{"id":21724,"date":"2017-04-15T19:13:51","date_gmt":"2017-04-15T17:13:51","guid":{"rendered":"https:\/\/blog.ilgiornale.it\/ruzzo\/?p=21724"},"modified":"2017-04-15T19:15:21","modified_gmt":"2017-04-15T17:15:21","slug":"nino-la-boxe-e-unitalia-che-non-ce-piu","status":"publish","type":"post","link":"https:\/\/blog.ilgiornale.it\/ruzzo\/2017\/04\/15\/nino-la-boxe-e-unitalia-che-non-ce-piu\/","title":{"rendered":"Nino, la boxe e l&#8217;Italia che non c&#8217;\u00e8 pi\u00f9"},"content":{"rendered":"<p><a href=\"https:\/\/blog.ilgiornale.it\/ruzzo\/files\/2017\/04\/unnamed-26.jpg\"><img loading=\"lazy\" class=\"alignleft size-medium wp-image-21725\" src=\"https:\/\/blog.ilgiornale.it\/ruzzo\/files\/2017\/04\/unnamed-26-225x300.jpg\" alt=\"unnamed (26)\" width=\"225\" height=\"300\" srcset=\"https:\/\/blog.ilgiornale.it\/ruzzo\/files\/2017\/04\/unnamed-26-225x300.jpg 225w, https:\/\/blog.ilgiornale.it\/ruzzo\/files\/2017\/04\/unnamed-26.jpg 480w\" sizes=\"(max-width: 225px) 100vw, 225px\" \/><\/a>Cinquant&#8217;anni fa per i giornali italiani New York era ancora \u00abNuova York\u00bb. Anche per Ruggero Orlando, primo e mitico corrispondente Rai. Non c&#8217;erano grandi mele, non c&#8217;erano reti e neanche i voli low cost.L&#8217;America era lontana davvero, mito irraggiungibile e impossibile. Faceva la guerra in Vietnam, contestava, metteva a ferro e fuoco campus e universit\u00e0, si lacerava e si divideva in due. Dieci anni avanti per chi, da queste parti, vedeva a mala pena ancora solo un canale tv e divideva le spese telefoniche con i vicini col \u00abduplex\u00bb da pagare alla Sip, gestore unico e assoluto&#8230; C&#8217;era un&#8217;America dove il <strong>Ku Klux Klan<\/strong> organizzava veglie di preghiera con le croci in fiamme per mettere al rogo i dischi dei Beatles e c&#8217;era un&#8217;America hippie che predicava il libero amore e non solo quello.\u00a0Un mondo lontano che faceva anche a pugni. Che incrociava i guantoni sul ring nei quartieri pi\u00f9 malfamati in cerca di riscatto ma che li incrociava soprattutto al Madison Square Garden, tempio di uno sport che allora era arte ma anche incredibile fenomeno di massa, sociale e di moda con spalti gremiti, arbitri in camicia bianca e farfallino e signore impelliciate. Tra luci, spettacoli, manager e star di Hollywood s&#8217;era scritta la storia di un Paese. Un Paese che si era innamorato di <strong>Joe Louis,<\/strong> di <strong>Sugar Ray Robinson, Jake LaMotta di Rocky Marciano<\/strong> ma anche di <strong>Primo Carnera,<\/strong> arrivato dal Friuli, lottatore, pugile, campione del mondo e alla fine anche attore in uno show a volte anche un po&#8217; malinconico.\u00a0\u00a0Storia di pugni e di titoli mondiali che cinquant&#8217;anni fa, il 17 aprile del 1967, tocc\u00f2 a noi raccontare. Alla voce di <strong>Paolo Valenti,<\/strong> che divenne famoso poi con quel \u00abNovantesimo Minuto\u00bb che oggi \u00e8 ancora musica e sigla di tante trasmissioni sportive. Al Madison nella sfida che sembra impossibile <strong>Nino Benvenuti,<\/strong> il bianco europeo dagli occhi azzurri e dalla lingua lunga perch\u00e8 per i cronisti americani era troppo sicuro di vincere, sfida <strong>Emile Griffith<\/strong>, campione del mondo, imbattibile e terribile. Il pugile delle Isole Vergini che si porta appresso una storia drammatica, la morte, pochi anni prima nel match valido per mondiale dei welter, di <strong>\u00abKid\u00bb Benny Paret.<\/strong> Tra i due non corre buon sangue, il cubano ha accusato Emil di essere un \u00abmaricon\u00bb, un omosessuale, e quella gragnuola di colpi che chiude il 12 round, il match e mette fine alla sua vita sembrano a molti una resa dei conti. Cos\u00ec non \u00e8. Cos\u00ec non fu. Nel 2005 un documentario sulla storia di quell&#8217;incontro \u00abRing of Fire: The Emile Griffith Story\u00bb nella scena finale mostra Griffith che incontra il figlio di Kid Paret, che lo abbraccia e gli dice di averlo perdonato. \u00a0Anche per questo la sfida del 17 aprile sembra impossibile. Non c&#8217;\u00e8 match. Non ci sono possibilit\u00e0. La vittoria di Benvenuti viene data a 15, quella di Griffith a 5, che \u00e8 tutto dire, che nella lingua degli allibratori significa che il finale \u00e8 gi\u00e0 scritto. Ma <strong>Benvenuti<\/strong> ci crede. E ci credono anche gli italiani. Molti lo seguono, riempiendo 4 charter che decollano da Roma e Milano, molti sono gi\u00e0 a New York, \u00abpais\u00e0\u00bb che sognano una vittoria, che sperano in un piccolo riscatto, che hanno voglia di sentirsi di nuovo a casa, almeno per una notte. Quindicimila spettatori sugli spalti del Madison, diciotto milioni attaccati con l&#8217;orecchio alle radioline perch\u00e8 il governo italiano vieta la diretta dell&#8217;incontro sui canali Rai. Troppo tardi o troppo presto. Comunque sconveniente che un Paese perda il sonno per seguire due che si prendono a pugni. Cos\u00ec \u00e8 la radio che firma un pezzo della nostra storia. E l&#8217;Italia mette la sveglia per non perdersi neppure un round. Gli smartphone non sono neppure un&#8217;idea. E allora sono ottomila quella notte le richieste che vengono fatte al \u00ab114\u00bb per essere svegliati col servizio telefonico di richiamata automatica in piena notte. A Milano un migliaio meno. Ma c&#8217;\u00e8 mezzo Paese collegato, come per<strong> Italia Germania-4-3,<\/strong> come per l&#8217;ultima serata di un Sanremo, di <strong>\u00abLascia o Raddoppia\u00bb<\/strong> o per la finale di<strong> Canzonissima.<\/strong> L&#8217;Italia \u00e8 al Madison a fare il tifo per Benvenuti, che diventa \u00abNino\u00bb per tutti e che ha portato tutti dall&#8217;altra parte dell&#8217;Oceano tra i grattacieli di Manhattan, tra le Avenue e nelle palestre del Bronx dove si \u00e8 allenato nelle settimane precedenti. Dodici round che vanno via trattenendo il fiato. Griffith va gi\u00f9 alla seconda ripresa, Benvenuti alla quarta, poi di due se le danno come devono. Finisce dieci riprese a 5 per il primo giudice, 9 a sei per il secondo, il terzo non conta. \u00abNino campione\u00bb del mondo diventa il passaparola, diventa un titolo, diventa tutti i titoli di giornali e telegiornali. Sul ring, appena dopo il verdetto, Emile Griffith gli stringe la mano come segno di rispetto. Si chiude solo un pezzo di una storia che poi vedr\u00e0 ancora due epici match. Il rientro in Italia \u00e8 un&#8217;apoteosi. Sono passati cinquant&#8217;anni.<strong> Emile Griffit<\/strong> non c&#8217;\u00e8 pi\u00f9, portato via da un alzheimer che gli ha bloccato i reni e Nino invece mercoled\u00ec 26 aprile, nel Salone d&#8217;Onore del Coni a Roma, ricorder\u00e0 \u00abL&#8217;oro dei Cinquanta\u00bb. Cinquant&#8217;anni e quell&#8217;Italia, romantica, patriottica, educata e dolcemente provinciale che non aveva la tv in tutte le case, che non \u00abscialava\u00bb e non \u00abchattava\u00bb ma che forse sapeva sognare non c&#8217;\u00e8 pi\u00f9. Resta la storia di una sfida che \u00e8 diventata negli anni una grande, vera amicizia. Benvenuti e Griffith, Nino ed Emile, due uomini che si sono presi a pugni. Ma solo sul ring<\/p>\n","protected":false},"excerpt":{"rendered":"<p><p>Cinquant&#8217;anni fa per i giornali italiani New York era ancora \u00abNuova York\u00bb. 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