{"id":26281,"date":"2019-06-15T19:42:10","date_gmt":"2019-06-15T17:42:10","guid":{"rendered":"https:\/\/blog.ilgiornale.it\/ruzzo\/?p=26281"},"modified":"2019-06-15T19:42:10","modified_gmt":"2019-06-15T17:42:10","slug":"la-hero-e-la-storia-del-capitano-ned","status":"publish","type":"post","link":"https:\/\/blog.ilgiornale.it\/ruzzo\/2019\/06\/15\/la-hero-e-la-storia-del-capitano-ned\/","title":{"rendered":"La Hero e la storia del capitano Ned&#8230;"},"content":{"rendered":"<div class=\"m_3237455240718246720block-grid m_3237455240718246720two-up\">\n<div class=\"m_3237455240718246720col m_3237455240718246720num6\">\n<p><a href=\"https:\/\/blog.ilgiornale.it\/ruzzo\/files\/2019\/06\/bre2.jpg\"><img loading=\"lazy\" class=\"alignleft size-thumbnail wp-image-26282\" src=\"https:\/\/blog.ilgiornale.it\/ruzzo\/files\/2019\/06\/bre2-150x150.jpg\" alt=\"bre2\" width=\"150\" height=\"150\" \/><\/a><a href=\"https:\/\/blog.ilgiornale.it\/ruzzo\/files\/2019\/06\/bre3.jpg\"><img loading=\"lazy\" class=\"alignleft size-thumbnail wp-image-26283\" src=\"https:\/\/blog.ilgiornale.it\/ruzzo\/files\/2019\/06\/bre3-150x150.jpg\" alt=\"bre3\" width=\"150\" height=\"150\" \/><\/a><a href=\"https:\/\/blog.ilgiornale.it\/ruzzo\/files\/2019\/06\/bre1.jpg\"><img loading=\"lazy\" class=\"alignleft size-thumbnail wp-image-26284\" src=\"https:\/\/blog.ilgiornale.it\/ruzzo\/files\/2019\/06\/bre1-150x150.jpg\" alt=\"bre1\" width=\"150\" height=\"150\" \/><\/a>Ci sono corse che ti portano in alto. Perch\u00e9 ci si arrampica verso il cielo e perch\u00e9, quando passi il traguardo, lo sai gi\u00e0 di aver fatto qualcosa di grande. Conta vincere ma per tutti o quasi conta solo arrivare,\u00a0 mettere la ruota oltre la fine perch\u00e9 la sfida e\u2019 solo con se stessi e gli altri non c\u2019entrano. La Bmw Hero Sudtirol Dolomites\u00a0 e\u2019 la corsa di mountain bike pi\u00f9 dura \u00a0del mondo. Un viaggio di fatica e di meraviglia\u00a0intorno al gruppo del Sella che oggi ha spento decima candelina: al via da Selva di Val gardena oltre 4mila concorrenti in rappresentanza di 41 nazioni che si sono sfidati\u00a0nei due consueti e ormai famosi tracciati di 86 e 60 chilometri. Da questa sera nell&#8217;albo d&#8217;oro ci sono<strong>\u00a0Hector Leonardo Paez Leon<\/strong>\u00a0del team\u00a0<strong>Mabe Asd<\/strong>\u00a0che ha chiuso il tracciato lungo con i passi Gardena, Campolongo, Pordoi e Duron da valicare per un totale di 4.500 metri di dislivello, con il tempo di<strong>\u00a04:30.52<\/strong>. e\u00a0\u00a0<strong>Mara Fumagalli<\/strong>, portacolori della Evolution team che ha concluso il tracciato breve\u00a0 in\u00a0<strong>3:54.15<\/strong>\u00a0lasciando. Chi vince qui fa la storia. Ma in realt\u00e0\u00a0 la fanno tutti: chi arriva, chi partecipa, chi ci prova anche chi ha solo\u00a0 il coraggio di partire. Uno in particolare, uno che\u00a0 la storia di questo sport l&#8217;ha fatta qualche annetto fa e che era al via come uno dei tanti. L&#8217;americano\u00a0\u00a0<b>Edmund Overend<\/b>, detto\u00a0<b>Ned<\/b>\u00a0, \u00e8\u00a0 uno dei pi\u00f9 grandi specialisti di mountainbike di sempre, il primo campione del mondo di cross country\u00a0 nel 1990 a Durango, vincitore di gare di coppa del mondo, di campionati statunitensi , di tutto e di pi\u00f9&#8230;Oggi forse in pochi lo hanno riconosciuto, anche perch\u00e8 \u00e8 tirato come allora ma gli anni passano per tutti e i baffoni non li ha pi\u00f9&#8230;Ma non \u00e8 sfuggito all&#8217;occhio\u00a0 di <strong>Carlo Brena,<\/strong> collega attento e dalla penna vivace. Tante righe ma ti portano in alto, un po&#8217; come la Hero&#8230;<\/p>\n<p>&nbsp;<\/p>\n<blockquote><p>Ero a met\u00e0 dei miei vent\u2019anni, e tutto d\u2019un tratto spuntarono queste bici colorate con cui andare per sentieri e strade di montagne. Ero curioso come lo sono oggi: una sera dopo il lavoro mi fiondo all\u2019Eicma di Milano (un tempo la capitale del ciclismo mondiale) ed \u00e8 stato come entrare in un parco giochi. Dall\u2019America arrivava come un\u2019onda di piena la moda di una bici che rompeva gli schermi, una roba che prometteva di raggiungere le vette delle montagne, di andar per boschi, di saltare i fossi e prendere il volo. Nasceva la mountain bike. Quel tipo di bici oggi la chiameremmo cancello, ma all\u2019epoca aveva un nickname di tutto rispetto: <em>rampichino.<\/em> Tutta roba muscolare, s\u2019intende: bici di prima del motore. Aveva il cambio al manubrio, la tripla come moltiplica, ai pedali le gabbiette dove infilare le scarpe, zero ammortizzatori, le ruote larghe e tassellate: i pneumatici erano generosi ed extralarge tanto che i giornalisti per coniare nuovi sinonimi ogni tanto le chiamavano le bici dalle ruote grasse (mutuato dall\u2019inglese fat wheel). Insomma, nasceva una nuova era, un nuovo sport.<br \/>\nE con nuove bici, ovviamente nuovi testimonial, nuovi eventi. Orizzonti da disegnare di giorno in giorno. Da oltreoceano arrivava l\u2019eco delle prime gare sulla costa west, dove tutto era nato. Tre su tutti i nomi che divennero presto leggenda: <strong>John Tomac, David \u201cTinker\u201d Juarez e Ned Overend.<\/strong> Da questa parte dell\u2019oceano, nel vecchio continente, noi si andava in edicola ogni mese ad aspettare l\u2019uscita dei mensili di settore con le foto e le cronache di quelle gare l\u00e0. Gli lasciavo gi\u00f9 venti, trentamila lire ogni mese, e la pila di riviste cresceva in camera, con mia madre che sbuffava perch\u00e9 non sapeva pi\u00f9 come pulire.<br \/>\nE finalmente l\u2019Uci si decise a prendere in grembo la disciplina della mountain bike e ad assegnare i primi campionati mondiali. L\u2019appuntamento iridato a Durango, anno 1990. Oggi sembra preistoria a guardare le immagini di quelle gare. \u00abMa la nostalgia non \u00e8 ammessa\u00bb ci dice <strong>Ned Overend,<\/strong> una vera leggenda vivente della mtb, tanto da meritarsi diversi nomignoli come il Polmone, la Pompa, Deadly Nedly (quest\u2019ultimo perch\u00e9 partiva piano, e bruciava gli avversari nelle fasi finali della gara): \u00abMa a me piaceva \u201cIl Capitano\u201d perch\u00e9 ero l\u2019atleta di punta del team mountain bike di Specialized\u00bb.\u00a0\u00a0Lo guardi e vedi gli occhi vispi del giovane ragazzo americano nato in una famiglia di diplomatici globetrotter, cresciuto un po\u2019 e un po\u2019 l\u00e0, ma poi stabilitosi in Colorado, in quota, terreno ideali per ciclisti e ultrarunner. E come ai tempi d\u2019oro di quando dominava in lungo e in largo, non ha esitato molto quando gli hanno proposto di volare in Italia e partecipare alla Bmw Hero Sudtirol Dolomites.\u00a0Ci siamo scambiati qualche mail nei mesi scorsi, e gi\u00e0 dal tono delle risposte ho capito che mi sarei trovato di fronte un \u201cserie A\u201d, un champion, un top di gamma. Un Capitano appunto.\u00a0Ovviamente non \u00e8 la prima volta italiana per Ned: a parte il 1991 quando fu medaglia di bronzo ai mondiali del Ciocco, in Toscana, poi la memoria porta a una coppa del Mondo all\u2019Isola d\u2019Elba: \u00abFu una vera battaglia con Johnny Tomac, abbiamo combattuto lungo tutto il percorso: io guadagnavo terreno in salita e John accorciava in discesa. Ma poi ho vinto io\u00bb. Ci manca solo che dica eh eh eh. \u00abPoi sono stato tre volte alla Garda Marathon: una volta sono partito sotto una pioggia gelata che pian piano si \u00e8 trasformata in neve mentre salivamo in quota\u00bb. Qui non ride, si vede che non si era divertito tanto.\u00a0\u00a0E la nostalgia cosa c\u2019entra? \u00abNon ho nessun rammarico, sono stato tra i protagonisti di uno sport nuovo fin dai suoi primi momenti e l\u2019ho visto crescere velocemente fino a diventare una disciplina olimpica, e per quanto mi riguarda sono felice che la mountain bike sia ancora un divertimento: non guardo all\u2019et\u00e0 come fa la maggior parte delle persone, anzi mi sento come se avessi appena iniziato il mio viaggio\u00bb.\u00a0Quando un 64enne ti dice cos\u00ec, \u00e8 un po\u2019 come se ti spiazzasse. Lo vedo passare sul Danterciepies al passo Gardena, la prima delle micidiali salite della Hero: \u00e8 curvo sulla sua bici, concentrato su dove mettere la ruota, pedala regolare. Dietro di lui un sacco di ragazzi di trenta, quaranta anni pi\u00f9 giovane di lui.<br \/>\nE mentre mi passa vicino lo incito correndo al suo fianco: sono l\u2019unico che lo ha riconosciuto. Cazzarola, sono davvero vecchio. \u201cGo Ned, go\u2026 \u201c. Lui mi sorride e inizia la discesa in Alta Badia: non ha pi\u00f9 i baffi che lo hanno reso inconfondibile nelle griglie di partenza sul finire del vecchio millennio. Lo rivedr\u00f2 dopo cinque ore nel cuore di Selva, un po\u2019 stanco, ma certamente soddisfatto. \u00abS\u00ec, mi sono\u00a0<span id=\"u_0_12\" class=\"_ezo\">divertito<\/span>, anche se sono allenato per pedalate da un paio di ore, non di pi\u00f9\u2026\u00bb. E qui oggi, il \u201ccapitano\u201d ne ha fatte sei di ore sui sentieri della Hero. &#8220;Ned, you inspired me when I was young. I remember your mustache \u2026&#8221; gli dir\u00f2 all\u2019arrivo. E e il selfie che seguir\u00e0 lo conserver\u00f2 nelle foto top dell\u2019anno.<br \/>\n<strong>Carlo Brena<\/strong><\/p>\n<p>Foto: <strong>Harald Wisthaler<\/strong><\/p><\/blockquote>\n<\/div>\n<\/div>\n","protected":false},"excerpt":{"rendered":"<p><p>Ci sono corse che ti portano in alto. 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