{"id":31848,"date":"2022-04-03T19:17:23","date_gmt":"2022-04-03T17:17:23","guid":{"rendered":"https:\/\/blog.ilgiornale.it\/ruzzo\/?p=31848"},"modified":"2022-04-03T19:17:23","modified_gmt":"2022-04-03T17:17:23","slug":"fiandre-vince-van-der-poel-ma-poco-importa","status":"publish","type":"post","link":"https:\/\/blog.ilgiornale.it\/ruzzo\/2022\/04\/03\/fiandre-vince-van-der-poel-ma-poco-importa\/","title":{"rendered":"Fiandre, vince Van der Poel: ma poco importa"},"content":{"rendered":"<p><a href=\"https:\/\/blog.ilgiornale.it\/ruzzo\/2022\/04\/03\/fiandre-vince-van-der-poel-ma-poco-importa\/poel\/\" rel=\"attachment wp-att-31851\"><img loading=\"lazy\" class=\"alignleft size-medium wp-image-31851\" src=\"https:\/\/blog.ilgiornale.it\/ruzzo\/files\/2022\/04\/poel-300x206.jpg\" alt=\"\" width=\"300\" height=\"206\" srcset=\"https:\/\/blog.ilgiornale.it\/ruzzo\/files\/2022\/04\/poel-300x206.jpg 300w, https:\/\/blog.ilgiornale.it\/ruzzo\/files\/2022\/04\/poel-1024x702.jpg 1024w, https:\/\/blog.ilgiornale.it\/ruzzo\/files\/2022\/04\/poel-768x527.jpg 768w, https:\/\/blog.ilgiornale.it\/ruzzo\/files\/2022\/04\/poel.jpg 1178w\" sizes=\"(max-width: 300px) 100vw, 300px\" \/><\/a>Sul Giro delle Fiandre\u00a0 si scrivono\u00a0 quasi sempre le stesse cose. Ma quelle sono,\u00a0 per fortuna. Che ogni volta\u00a0 viene la pelle d\u2019oca, ch\u00e8 un conto \u00e8 raccontarle, un altro andar l\u00e0 viverle sulla pelle, annusarle, pedalarle,\u00a0 berle e mangiarle\u2026Va cos\u00ec da centosei domeniche. E oggi ci hanno pensato <strong>Mathieu Van der Poel<\/strong> e <strong>Tadej Pocagar<\/strong> a santificare questo rito laico del ciclismo di sempre. Ha vinto l&#8217;olandese, che ha fatto meglio di suo nonno <strong>Raymond Poulidor<\/strong> che alla &#8220;Ronde&#8221; al massimo era arrivato ottavo e di suo pap\u00e0\u00a0 <strong>Adrie<\/strong> che qui vinse nel 1986. Il fenomeno olandese, dopo aver messo dietro l&#8217;altro fenomeno <strong>Wout Van Aert<\/strong> due anni fa, oggi\u00a0 ha messo in riga il terzo fenomeno della compagnia lo sloveno <strong>Tadej Pogacar<\/strong> che alla fine \u00e8 anche rimasto gi\u00f9 dal podio, e gli sono girate parecchio, perch\u00e8 ha 800 metri ha cominciato a far melina ed \u00e8 stato infilato anche da <strong>Valentin Madouas<\/strong> e <strong>Dylan Van Baarle<\/strong> che a un paio di chilometri dalla fine avevano pi\u00f9 di mezzo minuto di ritardo.\u00a0 E&#8217; andata come andata ma Van der Poel e\u00a0 Pogacar hanno fatto corsa a s\u00e8. Sul Kwaremont hanno acceso il turbo e salutato i tre che erano in fuga con loro, sul Paterberg si sono affrontati in un duello rusticano senza vinti n\u00e8 vincitori in attesa di regolare i conti su quel rettilineo da un chilometro che portava al traguardo. Da Anversa a Oudenaarde,\u00a0 quasi come sempre perch\u00e8 altre volte si \u00e8 partiti altrove e si \u00e8 arrivati altrove. Da Anversa a Oudernaarde dopo 273 chilometri e\u00a0 18 muri, dopo aver attraversato campagne, paesini, strade e stradine dove finalmente assiepati c&#8217;erano oltre un milione e mezzo di spettatori. Il <strong>Giro delle \u201cFiandre\u201d<\/strong>\u00a0 qui , e non solo qui, \u00e8 religione. Sono i muri, sono la storia del ciclismo, sono un Paese che pedala, sono birra e panini\u00a0 aspettando la corsa, sono il pav\u00e8 che non \u00e8 un fastidio da asfaltare.\u00a0 Sono i paesini che vivono addormentati per un anno e che sembrano un dipinto fiammingo, sono i cieli bassi,\u00a0 gli sterrati infiniti nei boschi e la brezza del mare del Nord. Sono strappi dai nomi impronunciabili dove le bici imbizzarriscono, i muscoli pure, dove si va su come\u00a0 ubriachi,\u00a0 dove piuttosto che mettere un piede a terra uno se lo fa tagliare. Sono\u00a0 la chiesetta del Kappelmuur che in tanti si segnano quando passano, sono le pietre grezze del Koppenberg o l\u2019infinit\u00e0 del\u00a0 Kwaremont dove la fatica \u00e8 una smorfia che sfigura le facce o i 600 metri assurdi e decisivi del Paterberg. Non c\u2019\u00e8 una storia che inizia e finisce. Non c\u2019\u00e8 gruppo compatto, non c\u2019\u00e8 scia, non ci sono treni. Qui pi\u00f9 che altrove ognuno per s\u00e8 e Dio per tutti. Non \u00e8 il ciclismo eroico perch\u00e8\u00a0 \u201cnell\u2019inferno del Nord\u201d la retorica \u00e8 gratis e nessuno la vuole pi\u00f9. E\u2019 solo storia che tiene insieme tutte queste cose e che un giorno del secolo scorso divenne leggenda ovviamente per caso, quando il giornalista, indipendentista fiammingo Karel van Wijnendaele per far pubblicit\u00e0 al suo giornale lo Sportwereld\u00a0 organizz\u00f2 il Fiandre\u00a0 per la prima volta. Va cos\u00ec, le grandi epopee cominciano sempre per caso. E la Ronde in un secolo \u00e8 diventata il riscatto della Vallonia. Non ce ne voglia Van der Poel: qui poco importa chi vince. Vince il ciclismo. Punto.<\/p>\n","protected":false},"excerpt":{"rendered":"<p><p>Sul Giro delle Fiandre\u00a0 si scrivono\u00a0 quasi sempre le stesse cose. Ma quelle sono,\u00a0 per fortuna. Che ogni volta\u00a0 viene la pelle d\u2019oca, ch\u00e8 un conto \u00e8 raccontarle, un altro andar l\u00e0 viverle sulla pelle, annusarle, pedalarle,\u00a0 berle e mangiarle\u2026Va cos\u00ec da centosei domeniche. E oggi ci hanno pensato Mathieu Van der Poel e Tadej Pocagar a santificare questo rito laico del ciclismo di sempre. Ha vinto l&#8217;olandese, che ha fatto meglio di suo nonno Raymond Poulidor che alla &#8220;Ronde&#8221; al massimo era arrivato ottavo e di suo pap\u00e0\u00a0 Adrie che qui vinse nel 1986. 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