{"id":321,"date":"2017-09-27T08:30:36","date_gmt":"2017-09-27T06:30:36","guid":{"rendered":"https:\/\/blog.ilgiornale.it\/scarabelli\/?p=321"},"modified":"2017-09-26T23:08:47","modified_gmt":"2017-09-26T21:08:47","slug":"ianva-viaggio-al-termine-delleuropa","status":"publish","type":"post","link":"https:\/\/blog.ilgiornale.it\/scarabelli\/2017\/09\/27\/ianva-viaggio-al-termine-delleuropa\/","title":{"rendered":"IANVA: Viaggio al termine dell\u2019Europa"},"content":{"rendered":"<p><em><a href=\"https:\/\/blog.ilgiornale.it\/scarabelli\/files\/2017\/09\/Ianva_2.jpg\"><img loading=\"lazy\" class=\"alignnone size-medium wp-image-323\" src=\"https:\/\/blog.ilgiornale.it\/scarabelli\/files\/2017\/09\/Ianva_2-300x203.jpg\" alt=\"Ianva_2\" width=\"300\" height=\"203\" srcset=\"https:\/\/blog.ilgiornale.it\/scarabelli\/files\/2017\/09\/Ianva_2-300x203.jpg 300w, https:\/\/blog.ilgiornale.it\/scarabelli\/files\/2017\/09\/Ianva_2-1024x692.jpg 1024w, https:\/\/blog.ilgiornale.it\/scarabelli\/files\/2017\/09\/Ianva_2.jpg 1565w\" sizes=\"(max-width: 300px) 100vw, 300px\" \/><\/a>\u00abIl Canone \u00e8 qua\u00bb: si chiude cos\u00ec la traccia che d\u00e0 il titolo all\u2019ultimo lavoro dei genovesi IANVA, tra le realt\u00e0 musicali pi\u00f9 interessanti e complete dell\u2019ultimo decennio italiano. Se diciamo <\/em>complete<em> \u00e8 perch\u00e9, in un\u2019epoca d\u2019imperante cachistocrazia e deculturazione artistica, ad un livello qualitativo musicale assai elevato <strong>IANVA<\/strong> aggiungono testi eccellenti, i quali sondano in profondit\u00e0 una civilt\u00e0 intera, nelle sue luci cos\u00ec come nelle ombre. <\/em>Canone Europeo<em> \u00e8 il loro ultimo album, preceduto dal dannunziano <\/em>Disobbedisco!<em> (2006), <\/em>Italia Ultimo Atto<em> (2009) e <\/em>La Mano Di Gloria<em> (2012). <\/em>Canone Europeo<em> costituisce in qualche modo la <\/em>summa<em> dei precedenti, raggiungendo una maturit\u00e0 che compendia molte delle linee di una carriera ultradecennale. Un album la cui premessa \u00e8 forse il mini <\/em>L\u2019Occidente<em> (2007): quattro tracce che sono autentiche sferzate al Pensiero Unico, sentieri alternativi diretti al cuore dell\u2019Occidente, incursioni al termine dell\u2019Europa, un\u2019Europa molti differente da quella celebrata da certi <\/em>ma\u00eetre-\u00e0-penser<em> che imperversano oggi. \u00abQuella fiaccola d\u2019Atene che tu sai \/ difendila dal vento che verr\u00e0\u2026\u00bb erano le ultime parole della <\/em>title-track <em>de <\/em>L\u2019Occidente<em>. Una fiaccola che in <\/em>Hellas<em>, seconda traccia del <\/em>Canone<em>, giace \u00abspenta nella brina\u00bb. Che allora \u00abpossa il coraggio accendere presagio di un mattino\u00bb. Hellas, la Grecia antica, paradigma della grandezza e <\/em>imago<em> della tragedia \u2013 effigie d\u2019un <strong>Occidente, terra del tramonto e custode di un Canone che, sebbene sovente negato, vilipeso e oltraggiato, pu\u00f2 tornare a risplendere<\/strong>. Ecco perch\u00e9 il viaggio di questo ultimo lavoro parte in quella Grecia che ha disseminato la nostra civilt\u00e0 ed \u00e8 stata la prima a subire la mannaia di un\u2019Europa la cui madrelingua \u00e8 di natura economica. Ne abbiamo parlato con <strong>Mercy<\/strong>, voce del gruppo insieme alla \u201cmusa archeofuturista\u201d <strong>Stefania D\u2019Alterio<\/strong> e gi\u00e0 membro di gruppi come Il Segno del Comando (autori di uno splendido <\/em>concept<em> sul <\/em>Golem<em> di Meyrink) e Malombra. Prima di giungere al loro ultimo capolavoro, tuttavia, \u00e8 bene fare qualche passo indietro, tornando alle origini del progetto, nonch\u00e9 alle sue radici musicali e culturali. Ed \u00e8 la prima domanda che abbiamo posto a Mercy.<\/em><\/p>\n<p>IANVA entra in scena nel 2005, con l\u2019EP <strong><em>La Ballata Dell\u2019Ardito<\/em><\/strong>. Esordio del quale, un paio d\u2019anni fa, abbiamo rieditato su vinile e CD una versione abbondantemente ampliata di contenuti. Il cambio di titolo in <strong><em>MEMENTO X-C<\/em><\/strong> richiamava una duplice ricorrenza: il decennale di IANVA e il centenario italiano della Grande Guerra. Si concretizzava cos\u00ec, in differita, il nostro primo atto, per come originariamente ideato. Prima, cio\u00e8, che una serie di circostanze ci costringessero a ripiegare sul pi\u00f9 modesto e, almeno nel 2005, realistico EP di tre brani.<\/p>\n<p>Questa la cronologia ufficiale. Ma in concreto il progetto operava da quasi un paio d\u2019anni, sebbene privo di una denominazione definitiva. E, soprattutto, di una formazione vera e propria. Tutto ruotava attorno a un seminale terzetto che, con denominazioni e collaborazioni variabili, aveva licenziato pochi brani, destinati per lo pi\u00f9 a compilation di area <em>industrial<\/em>\/apocalittica.<\/p>\n<p>Il gruppo inizi\u00f2 ad acquisire la sua identit\u00e0 \u201cstorica\u201d solo con l\u2019arruolamento di ulteriori elementi, ossia i musicisti a tutt\u2019oggi coinvolti. Oltre, naturalmente, all\u2019ingresso di <strong>Stefania<\/strong>, nella formazione e nella gestione comunicativa dell\u2019intero progetto. Non solo gli uni e l\u2019altra resero tecnicamente possibile la realizzazione di composizioni fino ad allora solo virtuali, ma grazie a loro IANVA assunse la sua fisionomia definitiva. Che \u00e8, ricordiamolo, quella di un nutrito <em>ensemble. <\/em>In controtendenza, dunque, rispetto a quell\u2019attitudine a \u201cminimizzare\u201d, gli organici non meno degli arrangiamenti, peculiare dell\u2019area stilistica entro la quale, almeno in un primo tempo, risultavamo compresi. Lo spunto iniziale arrivava, infatti, dalle cosiddette <em>Grey &amp; Brown areas. <\/em>Perimetri abbastanza evanescenti entro i quali, in quei giorni, venivano inscritte variegate situazioni musicali. Il tutto nell\u2019ambito della cosiddetta <strong>Cultura Apocalittica<\/strong>, a sua volta estesa a campi non necessariamente musicali. Secca ammetterlo perch\u00e9 nulla \u00e8 pi\u00f9 demotivante dell\u2019analisi postuma delle occasioni perdute, ma allora sembrava una grande idea. <strong>L\u2019unica, anzi, potenzialmente in grado di dare vita a un movimento artistico e aggregativo autenticamente antagonista. <\/strong>Nonch\u00e9 in perfetta sintonia con le inquietudini sociali proprie dei tempi che si andavano preparando.<\/p>\n<p>Ma per ben servire una grande idea, ci si diceva, sarebbe occorsa una altrettanto grande \u201cscena\u201d. Una poderosa onda d\u2019urto di \u201cmateriale artistico\u201d in grado di sconfinare in territori sempre pi\u00f9 \u201cesterni\u201d e fare ogni volta, idealmente, dei prigionieri. Un movimento di tal fatta non ha scelta fin da subito: o cresce o muore. \u00c8 un\u2019elementare legge di natura: nasci vulnerabile e immediatamente sei circondato da nemici e predatori. Devi solo decidere se fortificarti, addestrarti e diventare sempre pi\u00f9 competitivo oppure farti fare a pezzi. Ignari che, da l\u00ec a poco, quello stesso ambiente avrebbe scelto in massa la seconda opzione, rafforzando e moltiplicando il fronte \u201cnemico\u201d con ogni sorta di autolesione comunicativa e disperdendo l\u2019interesse mediante l\u2019inflazione di prodotti dilettantistici, cercammo da subito di apportare il nostro contributo.<\/p>\n<p>Il primo passo, a nostro avviso, consisteva nel <strong>trovare una via<\/strong> al genere che fosse, per ognuno, culturalmente plausibile. Come era stato fatto, piaccia o meno, all\u2019epoca della <em>discomusic<\/em>, genere il cui successo stellare era stato garantito proprio dalla sua attitudine e disponibilit\u00e0 a lasciarsi declinare secondo molteplici sensibilit\u00e0: nazionali, culturali, di genere\u2026 Cos\u00ec, da buoni italiani, iniziammo a radunare tutte le suggestioni storiche e narrative che potessero riuscire galvanizzanti o struggenti. Che trasmettessero orgoglio e senso di amor proprio ferito. <strong>Per altri italiani e non per un ipotetico pubblico <em>globish<\/em> al quale, a rigor di logica, il genere avrebbe dovuto essere avverso.<\/strong><\/p>\n<p>Ovviamente, l\u2019impianto sonoro seguiva a ruota. C\u2019erano determinati filoni sui quali ci si era gi\u00e0 cimentati in passato ed altri nei quali il nostro paese si era ben distinto, riuscendo a creare riconoscibilissimi e apprezzati sottogeneri. La canzone d\u2019autore <em>in primis<\/em>. Il tabarin e l\u2019avanspettacolo, con la variante \u201ccolta\u201d del Cabaret, dalle serate futuriste alle cantacronache negli anni della contestazione. L\u2019arte della <em>soundtrack<\/em>, specie nelle pellicole cosiddette \u201cdi genere\u201d. La primissima <em>new wave<\/em> italiana, quella ben prodotta e determinata a dare battaglia nelle classifiche. La tradizione \u201cbombastica\u201d del melodramma. L\u2019astuzia emozionale di certa musica leggera <em>d\u2019antan.<\/em> Lo <em>storytelling,<\/em> come si direbbe oggi, para-occulto e romanzesco (con derive d\u2019appendice) di certo metal, progressive e <em>dark sound<\/em> peninsulare, che pure ho conosciuto a fondo. Persino i dispositivi di una certa dance nostrana che riusciva a suonare allo stesso tempo galvanizzante e melanconica&#8230;<\/p>\n<p>Poi c\u2019era naturalmente molto altro ad ispirarci: i Laibach e i loro \u201cparenti italiani\u201d Devil Doll. Il rock decadente dell\u2019olimpo Bowie-Roxy-Sparks-Velvet\/Reed. I loro discendenti diretti Ultravox, Magazine, Visage e via dicendo. Il <em>Kraut Rock<\/em>, specie nelle sue declinazioni pi\u00f9 marcatamente mitteleuropee. Il <em>post punk<\/em> pi\u00f9 virile e \u201cguerrafondaio\u201d: Stranglers, Killing Joke, Theatre of Hate\/ Spear Of Destiny nonch\u00e9, irrinunciabili, Adam and The Ants. Il folk pagano psichedelico degli anni Settanta. Il black metal pi\u00f9 atmosferico. La profondit\u00e0 di Scott Walker. La visionarit\u00e0 di Peter Hammill. La desolazione di Nick Drake. La sensibilit\u00e0 di Marc Almond.<\/p>\n<p>Tutto stava nel riuscire a travasare giuste proporzioni di tutti questi elementi in un impianto <em>dark\/folk\/martial<\/em>. In quest\u2019ultimo ambito, oltre alle esperienze fondanti di Death In June e Sol Invictus, col senno del poi, i soli gruppi che ci abbiano influenzato davvero sono essenzialmente due: i Blood Axis e gli Orplid.<\/p>\n<p><strong><em>IANVA \u00e8 l\u2019antico nome di Genova.<\/em><\/strong><em> Quanto di questa citt\u00e0 \u00e8 entrato nella carne nei vostri lavori?<\/em><\/p>\n<p>Molto. Anche pi\u00f9 di quanto, ora come ora, vorrei. Ma funziona come per il patrimonio genetico: occorre farsi una ragione d\u2019un lascito nel suo insieme, compreso ci\u00f2 di cui si farebbe volentieri a meno. Intanto c\u2019\u00e8 la fin troppo ovvia eredit\u00e0 della scuola cantautorale cittadina. Nulla da ridire: senza di essa, in particolare De Andr\u00e9 e, <em>en passant<\/em>, i sostanziosi arrangiamenti che gli provvedevano Reverberi e Piovani nella prima met\u00e0 della carriera, IANVA non esisterebbe.<\/p>\n<p>Detto ci\u00f2, vado a togliermi un paio di macigni dalle scarpe. Ormai parlo di rado di cantautorato genovese perch\u00e9 a quella tradizione si riferisce una pi\u00f9 meno vivacchiante scuola cittadina \u201ccontemporanea\u201d. Bene: pare sia stato stabilito, non so bene da chi e a quale titolo, che al di fuori di essa la scuola genovese non abbia eredi. Prendo nota. Acclarato che l\u00e0 in mezzo noi non esistiamo, non perdo neppure un minuto prima di dichiararlo un punto d\u2019onore. Anzi, considerata la pi\u00f9 assoluta irrilevanza della suddetta cerchia al di fuori del duplice perimetro cittadino e politico, verrebbe la tentazione di considerarlo persino di buon augurio. In secondo luogo, da qualche anno ho di molto ridimensionato la portata del magistero di De Andr\u00e9. Non certo sul piano stilistico e poetico, che, al contrario, resta inarrivabile, quanto su quello etico. Con il senno del poi, sotto questo profilo,<strong> mi mancano molto di pi\u00f9 un Gaber o un Battisti. Meno anarco-chic e ben pi\u00f9 realisticamente consapevoli di quanto schifo possa fare la vita e di quanto male possa infliggerti la gente, povera o ricca che sia.<\/strong><\/p>\n<p><a href=\"https:\/\/blog.ilgiornale.it\/scarabelli\/files\/2017\/09\/Ianva_7.jpg\"><img loading=\"lazy\" class=\"alignnone size-medium wp-image-324\" src=\"https:\/\/blog.ilgiornale.it\/scarabelli\/files\/2017\/09\/Ianva_7-300x169.jpg\" alt=\"Video and Film\" width=\"300\" height=\"169\" srcset=\"https:\/\/blog.ilgiornale.it\/scarabelli\/files\/2017\/09\/Ianva_7-300x169.jpg 300w, https:\/\/blog.ilgiornale.it\/scarabelli\/files\/2017\/09\/Ianva_7-1024x576.jpg 1024w, https:\/\/blog.ilgiornale.it\/scarabelli\/files\/2017\/09\/Ianva_7.jpg 1920w\" sizes=\"(max-width: 300px) 100vw, 300px\" \/><\/a>Dico ci\u00f2 perch\u00e9 vivo in una citt\u00e0 che determinate ideazioni le ha fatte profondamente proprie. Al punto che, a forza di parteggiare per ogni sorta di diversit\u00e0 e marginalit\u00e0, comprese quelle pi\u00f9 oggettivamente irredimibili e schifose, si \u00e8 ritrovata a essere una vera cloaca a cielo aperto. Di ci\u00f2 dovremmo ringraziare certi venerati maestri la cui memoria \u00e8 a tutt\u2019oggi un intoccabile altarino. Genova \u00e8, almeno nella percezione collettiva, n\u00e9 pi\u00f9 n\u00e9 meno che un\u2019emanazione delle loro menti. Nella realt\u00e0 concreta, invece, \u00e8 un luogo dove ormai stanno per saltare le ultime staffe che fissano una comunit\u00e0 alle regole minime della convivenza civile. Temo altres\u00ec che qualche ripensamento politico dell\u2019ultima ora non valga certo ad arginare uno sfacelo che ormai sospetto secolare e che riesco a scrutare persino in certe fisionomie che incrocio lungo la strada. Essendo comunque la nostra una delle citt\u00e0 pi\u00f9 antiche del bacino occidentale, qualcuno potrebbe obiettare che dovrebbe esserci ben altro nella nostra storia in grado di procurarci la nostra dose di orgoglio. In effetti \u00e8 cos\u00ec, e basta vedere il marchio che accompagna il nostro logo per rendersene conto. Ma \u00e8 dura constatare quotidianamente che tutta quella passata grandezza \u00e8 unicamente affidata alla testimonianza della pietra. E pure quella non \u00e8 tenuta in gran conto dai multiculturalissimi eredi della gloriosa repubblica.<\/p>\n<p>Piuttosto, se proprio devo concedermi qualche nostalgia, rievoco una Genova persino pi\u00f9 orrenda di quella contemporanea, ma nella quale riesco almeno ad alloggiare qualche tenero ricordo personale. E cio\u00e8 quella del triangolo industriale, del milione di abitanti, del coro di sirene che alle cinque della sera riversava nelle strade migliaia di operai e di operaie in uscita dalle fabbriche. <strong>Era una citt\u00e0 tetra, ventosa, annerita dai fumi, sfregiata fin oltre lo scempio dall\u2019industrializzazione e dall\u2019urbanizzazione a tappeto. Ma anche piena di gente coraggiosa, pratica, rude e infaticabile. Orgogliosa del proprio saper lavorare e non solo di uno scemenziario pararesistenziale a base di Jovanotti, Don Gallo e Manu Chao.<\/strong><\/p>\n<p>Oggi restano solo le cicatrici urbanistiche. Intere aree post-industriali che pi\u00f9 nessun piano di recupero potr\u00e0 trarre da un degrado ormai conglomerato con lo stesso suolo. Quartieri atroci costruiti a rotta di collo per alloggiare la forza lavoro arrivata da fuori. Slittanti su pendenze d\u2019argilla e con mura di cartone che divergono quando piove. Popolosi come piccole citt\u00e0, ma collegati da viottoli che per ostruirli basta una carriola. Fabbriche di marginalit\u00e0, infelicit\u00e0, abbrutimento, malattia mentale. La caratteristica attitudine artistica cittadina consiste nel compiacersi delle suddette cose. Di trovarci un che di peculiare, edificante e persino di bello. Non \u00e8 certo il caso nostro.<\/p>\n<p><em>Come descriveresti la vostra evoluzione, da <\/em>Disobbedisco <em>a <\/em>Italia Ultimo Atto<em>, da <\/em>La Mano Di Gloria<em> a <\/em>L\u2019Occidente<em>, fino a quest\u2019ultimo lavoro?<\/em><\/p>\n<p>La definirei cauta perch\u00e9, come chiunque tenga a lavorare per il durevole, abbiamo tenuto al guinzaglio quella smania di novit\u00e0 continua che \u00e8 uno dei tratti distintivi di questi nostri tempi. Tale premessa potrebbe indurre il sospetto che noi si sappia fare un\u2019unica cosa. E che una dichiarazione di coerenza stilistica tanto frontale sia, in realt\u00e0, una formula come un\u2019altra per fare di necessit\u00e0 virt\u00f9. Ma, come pu\u00f2 testimoniare chiunque conosca un minimo la nostra produzione, IANVA \u00e8 un progetto tutt\u2019altro che monocorde. Al punto che i costanti correttivi stilistici risultano meno appariscenti di quanto effettivamente dovrebbero. Proprio perch\u00e9 s\u2019innestano su un materiale sonoro gi\u00e0 eclettico di suo. Se \u00e8 vero, dunque, che abbiamo perseguito una cifra stilisticamente riconoscibile, lo \u00e8 altrettanto che per ottenere il nostro suono occorre padroneggiare una quantit\u00e0 non comune di generi e sottogeneri. E credo che questa sia gi\u00e0, di per s\u00e9, una variazione sul tema.<\/p>\n<p><em>Se un \u201cprofano\u201d dovesse accostarsi per la prima volta a IANVA, cosa gli consiglieresti?<\/em><\/p>\n<p><a href=\"https:\/\/blog.ilgiornale.it\/scarabelli\/files\/2017\/09\/Ianva_9.png\"><img loading=\"lazy\" class=\"alignnone size-medium wp-image-325\" src=\"https:\/\/blog.ilgiornale.it\/scarabelli\/files\/2017\/09\/Ianva_9-300x237.png\" alt=\"Ianva_9\" width=\"300\" height=\"237\" srcset=\"https:\/\/blog.ilgiornale.it\/scarabelli\/files\/2017\/09\/Ianva_9-300x237.png 300w, https:\/\/blog.ilgiornale.it\/scarabelli\/files\/2017\/09\/Ianva_9.png 748w\" sizes=\"(max-width: 300px) 100vw, 300px\" \/><\/a>Gli raccomanderei di accorpare gli ascolti di <em>Disobbedisco!<\/em> e <em>Memento\/La Ballata Dell\u2019Ardito<\/em>. Non solo in quanto tematicamente collegati e consequenziali come filo narrativo. Ma anche perch\u00e9 costituiscono un esaustivo compendio di tutte le ispirazioni musicali, estetiche e ideali relative alla prima fase del progetto. Compresi i membri e collaboratori che non sarebbero poi andati oltre questo primo <em>shot<\/em>. Non \u00e8 un caso che i seguaci del <em>neofolk<\/em> canonico considerino questo periodo come il migliore. Tuttavia, credo che anche loro convengano che non saremmo mai durati fino ad oggi se avessimo insistito su identica falsariga. Invece, gi\u00e0 <strong><em>L\u2019Occidente<\/em><\/strong> costitu\u00ec un precoce intermezzo di riflessione sulla materia sonora, pi\u00f9 ancora che su quella concettuale. \u00c8 vero che si tratta solo di un EP, ma l\u00ec ci riusc\u00ec di venire a capo di alcune inveterate incognite tecniche. Nonch\u00e9 di certe approssimazioni che orecchie professionali avevano comunque percepito su <em>Disobbedisco!<\/em>. Tecnicamente parlando, infatti, <em>L\u2019Occidente<\/em> \u00e8 stato il modulo grazie al quale ci \u00e8 stato poi possibile realizzare i lavori successivi.\u00a0<strong><em>Italia Ultimo Atto<\/em><\/strong> lo considero il nostro titolo pi\u00f9 rappresentativo. Lo consiglierei a coloro che da un singolo disco si aspettano di scoprire tutto ci\u00f2 che \u00e8 necessario sapere sul conto di una band. Nessuna delle corde a noi congeniali viene trascurata e ogni declinazione possibile del nostro suono viene presa di petto e quasi \u201cinchiodata\u201d a funzionare!<\/p>\n<p><em>Quanto a <\/em><strong>La Mano Di Gloria<\/strong><em>?<\/em><\/p>\n<p>A mente fredda, lo reputo un vero azzardo. Ma che sono ben felice di aver fatto. Il disco in s\u00e9 part\u00ec azzoppato da alcuni handicap di non poco conto. Il primo: il plot che collegava i vari brani era riferito all\u2019omonima <strong>saga narrativa<\/strong>.<\/p>\n<p><em>La quale, tuttavia, sarebbe stata pubblicata mesi dopo\u2026<\/em><\/p>\n<p>Al momento dell\u2019uscita del disco, era ancora ben lontana dal vedere la luce. Quando finalmente mi riusc\u00ec di concretizzarla e, attenzione, non si parla di un tascabile, ma di un cofanetto in tre volumi per una somma di quasi 2100 pagine, molta gente inizi\u00f2 a vederci pi\u00f9 chiaro. Ma, nel frattempo, si era ritrovata tra le mani un disco <em>concept<\/em> il cui filo narrativo era apparso sulle prime non poco confuso.<\/p>\n<p>Un secondo accidente era conseguito dal fatto che, nei mesi della realizzazione, nessun membro era stato in grado di seguire con sufficiente cura i lavori, compreso il sottoscritto, sequestrato dalla fatica libraria. Ci\u00f2 comport\u00f2 l\u2019affidarsi alle cure di un fonico esterno, tecnicamente molto valido, ma lontanissimo per gusti e formazione dalle cose che avevano sempre fatto il \u201csuono IANVA\u201d. Il risultato poteva talvolta approssimarsi a un pi\u00f9 canonico folk rock con venature <em>alternative<\/em>. Ma in altri frangenti emergevano interessanti spunti psichedelici, dei quali prendemmo debitamente nota.<\/p>\n<p>Da ultimo, per dovere di verit\u00e0 e fottendomene di quanto ci\u00f2 possa risultare poco signorile, debbo dire che, alla sua uscita, <em>La Mano Di Gloria<\/em> dovette vedersela immediatamente con una ben orchestrata campagna di odio nei nostri confronti. Oggi la definirebbero uno s<em>hitstorm<\/em>. Non c\u2019\u00e8 che dire: almeno in una cosa a questa gente \u00e8 riuscito di essere un passo avanti a tutti&#8230; Nella merda, per l\u2019appunto. <strong>E se qualcuno volesse illudersi si sia trattato di un prevedibile linciaggio politico, sbaglierebbe di grosso: era tutta farina di sacchi di drogherie assai vicine alla nostra, per non dire attigue&#8230;<\/strong><\/p>\n<p><a href=\"https:\/\/blog.ilgiornale.it\/scarabelli\/files\/2017\/09\/Ianva_1.jpg\"><img loading=\"lazy\" class=\"alignnone size-medium wp-image-329\" src=\"https:\/\/blog.ilgiornale.it\/scarabelli\/files\/2017\/09\/Ianva_1-220x300.jpg\" alt=\"Ianva_1\" width=\"220\" height=\"300\" srcset=\"https:\/\/blog.ilgiornale.it\/scarabelli\/files\/2017\/09\/Ianva_1-220x300.jpg 220w, https:\/\/blog.ilgiornale.it\/scarabelli\/files\/2017\/09\/Ianva_1.jpg 747w\" sizes=\"(max-width: 220px) 100vw, 220px\" \/><\/a>In quei giorni ne abbiamo viste di incredibili. Portali che nascevano e morivano con un unico contenuto, ossia la stroncatura del nostro disco. Pagine Facebook in cui si assicurava che il disco era una ciofeca prima ancora che uscisse fisicamente. Altre in cui si ribadiva per intere giornate quanto facessero schifo gli IANVA e quanto fossero sfigati, perdenti e pezzenti, anche se si parlava di vino o calcio. Almeno un risultato, per\u00f2, l\u2019hanno ottenuto: distruggere e disperdere completamente ci\u00f2 che restava di una scena, senza per altro riuscire a far fuori noi. E, tuttavia, non ristamper\u00f2 pi\u00f9 quel disco. Non perch\u00e9 tema di non venderlo, visto che alla fine \u00e8 <em>sold-out<\/em>. Ma perch\u00e9 ormai risulta indissolubilmente legato al libro, anch\u2019esso in via di esaurimento. Ristamparlo avrebbe senso unicamente in un\u2019edizione che comprendesse entrambi. Impresa divenuta nel frattempo economicamente e gestionalmente pesantissima. I tempi sono quello che sono e io non posso che camminare per quanto sono lunghe le mie gambe. Peccato, perch\u00e9 <strong>l\u00e0 dentro ci sono alcune delle nostre pagine meglio scritte di sempre. E che, almeno per quanto mi riguarda, gridano vendetta.<\/strong><\/p>\n<p><em>E cos\u00ec giungiamo a <\/em>Canone Europeo<em>&#8230;<\/em><\/p>\n<p>\u00c8 difficile parlarne perch\u00e9 \u00e8 storia di questi giorni. Io credo sia il nostro miglior disco in senso assoluto, sebbene si sia giunti a questo risultato sulla scia di uno stato d\u2019animo ben differente rispetto al passato. Lo ammetto e non senza rammarico: per la prima volta la freddezza e il cinismo hanno pesato almeno quanto l\u2019ispirazione. Non solo perch\u00e9 abbiamo tratto debite conclusioni da errori commessi nel recente passato. Ma anche perch\u00e9 tra <em>La Mano Di Gloria<\/em> e <em>Canone Europeo<\/em> \u00e8 cambiata la nostra percezione.<\/p>\n<p>Abbiamo lavorato lungamente, con estrema calma. Non c\u2019era pi\u00f9 tutta questa impazienza di riproporci: solo un enorme bolo di disgusto da smaltire! Se prima di <em>La Mano Di Gloria<\/em> ogni volta che ci si apprestava a uscire c\u2019era tutta la felicit\u00e0 e l\u2019eccitazione che si prova nel ritrovare degli amici, a questo giro l\u2019abbiamo fatto con il coltello tra i denti. Come per una ricognizione in territorio ostile. La bella favoletta della Scena unita, dove ci si d\u00e0 una mano e in cui ci sono solo brave persone, era finita per sempre. Ora mi dico che, in realt\u00e0, era cos\u00ec anche prima. Credere che potesse esistere qualcosa d\u2019altro e di pi\u00f9 \u00e8 stata solo una mia madornale ingenuit\u00e0.<\/p>\n<p><em>Il risultato, tuttavia (lo dico da ascoltatore), \u00e8 eccezionale. \u00c8 davvero il vostro album migliore. Retto, tra l\u2019altro, da un autentico manifesto che a un tempo denuncia lo stato delle cose e indica una possibile fuoriuscita. \u00ab<strong>Il Canone \u00e8 una stella fissa che giganteggia nel vuoto che ci hanno approntato<\/strong>\u00bb. \u00c8 forse in queste parole, contenute nel <\/em>booklet<em>, che si condensare il <\/em>Canone<em>?<\/em><\/p>\n<p>Certamente. Non a caso tendo sempre a far notare quanto IANVA abbia lavorato in questi anni sulla materia della memoria. Tutta la nostra insistenza sulla dimensione epica o \u201ceroica\u201d a monte di ogni narrazione possibile non \u00e8, in fondo, che una sorta di dispositivo che abbiamo imparato a maneggiare con una certa destrezza. Ma il nostro primario materiale di lavoro resta la memoria, che infatti \u00e8 la facolt\u00e0 epica per eccellenza.<strong> Solo in virt\u00f9 d\u2019una vasta memoria epica una cultura pu\u00f2 da un lato appropriarsi del corso delle cose e dall\u2019altro riconciliarsi con il loro scomparire, con la potenza della morte.<\/strong><\/p>\n<p>Come certo saprai, Mnemosine, colei che ricorda, era per i Greci un\u2019attribuzione della Musa dell\u2019Epica. Ed \u00e8 logicissimo: persino il narratore pi\u00f9 avvincente, il cantore pi\u00f9 vibrante e sensibile sarebbero nulli se deprivati della pi\u00f9 nobile e necessaria tra le materie prime di cui il loro lavoro necessita. Ossia il <em>corpus<\/em> delle idee e delle memorie \u201cmatrice\u201d. E in queste memorie non sono compresi unicamente eventi, veri o mitici, o biografie. Ma le stesse strutture mentali, tutta \u201cl\u2019indicizzazione\u201d dei codici psichici ed estetici, quel repertorio simbolico che definisce radici, origini ed appartenenze.<\/p>\n<p><strong>Non credo possa esistere una civilt\u00e0 senza miti fondanti. E se esiste non \u00e8 una civilt\u00e0.<\/strong> Nemmeno, come accade nella nostra epoca, se tenta <em>in extremis<\/em> di assegnarsene alcuni. Il che \u00e8 pure peggio, perch\u00e9 <strong>una societ\u00e0 che nasce laica e dissacrata fin dalle fondamenta finir\u00e0 sempre per sintetizzare miti che le somigliano<\/strong>. Ora: potrebbe pure essere che tutto ci\u00f2 non rappresenti altro che l\u2019affannosa ricerca di un senso cos\u00ec come pu\u00f2 concepirla un uomo disperatamente scettico, ma qualcuno ha idee migliori? \u00c8 cos\u00ec complicato capire che la scienza, la tecnologia e tutto il ciarpame umanista di cui sono infarciti i sistemi educativi e la comunicazione non potranno mai liberare dalla paura dell\u2019abisso, del nulla, ma semmai moltiplicarla?<\/p>\n<p><strong>Noi abbiamo scelto la preservazione di una piccola porzione di memoria. L\u2019oculata custodia del modesto paragrafo di Canone che ci \u00e8 toccato in sorte.<\/strong> Mi accontento di questo e, francamente, di meglio non so fare.<\/p>\n<p><em>Ecco, il Canone\u2026 Il critico <strong>Harold Bloom<\/strong> ci regal\u00f2 anni fa un <\/em><strong>Canone occidentale<\/strong><em>, e insieme una corrente antagonista ad esso, la cosiddetta <\/em><strong>scuola del risentimento<\/strong><em>. Una scuola orrenda, bigotta e moraleggiante quand\u2019anche si dichiari \u201clibertaria\u201d, che disconosce il primato dell\u2019estetica, piegandola a morali, filosofie, politiche e altre aberrazioni di questo tipo\u2026 Un meccanismo che ha finito per privilegiare senza discernimento la semplice appartenenza a <strong>minoranze (sempre pi\u00f9 irreggimentate e organizzate dal sistema)<\/strong> o il trattare certe tematiche <\/em>\u00e0 la page<em>\u2026 Eppure, come antidoto a quest\u2019atrofia del giudizio estetico, \u00e8 sempre la parola \u201cstile\u201d a risuonare nei vostri lavori. Uno stile che non \u00e8 realt\u00e0 di ieri. <\/em>Il canone \u00e8 qua<em>. Non va resuscitato, \u00e8 sufficiente soffiare sulla brace, andando in cerca di quelle consonanze cantate nella <\/em>title-track<em>, il segreto accordo di <strong>Busseto e Bayreuth<\/strong>\u2026<\/em><\/p>\n<p>Se per combinazione ti ritrovi a essere, come Harold Bloom, docente alla Yale University negli anni Settanta, il gioco \u00e8 fatto! Hai assistito in diretta alla nascita e allo sviluppo della pestilenza direttamente nel suo focolaio originario. Come darti torto se poi spendi il resto della vita cercando di ostacolare la diffusione del morbo? Sennonch\u00e9, ci\u00f2 che alla sua integrit\u00e0 di studioso risultava deprecabile, se non addirittura oltraggioso, era il diretto risultato della penetrazione nei contesti istituzionali di quella Controcultura che, gi\u00e0 in diretta, l\u2019establishment intellettuale si era affrettato, paternalisticamente, a vellicare.<\/p>\n<p>Capisco che per un americano ci\u00f2 potesse rappresentare una spiacevole novit\u00e0, ma allora cosa avremmo dovuto dire noi? Nell\u2019Italia liberata a \u201cprotezione\u201d statunitense certe ripartizioni erano iniziate gi\u00e0 nel primo dopoguerra. Per intenderci, con quei famosi patti di desistenza che assegnavano alla componente social-comunista della nuova classe dirigente <strong>il monopolio della cultura<\/strong>, dell\u2019editoria alta, dell\u2019istruzione&#8230; Figurarsi dopo il \u201968, quando per un buon decennio il modello virtuoso a cui guardare era la <strong>Rivoluzione Culturale Maoista<\/strong>. Per cui, mentre il buon Bloom si danna l\u2019anima perch\u00e9 gli stanno imponendo di far fuori dai programmi, che so, Mark Twain o Melville in quanto sospetti razzisti, per fare spazio a certi illeggibili contemporanei solo perch\u00e9 appartenenti a minoranze \u201cdi comodo\u201d, qui da noi un famosissimo accademico di cui non far\u00f2 il nome gi\u00e0 ritira ogni mese il suo stipendio da docente. Versatogli, in condizioni di costante assenteismo, da quello stesso Stato del quale predica in cattedra l\u2019abbattimento violento. E senza che ci\u00f2 determini alcun imbarazzo in nessuno dei soggetti coinvolti: lo Stato stesso, il Professore, i cittadini che attraverso le tasse si cavano di tasca il suddetto stipendio. Questo per dire quanto fosse gi\u00e0 a dir poco pleonastico parlare di stile: in una societ\u00e0 che tenesse ancora un minimo di conto il decoro, almeno uno dei tre soggetti avrebbe sollevato la doverosa obiezione.<\/p>\n<p>Non so se \u00e8 chiaro: mentre negli USA, direttamente nelle centrali culturali dove si formano le classi dirigenti planetarie, si stava preparando il salto di paradigma, qui da noi si era gi\u00e0 tranquillamente oltre. Ci\u00f2 dimostrerebbe, per esempio, quanto sia verosimile l\u2019ipotesi che vede <strong>l\u2019Italia come laboratorio dell\u2019Occidente<\/strong>. Il terreno ideale, date l\u2019amoralit\u00e0 diffusa e l\u2019assoluta indifferenza nei confronti del cosiddetto bene pubblico, per gli esperimenti d\u2019ingegneria sociale.<\/p>\n<p><a href=\"https:\/\/blog.ilgiornale.it\/scarabelli\/files\/2017\/09\/Ianva_8.jpg\"><img loading=\"lazy\" class=\"alignnone size-medium wp-image-330\" src=\"https:\/\/blog.ilgiornale.it\/scarabelli\/files\/2017\/09\/Ianva_8-300x296.jpg\" alt=\"Ianva_8\" width=\"300\" height=\"296\" srcset=\"https:\/\/blog.ilgiornale.it\/scarabelli\/files\/2017\/09\/Ianva_8-300x296.jpg 300w, https:\/\/blog.ilgiornale.it\/scarabelli\/files\/2017\/09\/Ianva_8.jpg 960w\" sizes=\"(max-width: 300px) 100vw, 300px\" \/><\/a>Secca ammetterlo, ma la stragrande maggioranza dei nostri concittadini diamola pure per persa. Basti osservare che genere di fenomeni hanno fatto breccia in modo massivo nell\u2019immaginario dei nostri contemporanei: <strong>social network, selfie, estetiche e condotte \u201ctropicalizzate\u201d e musiche conseguenti, da ballo collettivo in spiaggia, vestiari pacchiani, cafoneschi o puttaneggianti, tatuaggi come se fossimo in una colonia penale della Cayenna, iniezioni di botox anche se sei cassiera alla Coop e l\u2019unica telecamera che t\u2019inquadra \u00e8 quella a circuito chiuso, di sorveglianza&#8230;<\/strong> Eppure nessuno trova volgare, discriminatorio, sessista, razzista, diseducativo, non-ecologico, neo-colonialistico, banalizzante e livellatore tutto ci\u00f2. Che invece, guarda caso, lo \u00e8 fino al midollo. Non le statue di Cristoforo Colombo o del Generale Lee&#8230; Personalmente, credo sia in atto una guerra di nuovo genere, il cui campo di battaglia \u00e8 la sfera percettiva. Ed \u00e8 una guerra cruciale perch\u00e9 gli esiti non decideranno solo gli assetti socio-economici futuri, ma anche la configurazione antropologica che il genere umano finir\u00e0 per darsi. Dunque, vista l\u2019entit\u00e0 della posta in gioco, non mi preoccupa pi\u00f9 di tanto il fatto che le masse rispondano tanto prontamente agli input comunicazionali tendenti a renderli dei terzomondiali digitalizzati. Quanto piuttosto la penuria di cervelli, idee e risorse economiche per tentare di entrare in partita che caratterizza il versante \u201ccritico\u201d o di opposizione.<\/p>\n<p>Noi facciamo del nostro meglio, ci\u00f2 che \u00e8 nelle nostre forze per cercare di addensare ideazioni, energie. Il nostro lavoro \u00e8 come quello di certi enzimi che favoriscono la moltiplicazione degli anticorpi negli organismi malati. Mediante <strong>il rilascio d\u2019immaginari radicalmente inversi rispetto a quelli correnti<\/strong>. Purtroppo dobbiamo anche vedercela con una sindrome sociale ulteriore e relativamente recente. Una sorta di deficit di attenzione di massa che rende sempre pi\u00f9 difficile veicolare messaggi appena pi\u00f9 articolati di uno slogan, un meme, una foto, un\u2019illustrazione chiassosa, una rima baciata ottenuta da quattro vocaboli elementari. E anche questo \u00e8 un bel guaio.<\/p>\n<p><em>Nel cuore di tenebra del Novecento Martin Heidegger auspic\u00f2 un ritorno ai Greci, \u201cpensando ancora pi\u00f9 greco dei Greci stessi\u201d. Una Patria perduta, sorpresa dall\u2019Europa burocratica ed etnocida prima che dal filosofare contemporaneo\u2026<\/em><\/p>\n<p>Potremmo addirittura affermare che oggi assistiamo a una sorta di moltiplicazione di paradigma. Rispetto all\u2019epoca dei Romantici, infatti, resta immutato il concetto di <strong>Patria Psichica<\/strong>. Nel senso che l\u2019antichit\u00e0 classica attribuiva al termine \u201cpsiche\u201d, domicilio spirituale non controindicato neppure a campioni di tormentato scetticismo occidentale quali un Byron, uno Shelley o un Foscolo. Ma gi\u00e0 quando Heidegger si accalora attorno a questo concetto ed esorta a rigrecicizzare a fondo l\u2019impalcatura mentale europea, ovvero a ridimensionarne la componente giudaico-cristiana, con particolare enfasi sugli aspetti pi\u00f9 fideistici di quest\u2019ultima, la Grecia nuovamente indipendente appare ormai irrimediabilmente \u201corientalizzata\u201d. E tuttavia non era ancora immaginabile <strong>la devastazione permanente instaurata da un laicismo ad un tempo estremo e impersonale che solo una tecnocrazia apolide pu\u00f2 mettere a punto<\/strong>.<\/p>\n<p>Dunque, la Grecia inizia ad apparire quasi come un\u2019immagine in divenire dello smarrimento di senso in cui stiamo incorrendo. E anche in questo caso, come tu stesso hai acutamente precisato, ci soccorre Heidegger. Forse ancor pi\u00f9 l\u2019Heidegger \u201culteriore\u201d, quello successivo alla cesura. Mi torna in mente, in particolare, il suo concetto di <em>oblio dell\u2019essere<\/em>. In certi passaggi pare effettivamente anticipare con esattezza quell\u2019opprimente intramondano, quello stordimento dell\u2019Uguale che \u00e8 la cifra saliente della comunicazione contemporanea. L\u2019etere in cui si disperde il distratto uomo radar iper-connesso che tutti ormai conosciamo. L\u2019Esserci di Heidegger, al contrario, somiglia a una bussola che punta ad un centro interiore, al pi\u00f9 autentico poter-essere. Al tempo in cui scriveva, la Grecia, intesa come forma-pensiero, appariva ancora come un credibile polo magnetico, ma oggi?<\/p>\n<p>Quel che \u00e8 certo \u00e8 che <strong>il sistema entro il quale siamo rinchiusi smantella ogni stabile struttura temporale, frammenta il tempo della vita e disintegra tutto ci\u00f2 che ha carattere vincolante, al fine di eliminare ogni possibile interferenza alla produttivit\u00e0<\/strong>. Esiste, in altri termini, <strong>una \u201cpolitica del tempo\u201d neoliberista<\/strong> che si avvale dell\u2019angoscia e dell\u2019insicurezza per <strong>incrementare l\u2019efficienza<\/strong>, e ci\u00f2 rende estremamente difficile tornare a ragionare in termini di perennit\u00e0.<\/p>\n<p><em>La figura di <strong>Ernst J\u00fcnger<\/strong> attraversa tutti i vostri lavori, <\/em>fil rouge <em>che si dipana ed emerge in capolavori come <\/em>Negli Occhi D\u2019un Ribelle<em> o <\/em>L\u2019Anarca<em>. Ed \u00e8 il Ribelle a ritornare nel <\/em>Canone<em> in <\/em>Come Ferro Battente<em>, osservatore disincantato e distaccato di ci\u00f2 che accade. Un\u2019apolit\u00eca che sembra costituire l\u2019unica condotta da mantenere in un\u2019epoca come la nostra\u2026<\/em><\/p>\n<p>Ernst J\u00fcnger \u00e8 per me una sorta di pietra angolare. La figura del <em>Waldg\u00e4nger<\/em> da lui tratteggiata \u00e8 stata un modello, a un dato momento persino ingombrante, della mia formazione giovanile. Di recente ho letto, finalmente adeguatamente tradotta, <strong><em>La battaglia come esperienza interiore<\/em><\/strong>, e a tratti ho risentito il sangue dei diciott\u2019anni pulsare nelle vene. Lo sventato coraggio, la prodezza come unica degna condizione umana, la potenzialit\u00e0 lirica del rischio fisico&#8230; Mi chiedo, ma funzionano ancora cos\u00ec i diciottenni? Quella che era, in fondo, la turbolenza di una stagione fisiologica, l\u2019irruenza dei giovani maschi, passibile di divenire sublime o efferata a seconda dei casi, \u00e8 stata a sua volta estirpata? O trasformata in qualcosa di differente? E, manco a dirlo, di pi\u00f9 meschino, basso e plebeo?<\/p>\n<p>Come che sia&#8230; ripiombato a fine lettura nella mezza et\u00e0, non ho potuto fare a meno di chiedermi come fosse possibile che l\u2019incanto potesse ripetersi simile, se non identico, a distanza di decenni. La risposta che mi sono dato \u00e8 che, al di l\u00e0 dell\u2019ovvia potenza contenutistica, <strong>c\u2019\u00e8 uno J\u00fcnger per ogni stagione della vita<\/strong>. E sebbene nulla eguagli, a mio avviso, la fase \u201cbellica\u201d della sua opera, cos\u00ec poeticamente febbricitante, cos\u00ec liricamente muscolare, quasi da mondo omerico trasferito nell\u2019era dell\u2019industria pesante, c\u2019\u00e8 di che trarre insegnamenti preziosissimi ad ogni capitolo del suo lunghissimo periplo intellettuale.<\/p>\n<p>Personalmente, attraverso le sue pagine riesco sempre a riconciliarmi con una parte di me con cui, spesso e volentieri, vengo alle mani: quella <em>libertaria<\/em>. In quelle pagine, infatti, acquisisce verosimiglianza una quota di umanit\u00e0 sufficientemente evoluta da comprendere che <strong>il concetto di libert\u00e0 \u00e8 qualcosa di radicalmente differente dalla semplice assenza di regole e autorit\u00e0<\/strong>. Che il peso di queste ultime \u00e8 inversamente proporzionale allo stadio di maturazione e consapevolezza cui sia riuscita a pervenire una comunit\u00e0. Ne consegue che <strong>una condizione compiutamente civile dovrebbe poter fare a meno di larghissima parte delle regole e di qualsiasi forma di autorit\u00e0 costituita.<\/strong><\/p>\n<p><em>Un percorso che ci conduce direttamente all\u2019<strong>Anarca<\/strong> tematizzato da J\u00fcnger in <\/em>Eumeswil<em>, cui avete dedicato uno straordinario pezzo nella <\/em>Mano di Gloria<em>\u2026<\/em><\/p>\n<p><a href=\"https:\/\/blog.ilgiornale.it\/scarabelli\/files\/2017\/09\/Ianva_4.jpg\"><img loading=\"lazy\" class=\"alignnone size-medium wp-image-326\" src=\"https:\/\/blog.ilgiornale.it\/scarabelli\/files\/2017\/09\/Ianva_4-300x268.jpg\" alt=\"Ianva_4\" width=\"300\" height=\"268\" srcset=\"https:\/\/blog.ilgiornale.it\/scarabelli\/files\/2017\/09\/Ianva_4-300x268.jpg 300w, https:\/\/blog.ilgiornale.it\/scarabelli\/files\/2017\/09\/Ianva_4.jpg 655w\" sizes=\"(max-width: 300px) 100vw, 300px\" \/><\/a>L\u2019Anarca sottoscrive senz\u2019altro tale aspirazione. Ma, constatato quanto sia a dir poco prematura, sceglie, piuttosto, di fare comunit\u00e0 a s\u00e9. Tuttavia, ci dice anche che <strong>quando un\u2019autorit\u00e0 \u00e8 palesemente degradata e dedita a un mortificante esproprio di dignit\u00e0, risorse e possibilit\u00e0 di sussistenza civile ai cittadini, l\u2019uomo libero non pu\u00f2 esimersi dal passare all\u2019azione<\/strong>. E qui entra in gioco il tema dell\u2019<strong>ascesi bellica<\/strong>. A differenza di tanti illustri cialtroni suoi coevi, J\u00fcnger non trova la guerra n\u00e9 bella, n\u00e9 utile, n\u00e9 necessaria. I suoi toni non sono mai smaccatamente apologetici e non cadono nella trappola di una retorica propagandistica, tipica di chi non riusc\u00ec mai a togliere le gambe da sotto la scrivania. In compenso, al culmine di un\u2019esperienza interiore commisurata all\u2019immanit\u00e0 della tragedia riesce a scorgere, come in una serie di lampi accecanti, le conseguenze ultime di una \u2013 allora solo ipotetica \u2013 pace perenne. \u00c8 una visione quasi oracolare che, considerando il nostro oggi, spaventa per precisione e chiaroveggenza.<\/p>\n<p>Uno dei sottaciuti problemi di noi contemporanei, che J\u00fcnger aveva previsto e sezionato a fondo, consiste esattamente in questo: nell\u2019essere creature di un tempo di pace. Nati e divenuti adulti nel corso di una congiuntura storica probabilmente irripetibile, stentiamo a comprendere e oggettivare la deriva barbarica e predatoria sulla quale le attuali \u00e9lite hanno dirottato il mondo. E ci scopriamo frustrati e impotenti, come \u00e8 logico si senta chiunque abbia avuto la fortuna di consumare l\u2019intera esistenza senza mai rischiare davvero. Senza mai un\u2019occasione per <strong>conoscere se stesso fino in fondo, mettendosi alla prova una volta per tutte<\/strong>.<\/p>\n<p><em>Quale aspetto del retaggio j\u00fcngeriano \u00e8 preponderante nell\u2019esperienza di IANVA?<\/em><\/p>\n<p>\u00c8 qualcosa di cui i contemporanei sono sempre pronti a farsi beffe sguaiate. Ossia l\u2019esigenza, quasi fisica, di esprimere con la propria persona <strong>un senso di dignit\u00e0 e di distacco in mezzo alla volgarit\u00e0 e alla superficialit\u00e0 che imperversano<\/strong>.<\/p>\n<p>Infrante o dimenticate le norme con cui una societ\u00e0 pu\u00f2 dare una disciplina all\u2019individuo, venuta meno la sua autorevolezza stessa per produrne di nuove, cosa resta? Resta il dovere dell\u2019individuo di <strong>costruirsi una dignit\u00e0 cavandola dal fondo di se stesso<\/strong>. Ed \u00e8 difficile realizzare ci\u00f2 senza qualche esagerazione, anche solo per difendersi dalla rilassatezza orgiastica da cui si \u00e8 circondati. Occorre non abbandonarsi mai. Non accettare di galleggiare alla deriva nell\u2019ambiente sociale. \u00c8 una sorta d\u2019istinto radicale che ti dice che <strong>esistere significa resistere<\/strong>, puntare i talloni a terra per non farsi portare via dalla corrente. E in un\u2019epoca come la nostra, fatta solo di \u201ccorrenti\u201d e \u201ccedimenti\u201d, ai giovani farebbe senz\u2019altro bene prendere qualche contatto, personale o librario, con uomini che non si fanno trascinare.<\/p>\n<p>Dico, infine, che non \u00e8 pi\u00f9 tollerabile un ceto intellettuale che persista nell\u2019inganno di ascrivere queste prassi di resistenza al campo del puro conservatorismo. Delle due l\u2019una: o ci credono davvero, dichiarandosi con ci\u00f2 integralmente stupidi, o sono nella pi\u00f9 sfacciata malafede. Dovrebbe infatti risultare evidente come quelle che definiamo libert\u00e0 pubbliche non siano, in fondo, che altrettante resistenze. \u00c8 questa, credo, una delle migliori specificit\u00e0 europee: <strong>la riconversione a dinamismo di ci\u00f2 che \u00e8 statico<\/strong>. Lo \u201cstato\u201d di libert\u00e0 risulta da una pluralit\u00e0 di forze che resistono le une alle altre. <strong>Le libert\u00e0 contemporanee<\/strong> sono illusorie perch\u00e9 gabellano come oggettive quelle che sono <strong>astrazioni a buon mercato. Veri assoluti metafisici, irreali quanto la fede nei miracoli<\/strong>. Nella realt\u00e0 concreta l\u2019azione dinamica \u00e8 divenuta esclusivo appannaggio di minoranze onnipotenti, con la massa sociale ridotta a uno stato di passivit\u00e0 assoluta e, dunque, rassegnata a farsi trascinare ovunque piacer\u00e0 a questi potenti. <strong>Resistere e sabotare, anche senza speranza, diventa dunque un dovere, un atto di rispetto che gli uomini liberi debbono a loro stessi.<\/strong><strong>\u00a0<\/strong><\/p>\n<p>Canone Europeo<em> contiene una tirata contro il <\/em>politically correct<em>, anch\u2019essa anticipata da quel \u00abcorretto pensare\u00bb evocato in <\/em>L\u2019Occidente<em>\u2026<\/em><\/p>\n<p>L\u2019intero progetto IANVA, in realt\u00e0, nasce all\u2019insegna di un sentimento composito, ma per nulla ambiguo o sfuggente. In esso trovano posto il disprezzo per larga parte del sistema valoriale contemporaneo, il rifiuto di lasciarvi crescere un sentimento di cittadinanza \u201ctemporale\u201d e la tentazione irresistibile di sfidare e sbeffeggiare tutto ci\u00f2 che esso comprende o produce. Ovviamente c\u2019\u00e8 voluto un nulla per identificare i meccanismi, ormai puramente automatici, mediante i quali le voci critiche vengono azzerate con modico impegno. Nonch\u00e9 per comprendere che, di \u201c<strong>rivolte<\/strong>\u201d come la nostra, <strong>questo sistema \u00e8 in grado di metabolizzarne a milioni<\/strong>. Senza peraltro poterci sottrarre all\u2019impressione che, dopotutto, non stiamo che mimando e ritualizzando un surrogato dell\u2019azione e della rivolta reali, ormai precluse forse per l\u2019eternit\u00e0. Non resta, dunque, che evocarle mediante una pantomima pi\u00f9 o meno artistica, sebbene non galvanizzante come ai primi tempi. Allora avevi davvero l\u2019impressione di fare una sorta di tiro a segno: ogni sparo, un centro. <strong>Ma, ammesso che tale percezione fosse tutta nelle nostre teste, resta forse meno giusto, meno doveroso continuare a mettersi di traverso?<\/strong><\/p>\n<p>Purtroppo, per\u00f2, ci sono altre verit\u00e0 sulle quali non posso censurarmi. In primo luogo che, nella nostra esperienza, le peggiori carognate e i pi\u00f9 infidi bastoni tra le ruote li dobbiamo unicamente a gente che, almeno sulla carta, vantava scorrettezze anche pi\u00f9 veraci delle nostre. Forse non sar\u00e0 questo il contesto ideale per ribadire certi fatti oggettivi, ma, al di l\u00e0 del consueto ostracismo, la sinistra <em>politicamente corretta<\/em> non ha mai bandito \u201ccrociate\u201d contro di noi. Certi altri soggetti, ciancianti a vanvera di onore e fedelt\u00e0, s\u00ec. Secondariamente, si \u00e8 andato precisando un parallelo e non meno redditizio <strong>business del <em>politicamente scorretto<\/em>.<\/strong><\/p>\n<p><em>Il <strong>conformismo dell\u2019anticonformismo<\/strong>, come \u00e8 stato definito\u2026<\/em><\/p>\n<p>Anch\u2019esso ha i suoi campioni mediatici, divenuti ormai personaggi di primo piano nel mondo della comunicazione. Grazie a costoro la sacrosanta critica ad un sistema di pensiero dagli ormai evidenti intenti totalitari si \u00e8 ridotta ad una sequela di <strong>stolide provocazioni al limite della gag di pessimo gusto<\/strong>. E ci\u00f2 dovrebbe spiegare perch\u00e9 a questa gente, invece della denuncia penale, \u00e8 toccata una parcellizzazione per il servizio svolto.<\/p>\n<p>Infine, lo scenario di una massa di sudditi occidentali calpestati, ma imbelli in quanto paralizzati da un\u2019autocensura all\u2019insegna del <em>politicamente corretto<\/em>, \u00e8 divenuto completamente inverosimile. Sta anzi iniziando ad assomigliare, consentimi, all\u2019ennesima scusa che determinati ambienti \u201cdissidenti\u201d o \u201celitari\u201d accordano a loro stessi. Un\u2019assoluzione d\u2019ufficio alla loro inconcludenza, al loro litigioso settarismo e all\u2019immobilismo che nasce dall\u2019inveterata abitudine alla vita comoda.<\/p>\n<p>La gente \u2013 la chiamo cos\u00ec perch\u00e9 popolo \u00e8 un termine che implica una dignit\u00e0 che i nostri contemporanei neppure si sognano \u2013 resta inerte per cause altrettanto degenerative, ma di ordine prevalentemente bio-antropologico. Con la sempiterna, fedele compagna di viaggio di sempre, <strong>la paura<\/strong>, come ingrediente principale. E non certo in virt\u00f9 di un modello di correttezza politica al quale non crede pi\u00f9 nessuno, salvo una risicata minoranza di conformisti leccaculi, neo-femministe isteroidi e qualche genuino imbecille. Li hai visti, certi giornalisti o \u201ccomunicatori\u201d costretti a dire <em>assessora<\/em> o <em>presidenta<\/em> come da superiore <em>diktat<\/em>&#8230; come scappa da ridere avvelenato persino a loro! C\u2019\u00e8 da scommettere che, se mai dovesse arrivare il giorno della resa dei conti, <strong>questa tipologia umana, che mastica amaro ma si adegua a tutto<\/strong>, compreso il ridicolo, sarebbe la prima a cui si dovrebbe mettere un freno. Li vedremmo accalcarsi per prendere a sediate e pisciare addosso ai cadaveri che penzolano dai lampioni. Il che, come scenario ipotetico, aggiunge schifo allo schifo.<\/p>\n<p><em>Ne <\/em>La Mano Di Gloria<em>, la rivolta contro il sistema vigente \u2013 il famigerato <\/em>Combinat<em> \u2013 \u00e8 sempre accompagnata da un elemento trascendente. Che si manifesta ad esempio ne <\/em><strong>Le Stelle E I Fal\u00f2<\/strong><em>, a mio parere il vostro pezzo pi\u00f9 evocativo di sempre.<\/em><\/p>\n<p><a href=\"https:\/\/blog.ilgiornale.it\/scarabelli\/files\/2017\/09\/Ianva_5.png\"><img loading=\"lazy\" class=\"alignnone size-medium wp-image-327\" src=\"https:\/\/blog.ilgiornale.it\/scarabelli\/files\/2017\/09\/Ianva_5-202x300.png\" alt=\"Ianva_5\" width=\"202\" height=\"300\" srcset=\"https:\/\/blog.ilgiornale.it\/scarabelli\/files\/2017\/09\/Ianva_5-202x300.png 202w, https:\/\/blog.ilgiornale.it\/scarabelli\/files\/2017\/09\/Ianva_5.png 598w\" sizes=\"(max-width: 202px) 100vw, 202px\" \/><\/a>Curioso e pure notevolmente interessante che tra i tanti momenti narrativi in cui una qualche forma di sacralit\u00e0 o trascendenza si affaccia, sia pure con varie sfumature di ritegno, tu abbia scelto proprio <em>Le Stelle E I Fal\u00f2<\/em>. Ovvero una delle poche parti in cui il progressivo erigersi del corpus ideologico della <em>Mano Di Gloria<\/em> si esplica attraverso <strong>una narrazione e una percezione femminili<\/strong>. Ci\u00f2 malgrado vi si descriva <strong>l\u2019evocazione di un sentimento di fratellanza d\u2019armi, dalle connotazioni decisamente arcaiche e sacrali, mediante un rituale di esclusiva pertinenza maschile<\/strong>. Nel corso del quale, al cospetto delle forze primarie della natura, si sancisce la sacralit\u00e0 di un vincolo di cameratismo che, proprio perch\u00e9 dovr\u00e0 vedersela con un nemico la cui natura maligna \u00e8 altrettanto connotata metafisicamente, non potr\u00e0 che sciogliersi negli elementi stessi. <em>Post-mortem<\/em> e giammai prima, come poi effettivamente sar\u00e0. Ma la vera chiave di lettura, come dicevo, consiste nel fatto che il punto di vista attraverso cui prendiamo atto dell\u2019effettiva sacralit\u00e0 della scena \u00e8 quello della protagonista femminile, la quale assiste come spettatrice. Mentre la comunit\u00e0 dei futuri combattenti si galvanizza con un chiassoso rituale collettivo non del tutto esente da goliardia e spirito di branco, \u00e8 il lento dispiegarsi del monologo interiore della donna, da principio in bilico tra la critica e l\u2019indulgenza, che alla fine ci conduce, quasi con dolcezza, al <strong>regno della trascendenza e del perenne<\/strong>. Non a caso, infatti, questo passaggio narrativo si riveler\u00e0 come il primo, serio punto di non ritorno per i nostri ribelli. <strong>Chiamato a testimone del loro agire, l\u2019Eterno risponde<\/strong> e li prende in parola: da l\u00ec in avanti ogni ripensamento sar\u00e0 impossibile.<\/p>\n<p>Al di l\u00e0 delle ovvie esigenze narrative, non ho difficolt\u00e0 ad ammettere che imputo all\u2019ormai pi\u00f9 che radicato materialismo di massa, e al sostanziale ateismo collettivo che ne \u00e8 logica conseguenza, quella prodigiosa vigliaccheria che \u00e8 il vero tratto saliente dell\u2019Occidente contemporaneo. <strong>I nostri illuministi da circolo del tennis dovrebbero iniziare a riflettere sul fatto che forse non \u00e8 stato un grande affare esserci liberati dal <em>Timor Dei<\/em>. <\/strong>Il Dio punitivo, che frustrava i nostri sani istinti e sacrosanti appetiti, disgraziatamente, era anche quello che, al momento delle prove pi\u00f9 dure, potevamo ritrovarci al nostro fianco. Che fosse vero o meno, francamente, \u00e8 un problema che mi pare superato. L\u2019essenziale \u00e8 che, per mettersi a rischio fino in fondo, \u00e8 necessario \u201cpercepire\u201d una qualche presenza a monte di noi, non fosse altro che quella di un\u2019idea, una causa che s\u2019innalza fino ad assomigliare ad una stella fissa. <strong>L\u2019intima certezza<\/strong>, condivisa da ogni contemporaneo,<strong> che tutto inizi e termini con la propria personale sussistenza fisica \u00e8, di per s\u00e9, l\u2019annientamento di ogni scelta che comporti l\u2019assunzione di un rischio.<\/strong><\/p>\n<p><strong><em>Luisa Ferida, Benvenuto Cellini, Vincenzo Peruggia, Pier Paolo Pasolini\u2026 <\/em><\/strong><em>Il vostro \u00e8 un interrogare la storia che attraversa personaggi eccentrici, spesso dimenticati o \u201cortopedizzati\u201d. Quale sapienza pu\u00f2 trarre il canone da costoro?<\/em><\/p>\n<p>Per esempio, che pu\u00f2 bastare la consapevolezza di un solo istante per incarnare, con superba aderenza, un modello esistenziale ben pi\u00f9 alto di quello in cui la nostra natura ci avrebbe teoricamente confinato.<\/p>\n<p>Atteniamoci, a titolo di esempio, ai quattro personaggi che hai citato. C\u2019\u00e8 un aspetto che li accomuna tutti: l\u2019essere stati ritenuti a vario titolo \u201cimmorali\u201d dall\u2019opinione corrente del loro tempo. Compreso il povero <strong>Peruggia<\/strong>, colpito da un duplice pregiudizio: quello verso le classi subalterne e quello verso gli immigrati. Il <em>villain<\/em> ideale, se fosse balzato in cronaca per via d\u2019un cruento delitto per ragioni abiette, ma oltremodo deludente in veste di unico ideatore ed esecutore del \u201cfurto del secolo\u201d. Ma \u00e8 proprio in virt\u00f9 di tale ottusa pregiudiziale pubblica che quest\u2019uomo, semplice fino all\u2019ingenuit\u00e0, si ritrova a giganteggiare. Ci\u00f2, peraltro, mette a fuoco un\u2019ulteriore analogia: a vario titolo, con differenti gradi di obiettivit\u00e0 (e altrettanto variegate declinazioni di narcisismo) tutte queste personalit\u00e0 si percepiscono <strong>profondamente artistiche<\/strong>. Persino Peruggia si definisce \u201cpittore di muri\u201d in luogo di imbianchino.<\/p>\n<p>Consideriamo la prontezza con cui sa profittare di una circostanza irripetibile. La sua confusa, ma sinceramente disinteressata rivendicazione patriottica&#8230; Dettagli che rivelano una consapevolezza profonda delle implicazioni \u201ccomunicative\u201d della sua azione. Quando sottrae <em>La Gioconda<\/em>, non agisce n\u00e9 per lucro, n\u00e9 per fama. E, forse, neppure per vendetta. Si direbbe piuttosto che intenda apporre una sorta di sfregio sul consueto accomodamento storico che assegna alla Patria il ruolo millenario di ancella vessata. E per se stesso rivendica, semmai, <strong>l\u2019unicit\u00e0 di un atto che, solo, basta a dare senso a una vita<\/strong>.<\/p>\n<p>Mi pare, correggimi se sbaglio, la variante istintiva, popolana e \u201cilletterata\u201d della classica <strong>sprezzatura<\/strong> dannunziana. Tra Peruggia e Perasso, detto <em>Balilla<\/em><em>,<\/em> che inizia un\u2019insurrezione da solo e a forza di sassate, non c\u2019\u00e8 poi quella gran differenza. Li trovo sintonizzati con un dimenticato risvolto della psiche nazionale: quello che faceva s\u00ec che, al momento decisivo, l\u2019italiano sapesse sorprenderti sempre.<\/p>\n<p>Da noi non sono mai stati rari atti di eroismo inattesi, di nobilt\u00e0 quasi regale, da parte di soggetti meno che umili. Cos\u00ec come si sono visti atti di vilt\u00e0 e meschinit\u00e0 assai meno che plebee da parte di Re. N\u00e9 sono mancate vere principesse le cui condotte sarebbero state degne d\u2019un postribolo e contegni all\u2019insegna della pi\u00f9 alta e serena nobilt\u00e0 da parte di donne che, agli occhi del mondo, apparivano certo pi\u00f9 vicine alla categoria delle sgualdrine che non a quella delle principesse.<\/p>\n<p><em>Che poi \u00e8 il caso di <strong>Luisa Ferida<\/strong>.<\/em><\/p>\n<p><a href=\"https:\/\/blog.ilgiornale.it\/scarabelli\/files\/2017\/09\/Ianva_002.png\"><img loading=\"lazy\" class=\"alignnone size-medium wp-image-335\" src=\"https:\/\/blog.ilgiornale.it\/scarabelli\/files\/2017\/09\/Ianva_002-300x206.png\" alt=\"Ianva_002\" width=\"300\" height=\"206\" srcset=\"https:\/\/blog.ilgiornale.it\/scarabelli\/files\/2017\/09\/Ianva_002-300x206.png 300w, https:\/\/blog.ilgiornale.it\/scarabelli\/files\/2017\/09\/Ianva_002-1024x704.png 1024w, https:\/\/blog.ilgiornale.it\/scarabelli\/files\/2017\/09\/Ianva_002.png 1089w\" sizes=\"(max-width: 300px) 100vw, 300px\" \/><\/a>Attrice dotata d\u2019indubbio talento, ma che fa carriera grazie soprattutto alla bellezza. E anche a una certa, diciamo, disinvoltura nel farvi occasionale ricorso (cose che comunque, se confrontate con quelle considerate normali oggi, sono letteratura per educande). Della vicenda della Ferida l\u2019aspetto che fa oggettivamente rabbia non \u00e8 tanto che si decida di ucciderla comunque, quando \u00e8 ormai evidente la sua assoluta estraneit\u00e0 ai fatti che le vengono contestati. Quanto piuttosto che la sua riabilitazione postuma venga ancora oggi puntualmente affossata dalle pressioni di una certa parte politica. \u00c8 storia recente, credo, la rimozione d\u2019autorit\u00e0 della targa commemorativa posta sul luogo dove, incinta di sei mesi, venne trucidata. Sfido io: la revisione del caso implicherebbe l\u2019ammissione che almeno un paio di illustri \u201cPadri della Rebubblica\u201d, la cui memoria \u00e8 intoccabile al limite della canonizzazione laica, ordinarono in perfetta e consapevole lucidit\u00e0 il deliberato assassinio di una gestante del tutto innocente. E questo in virt\u00f9 di <strong>una sorta di furore iconoclastico che decretava morte per la sola colpa di aver incarnato un volto \u201cseducente\u201d del regime<\/strong>. Non ha nulla da ridire, in questo caso, il gineceo sinistrato, tutto neolingua e femminicidio?<\/p>\n<p>Una simile bassezza morale e una siffatta faziosit\u00e0, bellamente sconfinate nella logica criminale, non fanno che rendere monumentale la figura di una donna in fondo come tante. Ma che decide di morire con la fierezza e dignit\u00e0 che tante volte, nei panni dell\u2019indomita eroina, aveva solo recitato sullo schermo. Chi pu\u00f2 sapere cosa passa per la testa in simili frangenti? Quale superiore destino si spera di afferrare? A chi si pensa debbano giovare esempi del genere? Eppure, piaccia o no, sono <strong>atti capaci d\u2019infliggere cicatrici pubbliche che il tempo fatica a cancellare<\/strong>. E chi lavora incessantemente alla causa della \u201criduzione\u201d umana lo sa molto bene. Come, per esempio, tutti quei soggetti arruolati di recente alla causa di riguadagnare \u201ca sinistra\u201d la memoria di Pasolini.<\/p>\n<p><em>Un\u2019operazione piuttosto paradossale, in effetti\u2026<\/em><\/p>\n<p><strong>Pasolini<\/strong> non si \u00e8 mai collocato a Destra da vivo n\u00e9, tanto meno, sarebbe logico collocarvelo da morto. Non fosse altro perch\u00e9 \u00e8 ormai risaputo che la manovalanza che si fece carico della sua esecuzione era stata reclutata proprio in quella \u201cterra di mezzo\u201d tra neofascismo e criminalit\u00e0 organizzata, con l\u2019abituale e \u201cdiscreta\u201d supervisione dei soliti Servizi. E comunque la Destra di quel tempo non si sogn\u00f2 neppure lontanamente di produrre una lettura dei fatti differente da quella corrente: l\u2019epilogo caparbiamente ricercato e pienamente meritato di una vita malvissuta. C\u2019\u00e8 purtroppo del vero: certe condotte comportano rischi molto seri.<\/p>\n<p>Ma il fatto che un\u2019esca si sia dimostrata funzionale per via della discutibile routine privata del soggetto-bersaglio non rende meno verosimile l\u2019ipotesi dell\u2019agguato. Anzi, semmai la rafforza e non smuove di un millimetro le implicazioni, ben pi\u00f9 sudice, a cui immediatamente conduce il vetusto, ma immarcescibile quesito: <em>cui prodest<\/em>?<\/p>\n<p>Al tempo dei fatti, Pasolini \u00e8 ancora una figura di grande carisma e autorevolezza, ma in procinto di esaurire i propri \u201ccrediti\u201d presso gli ambienti che contano. E non certo per le consuete accuse d\u2019immoralit\u00e0, sebbene la sanzione dell\u2019espulsione dal Partito fosse da tempo arrivata. Ma, al saldo di ci\u00f2, \u00e8 tutt\u2019altro che un isolato. Dispone di una rubrica, esente da censura, sulla prima pagina del maggiore quotidiano italiano. I suoi film trovano sempre e comunque dei finanziatori di altissimo livello. Viene regolarmente intervistato non solo dalla televisione italiana, ma anche da gran parte di quelle europee. Vede regolarmente pubblicato ogni suo scritto e pu\u00f2 contare su un pubblico, minoritario certo, ma ben fidelizzato e ancor meglio selezionato.<\/p>\n<p><em>Sennonch\u00e9, a un certo punto, qualcosa sembra cambiare.<\/em><\/p>\n<p>Pasolini inizia ad avvertire l\u2019aria farsi pesante attorno a lui. Questo non lo dicono i \u201ccomplottisti\u201d, ma lui stesso. E lo ribadisce a pochi giorni dalla morte sulla TV di Stato francese: <strong>le cose stanno ben diversamente da quanto la gente, anche la pi\u00f9 attenta e responsabile, possa immaginare<\/strong>. Di quanto lui stesso sarebbe stato disposto a credere solo fino a qualche tempo prima.<\/p>\n<p>In quei giorni \u00e8 al lavoro su <em>Petrolio<\/em>, il romanzo a chiave che non finir\u00e0 mai e che avrebbe dovuto rivelare ci\u00f2 a cui era pervenuto. Si parla, molto probabilmente, dell\u2019entit\u00e0 occulta che, dalla fine degli anni Cinquanta in avanti, ha sempre tenuto questo paese sotto un vero \u201ctallone di ferro\u201d. Previo, per altri versi, assecondarne e incoraggiarne le derive antropologiche e lo scivolamento verso la barbarie socio-culturale, come del resto lo stesso Pasolini denuncia nei suoi ultimi scritti. <strong>Una \u201cSuperstruttura\u201d che al solo sfiorarla, nell\u2019Italia democratica, si finisce sempre prontamente a concimare la terra. <\/strong>Dunque, l\u2019intellettuale comunista e benestante che, nottetempo, rimorchia ragazzi sottoproletari in cerca di un facile guadagno \u00e8 allo stesso tempo un uomo che sa sfoderare un coraggio che \u00e8 appannaggio di pochi. Vogliamo chiamarli con il loro nome, per quanto sia fuori moda? Eroi.<\/p>\n<p>Nulla, neppure il crescente silenzio in cui cadono le sue requisitorie e la progressiva rarefazione di nomi illustri disposti a fiancheggiarlo, neppure le minacce, prima velate e poi palesi, lo dissuadono. <strong>Ha visto la battaglia e non riesce pi\u00f9 a distoglierne lo sguardo<\/strong>. Non vi rinuncerebbe per nulla al mondo. Perch\u00e9 non pu\u00f2: <strong>fa parte di quella minoranza d\u2019italiani che la sfida ce l\u2019ha nel sangue<\/strong>.<\/p>\n<p><em>Ed \u00e8 una sfida epocale, la sua\u2026<\/em><\/p>\n<p><strong>Pasolini ha intravisto i reali contorni del Male che attanaglia questo paese<\/strong>. Ha intuito le abissali profondit\u00e0 delle quali necessita l\u2019immane porzione sommersa dell\u2019iceberg per restare occultata&#8230; E, solo, decide di scendere in campo. Nella piena consapevolezza della letalit\u00e0 del rischio.<\/p>\n<p><a href=\"https:\/\/blog.ilgiornale.it\/scarabelli\/files\/2017\/09\/IANVA_001.jpg\"><img loading=\"lazy\" class=\"alignnone size-medium wp-image-334\" src=\"https:\/\/blog.ilgiornale.it\/scarabelli\/files\/2017\/09\/IANVA_001-300x300.jpg\" alt=\"IANVA_001\" width=\"300\" height=\"300\" srcset=\"https:\/\/blog.ilgiornale.it\/scarabelli\/files\/2017\/09\/IANVA_001-300x300.jpg 300w, https:\/\/blog.ilgiornale.it\/scarabelli\/files\/2017\/09\/IANVA_001-150x150.jpg 150w, https:\/\/blog.ilgiornale.it\/scarabelli\/files\/2017\/09\/IANVA_001.jpg 960w\" sizes=\"(max-width: 300px) 100vw, 300px\" \/><\/a>Per tali ragioni, la sua recente trasformazione in illustre caduto sul campo della causa <em>gender<\/em>, esattamente il repertorio di sotto-ideologie flaccide, petulanti e neoborghesucce che Pasolini avrebbe disprezzato a morte, mi pare risponda ad una logica losca quasi quanto quella che ne decret\u00f2 la morte. In altri termini: la stessa gente che combatte la prostituzione denunciando, sanzionando e mettendo alla gogna unicamente il cliente, sull\u2019altro versante trova eroico e fondativo finire ammazzati di botte andando a marchettari&#8230; Un Pasolini del genere credo debbano trovarlo ben pi\u00f9 funzionale, corretto e spendibile di quell\u2019altro: quello che muore nel coraggioso tentativo di denunciare e sventare un complotto <em>anti-nazionale<\/em>. E che proprio per tale ragione \u00e8 finito per guadagnare rispetto nel campo opposto. Come riammetterlo dunque nel Pleroma delle anime candide e delle cause belle dopo decenni trascorsi a spasso tra le tesi di quei <em>lumpen <\/em>dei complottisti destroidi? Semplice: negando a oltranza l\u2019esistenza di un complotto e l\u2019intenzione di Pasolini di sventarlo a costo della vita. E cercando di ricondurre il tutto ai soli territori congeniali alla sinistra contemporanea: la politica di genere, l\u2019attenzione per le minoranze, eccetera eccetera. E che importa se nelle requisitorie dei suoi ultimi mesi Pasolini parla di tutt\u2019altro e mostra di accordare alla suddetta problematica un\u2019attenzione e un\u2019importanza pressoch\u00e9 nulle! Come di consueto scatta la riscrizione dei fatti, ma, intanto, <strong>l\u2019esempio di un coraggio pressoch\u00e9 estinto nell\u2019Italia contemporanea<\/strong> resta l\u00ec, a campeggiare con un\u2019evidenza ancora una volta statuaria.<\/p>\n<p>C\u2019\u00e8 invece chi un monumento pens\u00f2 bene di erigerselo da s\u00e9, ancora in vita, giusto per portarsi avanti col lavoro: gli alloggi dell\u2019immortalit\u00e0 non si approntano in cinque minuti. E non si parla di <strong>D\u2019Annunzio, che con la sua ultima residenza terrena si fece costruire al contempo un monumento e un mausoleo<\/strong>, bens\u00ec di Cellini.<\/p>\n<p><em>Cui \u00e8 dedicata, appunto, una traccia del <\/em>Canone<em>.<\/em><\/p>\n<p><strong>Benvenuto Cellini<\/strong> non ebbe a toccare una sola pietra per edificare il proprio. Infatti, quel monumento, che sfida i secoli, \u00e8 costruito unicamente di parole. Il che \u00e8 abbastanza strano se si considera che proprio su un\u2019abilit\u00e0 manuale virtuosa oltre ogni limite egli doveva la meritata fama da vivente. Da genuino ammiratore del Cellini artista, sulle prime, provavo un certo fastidio all\u2019idea che gran parte della sua fama postuma fosse dovuta a un\u2019autobiografia. Nella quale, oltretutto, iperboli e spacconate non sono certo dosate col contagocce. Ma, una volta entrato nello spirito di quel libro straordinario, ne ho concluso che sono proprio queste ultime a connotare definitivamente l\u2019uomo e l\u2019artista, quasi quanto il suo stile, unico quando si tratti di trasformare la materia. Cellini \u00e8 il prototipo e, al contempo, il pi\u00f9 completo e dotato rappresentante di <strong>una tipologia umana tutta italiana della quale D\u2019Annunzio \u00e8 solo il pi\u00f9 noto e pirotecnico degli eredi<\/strong>. Ma anche lo stesso Guillet, che artista non era, o un Mario Schifano, che artista lo era \u201csolo\u201d, senza eroismi concreti o vagheggiati, non si distanziano di molto. E neppure un <strong>Malaparte<\/strong>, se \u00e8 per questo.<\/p>\n<p>Tra i ranghi di un popolo che deve il corredo genetico massimalmente a schiavi e liberti levantini, le posture interiori a servi della gleba e a pingui e pavidi mercanti, l\u2019attitudine delle sue intelligenze all\u2019untuoso paternalismo e conformismo dei chierici, le costumanze dei suoi notabilati all\u2019opportunismo e alla doppiezza dei cortigiani, \u00e8 purtuttavia sempre esistita una minoranza in grado di ardire ed osare in vece del resto del gregge. Ma \u00e8 soprattutto grazie a certi \u201cingestibili\u201d connazionali se, sul piano dell\u2019esattezza estetica (intesa nel suo senso etimologico, cio\u00e8 conoscenza del mondo sensibile), noi si \u00e8 sempre riusciti ad essere un passo avanti a tutti. Del quadro, ovviamente, fa parte anche <strong>una certa estetizzazione del pensiero e della politica<\/strong> che decenni di mediocrit\u00e0 e grigiore istituzionali non sono riusciti ad estirpare del tutto dalla sfera percettiva nazionale. Questo, forse, potr\u00e0 far inorridire i nostrani <em>democrat<\/em> che passano la vita a studiare da anglosassoni, ma \u00e8 proprio dalle vicende chiaroscurali, dall\u2019oscillazione quasi schizofrenica tra dannazione e salvezza, abnegazione sublime e delirante narcisismo, che sono sempre scaturite le nostre pagine storiche meno disonorevoli. Nonch\u00e9 le nostre pi\u00f9 imitate ricette artistiche ed esistenziali.<\/p>\n<p>In tal senso Cellini, persino pi\u00f9 di D\u2019Annunzio, risulta la <em>facies <\/em>stessa dell\u2019artista che <strong>imprime ogni manieristico prestigio alla propria vita almeno quanto alla propria opera<\/strong>. E se ci\u00f2 deve comportare spericolato attivismo anche nelle vicende pubbliche del tempo in corso, che non ci si tiri indietro, mai. Del resto, loro c\u2019insegnano, la vita non \u00e8 mai troppo preziosa finch\u00e9 esister\u00e0 qualcosa di abbastanza grande e degno per giocarsela in perfetta serenit\u00e0 d\u2019animo.<\/p>\n<p>Ci\u00f2 chiarisce il senso finale e, al contempo, risponde alla tua domanda iniziale. Esiste, compreso all\u2019interno del Canone, anche un piccolo Canone Italiano. \u00c8 quello che tutti questi personaggi hanno incarnato con naturalezza, anche al di l\u00e0 della loro consapevolezza. Lo stesso che fa dire a Pietro Jorio, nel <em>Manifesto<\/em> della <em>Mano Di Gloria<\/em>, come primo assunto: \u00ab<strong>Non ribellarti perch\u00e9 \u00e8 giusto. Fallo perch\u00e9 \u00e8 bello<\/strong>\u00bb.<\/p>\n<p><em>Oggi il Canone si manifesta nella sua assenza, <\/em>ex negativo<em>, fardello e ipoteca. \u00c8 il convitato di pietra del nostro tempo, posto sotto la ridicola quanto puerile insegna dell\u2019<\/em>aggiornamento<em>. Si modernizza Shakespeare, si rinnega Dante, si sente il bisogno di \u201criscrivere\u201d, \u201crendere fruibile\u201d, \u201cdivulgare\u201d\u2026<\/em><\/p>\n<p>\u00c8 opportuno non perdere mai di vista un dato a monte: oggi esiste unicamente la <strong>comunicazione<\/strong>. L\u2019informazione, o sedicente tale, \u00e8 solo una sua declinazione parziale, ma altrettanto onnipresente. La Cultura, nell\u2019accezione enfatica con cui siamo abituati a pensarla, \u00e8 al contrario un processo lungo. Questa differente temporalit\u00e0 ne attesta la diversit\u00e0 di natura. Un sapere necessita di maturazione, il che implica strutture temporalmente stabili, che tuttavia sono in via di rimozione, perch\u00e9 l\u2019<strong>efficienza <\/strong>e la<strong> produttivit\u00e0 <\/strong>che anche l\u2019industria culturale deve assicurare necessitano solo di<strong> simultaneit\u00e0<\/strong>.<\/p>\n<p>\u00c8 questo il primo dei problemi: <strong>la velocizzazione dei dati finisce per far proliferare l\u2019Uniformit\u00e0<\/strong>. Da qui \u00e8 probabile si dipartano i mutamenti patologici che infestano il corpo sociale. Il secondo dei problemi \u00e8 che questa proliferazione dell\u2019uguale \u00e8 percepita come una crescita. Ma siccome la crescita illimitata, al di fuori del dogma ideologico imperante, \u00e8 incompatibile con la realt\u00e0 fisica, lo stesso vale anche per la moltiplicazione cancerosa di dati univoci. In tal modo la produzione diventa facilmente <em>distruzione<\/em>, l\u2019informazione <em>deformazione<\/em> e la comunicazione <em>accumulo<\/em>. Questa uniformit\u00e0 \u00e8 altres\u00ec informe: deficitando di ogni seria tensione dialettica, finisce per fornire un modulo di vicinanza indifferente, <strong>un\u2019insipida unitariet\u00e0 al ribasso tendente all\u2019indifferenziato<\/strong>.<\/p>\n<p>E qui giungiamo al nucleo del problema: il modello moltiplicativo dell\u2019univoco sta investendo non solo la Cultura propriamente detta, ma anche ogni ambito vitale. Cos\u00ec, se da un lato si accumulano <em>amici <\/em>e <em>follower <\/em>senza mai incontrare veramente l\u2019Altro da s\u00e9, dall\u2019altro si ammassano informazioni e dati senza mai giungere a un <em>sapere.<\/em> In tale sciagurato contesto, gli aggiornamenti culturali veri o presunti che, periodicamente, qualcuno si fa dovere di propinarci sono solo uno dei tanti sintomi della malattia, non la malattia in se stessa.<\/p>\n<p>Non \u00e8 triste pi\u00f9 di tanto il fatto che Dante venga letto e commentato sulla TV di Stato in prima serata da un comico. Piuttosto \u00e8 un comico di regime ad essere triste, mentre Dante resta assiso dov\u2019\u00e8. N\u00e9 credo mi disturberebbe se un giorno qualcuno commercializzasse un\u2019escursione nella realt\u00e0 virtuale dell\u2019Inferno di Dante, o nella Firenze dei Medici o nel bel mezzo della battaglia di Poitiers&#8230; Il grave sarebbe la disposizione mentale con cui, presumibilmente, ci si accosterebbe a simili esperienze. Lo studente contemporaneo che scandaglia la Rete alla ricerca della nozione storica che possa fargli superare il prossimo test lo fa con lo stesso spirito con il quale fruisce del <em>gossip<\/em> e delle <em>news<\/em>. In tutti i casi non si pone alcun problema circa l\u2019attendibilit\u00e0 delle fonti e l\u2019aderenza ai fatti, e soprattutto rifugge istintivamente ogni problematica e, dunque, ogni seria riflessione. Da qui a parificare idealmente anche la rilevanza del dato storico con quella del pi\u00f9 deperibile pettegolezzo il passo \u00e8 brevissimo. Dunque, <strong>possono benissimo trasformare lo studio della Storia in un <em>videogame<\/em>, ma alla fine il percepito non riguarder\u00e0 la Storia, ma il <em>game<\/em><\/strong>. Se questo \u00e8 il progresso, sono ben felice di avere due terzi della vita alle spalle.<\/p>\n<p>Da ultimo, lasciami brevissimamente manifestare tutto il disprezzo di cui sono capace per quei coetanei, magari anche insegnanti, che pur di non sentirsi invecchiati e superati s\u2019ingegnano a scovare sempre nuovi argomenti per recare acqua al mulino del possibilismo: si vergognassero! E non dico altro.<\/p>\n<p><em>Una delle tracce del vostro ultimo lavoro, <\/em><strong>L\u2019Alba Delle Ceneri<\/strong><em>, \u00e8 dedicata ai testimoni di un altro Novecento, ben lungi da quello cantato dagli aedi del progressismo. <strong>Una sequela di visioni del mondo che origin\u00f2 una galleria di suicidi<\/strong>, una schiera di titani incapaci, per cos\u00ec dire, di metabolizzare (e come avrebbero potuto, d\u2019altronde?) il collasso di una civilt\u00e0.<\/em><\/p>\n<p><a href=\"https:\/\/blog.ilgiornale.it\/scarabelli\/files\/2017\/09\/IANVA_00.jpg\"><img loading=\"lazy\" class=\"alignnone size-medium wp-image-333\" src=\"https:\/\/blog.ilgiornale.it\/scarabelli\/files\/2017\/09\/IANVA_00-300x273.jpg\" alt=\"IANVA_00\" width=\"300\" height=\"273\" srcset=\"https:\/\/blog.ilgiornale.it\/scarabelli\/files\/2017\/09\/IANVA_00-300x273.jpg 300w, https:\/\/blog.ilgiornale.it\/scarabelli\/files\/2017\/09\/IANVA_00.jpg 779w\" sizes=\"(max-width: 300px) 100vw, 300px\" \/><\/a>Quand\u2019\u00e8 che ci si trova a vivere una proverbiale <em>Et\u00e0 dell\u2019Oro<\/em>? Da quali indizi dovremmo dedurre che i giorni che stiamo vivendo saranno ricordati in futuro come una stagione di grazia irripetibile? O, per meglio inquadrare la questione, quante fasi ascendenti, culmini, discese ed eclissi ha finora conosciuto la civilt\u00e0 alla quale, quantunque sempre meno degnamente, apparteniamo? Pencolanti tra la tetraggine e la multicolorata stupidit\u00e0 dell\u2019era globale, noi ex giovani troviamo oggi naturale, per esempio, condividere il ricordo degli anni Ottanta in forma di paradiso perduto. Seppur nella perfetta e razionalissima consapevolezza che la realt\u00e0 di allora fosse, come in qualsiasi altra epoca, tutt\u2019altro che paradisiaca. Ma \u00e8 anche vero che c\u2019era questa sorta di \u201cspirito aereo\u201d sottilmente euforizzante, questo vitalismo estetizzante tanto diffuso quanto a buon mercato. In realt\u00e0, come tutte le micro-fasi, anche questa piccola et\u00e0 dell\u2019oro era per lo pi\u00f9 confinata nella coscienza collettiva. Ed \u00e8 curioso come, su scala minore, riproducesse tutte le configurazioni psichiche peculiari di altre e ben pi\u00f9 fondate fasi \u201cculminali\u201d. Quali sono dunque questi indizi psichici? <em>In primis<\/em> direi la sensazione, del tutto irragionevole, che possa durare per sempre. Esattamente come la fugace magia di un innamoramento: non si riesce a scorgere alcuna ragione per cui debba finire, pur nella piena coscienza dell\u2019illusoriet\u00e0.<\/p>\n<p>Ecco come, con ben altra pregnanza e concretezza, doveva percepirsi <strong>il culmine della Belle \u00c9poque<\/strong>, al tempo dell\u2019<strong>Esposizione Internazionale <\/strong>di Parigi. O come si narrava il maturo Settecento dove, nell\u2019apparentemente immutabile ordinamento dell\u2019Ancien R\u00e9gime, andava rapidamente maturando l\u2019apocalisse rivoluzionaria. O, ancora, nella fase compiuta del Rinascimento, qual era lo spirito con cui si confrontava l\u2019inesorabile logica temporale? Scomoderei ancora il nostro Benvenuto Cellini. Attraverso le sue pagine e quelle di tanti suoi contemporanei, la prima sensazione che si ricava \u00e8 di una fruttifera pienezza. Cellini, come altri \u201cintellettuali d\u2019azione\u201d suoi coevi, \u00e8 un perfetto rappresentante antropologico del \u201cmiracolo rinascimentale\u201d: poliedrico, eclettico, completo.<\/p>\n<p><strong>\u00c8 come se su di loro si sia fermato per un attimo il cammino della civilt\u00e0, giunta a uno dei suoi apici. Da questa vetta essi poterono contemplare il passato con superiorit\u00e0 e scrutare all\u2019avvenire con tristezza.<\/strong> Prima di questi gentiluomini c\u2019era il soldataccio aduso all\u2019ascia. Dopo, il cicisbeo. Queste esasperazioni, altrettanto peculiarmente \u201coccidentali\u201d, trovano in certe figure tardo-rinascimentali un\u2019irripetibile sintesi armonica. Si osservi per esempio come, in Italia, dalla rude vitalit\u00e0 dell\u2019Aretino si passi attraverso Baldassarre Castiglione all\u2019Arcadia fronzoluta e inerte. E come, di per contro, in Inghilterra basti un Shakespeare per plasmare in materia di fuoco un suo Rinascimento, imprimendo alle opere la maschia impronta del genio.<\/p>\n<p>Arte, pensiero, guerre, rivoluzioni, scandali, sciagure, atti d\u2019eroismo e di vilt\u00e0, dispute religiose sono il tessuto. Ma in questo tessuto sono ricamati i vizi e le virt\u00f9, i piaceri e i sacrifici. L\u2019Umanit\u00e0 si divide in nobile e vile. Quella vile \u00e8 come se non esistesse. Quella nobile pu\u00f2 essere grande o meschina, ma \u00e8 comunque protagonista. Gli uomini sono soldati e cortigiani insieme: dall\u2019equilibrio tra questi due modi di vivere risulta la loro perfezione. Angusto? Forse\u2026 Eppure, da mondi come questi, apparentemente poveri di sfumature, la civilt\u00e0 occidentale ha invariabilmente ricavato i suoi tesori, in termini di genio e bellezza. Di per contro, le lunghe fasi depressive hanno a loro volta prodotto adeguati cantori. <strong>Umberto Eco<\/strong> chiosava: \u00ab<strong>E l\u2019Occidente che fa? Tramonta? Beh, dopotutto \u00e8 il suo mestiere\u2026<\/strong>\u00bb. Sar\u00e0 pure una gag, ma definisce un bel pezzo di verit\u00e0. Al di l\u00e0 del dato geofisico, la storia dimostra una sorta di vocazione prettamente occidentale a vivere un\u2019anticipazione di declino ed eclisse attraverso tormentate vicende culturali.<\/p>\n<p><em>Giungiamo cos\u00ec al secolo su cui si sono appena chiusi i battenti\u2026<\/em><\/p>\n<p>\u00c8 abbastanza evidente che la pi\u00f9 traumatica e, probabilmente, definitiva delle crisi occidentali, della doppia apocalisse mondiale, abbia ingenerato la pi\u00f9 vasta fioritura di cultura funerea a memoria d\u2019uomo. E in ci\u00f2 consiste, a mio avviso, il pi\u00f9 sconcertante dei paradossi: la capacit\u00e0 di produrre una stagione \u201capicale\u201d anche nella cultura della dissoluzione. In altri termini,<strong> c\u2019\u00e8 stata un\u2019et\u00e0 dell\u2019oro, una perfezione formale, anche nella poetica della fine.<\/strong><\/p>\n<p>Il suicidio, sebbene consegua quasi sempre da stati di seria patologia mentale, \u00e8 altres\u00ec un marcatore assolutamente significativo laddove la sua rilevanza statistica si densifichi repentinamente nel mondo delle lettere e delle arti. Sotto questo profilo specifico, la congiuntura Occidente-Novecento offre uno scenario d\u2019incomparabile tregenda. Con l\u2019inevitabile riflesso esercitato su mondi intellettuali solo parzialmente occidentali come quello russo, con tutta la lunga teoria degli auto-depennati, per usare una terminologia dalle debite consonanze burocratiche, da <em><strong>Majakovskij<\/strong><\/em> a <strong>Marina<\/strong> <strong>Cvetaeva<\/strong>. O a quelli extra-europei, come nel caso di <strong>Mishima<\/strong>. \u00c8 interessante notare come anche la propaggine statunitense non sfugga alla grande ombra, sebbene i suoi rappresentanti appartengano all\u2019unica declinazione di civilt\u00e0 uscita vincente da un conflitto durato quasi un secolo. Anzi, \u00e8 specialmente nel primo e nel secondo dopoguerra che, in differita rispetto al vecchio continente, negli USA si registra la vera ecatombe. Infine, non trascurerei come anche nei ranghi di coloro che hanno esercitato forme espressive di pi\u00f9 recente definizione, vedi la musica rock, i suicidi spesseggino tra le figure di pi\u00f9 sicuro istinto letterario, da Nick Drake a Ian Curtis, fino a Rozz Williams e all\u2019infelice Adrian Borland \u2013 con la debita eccezione del povero Kurt Cobain, dal lessico povero al limite dell\u2019autismo.<\/p>\n<p>Credo si trattasse degli <strong>ultimi fuochi (fatui) di cultura novecentesca, o meglio delle ultime possessioni da parte del suo cattivo genio dell\u2019aria<\/strong>. Sarebbe auspicabile che qualcuno dotato delle competenze necessarie azzardasse prima o poi uno studio esteso e, possibilmente, comparato di questo fenomeno. Per quanto basilare, lo stranoto e recentemente ristampato <strong><em>Il Dio Selvaggio<\/em><\/strong> di <strong>Alfred Alvarez<\/strong> patisce oggi il limite di partire da molto lontano, dall\u2019antichit\u00e0 classica, salvo arrestarsi, dopo un\u2019avanzata a lunghi balzi, all\u2019epoca in cui venne pubblicato, ossia i primi anni Sessanta. Con particolare riferimento alla morte della povera <strong>Sylvia Plath<\/strong>, buona amica dell\u2019autore, il quale, presumibilmente, si decise ad affrontare un tema tanto temibile anche per gestire il dolore di questa perdita.<\/p>\n<p><em>Nel <\/em>booklet<em> si trovano riferimenti al libro <\/em>Tutto il ferro della torre Eiffel<em> di <strong>Michele Mari<\/strong>, fonte bibliografica de <\/em>L\u2019Alba Delle Ceneri<em>.<\/em><\/p>\n<p><a href=\"https:\/\/blog.ilgiornale.it\/scarabelli\/files\/2017\/09\/Ianva_91.png\"><img loading=\"lazy\" class=\"alignnone size-medium wp-image-331\" src=\"https:\/\/blog.ilgiornale.it\/scarabelli\/files\/2017\/09\/Ianva_91-300x190.png\" alt=\"Ianva_9\" width=\"300\" height=\"190\" srcset=\"https:\/\/blog.ilgiornale.it\/scarabelli\/files\/2017\/09\/Ianva_91-300x190.png 300w, https:\/\/blog.ilgiornale.it\/scarabelli\/files\/2017\/09\/Ianva_91-1024x648.png 1024w, https:\/\/blog.ilgiornale.it\/scarabelli\/files\/2017\/09\/Ianva_91.png 1179w\" sizes=\"(max-width: 300px) 100vw, 300px\" \/><\/a>Uno stravagante oggetto letterario la cui figura centrale \u00e8 <strong>Walter Benjamin<\/strong>: le sue ossessioni culturali da esule e fuggiasco forniscono il materiale per imbastire una sorta di thriller simbolista, a sua volta pretesto per un funambolico esercizio di citazionismo erudito. Il <em>Passage<\/em> immaginario, corrispettivo nel mondo dei trapassati di quello c\u00e9liniano, fin troppo traboccante vitali afrori, Mari lo intitola a una figura non certo novecentesca. Quel <em><strong>Jan<\/strong><\/em><strong> <em>Potocki<\/em><\/strong> cui anch\u2019io non ho potuto che confermare l\u2019accesso al funebre empireo. Le modalit\u00e0 con cui mette in pratica l\u2019atto suicida, a met\u00e0 tra l\u2019artifizio barocco e lo <em>shockadvertising<\/em> contemporaneo e al limite malinconico di una vita non meno virtuosisticamente spericolata, lo rendono infatti una sorta di bizzarro protonovecentesco <em>ad honorem<\/em>. In questo <em>passage<\/em>, assomigliante piuttosto alla galleria fiocamente illuminata di un vecchio cimitero monumentale, Mari non colloca solo i suicidi che sono stati, ma anche quelli che saranno. Al punto che ci si chiede se Benjamin non sia a un passo dall\u2019incontrare il se stesso che ha gi\u00e0 consumato il proprio destino.<\/p>\n<p>Io mi sono divertito, si fa per dire, a estendere il gioco della citazione a campi estranei a quelli delle letteratura \u201calta\u201d e spesso ho fornito l\u2019indizio senza citare per nome il personaggio in questione. Ho voluto trasporre, per quanto possibile e con il dovuto rispetto, tutta la questione a una dimensione in qualche modo <em>pop<\/em>. Senza la pretesa di gabellare tale operazione per chiss\u00e0 quale chiave di lettura alternativa. E, magari, suggerendo qualche ulteriore domanda, tipo: <strong>che genere di apice stiamo vivendo oggi?<\/strong> Dopo quello della tragedia, forse quello della farsa? A giudicare dalla statura di certi personaggi considerati autorevoli non pare neppure cos\u00ec improbabile, come ipotesi.<\/p>\n<p><em>Per concludere questa lunga ricognizione tra passato e presente, quali i progetti futuri di IANVA?<\/em><\/p>\n<p>Nulla di particolarmente diverso da quanto \u00e8 stato fino a oggi: qualche concerto, e poi, se le idee arriveranno e supereranno il primo vaglio critico, ossia il nostro \u2013 in particolare, di Stefania \u2013 altre canzoni. Ci sarebbe pure l\u2019imbastitura di almeno altri due romanzi, ma francamente non so se avr\u00f2 mai la forza d\u2019animo di affrontare un\u2019altra sconfinata serie di \u201cnotti alte\u201d, come m\u2019imposi al tempo della <em>Mano Di Gloria<\/em>. Da ultimo, sarebbe bello vivere abbastanza per assistere a <strong>una stagione di vera giustizia, in questo paese<\/strong>. Ma \u00e8 altamente probabile che ci\u00f2 equivalga ad augurarsi solo l\u2019ennesima fatica sprecata.<\/p>\n","protected":false},"excerpt":{"rendered":"<p><p>\u00abIl Canone \u00e8 qua\u00bb: si chiude cos\u00ec la traccia che d\u00e0 il titolo all\u2019ultimo lavoro dei genovesi IANVA, tra le realt\u00e0 musicali pi\u00f9 interessanti e complete dell\u2019ultimo decennio italiano. Se diciamo complete \u00e8 perch\u00e9, in un\u2019epoca d\u2019imperante cachistocrazia e deculturazione artistica, ad un livello qualitativo musicale assai elevato IANVA aggiungono testi eccellenti, i quali sondano in profondit\u00e0 una civilt\u00e0 intera, nelle sue luci cos\u00ec come nelle ombre. Canone Europeo \u00e8 il loro ultimo album, preceduto dal dannunziano Disobbedisco! (2006), Italia Ultimo Atto (2009) e La Mano Di Gloria (2012). Canone Europeo costituisce in qualche modo la summa dei precedenti, raggiungendo [&hellip;]<\/p>\n&nbsp;&nbsp;<div class=\"readmore\"><a href=\"https:\/\/blog.ilgiornale.it\/scarabelli\/2017\/09\/27\/ianva-viaggio-al-termine-delleuropa\/\">Continua a leggere...<\/a><\/div><\/p>","protected":false},"author":1084,"featured_media":0,"comment_status":"open","ping_status":"closed","sticky":false,"template":"","format":"standard","meta":[],"categories":[23335,9895,64],"tags":[255753,191251,99799,2754,191250,191249,191253,17016,191254,44081,191255],"_links":{"self":[{"href":"https:\/\/blog.ilgiornale.it\/scarabelli\/wp-json\/wp\/v2\/posts\/321"}],"collection":[{"href":"https:\/\/blog.ilgiornale.it\/scarabelli\/wp-json\/wp\/v2\/posts"}],"about":[{"href":"https:\/\/blog.ilgiornale.it\/scarabelli\/wp-json\/wp\/v2\/types\/post"}],"author":[{"embeddable":true,"href":"https:\/\/blog.ilgiornale.it\/scarabelli\/wp-json\/wp\/v2\/users\/1084"}],"replies":[{"embeddable":true,"href":"https:\/\/blog.ilgiornale.it\/scarabelli\/wp-json\/wp\/v2\/comments?post=321"}],"version-history":[{"count":6,"href":"https:\/\/blog.ilgiornale.it\/scarabelli\/wp-json\/wp\/v2\/posts\/321\/revisions"}],"predecessor-version":[{"id":338,"href":"https:\/\/blog.ilgiornale.it\/scarabelli\/wp-json\/wp\/v2\/posts\/321\/revisions\/338"}],"wp:attachment":[{"href":"https:\/\/blog.ilgiornale.it\/scarabelli\/wp-json\/wp\/v2\/media?parent=321"}],"wp:term":[{"taxonomy":"category","embeddable":true,"href":"https:\/\/blog.ilgiornale.it\/scarabelli\/wp-json\/wp\/v2\/categories?post=321"},{"taxonomy":"post_tag","embeddable":true,"href":"https:\/\/blog.ilgiornale.it\/scarabelli\/wp-json\/wp\/v2\/tags?post=321"}],"curies":[{"name":"wp","href":"https:\/\/api.w.org\/{rel}","templated":true}]}}