{"id":3031,"date":"2015-12-02T09:32:06","date_gmt":"2015-12-02T09:32:06","guid":{"rendered":"https:\/\/blog.ilgiornale.it\/sacchelli\/?p=3031"},"modified":"2015-12-02T09:32:06","modified_gmt":"2015-12-02T09:32:06","slug":"usa-quello-che-i-sondaggi-non-dicono","status":"publish","type":"post","link":"https:\/\/blog.ilgiornale.it\/sacchelli\/2015\/12\/02\/usa-quello-che-i-sondaggi-non-dicono\/","title":{"rendered":"Usa, quello che i sondaggi non dicono"},"content":{"rendered":"<p><a href=\"https:\/\/blog.ilgiornale.it\/sacchelli\/files\/2015\/12\/Bush_Trump_Rubio.jpg\"><img loading=\"lazy\" class=\"alignleft size-medium wp-image-3032\" src=\"https:\/\/blog.ilgiornale.it\/sacchelli\/files\/2015\/12\/Bush_Trump_Rubio-300x210.jpg\" alt=\"Bush_Trump_Rubio\" width=\"300\" height=\"210\" srcset=\"https:\/\/blog.ilgiornale.it\/sacchelli\/files\/2015\/12\/Bush_Trump_Rubio-300x210.jpg 300w, https:\/\/blog.ilgiornale.it\/sacchelli\/files\/2015\/12\/Bush_Trump_Rubio.jpg 711w\" sizes=\"(max-width: 300px) 100vw, 300px\" \/><\/a>Se i sondaggi fossero davvero cos\u00ec importanti Barack Obama non sarebbe mai diventato presidente. A sfidare John McCain, nel 2008, sarebbe stata <strong>Hillary Clinton<\/strong>. E lo stesso dicasi per John Kerry: a contendere la poltrona della Casa Bianca a George W. Bush, nel 2004, sarebbe stato <strong>Howard Dean<\/strong>, che i sondaggi e i media liberal fino all&#8217;ultimo consideravano favorito, ma che si sgonfi\u00f2 come un palloncino bucato appena ebbe inizio la corsa delle primarie democratiche.<\/p>\n<p>I sondaggi, cos\u00ec come i dibattiti, catturano l&#8217;attenzione dei media e sicuramente influenzano l&#8217;opinione pubblica, ma non sono la parte pi\u00f9 importante delle prime fasi di una campagna presidenziale.<span class=\"Apple-converted-space\"> Nella lunga corsa per la Casa Bianca giocano un ruolo essenziale le cosiddette &#8220;<strong>primarie invisibili<\/strong>&#8220;. Di cosa si tratta? Per vincere \u00e8 necessario conquistare il maggior numero possibile di sostenitori, non solo in termini di voti, ma soprattutto (all&#8217;inizio) di colleghi politici, leader di partito a vario livello e ovviamente donatori. Un candidato che voglia imporsi deve conquistare le &#8220;primarie invisibili&#8221;, precondizione per la vittoria nelle primarie vere e proprie, in una sfiancante galoppata che dura mesi e costa moltissimo. Di solito un candidato che si impone nelle primarie invisibili ha ottime chance di ottenere la nomination del proprio partito. Ma ci sono anche delle eccezioni (vedi Obama nel 2008, che sbaragli\u00f2 la superfavorita Clinton).<br \/>\n<\/span><\/p>\n<p>Possiamo dunque dire che i sondaggi non contano nulla? Non del tutto. Esprimono, anche se in modo grossolano, il &#8220;peso specifico&#8221; di una candidatura. Ma sono estremamente labili e possono indurre in errore, soprattutto se guardiamo a quelli &#8220;nazionali&#8221;. Perch\u00e9 gli unici sondaggi che davvero contano solo quelli dei singoli Stati, dove la corsa delle primarie si snoda nell&#8217;arco di 5-6 mesi. Quindi, in questo momento, contano molto di pi\u00f9 i sondaggi di due piccoli Stati come <strong>Iowa<\/strong> e <strong>New Hampshire<\/strong> (in tutto 4 milioni di abitanti) rispetto a quelli di tutti gli Usa (325 milioni di abitanti). Perch\u00e9 \u00e8 da questi due Stati cvhe si inizier\u00f2 a fare sul serio.<\/p>\n<p><a href=\"https:\/\/blog.ilgiornale.it\/sacchelli\/files\/2015\/12\/favoriti_gop.jpg\"><img loading=\"lazy\" class=\"alignleft size-medium wp-image-3033\" src=\"https:\/\/blog.ilgiornale.it\/sacchelli\/files\/2015\/12\/favoriti_gop-300x185.jpg\" alt=\"favoriti_gop\" width=\"300\" height=\"185\" srcset=\"https:\/\/blog.ilgiornale.it\/sacchelli\/files\/2015\/12\/favoriti_gop-300x185.jpg 300w, https:\/\/blog.ilgiornale.it\/sacchelli\/files\/2015\/12\/favoriti_gop.jpg 684w\" sizes=\"(max-width: 300px) 100vw, 300px\" \/><\/a>Un&#8217;interessante analisi del <strong><a href=\"http:\/\/www.nytimes.com\/interactive\/2016\/us\/elections\/presidential-candidates-dashboard.html\" target=\"_blank\">New York Times<\/a><\/strong> analizza vari aspetti della campagna elettorale, giungendo a questa conclusione: se a sinistra la sfida \u00e8 gi\u00e0 decisa, con Hillary Clinton che praticamente ha in tasca la nomination, a destra \u00e8 Jeb Bush ad essere in vantaggio, anche se molto risicato. Un risultato che sorprende, guardando ai sondaggi e alle cronache degli ultimi dibattiti in tv. Hillary gode del sotegno del 60% dei vip del suo partito (governatori, senatori, deputati e leader del passato), Bush invece \u00e8 fermo a meno del 10%. Ma \u00e8 il fronte repubblicano ad essere ancora inchiodato, in attesa di scoprire le carte e vedere chi, dietro ai due candidati anti sistema (Trump e Carson), pu\u00f2 avere l&#8217;appeal giusto per imporsi, possibilmente riunendo &#8211; ed \u00e8 questo \u00e8 lo sforzo pi\u00f9 difficile di tutti &#8211; le varie anime del partito.<\/p>\n<p>Nelle ultime sei primarie gli elettori repubblicani dell&#8217;Iowa hanno &#8220;eletto&#8221; due volte il candidato che ha vinto (Bob Dole nel 1996 e George W. Bush nel 2000); meglio hanno fatto i democratici, scegliendo quattro candidati vincenti su sei competizioni. Il New Hampshire pu\u00f2 vantare una percentuale maggiore di &#8220;successo&#8221;: hanno ottenuto la nomination repubblicana quattro candidati su sei (dal 1980) e tre su sei per i democratici (dal 1984). Inutile ripetere che sono importanti entrambe le competizioni, sia i caucus dell&#8217;Iowa che le primarie del New Hampshire, ma potendo scegliere dove concentrare maggiormante gli sforzi potremmo dire che \u00e8 meglio farlo nel secondo Stato. Ovviamente la corsa non finisce l\u00ec: si va avanti con il Nevada, il South Carolina, fino alla vera grande sfida, quella che davvero potrebbe essere decisiva, il <strong>Super Martedi<\/strong>, che quest&#8217;anno cade il 1\u00b0 marzo: si voter\u00e0 in 11 Stati (12 per il Gop). La storia insegna che nessun candidato ha ottenuto la nomination del proprio partito aggiudicandosi zero delegati in Iowa e New Hampshire. Insomma, si pu\u00f2 anche non vincere all&#8217;inizio, l&#8217;importante \u00e8 evitare una disfatta.<\/p>\n<p><a href=\"https:\/\/blog.ilgiornale.it\/sacchelli\/files\/2015\/12\/republicrat-anthony-Freda-400x270.jpg\"><img loading=\"lazy\" class=\"alignleft size-medium wp-image-3034\" src=\"https:\/\/blog.ilgiornale.it\/sacchelli\/files\/2015\/12\/republicrat-anthony-Freda-400x270-300x203.jpg\" alt=\"republicrat-anthony-Freda-400x270\" width=\"300\" height=\"203\" srcset=\"https:\/\/blog.ilgiornale.it\/sacchelli\/files\/2015\/12\/republicrat-anthony-Freda-400x270-300x203.jpg 300w, https:\/\/blog.ilgiornale.it\/sacchelli\/files\/2015\/12\/republicrat-anthony-Freda-400x270.jpg 400w\" sizes=\"(max-width: 300px) 100vw, 300px\" \/><\/a>Veniamo ora ai <strong>soldi<\/strong>. Sono importanti, ovviamente. Prima di tutto perch\u00e9 esprimono lo &#8220;stato di salute&#8221; di un candidato. Se \u00e8 davvero forte, pu\u00f2 contare su tanti soldi, da investire non solo in spot pubblicitari, ma anche nello staff che lavora giorno per giorno per il candidato, nei pi\u00f9 svariati angoli del Paese. La campagna elettorale, infatti, non si gioca in pochi giorni o settimane, ma dura mesi e richiede un lavoro capillare sul campo, strada per strada, quartiere per quartiere. Internet conta sempre di pi\u00f9, cos\u00ec come i &#8220;profili&#8221; degli utenti dei social. Ma il contatto diretto \u00e8 ancora il motore numero uno delle campagne elettorali. Sotto l&#8217;aspetto finanziario con 133 milioni di dollari Jeb Bush \u00e8 in testa nel campo repubblicano, anche se la maggior parte del denaro \u00e8 in mano al suo Super Pac (108 milioni), quindi non pu\u00f2 utilizzarlo lui direttamente. A seguire c&#8217;\u00e8 Ted Cruz (65 milioni), Marco Rubio (47,7), Ben Carson (31,6), Chiris Christie (18,2). Trump sino ad ora \u00e8 indietro, all&#8217;11\u00b0 posto, con\u00a0 5,8 milioni interamente sborsati da lui. Sul fronte democratico Hillary Clinton ha raccolto 97,7 milioni, a fronte dei 41,5 di Bernie Sanders e dei 3,6 miliioni di <span class=\"first\">Martin<\/span><span class=\"Apple-converted-space\">\u00a0<\/span><span class=\"last\">O\u2019Malley<\/span>.<\/p>\n<p>&nbsp;<\/p>\n","protected":false},"excerpt":{"rendered":"<p><p>Se i sondaggi fossero davvero cos\u00ec importanti Barack Obama non sarebbe mai diventato presidente. A sfidare John McCain, nel 2008, sarebbe stata Hillary Clinton. E lo stesso dicasi per John Kerry: a contendere la poltrona della Casa Bianca a George W. Bush, nel 2004, sarebbe stato Howard Dean, che i sondaggi e i media liberal fino all&#8217;ultimo consideravano favorito, ma che si sgonfi\u00f2 come un palloncino bucato appena ebbe inizio la corsa delle primarie democratiche. 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