{"id":18674,"date":"2016-03-08T10:09:07","date_gmt":"2016-03-08T09:09:07","guid":{"rendered":"https:\/\/blog.ilgiornale.it\/ruzzo\/?p=18674"},"modified":"2016-03-08T10:09:07","modified_gmt":"2016-03-08T09:09:07","slug":"bici-non-mimose","status":"publish","type":"post","link":"https:\/\/blog.ilgiornale.it\/ruzzo\/2016\/03\/08\/bici-non-mimose\/","title":{"rendered":"Bici, non mimose"},"content":{"rendered":"<p>Meglio una bici che una mimosa. Meglio pedalare che ripetere un rito stanco \u00e8 inutile che celebra la \u00abGiornata internazionale della donna\u00bb banalizzandola in un festa spesso ridotta ad una cena vietata agli uomini con tanto di Californian dream man o cose simili. Che spesso diventa solo il pretesto per apparire, per recitare un copione da femministe atteggiate, da compagne chic che celebrano una ricorrenza irritante e fuoritempo. Che bisogno c\u2019\u00e8 di festeggiare le donne? Cos\u00ec nessuno. Cos\u00ec l\u20198 marzo sembra diventato pi\u00f9 una mesta ricorrenza che non il momento di riflessione che dovrebbe essere. E allora meglio pedalare. Meglio salire su una bici e dimostrare che ci sono altri modi per rivendicare diritti sacrosanti o conquistarsi un pezzo di libert\u00e0 che non \u00e8 sempre scontata anche dove sembrerebbe. Per dimostrare che da Milano a Oslo, da Kabul fino in Uganda ci sono donne che fanno grandi cose anche se non sventolano bandiere, se non esibiscono mimose. Le vere rivoluzioni costano fatica e la bici \u00e8 uno strumento per cominciare. Cos\u00ec capita a Milano che un gruppo di mamme di religione islamica provi a conquistarsi un pezzetto di libert\u00e0 imparando a pedalare. Che non \u00e8 la stessa cosa in tutte le parti del mondo. In molti Paesi musulmani infatti \u00e8 proibito, a volte vergognoso, comunque malvisto e mai incoraggiato. Cos\u00ec le donne restano ferme, inchiodate dal pregiudizio e da un retaggio culturale che limita mobilit\u00e0 e libert\u00e0 alla ricerca di un\u2019emancipazione che passa anche da queste piccole, conquiste. Ed allora \u00abMamme in bici\u00bb, il progetto di Cyclopride partito da qualche settimana nell\u2019istituto omniconprensivo Luigi Cardorna diventa tutta un\u2019altra cosa. \u00abSi trasforma nello strumento per la conquista di una libert\u00e0- racconta Ercole Giammarco, presidente di Cyclopride- Diventa il mezzo per riappropriarsi di un diritto che pu\u00f2 essere un passo importante per una maggiore indipendenza e quindi anche verso l\u2019integrazione\u00bb. Non a caso si parte dall\u2019omnicomprensivo di Luigi Cadorna in via Carlo Dolci, in zona San Siro, uno degli istituti milanesi pi\u00f9 multietnci in uno dei quartieri pi\u00f9 multietnici e complicati della citt\u00e0. Si parte da qui per andare altrove per fare un piccolo passo verso un\u2019emancipazione che anche a Milano non poi cos\u00ec \u00e8 scontata: \u00abPochi giorni fa l\u2019iniziativa \u00e8 stata presentata da un\u2019inviata di Striscia La Notizia all\u2019Imam di Segrate- racconta Giammarco- e sinceramente la risposta che \u00e8 arrivata \u00e8 quella che non avrei voluto sentire. Non ha bocciato il progetto, ma ha fatto capire che nelle loro cultura le donne sono un bene prezioso quindi sarebbe meglio non girassero in bici che viene considerato un mezzo povero\u2026\u00bb. Povero o no la bici va. \u00c9 poche settimane fa \u00e8 arrivata fino ad Oslo, dove Paola Gianotti, manager pentita ed ora ciclista di lunghissime distanze che due anni fa ha fatto il Giro del Mondo e l\u2019anno scorso la Transiberiana da Mosca a Vladivostock unica donna a finirla, ha consegnato le 10mila firme necessarie per la candidatura della bicicletta al premio Nobel. Che ovviamente non sar\u00e0 dato alla bici ma, se mai sar\u00e0, verr\u00e0 assegnato alle ragazze della nazionale femminile afghana di ciclismo. Loro sono state la scintilla e le protagoniste di una rivoluzione che vuole abbattere un tab\u00f9. Maltrattate, picchiate, minacciate e prese a sassate ma non hanno mai smesso di pedalare e oggi si allenano scortate dai compagni di della nazionale maschile. Per\u00f2 sono state contagiose e oggi le donne hanno cominciato a pedalare in diverse zone del Paese, utilizzando la bici non solo per sfidare la tradizione ma anche per andare a scuola e spostarsi tra i villaggi. Cos\u00ec in Afghanistan, cos\u00ec in tanti altri Pesi del mondo e cos\u00ec in Uganda, dove una donna in bici pu\u00f2 fare la differenza. \u00abLa prossima sfida che mi vedr\u00e0 attraversare 48 stati degli Stati Uniti in 48 giorni servir\u00e0 proprio a questo- aveva raccontato Paola Gianotti prima di partire per la sua \u201cBike-the-Nobel\u201c- raccogliere i fondi per donare 48 biciclette alle donne che vivono nei villaggi in Uganda. Da quelle parti avere una bici con cui muoversi e spostarsi \u00e8 una conquista che pu\u00f2 cambiare la vita&#8230;\u00bb. Altro che mimose.<\/p>\n","protected":false},"excerpt":{"rendered":"<p><p>Meglio una bici che una mimosa. Meglio pedalare che ripetere un rito stanco \u00e8 inutile che celebra la \u00abGiornata internazionale della donna\u00bb banalizzandola in un festa spesso ridotta ad una cena vietata agli uomini con tanto di Californian dream man o cose simili. 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