{"id":20196,"date":"2016-08-14T18:55:24","date_gmt":"2016-08-14T16:55:24","guid":{"rendered":"https:\/\/blog.ilgiornale.it\/ruzzo\/?p=20196"},"modified":"2016-08-14T18:55:24","modified_gmt":"2016-08-14T16:55:24","slug":"rio-il-sorriso-della-maratoneta","status":"publish","type":"post","link":"https:\/\/blog.ilgiornale.it\/ruzzo\/2016\/08\/14\/rio-il-sorriso-della-maratoneta\/","title":{"rendered":"Rio, il sorriso della maratoneta"},"content":{"rendered":"<p><a href=\"https:\/\/blog.ilgiornale.it\/ruzzo\/files\/2016\/08\/bertone2.jpg\"><img loading=\"lazy\" class=\"alignright size-medium wp-image-20200\" src=\"https:\/\/blog.ilgiornale.it\/ruzzo\/files\/2016\/08\/bertone2-225x300.jpg\" alt=\"bertone2\" width=\"225\" height=\"300\" srcset=\"https:\/\/blog.ilgiornale.it\/ruzzo\/files\/2016\/08\/bertone2-225x300.jpg 225w, https:\/\/blog.ilgiornale.it\/ruzzo\/files\/2016\/08\/bertone2.jpg 541w\" sizes=\"(max-width: 225px) 100vw, 225px\" \/><\/a>La differenza la fa un sorriso. La fa una gioia incontenibile che finisce in un balletto per andare a raccogliere gli applausi di tutti quelli che sono l\u00ec a Rio proprio per lei. E sono tanti. <strong>Catherine Bertone<\/strong> all&#8217;arrivo della sua maratona olimpica \u00e8 il ritratto della felicit\u00e0. Ed \u00e8 raro vedere un&#8217; atleta sorridere cos\u00ec dopo 42 chilometri, anche quando vince, perch\u00e8 la fatica prende il sopravvento. Ma se la differenza la fa un sorriso significa che si \u00e8 avverato un sogno: &#8220;Che era in un cassetto- ha detto l&#8217;azzurra subito dopo l&#8217;arrivo- ma proprio in fondo in fondo&#8230;&gt;. E rischiava di restar l\u00ec, come capita a tanti. Ma lei ci ha creduto e soprattutto ci hanno creduto tutti quelli che pensavano che la maratona olimpica se la meritasse. Cos\u00ec alla fine \u00e8 arrivata. Cos\u00ec alla fine per lei, mamma di 44 anni di due figliolette e medico pediatra che corre per hobby per la\u00a0<strong>Sandro Calvesi<\/strong> di Aosta, il club guidato da Lyana e Eddy Ottoz, \u00a0\u00e8 stato ci\u00f2 che doveva essere. \u00a0Un trionfo olimpico come mai avrebbe forse neanche immaginato. Perch\u00e8 poi uno fa le maratone, comincia a fare anche dei bei tempi, si immagina in gara a Rio ma forse non ci crede che le possa davvero capitare, perch\u00e8 poi, quando si accendono le luci, ricominci a fare i conti con la tua vita, la tua famiglia, il tuo lavoro. Invece a volte dai sogni non ci si sveglia. E allora dopo avere strappato il tempo di qualifica \u00a0a Rotterdam, la<strong> Bertone<\/strong> \u00a0alla gara di Rio ha dovuto cominciare a pensarci sul serio. &#8220;Tanta passione e tanta collaborazione mi hanno portato qui- ha raccontato ai microfoni della Rai dopo il traguardo del Sambodromo- Sono felice ma adesso non vedo l&#8217;ora di tornare a casa perche le mie figlie e la mia famiglia gi\u00e0 mi mancano&#8221;. Aosta chiama e lei risponde. Come \u00e8 naturale e come \u00e8 giusto che sia. Perch\u00e8 questa olimpica \u00e8 stata l&#8217;avventura di una vita ma la vita, quella che conta di pi\u00f9, resta un&#8217;altra. Per\u00f2 i quarantadue chilometri di oggi, che hanno regalato un oro alla keniana <strong>Jemima Jelagat Sumgong<\/strong>\u00a0, resteranno per sempre. Tutti da raccontare come si deve raccontare un sogno. Che si \u00e8 fatto realt\u00e0, che \u00e8 diventato sudore, fatica e alla fine un sorriso \u00a0che vuol dire pi\u00f9 di tanti tempi, pi\u00f9 di un piazzamento, forse anche pi\u00f9 di una medaglia. Non era qui per quello e lo sapeva: &#8220;Quando ho visto che gi\u00e0 dall&#8217;inizio davati allungavano e andavano via ho pensato solo a tenere il mio passo&#8230;&#8221; Che poi \u00e8 la sua specialit\u00e0. Che poi \u00e8 il suo modo di correre, quello che negli ultimi anni ha fatto la differenza. Un crescendo dal \u00a02011 quando con 2h36&#8242; a Berlino polverizza il suo \u00a0primato di 2h43&#8242; . Poi arrivano il 2h.34&#8242; 54&#8243; del 2012 a Francoforte, \u00a0il 2h32&#8217;46&#8221; di Torino nel 2014 e il 2.30&#8217;19&#8221; di Rotterdam che le vale il pass per Rio. Quasi un miracolo, ma neanche tanto. Per una donna che divide la maratona tra famiglia, figlie e turni in ospedale i miracoli si confezionano solo con terrena tenacia. Una campionessa che pi\u00f9 normale non si pu\u00f2, che si allena come fanno tanti tapascioni, alzandosi all&#8217;alba, ritagliando tutto il tempo che si pu\u00f2 quando si pu\u00f2, che fa sacrifici che molti non capiscono e che ha una passione che molti non comprendono. Per\u00f2 poi alla fine i conti tornano. E lei, 25ma Rio, da oggi non \u00e8 solo una delle tre azzurre che fanno &#8221; una gara dignitosa&#8221;,\u00a0come ci raccontano i telecronisti . Diventa il simbolo di un popolo che corre. Senza retorica perch\u00e8 non serve. \u00a0Diventa il mito di tutti quelli che la domenica si mettono un pettorale e sognano magari un giorno di andare a correre una maratona olimpica. Non capita sempre di riscuotere i crediti. Per\u00f2 ogni tanto s\u00ec. E allora, \u00a0quando vedi una maratoneta che arriva al traguardo e sorride, capisci che si \u00e8 avverato un sogno.<\/p>\n","protected":false},"excerpt":{"rendered":"<p><p>La differenza la fa un sorriso. La fa una gioia incontenibile che finisce in un balletto per andare a raccogliere gli applausi di tutti quelli che sono l\u00ec a Rio proprio per lei. E sono tanti. Catherine Bertone all&#8217;arrivo della sua maratona olimpica \u00e8 il ritratto della felicit\u00e0. Ed \u00e8 raro vedere un&#8217; atleta sorridere cos\u00ec dopo 42 chilometri, anche quando vince, perch\u00e8 la fatica prende il sopravvento. Ma se la differenza la fa un sorriso significa che si \u00e8 avverato un sogno: &#8220;Che era in un cassetto- ha detto l&#8217;azzurra subito dopo l&#8217;arrivo- ma proprio in fondo in fondo&#8230;&gt;. [&hellip;]<\/p>\n&nbsp;&nbsp;<div class=\"readmore\"><a href=\"https:\/\/blog.ilgiornale.it\/ruzzo\/2016\/08\/14\/rio-il-sorriso-della-maratoneta\/\">Continua a leggere...<\/a><\/div><\/p>","protected":false},"author":956,"featured_media":0,"comment_status":"open","ping_status":"closed","sticky":false,"template":"","format":"standard","meta":[],"categories":[1],"tags":[],"_links":{"self":[{"href":"https:\/\/blog.ilgiornale.it\/ruzzo\/wp-json\/wp\/v2\/posts\/20196"}],"collection":[{"href":"https:\/\/blog.ilgiornale.it\/ruzzo\/wp-json\/wp\/v2\/posts"}],"about":[{"href":"https:\/\/blog.ilgiornale.it\/ruzzo\/wp-json\/wp\/v2\/types\/post"}],"author":[{"embeddable":true,"href":"https:\/\/blog.ilgiornale.it\/ruzzo\/wp-json\/wp\/v2\/users\/956"}],"replies":[{"embeddable":true,"href":"https:\/\/blog.ilgiornale.it\/ruzzo\/wp-json\/wp\/v2\/comments?post=20196"}],"version-history":[{"count":4,"href":"https:\/\/blog.ilgiornale.it\/ruzzo\/wp-json\/wp\/v2\/posts\/20196\/revisions"}],"predecessor-version":[{"id":20201,"href":"https:\/\/blog.ilgiornale.it\/ruzzo\/wp-json\/wp\/v2\/posts\/20196\/revisions\/20201"}],"wp:attachment":[{"href":"https:\/\/blog.ilgiornale.it\/ruzzo\/wp-json\/wp\/v2\/media?parent=20196"}],"wp:term":[{"taxonomy":"category","embeddable":true,"href":"https:\/\/blog.ilgiornale.it\/ruzzo\/wp-json\/wp\/v2\/categories?post=20196"},{"taxonomy":"post_tag","embeddable":true,"href":"https:\/\/blog.ilgiornale.it\/ruzzo\/wp-json\/wp\/v2\/tags?post=20196"}],"curies":[{"name":"wp","href":"https:\/\/api.w.org\/{rel}","templated":true}]}}