{"id":297,"date":"2017-08-07T13:54:50","date_gmt":"2017-08-07T11:54:50","guid":{"rendered":"https:\/\/blog.ilgiornale.it\/scarabelli\/?p=297"},"modified":"2017-08-07T16:01:05","modified_gmt":"2017-08-07T14:01:05","slug":"il-viaggio-atlantico-dellimpubblicabile-junger","status":"publish","type":"post","link":"https:\/\/blog.ilgiornale.it\/scarabelli\/2017\/08\/07\/il-viaggio-atlantico-dellimpubblicabile-junger\/","title":{"rendered":"Il viaggio atlantico dell\u2019impubblicabile J\u00fcnger"},"content":{"rendered":"<p><em><a href=\"https:\/\/blog.ilgiornale.it\/scarabelli\/files\/2017\/08\/Ernst-Ju\u0308nger-Traversata-Atlantica.jpg\"><img loading=\"lazy\" class=\"alignnone size-medium wp-image-298\" src=\"https:\/\/blog.ilgiornale.it\/scarabelli\/files\/2017\/08\/Ernst-Ju\u0308nger-Traversata-Atlantica-193x300.jpg\" alt=\"Ernst Ju\u0308nger Traversata Atlantica\" width=\"193\" height=\"300\" srcset=\"https:\/\/blog.ilgiornale.it\/scarabelli\/files\/2017\/08\/Ernst-Ju\u0308nger-Traversata-Atlantica-193x300.jpg 193w, https:\/\/blog.ilgiornale.it\/scarabelli\/files\/2017\/08\/Ernst-Ju\u0308nger-Traversata-Atlantica-660x1024.jpg 660w, https:\/\/blog.ilgiornale.it\/scarabelli\/files\/2017\/08\/Ernst-Ju\u0308nger-Traversata-Atlantica.jpg 1676w\" sizes=\"(max-width: 193px) 100vw, 193px\" \/><\/a>Londra, 1947<\/em>. A due anni dalla fine del conflitto mondiale viene pubblicato un singolare volumetto, in una collana destinata ai prigionieri di guerra tedeschi detenuti in Inghilterra. \u00c8 <strong>Ernst J\u00fcnger<\/strong> l\u2019autore di <em>Atlantische Fahrt<\/em>, appena uscito con il titolo\u00a0<strong><em>Traversata atlantica<\/em><\/strong> per <strong>Guanda<\/strong>, nella traduzione di Alessandra Iadicicco e con una curatela finalmente degna di questo nome. Oltre al testo, infatti, il volume contiene un ricco apparato epistolare, appendici biobibliografiche, una gran mole di note e una recensione di Erhart K\u00e4stner del 1948. Ricostruita attraverso questi ricchi apparati, la storia editoriale di <em>Atlantische Fahrt<\/em> ha del comico. Il primo libro pubblicato da J\u00fcnger nel dopoguerra, infatti, <em>non<\/em> usc\u00ec in Germania, complice il <strong>repulisti democratico<\/strong> che mise al bando lui e altri numi della filosofia novecentesca, tra cui Martin Heidegger e Carl Schmitt. La <em>piazza pulita<\/em> culturale e antropologica della <em>nuova<\/em> Germania fin\u00ec per colpire anche lui, abbandonato a se stesso, impossibilitato a scrivere e pubblicare eppure stampato e ristampato all\u2019estero (soprattutto in Svizzera, in quegli anni), nonostante una lunga cordata d\u2019intellettuali fosse intervenuta a suo favore. Il veto durer\u00e0 fino al 1949. Fino ad allora, nulla da fare. <strong>\u00abBisogna essere prigionieri tedeschi per poter leggere un certo autore proibito in Germania?\u00bb<\/strong> noter\u00e0 amaramente lo scrittore Stefan Andres, recensendolo nel 1949.<\/p>\n<p>Alla fine degli anni Quaranta, insomma, il futuro premio Goethe \u00e8 in catene: ma J\u00fcnger, il reietto, si metamorfosa, cambia pelle, assumendosi il compito di fari <strong><em>aristocratico del dolore<\/em><\/strong>, come dir\u00e0 pochissimi anni pi\u00f9 tardi. \u00c8 la carne degli sconfitti a reclamare attenzione in queste luminose pagine, che la sapienza europea non potr\u00e0 a lungo ignorare. Un grido che di certo risulter\u00e0 sgradito a certe anime belle, ma che fa delle sue parole uno dei canti pi\u00f9 intensi del secolo XX.<\/p>\n<p>Il libro, ad ogni modo, esce nel \u201947, ma \u00e8 il resoconto di un viaggio compiuto undici anni prima in Brasile: da Amburgo a Bel\u00e9m, Recife, San Paolo, Rio de Janeiro e Bahia. Con uno scalo preliminare alle Azzorre, occasione ideale per fare il punto sulla situazione della Germania, che si \u00e8 appena lasciato alle spalle: <strong>\u00abIl loro arcipelago mi \u00e8 parso un simbolo della nostra situazione: come una catena di vulcani che, sull\u2019estremo confine dell\u2019Europa, si leva in mezzo a infinite solitudini\u00bb.<\/strong> Decide di prendersi una pausa da una civilt\u00e0 di cui comincia a intravvedere le ombre, cambiando emisfero, sotto un sole e costellazioni differenti. Un viaggio che segner\u00e0 una svolta profonda nella sua visione del mondo, spostando l\u2019asse dalla situazione della Germania a quella mondiale, nella sua totalit\u00e0, come nota Detlev Sch\u00f6ttker nel suo saggio in conclusione del libro. Ma J\u00fcnger ancora non lo sa, e nel Nuovo Mondo, nella sua sovrabbondanza proteiforme, cerca le <em>immagini<\/em>, i <strong><em>fenomeni originari<\/em> <\/strong>di cui ha parlato Goethe nei suoi scritti sulla metamorfosi delle piante. Ognuna di queste immagini risveglia antiche reminiscenze, rendendo ogni uomo artista e artefice. L\u2019Atlantico come specchio, nel quale <strong>il poeta delle Tempeste d\u2019Acciaio<\/strong> si riconosce, ritrovandosi. Qui ogni scoperta \u00e8 una (auto)rivelazione, un ritorno a casa. Lo intuisce scorgendo un pesce dalla forma bizzarra, sconosciuto alle classificazioni occidentali. Qualcosa di sopito si risveglia in lui:<\/p>\n<p><strong>\u00abAlla vista di simili creature favolose, ci\u00f2 che colpisce \u00e8 soprattutto l\u2019accordo tra apparizione e immaginazione. Non le percepiamo come se le scoprissimo, ma come se le inventassimo. Ci sorprendono e al tempo stesso le sentiamo intimamente familiari, come fossero parti di noi stessi che si realizzano in immagini. A volte, in certi sogni e, molto verosimilmente, nell\u2019ora della morte, questa immaginazione acquista in noi una forza straordinaria. I miti nascono dove realt\u00e0 superiori e supreme si accordano con la forza dell\u2019immaginazione\u00bb.<\/strong><\/p>\n<p>Ma il Sudamerica non \u00e8 solo natura incontaminata. Tra i dedali vegetali e gli umbratili argini di fiumi senza fine svettano imponenti megalopoli ancora sconosciute agli europei di quegli anni. \u00c8 proprio al cospetto di questi vertiginosi agglomerati che avviene la <strong>rivoluzione copernicana<\/strong> dello scrittore: la tecnica, vista all\u2019opera nella Prima guerra mondiale e poi nelle industrie, \u00e8 diventata un fenomeno planetario. Gli accoliti del Lavoratore hanno invaso il globo, trasfigurandolo, ridisegnandone le frontiere. Rio de Janeiro lo sgomenta: <strong>\u00abLa citt\u00e0 esercita su di me un\u2019impressione possente. \u00c8 una residenza dello spirito del mondo\u00bb.<\/strong> E proprio in queste pagine compare il nome di <strong>Oswald Spengler<\/strong>, che ne <em>Il tramonto dell\u2019Occidente<\/em> aveva indicato nelle metropoli, inorganiche e amorfe, uno dei sintomi delle fasi terminali di una civilt\u00e0. Profezie amare quanto attuali, anche a distanza di un secolo dalla pubblicazione del monumentale trattato di morfologia delle civilt\u00e0.<\/p>\n<p><a href=\"https:\/\/blog.ilgiornale.it\/scarabelli\/files\/2017\/08\/ej1.png\"><img loading=\"lazy\" class=\"alignnone size-medium wp-image-302\" src=\"https:\/\/blog.ilgiornale.it\/scarabelli\/files\/2017\/08\/ej1-300x196.png\" alt=\"ej1\" width=\"300\" height=\"196\" srcset=\"https:\/\/blog.ilgiornale.it\/scarabelli\/files\/2017\/08\/ej1-300x196.png 300w, https:\/\/blog.ilgiornale.it\/scarabelli\/files\/2017\/08\/ej1.png 877w\" sizes=\"(max-width: 300px) 100vw, 300px\" \/><\/a>Eppure, come scrisse H\u00f6lderlin, <strong><em>dove cresce il pericolo nasce anche ci\u00f2 che salva<\/em><\/strong>, e, nel corso di questo viaggio al termine dell\u2019Occidente, a far da <em>buen retiro<\/em>, da contrappeso alla sfrenata tecnicizzazione planetaria \u00e8 ancora una volta la natura selvaggia e illibata. Lo testimonia una lettera a suo fratello Friedrich Georg, scritta il 20 novembre 1936 a Santos: <strong>\u00abDa queste parti c\u2019\u00e8 un proverbio che mi piace tanto; dice: <em>Il bosco \u00e8 grande<\/em>, e significa che chiunque si trovi in difficolt\u00e0 o sia vittima di persecuzioni pu\u00f2 sempre sperare di trovare rifugio e accoglienza in questo elemento\u00bb.<\/strong> Probabilmente la pensano cos\u00ec anche alcuni dei suoi compagni di viaggio, i quali, giunti in Brasile, decidono di scendere dalla nave, non tornando in Germania. Cosa che lui invece far\u00e0, vivendo la tragedia europea sino al suo ultimo atto ma portando con s\u00e9 questa immagine del bosco, sviluppata pochi anni dopo ne <strong><em>Il trattato del ribelle<\/em><\/strong>. Nel bosco vedr\u00e0 l\u2019autentica patria spirituale dell\u2019uomo, contrapposta alla nave, dominio della velocit\u00e0 e del progresso, e il ribelle sar\u00e0 colui che passa al bosco, dandosi alla macchia \u2013 scendendo dalla nave, appunto.<\/p>\n<p>Di questo, per\u00f2, non c\u2019\u00e8 ancora traccia nella sua biografia. Per ora non vi \u00e8 che mare aperto e isole, l\u2019immensit\u00e0 dell\u2019Atlantico e il riparo di atolli e arcipelaghi, a ribadire quella dualit\u00e0 irriducibile che costituisce la quintessenza letteraria \u2013 ma non solo \u2013 di Ernst J\u00fcnger. L\u2019oceano, nella cui malia <strong>\u00abil nostro essere fluisce e si dissolve; tutto ci\u00f2 che in noi \u00e8 ritmico si ravviva, risonanze, battiti, melodie, il canto originario della vita che va cullandosi nei tempi. Il suo incantesimo ci fa tornare indietro svuotati, eppure felici come dopo una notte trascorsa danzando\u00bb.<\/strong> Le isole, invece, che custodiscono la promessa di una gioia <strong>\u00abpi\u00f9 profonda della quiete, della pace in questo elemento tempestoso mosso fin dai fondali. Anche le stelle sono isole nel mare della luce dell\u2019etere\u00bb.<\/strong><\/p>\n<p>Le isole, il mare\u2026 Si \u00e8 fatto tardi. Il nostro viaggiatore annota queste parole mentre torna nella sua Europa, martellata dall\u2019urgenza della storia, squassata da venti che ben presto riveleranno la loro forma mostruosa e titanica. Le ultime parole del diario brasiliano sono datate <em>15 dicembre 1936<\/em>:<\/p>\n<p><strong>\u00abMi sento soddisfatto del viaggio. Eolo e tutti gli altri d\u00e8i sono stati propizi. Ancora pi\u00f9 intenso appare il piacere che vi ho provato rispetto ai tempi minacciosi che si annunciano in maniera sempre pi\u00f9 evidente, le cui fiamme anzi gi\u00e0 guizzano all\u2019orizzonte\u00bb.<\/strong><\/p>\n<p>Quelle fiamme che finiranno per incendiare una civilt\u00e0 intera, una civilt\u00e0 di cui J\u00fcnger sceglier\u00e0 di farsi testimone, pagando in prima persona, come tanti altri, la propria inattualit\u00e0.<\/p>\n","protected":false},"excerpt":{"rendered":"<p><p>Londra, 1947. A due anni dalla fine del conflitto mondiale viene pubblicato un singolare volumetto, in una collana destinata ai prigionieri di guerra tedeschi detenuti in Inghilterra. \u00c8 Ernst J\u00fcnger l\u2019autore di Atlantische Fahrt, appena uscito con il titolo\u00a0Traversata atlantica per Guanda, nella traduzione di Alessandra Iadicicco e con una curatela finalmente degna di questo nome. Oltre al testo, infatti, il volume contiene un ricco apparato epistolare, appendici biobibliografiche, una gran mole di note e una recensione di Erhart K\u00e4stner del 1948. Ricostruita attraverso questi ricchi apparati, la storia editoriale di Atlantische Fahrt ha del comico. 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