Cominciò così. La prima esplosione solare avvenne la mattina di un lunedì di metà maggio. Una radiosa mattina di cielo blu. La seconda si verificò nello stesso giorno, quando un tramonto prodigioso irrorava di rosso gli orizzonti di mezza Europa. La terza, ancora più potente, nemmeno ventiquattr’ore dopo, poco prima che sorgesse il sole del mercoledì successivo. Gli animali evoluti del pianeta neppure se ne accorsero, e la notizia diramata dall’Agenzia americana per l’atmosfera e gli oceani (Noaa) faticò a guadagnarsi un trafiletto di piombo tra le pagine di cronaca dei maggiori quotidiani. Anche perché, spiegarono gli esperti, le particelle della corona solare proiettate in grande quantità non erano dirette verso la Terra, ma verso lo spazio infinito.

Così nessuno s’accorse neppure del progressivo crescere della stella che aveva allietato i cieli del pianeta. Anzi, le mattine si susseguivano tutte uguali e tutte sempre più luminose, nitide, sgargianti. Se non fosse stato per i continui black-out temporanei delle comunicazioni radio, anche gli scienziati avrebbero smesso di occuparsene. Ma, neppure sei mesi dopo, furono i trasmettitori televisivi e telefonici a subire singolari interruzioni di campo, così che in breve tempo, il tempo dei primi allarmati resoconti giornalistici, a spegnersi fu ogni tipo di comunicazione via etere. In qualsiasi spettro di frequenza trasmettessero. Fu come se improvvisamente qualcuno avesse spento il crepitio dell’intero pianeta, l’unico a crogiolarsi del rumore nel silenzio siderale. Fu come se all’allegra orgia di parole sconnesse fosse staccata la spina.

La gente non comunicava più, se non con la voce e direttamente al prossimo suo. Niente più “arrivo, butta la pasta”, “credimi ti amo e sarò presto da te”, “mi spiace non poterti vedere, però ti sento vicino lo stesso”. Niente più appuntamenti telefonici, niente trattative al cellulare, niente scambi borsistici, niente talk show televisivi, musica per radio, teleconferenze, dirette di scontri parlamentari. Niente di niente. Ci si vedeva, ci si toccava, ci si parlava. Obbligatoriamente dal vivo e in viva voce. Le informazioni di carattere generale, se ancora si poteva parlare di informazioni, erano dei passaparola di dubbia credibilità. Ognuno voleva toccare con mano quel che accadeva davvero, e dunque nessuno credeva più a nessuno. La gente cominciò a organizzarsi per sopravvivere, ma non era affatto facile. Si sarebbe dovuto ricominciare tutto da capo, e non si sapeva davvero come fare.

Molti sospiri di sollievo, tuttavia, accolsero le conseguenze positive di quel silenzio cosmico, sotto un sole sempre più cocente e sempre più grande. Per esempio, che dei politici s’era persa ogni traccia, anche se si raccontava – senza grande convinzione e forse solo per ridere – di deputati e senatori italiani che ancora, ogni mattina, andavano sui loro banchi a discutere. Per forza d’inerzia: i grillini dei loro soldi da restituire, i pidini della loro identità, i berlusconiani delle sentenze, i leghisti degli immigrati. E tutti assieme della riforma elettorale.

Finì così: quando il mattino fu risucchiato in pochi attimi da un vortice che tinse di nero il cielo. E qualcuno, distintamente, raccontò d’aver sentito un ultimo rantolo, non si sa se imprecazione o invettiva: “Pooorcellum!”…     

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