{"id":20081,"date":"2016-08-12T10:06:06","date_gmt":"2016-08-12T08:06:06","guid":{"rendered":"https:\/\/blog.ilgiornale.it\/ruzzo\/?p=20081"},"modified":"2016-08-12T10:06:06","modified_gmt":"2016-08-12T08:06:06","slug":"dopo-rio-mi-lascio-morire","status":"publish","type":"post","link":"https:\/\/blog.ilgiornale.it\/ruzzo\/2016\/08\/12\/dopo-rio-mi-lascio-morire\/","title":{"rendered":"&#8220;Dopo Rio mi lascio morire&#8221;"},"content":{"rendered":"<p><a href=\"https:\/\/blog.ilgiornale.it\/ruzzo\/files\/2016\/08\/vee.jpg\"><img loading=\"lazy\" class=\"alignleft size-medium wp-image-20194\" src=\"https:\/\/blog.ilgiornale.it\/ruzzo\/files\/2016\/08\/vee-300x169.jpg\" alt=\"vee\" width=\"300\" height=\"169\" srcset=\"https:\/\/blog.ilgiornale.it\/ruzzo\/files\/2016\/08\/vee-300x169.jpg 300w, https:\/\/blog.ilgiornale.it\/ruzzo\/files\/2016\/08\/vee.jpg 480w\" sizes=\"(max-width: 300px) 100vw, 300px\" \/><\/a>Lo sport sa raccontare storie incredibili. Drammatiche e incredibili. E proprio nei in \u00a0cui giorni sembrano diventare storie drammatiche quelle legate al doping, storie finali, senza uscita, senza pensare che in quelle storie poi uno ci si infila perch\u00e8 vuole, perch\u00e8 sceglie, perch\u00e8 in fondo insegue la sua vanit\u00e0 e la sua \u00a0vanagloria, poi ce ne sono altre che sono drammatiche per davvero. Perch\u00e8 cos\u00ec ha deciso la vita o il destino, perch\u00e8 poi uno prova poi a cambiare ci\u00f2 che da qualche parte sta scritto ma non \u00e8 come decidere di buttar via uno fialetta o una scatoletta di medicinali. Storie che non scatenano i dibattiti, che non finiscono sui social che per\u00f2 raccontano che la forza degli atleti non solo \u00e8 nei muscoli, nel resistere alla fatica, nei record o nei dati di un computer. Raccontano che \u00e8 nella testa e nel cuore. Che lo sport \u00e8 una medicina incredibile per vivere. Fino alla fine, fino all&#8217;ultimo secondo, assaporando tutto ci\u00f2 che l&#8217;esistenza sa regalare. Che lo sport \u00e8 un inno alla vita anche per chi quella vita se la vede sfuggire dalle dita, giorno do po giorno. Anche per chi sente che sta per arrivare la fine: \u201cNonostante la mia condizione, sono stata in grado di provare cose che altri possono solo sognare&#8230;\u201d ha semppre ripetuto <strong>Marieke Vervoort,<\/strong> atleta di punta della nazionale paralimpica del Belgio, che da tempo vive su una carrozzina, inchiodata da una malattia degenerativa. Alle ultime olimpiadi di Londra ha vinto un oro e un argento nella velocit\u00e0, nei 100 e nei 200 metri piani. Ma la sua storia non la fanno le medaglie. La sua storia la fa lei che in Belgio, dove tutti la conoscono come \u201cWielemie\u201d che \u00e8 il nome del suo sito seguitissimo sito internet, \u00e8 una donna famosa soprattutto dopo che quattro anni fa le \u00e8 stato consegnato il titolo di Grande Ufficiale dell\u2019Ordine della Corona per aver innalzato con la sua idea di sport lo spirito del suo Pease. Da Londra a Rio, quattro anni in pi\u00f9. Quattro anni per conquistarsi un altro sogno olimpico ma soprattutto a lottare contro un malattia che prima le ha tolto il triathlon, sport della sua vita, e ora le sta togliendo la speranza. La velocista 37enne, sa che quella brasiliana sar\u00e0 la sua ultima Paralimpiade. Non perch\u00e8 abbia deciso di smettere, non perch\u00e8 si sentea vecchia o perch\u00e8 non abbia pi\u00f9 voglia di allenarsi e far fatica. Sar\u00e0 l&#8217;ultima per la gioia dello sport sta lentamente lasciando il posto al dolore di una malattia implacabile. Cos\u00ec La <strong>Vervoort<\/strong> ha scioccato tutti, giocando d&#8217;anticipo come spesso sanno fare i campioni. Annunciando ai media del suo Paese che dopo Rio sta seriamente pensando all&#8217;eutanasia che in Belgio \u00e8 legale. Una scelta drammatica, una scelta che le permetter\u00e0 in qualche modo di chiudere i conti con il suo corpo quando non le permetter\u00e0 pi\u00f9 di fare vita d&#8217;atleta. La sua vita. \u00abTutti mi vedono sorridere quando vinco una medaglia- ha raccontato in un&#8217;intervista a Le Parisen- ma nessuno mi vede quando sono scura in volto. Mi alleno duramente ma ogni giorno devo lottare con una malattia che mi permette di fare sempre meno e la cosa pi\u00f9 difficile \u00e8 accettare ci\u00f2 che non riesco pi\u00f9 a fare&#8230; A Rio lotter\u00f2 per conquistare un oro poi vedremo quello che mi porter\u00e0 la vita: prover\u00f2 a godermi i momenti migliori\u00bb. Una storia infinita quella di questa atleta belga che tra qualche mese potrebbe veder scorrere i titoli di coda in una decisione tanto grande. I primi segni della malattia arrivano vent&#8217;anni fa quando i primi disturbi vengono confermati da alcuni esami che rivelano senza piet\u00e0 quale sar\u00e0 il suo destino. Una malattia degenerativa che non ha cura e che comincia piano piano a consumarla. Cambiano gli orizzonti e le prospettive ma non la passione dello sport. Cos\u00ec dal triathlon la<strong> Vervoort<\/strong> si avvicina agli sport paralimpici e alla velocit\u00e0 in carrozzina. Diventano la sua speranza. La sua nuova sfida, una sfida olimpica che l&#8217;ha vista trionfare a Londra quattro anni fa e che tra un mese e mezzo continuer\u00e0 in Brasile con i Giochi paralimpici. Dopo non si sa. \u00abDopo c\u2019\u00e8 un buco nero&#8230;\u00bb ha detto l&#8217;atleta belga che intanto per\u00f2 ha gi\u00e0 fatto sapere che prima di salutare tutti l&#8217;ultima cosa che far\u00e0 sar\u00e0 un il volo acrobatico con un aeroplano. Poi penser\u00e0 a preparare la sua morte, consulter\u00e0 i medici e se le daranno parere favorevole all\u2019eutanasia, la decisione sar\u00e0 presa. \u00abE il giorno del mio funerale, voglio che tutti abbiano un calice di champagne in mano&#8230;&#8221;<\/p>\n<p>&nbsp;<\/p>\n<p>&nbsp;<\/p>\n<p>&nbsp;<\/p>\n","protected":false},"excerpt":{"rendered":"<p><p>Lo sport sa raccontare storie incredibili. Drammatiche e incredibili. 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