella destra che sembra quasi disarticolata, \u00a0a stento misurando i passi per il timore di cadere. \u00a0Per paura di cadere di nuovo come gli era capitato al 19 chilometro quando urtando altri due atleti \u00e8 rovinato sull&#8217;asfalto rompendosi in pezzi. Un dolore atroce, da togliere volont\u00e0 e fiato che, da quelle parti ad oltre 2 mila metri di altitudine, \u00e8 gi\u00e0 pochissimo. \u00a0Per\u00f2 va. \u00a0Pretende di\u00a0finire gli ultimi 400 metri del suo giro olimpico. Pretende di fare ci\u00f2 che hanno fatto gli altri. Il pubblico si ricompatta. Prima distratto poi sempre pi\u00f9 attento e partecipe. Anche chi era gi\u00e0 sulla via di casa capisce che sta succedendo qualcosa di speciale e torna sui suoi passi. E applaude. Applaudono tutti.\u00a0\u00a0Sono\u00a0davanti ad\u00a0un esempio di\u00a0coraggio che sta per diventare una leggenda.<strong> Stephen Akhwari<\/strong> viene soccorso e ricoverato in ospedale dove, dopo averlo rimesso insieme, i medici gli permettono di affrontare giornalisti e televisioni. Gli chiedono tutti perch\u00e8 , ridotto cos\u00ec, non si sia ritirato e la risposta \u00e8 \u00a0formidabile nella sua semplicit\u00e0: &#8220;Il mio Paese mi ha pagato un viaggio di 10mila chilometri perch\u00e8 io finissi la gara, non per ritirarmi. Non si pu\u00f2 abbandonare una gara olimpica soprattutto se senti la responsabilit\u00e0 di rappresentare un popolo&#8230;&#8221;.<\/p>\n","protected":false},"excerpt":{"rendered":"<p><p>Ci sono storie che sembrano fatte apposta per raccontare un inizio. Anche un inizio d&#8217;anno. Per spiegare che quando ci si mette in testa di fare una cosa, di azzardare un&#8217;avventura non sempre tutto va come si \u00e8 immaginato e non sempre i conti sono quelli che abbiamo incolonnato all&#8217;inzio. Sulla carta. \u00a0Per spiegare che nello \u00a0sport spesso non vince chi arriva primo, non chi fa il crono migliore o chi mette al collo medaglie. 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