Nel mondo si producono circa 2 miliardi di Tn di canna da zucchero ogni anno; il Brasile è al primo posto con 760 milioni Tn l’India al secondo posto con 350 poi vengono Cina, Thailandia, Guatemala ecc.
La canna da zucchero è originaria della Nuova Guinea, fu portata in Spagna dagli arabi, chissà poi perchè, e in seguito trasportata dagli spagnoli in tutte le Indie Occidentali “scoperte” da Cristobal Colon (Cristoforo Colombo), che così scriveva “Di canne da zucchero
non ne ho portate quante avrei voluto. Ho grande desiderio che ci sia abbondanza di esse.
Qui c’è terreno per farne piantagioni…” e così, primi gli spagnoli poi i portoghesi, gli inglesi e I francesi impiantarono milioni di ettari di canna da zucchero, sottraendo terreni e sussistenza alla popolazione autoctona e spostando (cacciando) migliaia e migliaia di persone dalle loro terre.
Dalla lavorazione della canna si ottiene ovviamente zucchero poi melassa, carburante, (etanolo) foraggio per gli animali e grazie a Dio Rum, reso famoso a Cuba nel bar El Floridita, da Hemingway, che al posto del limone preferiva il succo di pompelmo (Daiquiri), in fondo alla “barra”, (bancone) a sinistra entrando, una statua dello scrittore in dimensioni reali vi da il benvenuto.
Sono stato diverse volte a Cuba, dopo la caduta del muro i media di mezzo mondo allora si aspettavano e si auspicavano, la caduto di Fidel Castro, io all’Avana avevo buone entrature, buoni contatti e parlavo castigliano così avevo spesso assegnati da diverse testate, fu un periodo molto bello della mia vita: alcuni daiquiri, molti mojitos, un incontro felice, ma anche un crescente rispetto per la Isla Grande la sua gente e la sua rivoluzione. Fidel Castro non cadde, malgrado qualche sforzo della Cia, dei cubani di Miami (gusanos) e le speranze di diversi giornalisti internazionali, anzi alcuni di loro se ne sono andati ancor prima del Comandante.

Fu allora che mi venne in mente di fare un reportage nei “canaverales” (piantagioni di canna) in Repubblica Dominicana, sapevo che molti haitiani vi emigravano per lavorare come “braceros” tagliatori e raccoglitori di canna nelle piantagioni dominicane.
Furono I francesi a colonizzare Haiti, che divenne terra di schiavi, per produrre canna da zucchero. Con la rivoluzione francese gli haitiani, che erano schiavi ma non stupidi, queste idee di “liberté égalité” e di “rèvolution” piacquero molto, così attaccarono e uccisero un pò di bianchi, bruciarono le piantagioni e si dichiararono indipendenti. Da allora in poi le cose non andarono benissimo e ad oggi Haiti è uno dei paesi più poveri al mondo, l’ottanta % della popolazione vive con meno di 2 $ al giorno: il costo di una bottiglia di Rum Barbancourt, di ottima qualità fra l’altro, mentre una scatoletta di aspirina costa 10 $.
Ad Haiti la canna da zucchero non esiste quasi più, tutta la legna è stata bruciata per fare carbone, così migliaia di haitiani emigrano illegalmente nelle piantagioni della Rep.
Dominicana, per ricominciare un’altra vita di schiavitù.
Si lavora 8/10 ore al giorno sotto un sole feroce, piegati in due e in squadre di 6/8 persone, vengono pagati un tanto a tonnellata e controllati da caporales a cavallo, alla fine della giornata è poco il guadagno, la spesa si fa nei negozi di proprietà della compania, si acquista a credito e a fine settimana il salario ritorna quasi tutto nelle mani dei proprietari.
Lo provai anch’io il machete, mi fermarono in tempo prima che mi tagliassi una gamba, è pesante un machete e la canna è durissima, il machete rimbalza o scivola e il rischio di ferirsi per un idiota di fotografo come io sono, è probabile anzi quasi sicuro, ci vuole forza e abilità.
Malgrado ciò qui la vita è perlomeno sicura: non ci sono ton-ton macoute: i violenti assassini creati da Papà Doc, non si assiste a frenetici riti Woodoo, si mangia poco ma tutti I giorni, per i figli una Ong ha creato una scuola e dopo il lavoro si respira una certa aria di serenità e a volte anche un pò d’allegria.

Certo ci si può ammalare di nefropatia, come succede nelle piantagioni centramericane, e poi i pesticidi si usano in quantità enormi, a volte ci si disidrata sotto il sole per ore e ore, ma bisogna pur vivere e far mangiare i propri figli che spesso si trovano il machete fra le mani e il sole sul capo.
Allora non immaginavo o forse non sapevo che e sistono condizioni peggiori, si pensa sempre al terzo mondo, quello lontano e che non ci riguarda, ma qui in Italia nel sud migliaia di uomini e donne, e non solo rifugiati, nella raccolta dei pomodori, in Puglia, Calabria e
Sicilia, vivono in condizioni peggiori, sfruttati due volte dai “padroni” e dai caporali, senza un tetto, senza protezione, spesso senza acqua e senza assistenza medica, senza dignità ma con coraggio.
“Tout Moun se Moun”, dicono ad Haiti: Ogni Uomo è un Uomo. Pensiamoci ogni tanto mentre apriamo una scatola di pelati o aggiungiamo due cucchiaini di zucchero nel caffè.
© per le fotografie e il testo di Ivo Saglietti

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