Guardate attentamente questa tabella, riproposta per gentile concessione della Demos-Fondazione Unipolis e de “la Repubblica” commissionaria del sondaggio. Sintetizza un atteggiamento psicologico probabilmente già abbastanza noto tra gli italiani, che lo vivono in maggioranza sulla propria pelle. Erano il 60 per cento coloro che nel 2006 sentivano di appartenere  alla classe media; oggi sono il 41 per cento. Erano il 28 per cento quelli che sentivano di appartenere alla classe sociale più bassa; oggi sono più della metà. Tutto è accaduto in soli sette anni, ma non è la classica crisi del settimo anno.

In questo spazio ne abbiamo parlato più volte, negli anni scorsi, perché il fenomeno era percepibile già sul finire della prima decade del secondo millennio, anche se i più lo negavano (meglio, lo rimuovevano). Il maggiore istituto di ricerca italiano, l’Eurispes, nel rapporto 2014 presentato la settimana scorsa, ha focalizzato un altro punto cruciale del fenomeno, che in passato è stato definito “proletarizzazione del ceto medio”. Oggi non è più così, ha spiegato il presidente Fara; oggi si parla tout-court di “pauperizzazione del ceto medio”. Si diventa sempre più poveri, dunque. Si tratta di una povertà relativa, magari, perché non si finisce a rovistare nei cassonetti. Ma nella realtà gli imprenditori che chiudono i battenti, i professionisti che non vengono pagati, gli impiegati privati del loro salario, i giovani che lavorano part-time, hanno già esaurito i propri risparmi e da tempo hanno cominciato a erodere il patrimonio dei genitori o dei nonni. Nel frattempo, la settimana scorsa Bankitalia ha ricordato come il dieci per cento degli italiani più ricchi detenga la metà della ricchezza nazionale (precisamente il 46,6% delle ricchezza netta familiare totale; era il 45,7% nel 2010). Una delle forbici più elevate tra i Paesi occidentali.

La divaricazione sempre più marcata tra i pochi che hanno tanto e i tanti che hanno poco non manca di avere conseguenze di facile percezione e altre meno visibili. Ormai è chiaro, per esempio, come lo sfaldamento del consenso alla Lega e, in parte,  ai partiti di centrodestra sia fortemente legato al disagio avvertito dalla classe media piombata in povertà (eppure ancora un paio d’anni fa un nervosissimo Gasparri mi chiuse il telefono in faccia perché gli avevo fatto una domanda sulla crisi dei ceti medi rappresentati da An, Lega e Fi). Così come l’inconcludente protesta dei forconi, così come l’ascesa del Movimento di Grillo.

Ma chi se ne frega dei partiti; non è di loro che urge parlare. Perché la disuguaglianza sociale è tornata a essere tema non più legato alla rivendicazione degli “sfigati” e i “bamboccioni” contro i “meritevoli” e i “brillanti”, bensì come la richiesta sacrosanta di pari opportunità per chiunque abbia voglia di fare ma si trova davanti un muro invalicabile. Quello che lo separa dal mondo dei pochissimi privilegiati. I quali lo sono, per lo più, grazie agli enormi patrimoni ereditati (ma fino a quando dureranno?) o per la capacità di saper cavalcare l’onda finanziaria che ha sommerso e sommerge l’economia reale (e qualcuno annega, di tanto in tanto, restringendo la cerchia dei furbetti fortunati).

L'”ascensore sociale” è guasto, insomma, e non si vede alcun tecnico in grado di ripararlo. Né si sa quando, e soprattutto il come. Riuscire a rimetterlo in moto significa rimettere in moto i consumi (è noto che pochi ricchi anche assai stravaganti consumano ben poco, rispetto a una sterminata massa di piccoli e medio-borghesi che vuole migliorare le proprie condizioni di vita), ridare fiducia nell’avvenire ai giovani, ridare la carica all’intera economia.

Molti sociologi avvertono anche che il gruppo dei privilegiati tende a rinchiudersi sempre di più nella propria torre d’avorio, così che crescerà il senso di estraniazione alla comunità. Aumenteranno rancori, s’accentuerà la violenza verbale (speriamo solo verbale – qualcosa già ce lo dice), nonché in definitiva una totale incomunicabilità tra i vari strati sociali. Finisce l’interclassismo ricercato dalla fine dell’Ottocento e per tutto il Novecento; marxianamente parlando, torna la possibilità della lotta di classe. Con il risultato finale di avere due mondi – potremmo dire due classi – in guerra tra loro, come al tempo della plebe e dei patrizi dell’antica Roma. Dopo duemila  anni e passa, non proprio un risultato di cui essere orgogliosi.

Sarà transitorio, questo stato delle cose? Una delle crisi cicliche che ha costellato la storia del capitalismo? Parrebbe proprio di no, considerata la natura delle bolle speculative e dei guasti arrecati dai governi dell’austerity al già precario tessuto economico italiano. Dovremo rivedere molte delle scelte e molti dei concetti che avevamo dati per assodati. Più presto riusciremo a farlo, maggiori sono le possibilità di invertire il senso di marcia.

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