Il bambino trascinato via dalla scuola. La zia che filma la scena urlando a squarciagola. La polizia che si scusa per la propria palese inadeguatezza. Web e tv che ritrasmettono il filmato come in un gioco di specchi. Milioni di persone che twittano sull’onda dell’emozione. Giornalisti invitati in tivù per commentare che premettono di non sapere nulla della vicenda, evidentemente non hanno avuto né tempo (né voglia) di pretendere da sé un surplus di informazioni per capire ed (eventualmente) azzardare un giudizio.

Sui giornali impazzano commenti e una parola nuova, <cento volte più infida della sindrome di Stoccolma>, come scrive un ex capo rivoluzionario degli anni Settanta molto celebrato nei salotti. Eppure il filmato testimonia in tutta la sua drammaticità l’irrompere e l’esistenza della <Sindrome di alienazione parentale>, che taluni ancora contestano. Gente che non sa e non vuole sapere; vuole solo comparire e commentare. Non sanno che quel bambino fugge da se stesso, dal male che gli ha procurato una mamma sciagurata, e un padre stravolto dal dolore. Avrebbe potuto fare un passo indietro, lasciarlo in quel contesto, ma sarebbe restato con il tormento di non aver salvato il proprio figlio.

E quelle immagini  dimostrano senza più ombra di dubbio a quali gravi disturbi comportamentali possa portare la sindrome. Ciò che nessuno dice, a nessuno interessa appurare, ciò che sembra normale ma non lo è affatto, è che quel povero bimbo sfugge all’abbraccio del padre come se fosse il lupo cattivo, come se avesse visto l’aguzzino torturatore. Non di sé, chè altrimenti i giudici non gliel’avrebbero affidato. Ma della madre, sciaguratissima donna che ha usato il proprio figlio per sedare la propria sete di vendetta, per condurre la propria guerra infame. Che è passata come un tornado sul corpo del ragazzo e dentro la sua mente. 

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