{"id":32615,"date":"2022-08-16T20:49:27","date_gmt":"2022-08-16T18:49:27","guid":{"rendered":"https:\/\/blog.ilgiornale.it\/ruzzo\/?p=32615"},"modified":"2022-08-16T20:49:39","modified_gmt":"2022-08-16T18:49:39","slug":"ciclismo-dumoulin-dice-addio-il-serbatoio-e-vuoto","status":"publish","type":"post","link":"https:\/\/blog.ilgiornale.it\/ruzzo\/2022\/08\/16\/ciclismo-dumoulin-dice-addio-il-serbatoio-e-vuoto\/","title":{"rendered":"Ciclismo, Dumoulin dice addio: &#8220;il serbatoio \u00e8 vuoto&#8221;"},"content":{"rendered":"<p><a href=\"https:\/\/blog.ilgiornale.it\/ruzzo\/2022\/08\/16\/ciclismo-dumoulin-dice-addio-il-serbatoio-e-vuoto\/86292972_2153147688155611_5024875843831201792_n\/\" rel=\"attachment wp-att-32617\"><img loading=\"lazy\" class=\"alignleft size-medium wp-image-32617\" src=\"https:\/\/blog.ilgiornale.it\/ruzzo\/files\/2022\/08\/86292972_2153147688155611_5024875843831201792_n-300x200.jpg\" alt=\"\" width=\"300\" height=\"200\" srcset=\"https:\/\/blog.ilgiornale.it\/ruzzo\/files\/2022\/08\/86292972_2153147688155611_5024875843831201792_n-300x200.jpg 300w, https:\/\/blog.ilgiornale.it\/ruzzo\/files\/2022\/08\/86292972_2153147688155611_5024875843831201792_n-1024x683.jpg 1024w, https:\/\/blog.ilgiornale.it\/ruzzo\/files\/2022\/08\/86292972_2153147688155611_5024875843831201792_n-768x512.jpg 768w, https:\/\/blog.ilgiornale.it\/ruzzo\/files\/2022\/08\/86292972_2153147688155611_5024875843831201792_n-1536x1024.jpg 1536w, https:\/\/blog.ilgiornale.it\/ruzzo\/files\/2022\/08\/86292972_2153147688155611_5024875843831201792_n.jpg 2048w\" sizes=\"(max-width: 300px) 100vw, 300px\" \/><\/a>C\u2019era una volta il ciclismo del Tour, del Giro, delle classiche e dei mondiali. Al massimo di un Baracchi o di una Sei Giorni. Punto. Un ciclismo dove s\u2019improvvisava un po\u2019, dove non era tutto programmato, incastrato, fissato in un calendario schizofrenico che non santifica pi\u00f9 neppure una festa. C\u2019era una volta un ciclismo che viaggiava sulle ammiraglie tra Italia,\u00a0 Francia e Belgio e che neppure si sognava di attraversare gli Oceani o di sprintare tra le sabbie dei deserti in una stagione che non finisce mai. C\u2019era una volta il ciclismo della bella giovent\u00f9, gente semplice e forse pi\u00f9 spensierata, meno connessa, meno attenta alle mode, al look, agli sponsor sulle magliette, ai followers,\u00a0 ai social, che faceva fatica a mettere insieme tre frasi in un\u2019intervista altroch\u00e8\u00a0<em>twitter<\/em>\u00a0e\u00a0<em>instagram<\/em>\u00a0tutti i giorni a tutte le ore.\u00a0 C\u2019era una volta un ciclismo di grandi garroni\u00a0 e di grandi gambe, di muscoli grossi e mani grosse. Gente pi\u00f9 \u201cgrezza\u201d, lontanissima dalle tecnologie, dalle preparazioni esasperate, da nutrizionisti, medici, specialisti,\u00a0 tattici, procuratori, gps, computerini che controllano watt, pedalate, che ti dicono quando devi scattare, quanto puoi osare, se devi andare in fuga oppure tirare i remi in barca. E che un po\u2019 pensano per te,\u00a0 che ti cancellano l\u2019istinto e la fantasia. C\u2019era una volta un ciclismo dove il business era importante ma non era tutto, dove c\u2019era solo una tv ( quella di Stato) a raccontarlo e si viveva nell\u2019attesa di quel collegamento del pomeriggio su Raidue sperando che nebbia o maltempo non tenessero gli elicotteri a terra. C\u2019era un volta il ciclismo dove gli sponsor avevano la faccia appassionata di qualche mobiliere della zona, dove giravano meno soldi, dove cordate, multinazionali, fondi ed emiri non erano pervenuti. C\u2019era una volta un ciclismo che forse non era lo show che \u00e8 diventato adesso ma che forse era pi\u00f9 libero, pi\u00f9 capace di uscire dagli schemi, dove le regole del gioco erano dettate pi\u00f9 dalla passione che dalle logiche economiche e di mercato. Va cos\u00ec e non potrebbe andare altrimenti, non si pu\u00f2 fermare il mondo.\u00a0 Va cos\u00ec perch\u00e8 uno sport popolare che\u00a0 diventa un \u201caffare\u201d non \u00e8 pi\u00f9 solo lo spettacolo di una compagnia di paese dove gli attori recitano a braccio. C\u2019\u00e8 un copione preciso e tutti sono chiamati a fare la loro parte: nulla di pi\u00f9 e nulla di meno. Ingranaggi di un meccanismo che gira a mille e non si deve inceppare. Finch\u00e8 poi le aspettative diventano eccessive e salire ogni sera sul palcoscenico diventa un peso che toglie serenit\u00e0 e sorriso.\u00a0<strong>Tom Dumoulin<\/strong> a 31 annni, dopo aver vinto un Giro e un mondiale, dice stop. C\u2019\u00e8 poco da riflettere: scende dalla bici e non sar\u00e0 pi\u00f9 un corridore. Con un post sui social l\u2019olandese spiega i motivi che lo hanno portato ad anticipare la scelta di ritirarsi, gi\u00e0 annunciata per fine stagione: \u00abHo deciso di lasciare il <span style=\"color: #000000\">ciclismo<\/span> con effetto immediato &#8211; scrive &#8211; Circa due mesi fa avevo annunciato che mi sarei ritirato dal professionismo a fine anno. Nel corso dell\u2019ultima primavera, nonostante il mio amore per questo sport, ho notato che le cose non andavano come volevo. Sentivo di essere pronto per una nuova fase della mia vita. Il mio ultimo progetto erano i World Championship in Australia. Ci\u00f2 mi ha ridato la gioia di pedalare, ma poi ho notato che non ce la facevo pi\u00f9. Il serbatoio \u00e8 vuoto e le gambe sono pesanti. Anche se il mio addio non \u00e8 andato come speravo, guardo indietro alla mia carriera con grande orgoglio. Ora \u00e8 tempo di godersi altre cose ed essere presente per le persone che amo. Grazie a tutti coloro che mi hanno sostenuto nel corso della mia carriera e un grazie speciale a mia moglie, che mi ha supportato in questi anni\u00bb<\/p>\n","protected":false},"excerpt":{"rendered":"<p><p>C\u2019era una volta il ciclismo del Tour, del Giro, delle classiche e dei mondiali. Al massimo di un Baracchi o di una Sei Giorni. Punto. Un ciclismo dove s\u2019improvvisava un po\u2019, dove non era tutto programmato, incastrato, fissato in un calendario schizofrenico che non santifica pi\u00f9 neppure una festa. C\u2019era una volta un ciclismo che viaggiava sulle ammiraglie tra Italia,\u00a0 Francia e Belgio e che neppure si sognava di attraversare gli Oceani o di sprintare tra le sabbie dei deserti in una stagione che non finisce mai. 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