{"id":21328,"date":"2017-02-05T21:09:56","date_gmt":"2017-02-05T20:09:56","guid":{"rendered":"https:\/\/blog.ilgiornale.it\/ruzzo\/?p=21328"},"modified":"2017-02-05T21:09:56","modified_gmt":"2017-02-05T20:09:56","slug":"il-triathlon-cose-da-turchi","status":"publish","type":"post","link":"https:\/\/blog.ilgiornale.it\/ruzzo\/2017\/02\/05\/il-triathlon-cose-da-turchi\/","title":{"rendered":"Il triathlon? Cose da turchi&#8230;"},"content":{"rendered":"<p><a href=\"https:\/\/blog.ilgiornale.it\/ruzzo\/files\/2017\/02\/triathlon-Andrea-Gabba1.jpg\"><img loading=\"lazy\" class=\"alignleft size-medium wp-image-21330\" src=\"https:\/\/blog.ilgiornale.it\/ruzzo\/files\/2017\/02\/triathlon-Andrea-Gabba1-300x200.jpg\" alt=\"triathlon-Andrea-Gabba\" width=\"300\" height=\"200\" srcset=\"https:\/\/blog.ilgiornale.it\/ruzzo\/files\/2017\/02\/triathlon-Andrea-Gabba1-300x200.jpg 300w, https:\/\/blog.ilgiornale.it\/ruzzo\/files\/2017\/02\/triathlon-Andrea-Gabba1.jpg 800w\" sizes=\"(max-width: 300px) 100vw, 300px\" \/><\/a>Ci sono i capitani coraggiosi e poi ci sono gli allenatori coraggiosi. Anche nel triathlon. Perch\u00e8 viene facile salire su un aereo che ti porta a Kona, in America o in Australia dove nuotare, pedalare e correre \u00e8 quasi sport nazionale. Dove tutto \u00e8 cominciato, dove ci sono storia, presente e futuro. Facile magari no, per\u00f2 pi\u00f9 semplice. Perch\u00e8 da quelle parti la strada \u00e8 segnata, il solco c\u2019\u00e8 e basta seguire o mettersi in scia come fa chi non ama rischiare. Ma sempre la sfida pi\u00f9 affascinate \u00e8 proprio quella che sembra impossibile. Dove contano la tua caparbiet\u00e0, il tuo sogno la tua testa. O forse l\u2019incoscienza. Che \u00e8 poi quella che ti fa salire la scaletta di un Boeing destinazione Izmir, che molti non sanno neppure dove sia, che sta al triathlon come il bob alla nazionale giamaicana come in uno spot di tanti anni fa. L\u00ec si partiva da zero. Zero assoluto, tutto da fare, costruire, spiegare in un sogno olimpico forse impossibile anche da \u201csognare\u201c. Andrea Gabba, 44 anni, torinese, tecnico azzurro ad Atene come coach di Nadia Cortassa e poi a Pechino come responsabile della squadra femminile, quattro anni fa tutti questi dubbi se li \u00e8 portati appresso quando \u00e8 decollato da Malpensa per volare in Turchia. Responsabile dell\u2019attivit\u00e0 e del progetto olimpico della nazionale, un doppio salto mortale, una scommessa con parecchio da perdere in un Paese che, non solo non aveva una storia di triathlon, ma non ne aveva una neppure nel nuoto, nella corsa o nel ciclismo. \u201cS\u00ec \u00e8 cos\u00ec e lo sapevo- racconta- per\u00f2 con tutte le difficolt\u00e0, le contraddizioni e le amarezze per non aver raggiunto una qualificazione olimpica che alla fine sembrava ala portata \u00e8 sia stata un\u2019esperienza unica. Ho conosciuto persone che hanno segnato per sempre la mia vita e \u00a0a cui dir\u00f2 sempre grazie per avermi messo un foglio davanti che mai mi pentir\u00f2 di aver firmato&#8230;\u201c. Quattro anni per costruire una squadra che non c\u2019era. Per provare a qualificarsi ai Giochi senza cercare giustificazioni perch\u00e8 i mezzi erano quelli che erano, le strutture anche e i fondi a \u00a0disposizione andavano spesso \u201cintegrati\u201c di tasca propria. Niente alibi: \u00abNella loro tradizione il triathlon non esiste- racconta l\u2019ex coach azzurro- L\u2019unica gara che hanno \u00e8 ad Alania, ma \u00e8 una gara turistica, quando ci siamo trovati ad organizzarne una per gli elit\u00e8 ho dovuto rifare le misurazioni del percorso, perch\u00e8 non esisteva un percorso e perch\u00e8 i tempi erano troppo veloci e i conti non mi tornavano&#8230;\u201c. Per\u00f2 nelle cose bisogna crederci. E si fa con ci\u00f2 che si ha. Pochi stage, pochi camp,niente staff e tecnici. Poco di tutto. \u201cHo sempre lavorato da solo- racconta <strong>Gabba<\/strong>&#8211; Le trasferte quando ogni minimo dettaglio pu\u00f2 determinare il risultato finale, sono state spesso fonte di tensione ma ci hanno aiutato a diventare una squadra, a crescere come gruppo. Voli prenotati all\u2019ultimo, transfert assenti con viaggi verso l\u2019hotel in bus o in metro, hotel cercati all\u2019arrivo in aeroporto. Notti in cui il letto era cos\u00ec piccolo che ho ceduto la mia parte di materasso all\u2019atleta con cui dividevo la stanza. Ogni gara era davvero un\u2019avventura che ci ha reso pi\u00f9 forti. Ma ho avuto la fortuna di vivere questa esperienza con atleti capaci di non piangersi mai addosso. Spesso ci siamo chiesti \u201c E adesso cosa facciamo?\u201d E la risposta era sempre la stessa: \u201cAdesso andiamo avanti&#8230;\u201c. Un gruppo. Tirato da triatleti che per inseguire un sogno olimpico hanno preso il passaporto turco come la nostra <strong>Gaia Peron,<\/strong> come il tedesco <strong>Jonas Schomburg,<\/strong> come il francese<strong> Aurelien Lescure.<\/strong> \u201cE c\u2019eravamo quasi- ricorda il ct turco- Con Aurelien in Messico, alla vigilia della gara che avrebbe potuto darci la qualifica olimpica \u00e8 stato il momento pi\u00f9 duro della mia esperienza turca. Era rientrato da un infortunio, aveva vinto in Equador e aveva ottime chanche per far bene anche l\u00ec. Per\u00f2 la mattina prima della gara mi ha preso da parte e mi ha detto: \u201cNon parto&#8230;\u201c. Aveva una frattura da stress a un piede. Mi \u00e8 caduto il mondo addosso&#8230;\u201c. Ma forse alla fine l\u2019Olimpiade sfiorata in tutta questa storia rimane un dettaglio. Resta un lavoro enorme fatto in quattro anni. Un impegno costante di allenamenti, test, riunioni, visite alle squadre con strutture neppure accennate, fatto di contraddizioni dove non ci sono fondi per un settore giovanile \u00a0ma dove c\u2019\u00e8 un movimento age-group capace di spendere decine di migliaia di euro per una bici o per un viaggio: \u00abLa Turchia \u00e8 un Paese che aspetta- spiega Gabba- Sono sempre in attesa che gli porti qualcosa. Quando ero ct azzurro e andavo a far visita ad una societ\u00e0 i tecnici mi dicevano: \u201cperfetto, cosa dobbiamo fare per portare i nostri ragazzi in nazionale? Spiegaci&#8230;In Turchia vai a trovare un squadra e dal ct si aspettano che sia tu a portare qualcosa&#8230;\u201c. Quattro anni punto e a capo. Forse, ma non \u00e8 detto. Anche se ricominciare non \u00e8 semplice: \u201cDue mesi fa ero certo che sarei rimasto ad allenare in Turchia- racconta <strong>Gabba<\/strong>&#8211; Ma da quelle parti cambia tutto molto velocemente ed anche le scelte politiche federali. Cos\u00ec ora c\u2019\u00e8 qualche dubbio in pi\u00f9. Vedremo\u201c. Resta ci\u00f2 che \u00e8 stato fatto. Restano un\u2019avventura personale indimenticabile, le persone, gli incontri, i sacrifici le gioie le delusioni e anche qualche numero. Resta che in 4 anni i giovanissimi che in Turchia si sono avvicinati \u00a0al triathlon sono cresciuti del 300 per cento. Resta un\u2019avventura olimpica sfiorata di un soffio, una squadra irripetibile e i ragazzi che sono diventati una cosa sola. Gi\u00e0 i ragazzi&#8230;\u201cS\u00ec alla fine loro hanno fatto la differenza- ammette Gabba- Anzi le dir\u00f2 di pi\u00f9&#8230;Se qualcuno mi dovesse chiedere perch\u00e8 ho fatto tutto questo non risponderei perch\u00e8 ho avuto coraggio. L\u2019ho fatto per loro. L\u2019ho fatto per i ragazzi&#8230;\u201c.<\/p>\n","protected":false},"excerpt":{"rendered":"<p><p>Ci sono i capitani coraggiosi e poi ci sono gli allenatori coraggiosi. Anche nel triathlon. Perch\u00e8 viene facile salire su un aereo che ti porta a Kona, in America o in Australia dove nuotare, pedalare e correre \u00e8 quasi sport nazionale. Dove tutto \u00e8 cominciato, dove ci sono storia, presente e futuro. Facile magari no, per\u00f2 pi\u00f9 semplice. 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