{"id":393,"date":"2018-03-01T08:45:58","date_gmt":"2018-03-01T07:45:58","guid":{"rendered":"https:\/\/blog.ilgiornale.it\/scarabelli\/?p=393"},"modified":"2018-02-28T22:20:43","modified_gmt":"2018-02-28T21:20:43","slug":"il-crollo-delle-elite-e-le-maschere-della-democrazia","status":"publish","type":"post","link":"https:\/\/blog.ilgiornale.it\/scarabelli\/2018\/03\/01\/il-crollo-delle-elite-e-le-maschere-della-democrazia\/","title":{"rendered":"Il crollo delle \u00e9lite e le maschere della democrazia"},"content":{"rendered":"<p><em><a href=\"https:\/\/blog.ilgiornale.it\/scarabelli\/files\/2018\/02\/e\u0301lites_4.jpeg\"><img loading=\"lazy\" class=\"alignnone size-medium wp-image-397\" src=\"https:\/\/blog.ilgiornale.it\/scarabelli\/files\/2018\/02\/e\u0301lites_4-300x300.jpeg\" alt=\"e\u0301lites_4\" width=\"300\" height=\"300\" srcset=\"https:\/\/blog.ilgiornale.it\/scarabelli\/files\/2018\/02\/e\u0301lites_4.jpeg 300w, https:\/\/blog.ilgiornale.it\/scarabelli\/files\/2018\/02\/e\u0301lites_4-150x150.jpeg 150w\" sizes=\"(max-width: 300px) 100vw, 300px\" \/><\/a>\u00c9lites<\/em>. Un termine che oggi sa di zolfo, sinonimo di snobismo e arroganza, evocato nel dibattito pubblico solo per squalificare l\u2019avversario. Nondimeno \u2013 ed \u00e8 uno dei paradossi del nostro tempo \u2013 oggi, come in passato, le \u00e9lites <em>esistono<\/em>. Sar\u00e0 dunque il caso di cominciare a familiarizzare con il concetto, magari partendo da qualcuna delle recenti pubblicazioni dedicate al tema. Quella parolina tanto odiata e vilipesa costituisce il titolo di un libro pubblicato nel 2016 da Circolo Proudhon, poi ristampato da <strong>Gog<\/strong>, sua metamorfosi editoriale. Il sottotitolo di <strong><em>\u00c9lites<\/em><\/strong> \u2013 che contiene scritti di Gaetano Mosca, Vilfredo Pareto, Roberto Michels e Antonio Gramsci \u2013 \u00e8 <strong><em>Le illusioni della democrazia<\/em><\/strong>. Pi\u00f9 che un\u2019antologia \u00e8 una doccia fredda di realpolitik, se \u00e8 vero \u2013 <em>ed \u00e8 vero<\/em> \u2013 che \u00abi popoli, salvo brevi intervalli di tempo, sono sempre governati da un\u2019aristocrazia\u00bb, composta dai \u00abpi\u00f9 forti, energici e capaci, nel bene e nel male\u00bb. Tuttavia, continua <strong>Vilfredo Pareto<\/strong>, \u00able aristo\u00adcrazie non durano, onde la storia umana \u00e8 la storia dell\u2019avvicendarsi di quelle aristocrazie, mentre una gente sale e l\u2019altra cala\u00bb. Tradotto: la storia altro non \u00e8 che il continuo avvicendarsi di gruppi dominanti, <strong>\u00abun cimitero di aristocrazie\u00bb<\/strong> che si succedono nel tempo. Quando una di esse perde presa sul reale ne subentra un\u2019altra, che ne occupa il posto. Punto.<\/p>\n<p><em>Un luogo comune<\/em>, si dir\u00e0. Fino a un certo punto: ragionare in questi termini vuol dire negare qualsiasi finalit\u00e0 alla storia diversa dalla \u201ccircolazione delle \u00e9lite\u201d. <strong>La storia non procede n\u00e9 verso il meglio n\u00e9 verso il peggio, non ha ragion d\u2019essere al di fuori di quella pattuita dalle \u00e9lites di turno<\/strong>. Il senso della storia non \u00e8 \u201cnaturale\u201d ma \u00e8 sempre deciso da qualcuno. \u00c8 sempre una \u00e9lite a far capolino dietro rivoluzioni e democratizzazioni, a dettare il tempo ai giri di boa della storia: e l\u2019ambizione di questa \u201ccasta\u201d (per usare un termine piuttosto di moda) non \u00e8 filantropica o quant\u2019altro, ma semplicemente <em>egemonica<\/em>; non mira a migliorare l\u2019uomo, il mondo o la societ\u00e0, ma pi\u00f9 semplicemente a perpetuarsi. Come scrive <strong>Lorenzo Vitelli<\/strong>, curatore del volume, nella sua ricca introduzione, l\u2019obiettivo \u00e8<\/p>\n<p><strong>\u00abgarantirsi la conservazione del po\u00adtere e la stabilit\u00e0 dei rapporti di forza in gioco. \u00c8 un conformismo nei confronti delle forze che dominano il mondo. La domanda che si pongono le \u00e9lites non \u00e8 \u201ccosa voglio?\u201d, ma piuttosto, \u201ccosa devo fare per conservare il potere?\u201d\u00bb.<\/strong><\/p>\n<p>Per penetrare nel tessuto sociale, tali gruppi operano mimeticamente, assorbendo i leitmotiv del tempo e facendoli coincidere con i propri. I loro membri si riciclano all\u2019occorrenza operai o migranti, difensori dei valori \u201ctradizionali\u201d (<em>sic!<\/em>) o moderni, amanti di maggioranze o minoranze, servi o padroni, sempre in ossequio al <em>qui e ora<\/em>. Ma questa facolt\u00e0 mimetica non esaurisce il fenomeno delle \u00e9lites, le quali, nota ancora Vitelli,<\/p>\n<p><strong>\u00aboperano in bilico tra la libert\u00e0 e la necessit\u00e0, sono vittime e detentrici del potere, gli strumenti e i controllori, incarnano le forze vive della storia per diriger\u00adle. E tanto pi\u00f9 gli strumenti di esercizio diventano totalizzanti e centralizzati nelle mani di pochissimi, tanto pi\u00f9 si allarga lo spazio di libert\u00e0 delle \u00e9lites\u00bb.<\/strong><\/p>\n<p>La loro posizione \u00e8 mediana: da un lato partecipano alla storia \u2013 che appunto \u00e8 il gioco del loro alternarsi \u2013 dall\u2019altro se ne vorrebbero astrarre. Ebbene, quando la seconda tendenza ha la meglio sulla prima, il secolo \u00e8 pronto per un ricambio di \u00e9lite.<\/p>\n<p>Un\u2019inclinazione, come ha scritto <strong>Gaetano Mosca<\/strong>, connaturata all\u2019\u00e9lite stessa, che per natura \u00e8 dinastica, ereditaria ed entropica: \u00abTutte le forze politiche hanno quella qualit\u00e0, che in fisica si chiama <strong>forza d\u2019inerzia<\/strong>, cio\u00e8 la tendenza a restare nel punto e nello stato in cui si trovano\u00bb. La propensione ad accentrare il potere \u00e8 insomma connaturata a <em>ogni<\/em> gruppo politico in quanto tale. Ed \u00e8 una tendenza che non si esercita per via morale, filosofica, culturale e via dicendo:<\/p>\n<p><strong>\u00abQuando vediamo in un Paese stabilita una casta ere\u00additaria che monopolizza il potere politico, si pu\u00f2 es\u00adser sicuri che un simile <em>stato di diritto<\/em> fu preceduto dallo <em>stato di fatto<\/em>. Prima di affermare il loro diritto esclusivo ed ereditario al potere, le famiglie o le caste potenti dovettero tenere ben saldo nelle loro mani il bastone del comando, dovettero monopolizzare as\u00adsolutamente tutte le forze politiche di quell\u2019epoca e di quel popolo in cui si affermarono\u00bb.<\/strong><\/p>\n<p>Prima dello <em>stato di diritto<\/em> c\u2019\u00e8 sempre uno <em>stato di fatto<\/em>. Ecco svelato l\u2019arcano: <em>prima<\/em> si prende il potere, <em>poi<\/em> lo si legittima. <em>Prima<\/em> si occupano gli scranni della societ\u00e0, <em>poi<\/em> si elaborano filosofie, utopie, teologie politiche e altre sciocchezze del genere. \u00c8 un passaggio fondamentale, ben noto ai positivisti giuridici: ogniqualvolta sentite parlare di principi \u201cassoluti\u201d, diritti \u201cinalienabili\u201d o \u201cnaturali\u201d, validi per tutti e per sempre, ricordatevi che essi non sono caduti dal cielo, ma sono stati formulati da <em>qualcuno<\/em>. Sono sempre figli di un certo tempo (e di un certo luogo). In sostanza, <strong>se qualcuno vi propone di aderire a ideologie universalistiche, \u00e8 molto probabile che vi stia fregando<\/strong>. Anche i princ\u00ecpi che vorrebbero essere universali sono in realt\u00e0 particolari. Particolarissimi. Cinismo? \u00c8 la Storia, bellezza.<\/p>\n<p><a href=\"https:\/\/blog.ilgiornale.it\/scarabelli\/files\/2018\/02\/e\u0301lites_1.jpg\"><img loading=\"lazy\" class=\"alignnone size-medium wp-image-395\" src=\"https:\/\/blog.ilgiornale.it\/scarabelli\/files\/2018\/02\/e\u0301lites_1-214x300.jpg\" alt=\"e\u0301lites_1\" width=\"214\" height=\"300\" srcset=\"https:\/\/blog.ilgiornale.it\/scarabelli\/files\/2018\/02\/e\u0301lites_1-214x300.jpg 214w, https:\/\/blog.ilgiornale.it\/scarabelli\/files\/2018\/02\/e\u0301lites_1.jpg 567w\" sizes=\"(max-width: 214px) 100vw, 214px\" \/><\/a>E la storia dell\u2019umanit\u00e0, continua Mosca, si risolve nella lotta fra due forze, una centripeta e l\u2019altra centrifuga: da un lato, la volont\u00e0 propria agli \u00abelementi do\u00adminatori di monopolizzare le forze politiche e trasmetterne ereditariamente il possesso\u00bb, dall\u2019altro la deriva \u00abverso lo spostamento di queste forze e l\u2019affermazione di forze nuove\u00bb. Le vecchie \u00e9lites decadono quando \u00abnon possono pi\u00f9 esercitare le qualit\u00e0 per le quali arrivarono al potere, o queste perdono ogni importanza nell\u2019ambiente sociale in cui vivono\u00bb. Guai se le \u00e9lites perdono forza, isolandosi dal mondo circostante e impedendone il ricambio: \u00abLe classi superiori divengono deficienti di caratteri ar\u00additi e pugnaci e ricche di individui molli e passivi\u00bb. Nascono allora fenomeni singolari, che ricordano da vicino la fase storica che stiamo vivendo: \u00abUna specie di cultura tutta astratta e convenzionale\u00bb prende il posto \u00abdel senso della realt\u00e0 e della vera ed esatta conoscenza della vita umana\u00bb; gli uomini perdono ogni forza e dilagano copiosamente buonismi,<\/p>\n<p><strong>\u00abteorie sentimentali ed esageratamente umanitarie sulla bont\u00e0 innata della spe\u00adcie umana, specialmente quando non \u00e8 guasta dalla civilt\u00e0, e sulla preferenza assoluta da darsi, nelle arti di governo, ai mezzi dolci e persuasivi piuttosto che a quelli rigidi ed imperiosi\u00bb.<\/strong><\/p>\n<p>Dietro a quest\u2019umanitarismo zuccheroso e stucchevole \u2013 sovente esercitato, tra l\u2019altro, da individui ben poco rousseauiani \u2013 si cela dunque il logorio di una \u00e9lite. Nemmeno il democratismo sfugge a quest\u2019analisi. Nell\u2019antologia edita da Gog \u00e8 <strong>Roberto Michels<\/strong> l\u2019\u201c\u00e9litista\u201d incaricato a smascherarlo, ne <em>La legge ferrea dell\u2019oligarchia<\/em>:<\/p>\n<p><strong>\u00abPer fare atto di presenza in parlamento non c\u2019\u00e8, per il ceto dei signori, che un mezzo solo: atteggiarsi a democratico nell\u2019arena elettorale, chia\u00admare fratelli e compagni i contadini ed i lavoratori del suolo, e cercar di persuaderli che i loro interessi economici e sociali concordano coi suoi\u00bb.<\/strong><\/p>\n<p>Una truffa bella e buona, insomma, che vede l\u2019aristocratico farsi simile a quel popolo che non ama, che in fondo disprezza e ha sempre disprezzato: \u00abTutto il suo essere reclama autorit\u00e0, mante\u00adnimento di suffragi ristretti e, ove esso sia in vigore, abolizione del suffragio universale\u00bb. Eppure, vedendo che lo spirito dei tempi \u00e8 cambiato, si ricicla in <em>democrat<\/em>, \u00ab<strong>fa di necessit\u00e0 virt\u00f9 ed implora la massa plebea di dargli la maggioranza<\/strong>. Lo spirito conservativo dell\u2019antica casta dei signori ha bisogno d\u2019avvilupparsi in un ampio manto dalle pieghe democratiche\u00bb. Anche il sistema democratico, secondo Michels, \u00e8 organizzato su base aristocratica: la tendenza all\u2019oligarchia sembra in qualche modo connaturata allo stesso divenire storico.<\/p>\n<p>Questo ci dicono, in fin dei conti, gli autori di cui abbiamo parlato: le \u00e9lites non vanno demonizzate ma studiate. Per comprendere in maniera laica quel che siamo stati e quel che siamo, \u00e8 meglio farci i conti. La storia \u00e8 una \u201ccircolazione di \u00e9lites\u201d? Benissimo. Ma questo non toglie <strong>ci siano \u00e9lites ed \u00e9lites<\/strong>. Chiediamoci, dunque, a questo punto: di che stoffa sono le <em>nostre<\/em>? Per rispondere partiamo da un altro libro di recente (ri)pubblicazione, vale a dire <strong><em>La rivolta delle \u00e9lite<\/em> <\/strong>di <strong>Cristopher Lasch<\/strong>, scritto nel 1995 e riedito da Neri Pozza lo scorso agosto. Anche il sottotitolo \u00e8 simile a quello del volumetto di Gog: <strong><em>Il tradimento della democrazia<\/em><\/strong>.<\/p>\n<p>Se Pareto, Mosca e Michels setacciano la storia passata, Lasch si tuffa invece nell\u2019attualit\u00e0, offrendoci un ritratto spietato delle nostre \u00e9lites. Lo fa partendo dall\u2019arcinoto saggio di <strong>Jos\u00e9 Ortega y Gassett<\/strong> <em>La ribellione delle masse <\/em>(1930). Assieme agli studi di <strong>Le Bon, Canetti e Mosse<\/strong>, \u00e8 uno dei migliori strumenti per comprendere il fenomeno \u2013 tutto moderno \u2013 della massificazione. Sennonch\u00e9, scrive Lasch, a essersi ribellate non sono le masse, quanto piuttosto le \u00e9lites stesse, \u00abche controllano il flusso internazionale del denaro e dell\u2019informazione, dirigono le fondazioni filantropiche e le istituzioni di ordini superiori, controllano gli strumenti della produzione culturale e definiscono i termini del dibattito pubblico\u00bb. Ebbene, conclude Lasch, sono loro, e non i popoli, <strong>\u00abad aver perso la fede nei valori dell\u2019Occidente, o in quanto ne rimane\u00bb.<\/strong> \u00c8 un tradimento a tutti gli effetti, che sottende l\u2019isolazionismo descritto prima, preludio del crollo degli ordinamenti.<\/p>\n<p>La realt\u00e0 \u00e8 che le \u00e9lites, scrive Lasch, non sono mai state tanto distanti dai popoli come oggi. I gruppi che tengono le redini del nostro mondo globale agiscono tutti all\u2019insegna del consumo e non della produzione, hanno <strong>una visione turistica del mondo<\/strong>. Quando si battono per le minoranze (le quali, secondo Lasch, a loro volta non ambiscono a un reale cambiamento ma solo a un posto al sole nello status quo, che andrebbe piuttosto <em>rivoluzionato<\/em>) lo fanno per catalogarle, brandizzarle, targettizzarle in maniera sempre pi\u00f9 capillare. Dividono e segmentano per poi diversificare la produzione, vendendo a ciascuno la propria particolarit\u00e0, la propria individualit\u00e0 (<strong>\u00abTutto intorno a te\u00bb, \u00abTu vali\u00bb sono i cinguettii del capitalismo creativo<\/strong>), la propria appartenenza a una minoranza. Dietro a velleit\u00e0 umanitarie spesso si cela una sorta di <em>glocalizzazione<\/em> (<strong>Bauman<\/strong>) realizzata su scala antropologica.<\/p>\n<p>Queste classi superiori non sono connotate da un\u2019ideologia specifica ma da uno <em>stile di vita<\/em>. Il loro \u00e8 un intellettualismo vuoto e circonvoluto, che tradisce una mancata comprensione di quella stessa realt\u00e0 che vorrebbero trasformare. A condire il tutto \u00e8 un nomadismo apolide, conforme a quello del capitale, che sradica e trasferisce da un capo all\u2019altro del mondo popoli e merci, \u00absvuotando le democrazie\u00bb, come scrisse <strong>Giano Accame<\/strong> in un suo famoso \u2013 e, ad oggi, purtroppo introvabile \u2013 libretto. Una visione segmentata, dimentica dell\u2019insieme e finalizzata al perfezionamento tecnico delle parti. I membri di questa <em>New Class<\/em> (la <em>supersociet\u00e0<\/em> di cui ha parlato <strong>Aleksandr Zinov\u2019ev<\/strong>) sono giovanilisti e sbarazzini, il loro rapporto col mondo \u00e8 di natura ludica; sono orgogliosi, ma la loro boria \u00e8 piuttosto differente dall\u2019orgoglio delle antiche aristocrazie. \u00c8 l\u2019arroganza di <strong>una <em>self-made \u00e9lite<\/em><\/strong> che crede di dover tutto ai propri sforzi. Parlano utilizzando un proprio gergo, comprensibile solo agli \u201ciniziati\u201d, dileggiando quello \u201cvolgare\u201d.<\/p>\n<p><a href=\"https:\/\/blog.ilgiornale.it\/scarabelli\/files\/2018\/02\/e\u0301lites_3.png\"><img loading=\"lazy\" class=\"alignnone size-medium wp-image-396\" src=\"https:\/\/blog.ilgiornale.it\/scarabelli\/files\/2018\/02\/e\u0301lites_3-300x239.png\" alt=\"e\u0301lites_3\" width=\"300\" height=\"239\" srcset=\"https:\/\/blog.ilgiornale.it\/scarabelli\/files\/2018\/02\/e\u0301lites_3-300x239.png 300w, https:\/\/blog.ilgiornale.it\/scarabelli\/files\/2018\/02\/e\u0301lites_3.png 996w\" sizes=\"(max-width: 300px) 100vw, 300px\" \/><\/a>A caratterizzare le nuove \u00e9lites \u00e8 anche un peculiare rapporto con il tempo. Se la natura dinastica ed ereditaria delle aristocrazie era aperta al passato e al futuro, i membri della <em>New Class<\/em> sono incapaci di percepire il trascorrere del tempo, che tentano di esorcizzare inseguendo le mode del momento, nonch\u00e9 a suon di lifting e viagra. Un periodico restauro di una giovinezza ormai perduta cui fa da contraltare un \u201cpresentismo\u201d intransigente, che incontra enormi \u00abdifficolt\u00e0 a immaginare una comunit\u00e0 prolungata tanto nel passato quanto nel futuro e che comporti una consapevolezza degli obblighi intergenerazionali\u00bb. Avulse dallo spazio (apolidia) e dal tempo (presentismo), sono loro ad aver creato quelle \u201czone\u201d e \u201creti\u201d tanto osannate da <strong>Robert Reich<\/strong>: ma queste realt\u00e0, scrive Lasch, \u00abpopolate da nomadi, mancano della continuit\u00e0 che deriva dal senso di appartenenza a un luogo e da standard di condotta coscientemente coltivati e trasmessi da una generazione all\u2019altra\u00bb. Insomma, stando a Lasch la tanto declamata <em>Upper Class<\/em> odierna, il conclave di quelli \u201cche si sono fatti da s\u00e9\u201d, si rivela essere <strong>un coacervo di modaioli <em>\u00e0 la page<\/em>, avulsi da passato e presente \u2013 <em>forever young<\/em> in doppiopetto, con il moccolo al naso<\/strong>. Si sentono a casa propria <em>ovunque<\/em>. Cosmopoliti, si immaginano <strong><em>citizens of the world<\/em><\/strong>, \u00abma senza accettare nessuno degli obblighi che la cittadinanza normalmente comporta\u00bb. Alla concretezza del <em>genius loci<\/em> preferiscono l\u2019astrattezza di un mondo privo di particolarit\u00e0 ed asperit\u00e0.<\/p>\n<p>Un mondo, tuttavia, che al di sotto della patina tutta <em>basic english<\/em> e <em>creativity<\/em> pullula di <strong>particolarismi e regionalismi<\/strong>, comunit\u00e0 che al disgregarsi dello Stato nazionale scelgono altri principi di individuazione, di natura etnica, religiosa o linguistica \u2013 con effetti che sono sotto gli occhi di tutti. Due tendenze del tutto correlate, come nota lucidamente Lasch (non dimentichiamoci che il suo libro \u00e8 del 1995!): <strong>\u00abIl revival del tribalismo, a sua volta, rafforza per reazione il cosmopolitismo delle \u00e9lite\u00bb.<\/strong> Trincerate nelle loro torri d\u2019avorio, non riescono a comprendere i cambiamenti di un mondo che semplicemente ha voltato loro le spalle.<\/p>\n<p>Ma quest\u2019alienazione dalla sfera del \u201cpubblico\u201d ha anche ripercussioni sulle categorie che fino a ieri hanno racchiuso lo spettro politico della modernit\u00e0: \u00abLa condizione di crescente \u201cinsularit\u00e0\u201d delle \u00e9lite significa che le ideologie politiche tendono a perdere i contatti con la realt\u00e0\u00bb. A venir minata \u00e8 <strong>l\u2019antica contrapposizione tra destra e sinistra<\/strong>, la quale \u00abha esaurito la propria capacit\u00e0 di chiarire i problemi e di fornire una mappa fedele della realt\u00e0\u00bb. Se tale sfaldamento \u00e8 ben noto alle masse, non si pu\u00f2 dire lo stesso per i membri delle \u00e9lite: <strong>\u00abGli ideologi di destra e sinistra, invece di affrontare gli sviluppi politici e sociali che tendono a mettere in discussione le verit\u00e0 rivelate tradizionali, preferiscono scambiarsi reciproche accuse di fascismo e comunismo\u00bb<\/strong>, negando l\u2019ovviet\u00e0 che nessuna di queste due forme rappresenti propriamente il futuro.<\/p>\n<p>Ad aver descritto questo scollamento \u00e8 stato il filosofo francese <strong>Alain de Benoist<\/strong>, \u201cteorico delle nuove sintesi\u201d, che nel corso della sua sterminata produzione ha fatto pi\u00f9 volte appello alla necessit\u00e0 di elaborare un pensiero situato <em>oltre la destra e la sinistra<\/em>, per come tradizionalmente \u2013 e, talvolta, quasi calcisticamente \u2013 intese. Lo ha fatto anche ne <strong><em>Il populismo<\/em><\/strong>, pubblicato da <strong>Arianna <\/strong>lo scorso luglio con il sottotitolo programmatico <strong><em>La fine della destra e della sinistra<\/em><\/strong>. Di questo si parla, in realt\u00e0: il \u201cfenomeno populista\u201d viene utilizzato per sondare la fine di queste categorie politiche (aspetto approfondito da de Benoist nel corso di un\u2019intervista apparsa <a title=\"Alain de Benoist - Il populismo\" href=\"https:\/\/blog.ilgiornale.it\/scarabelli\/2017\/04\/03\/alain-de-benoist-il-populismo-oltre-destra-e-sinistra\/\" target=\"_blank\">su questo blog<\/a>). Uno scandaglio utilissimo, se \u00e8 vero che sono esistiti ed esistono populismi di destra e di sinistra, insieme ad altri che uniscono elementi \u201ctradizionalmente\u201d di destra e sinistra, seminando il panico tra chi ancora difende l\u2019una o l\u2019altra ideologia. Ebbene, anche le pagine di de Benoist si confrontano \u2013 naturalmente \u2013 con le nuove \u00e9lites, verso cui i popoli cominciano ad avvertire una certa allergia. Quali sono le loro caratteristiche?<\/p>\n<p><strong>\u00abUn\u2019irreprensibile vocazione al nomadismo, al cambiamento perpetuo, al rifiuto delle radici, al disprezzo dei valori comunitari e popolari, alla fuga in avanti nella frenetica ricerca del profitto, a una permissivit\u00e0 senza limiti, a una fascinazione per i \u201cvincenti\u201d\u00bb.<\/strong><\/p>\n<p>Caratteristiche, d\u2019altronde, evocate anche da <strong>Costanzo Preve<\/strong> (cui de Benoist ha dedicato il suo libro), che sulle colonne di \u00abKrisis\u00bb descrisse cos\u00ec le fattezze della <em>global middle class<\/em>:<\/p>\n<p><strong>\u00abLa facilit\u00e0 di viaggiare, l\u2019inglese turistico, l\u2019uso moderato delle droghe, una nuova estetica androgino-transessuale, un umanesimo terzomondista, un multiculturalismo senza una vera curiosit\u00e0 culturale\u00bb<\/strong>.<\/p>\n<p>Cosa diventa la filosofia in mano alle nuove \u00e9lites? <strong>\u00abUna terapia psicologica di gruppo e una ginnastica di relativismo comunicazionale, il chiacchiericcio di persone semicolte\u00bb.<\/strong><\/p>\n<p>\u00c8 questo il quadro antropologico entro cui crollano i principi di destra e sinistra, tra l\u2019altro in sincrono con la chiusura del Novecento, il \u201csecolo delle ideologie\u201d, che ha seppellito le dottrine della modernit\u00e0 sotto un cumulo di macerie \u2013 come messo a fuoco anche da <strong>Aleksandr Dugin<\/strong> (altro punto di riferimento e \u201ccompagno di viaggio\u201d di de Benoist) nel suo magnifico <strong><em>La Quarta Teoria Politica<\/em><\/strong>, appena uscito in edizione italiana grazie all\u2019impegno di <strong>NovaEuropa<\/strong>. Le categorie politiche che hanno infiammato il Novecento sono crollate come castelli di carte. Lo stesso dicasi dell\u2019antica dicotomia tra conservatorismo e progressismo, categorie che raccolgono una pluralit\u00e0 di idee difficilmente accorpabili entro una sola definizione. D\u2019altronde, non stiamo parlando di valori eterni, ma \u2013 come gi\u00e0 ricordato \u2013 di concetti generati e sviluppatisi all\u2019interno di un preciso momento storico:<\/p>\n<p><strong>\u00abNata dalla modernit\u00e0, la divisione destra\/sinistra si cancella con essa. Vi restano ancora abbarbicati soltanto coloro i quali \u2013 per ragioni di abitudine, comodit\u00e0, pigrizia o interesse \u2013 non hanno compreso che il mondo \u00e8 cambiato e che strumenti concettuali obsoleti non permettono di farne l\u2019analisi\u00bb.<\/strong><\/p>\n<p><a href=\"https:\/\/blog.ilgiornale.it\/scarabelli\/files\/2018\/02\/e\u0301lites_2.jpg\"><img loading=\"lazy\" class=\"alignnone size-medium wp-image-394\" src=\"https:\/\/blog.ilgiornale.it\/scarabelli\/files\/2018\/02\/e\u0301lites_2-300x141.jpg\" alt=\"e\u0301lites_2\" width=\"300\" height=\"141\" srcset=\"https:\/\/blog.ilgiornale.it\/scarabelli\/files\/2018\/02\/e\u0301lites_2-300x141.jpg 300w, https:\/\/blog.ilgiornale.it\/scarabelli\/files\/2018\/02\/e\u0301lites_2.jpg 990w\" sizes=\"(max-width: 300px) 100vw, 300px\" \/><\/a>Dopo la chiusura del \u201csecolo breve\u201d, \u00e8 sempre pi\u00f9 evidente l\u2019impossibilit\u00e0 di affibbiare un patentino politico a idee che nel corso dei decenni sono transitate da destra a sinistra e viceversa. <em>Il populismo <\/em>\u00e8 la mappatura di questa geografia ideale, che contraddice quella utilizzata da certi giornalisti: imperialismo e colonialismo, cristianesimo e laicismo, americanismo e antiamericanismo, europeismo e antieuropeismo, conservatorismo e progressismo, autoritarismo e liberalismo, fino a temi scabrosi come razzismo e antisemitismo, <strong>sfuggono completamente alla dicotomia destra\/sinistra<\/strong>. Per poi non parlare del fatto che, secondo de Benoist, \u00e8 assai ingenuo parlare di destra e sinistra al singolare, poich\u00e9 queste etichette raccolgono una pluralit\u00e0 di orientamenti, spesso reciprocamente incompatibili, nonch\u00e9 legati a contesti storici e geografici differenti. Nel clima di autentica follia che ha accompagnato negli ultimi mesi la cronaca italiana, forse la sua testimonianza sarebbe risultata utile \u2013 peccato che le sue conferenze siano state sospese a seguito di proteste indignate, che hanno livellato il filosofo francese a pedina elettorale del Front National (per il quale, come lui stesso ha dichiarato, nemmeno ha mai votato, cos\u00ec come non ha mai incontrato Florian Philippot). Eppure, nella sua sterminata produzione legata a questi argomenti, basterebbe leggere proprio il libro di cui stiamo parlando per comprendere come i giudizi forniti dai suoi detrattori non siano di alcuna pertinenza (in particolare, il saggio <strong><em>La destra e il denaro<\/em><\/strong>, che demolisce praticamente tutte le tipologie di destra degli ultimi duecento anni!). Ma tant\u2019\u00e8.<\/p>\n<p>Spauracchi agitati da certo giornalismo culturale, destra e sinistra non sono (pi\u00f9), secondo de Benoist, chiavi di lettura per comprendere il nuovo che avanza. N\u00e9 per affrontare le sfide del futuro. Valga come esempio l\u2019idea stessa di capitale e progresso, secondo analisi mutuate dall\u2019intellettuale eretico <strong>Jean-Claude Mich\u00e9a<\/strong>:<\/p>\n<p><strong>\u00abAlla stupidit\u00e0 delle persone di sinistra che ritengono possibile combattere il capitalismo in nome del \u201cprogresso\u201d corrisponde l\u2019imbecillit\u00e0 delle persone di destra, che ritengono possibile difendere al contempo i valori \u201ctradizionali\u201d e un\u2019economia di mercato che non smette di distruggerli\u00bb.<\/strong><\/p>\n<p>Modulati secondo variazioni assai differenti, i tre testi di cui abbiamo parlato puntano sempre sul nostro mondo, che sta affrontando un periodo di transizione ma rimane legato a <strong>punti di riferimento logori, a cartografie ormai superate<\/strong>, ad \u00e9lite la cui forza propulsiva sta lentamente esaurendosi. Segni dei tempi: ad ogni modo, i giganti hanno sempre piedi d\u2019argilla.<\/p>\n","protected":false},"excerpt":{"rendered":"<p><p>\u00c9lites. Un termine che oggi sa di zolfo, sinonimo di snobismo e arroganza, evocato nel dibattito pubblico solo per squalificare l\u2019avversario. Nondimeno \u2013 ed \u00e8 uno dei paradossi del nostro tempo \u2013 oggi, come in passato, le \u00e9lites esistono. Sar\u00e0 dunque il caso di cominciare a familiarizzare con il concetto, magari partendo da qualcuna delle recenti pubblicazioni dedicate al tema. Quella parolina tanto odiata e vilipesa costituisce il titolo di un libro pubblicato nel 2016 da Circolo Proudhon, poi ristampato da Gog, sua metamorfosi editoriale. Il sottotitolo di \u00c9lites \u2013 che contiene scritti di Gaetano Mosca, Vilfredo Pareto, Roberto Michels [&hellip;]<\/p>\n&nbsp;&nbsp;<div class=\"readmore\"><a href=\"https:\/\/blog.ilgiornale.it\/scarabelli\/2018\/03\/01\/il-crollo-delle-elite-e-le-maschere-della-democrazia\/\">Continua a leggere...<\/a><\/div><\/p>","protected":false},"author":1084,"featured_media":0,"comment_status":"open","ping_status":"closed","sticky":false,"template":"","format":"standard","meta":[],"categories":[79480,191088,64],"tags":[269,191292,86606,191287,191286,191290,191289,191293,191288,55834],"_links":{"self":[{"href":"https:\/\/blog.ilgiornale.it\/scarabelli\/wp-json\/wp\/v2\/posts\/393"}],"collection":[{"href":"https:\/\/blog.ilgiornale.it\/scarabelli\/wp-json\/wp\/v2\/posts"}],"about":[{"href":"https:\/\/blog.ilgiornale.it\/scarabelli\/wp-json\/wp\/v2\/types\/post"}],"author":[{"embeddable":true,"href":"https:\/\/blog.ilgiornale.it\/scarabelli\/wp-json\/wp\/v2\/users\/1084"}],"replies":[{"embeddable":true,"href":"https:\/\/blog.ilgiornale.it\/scarabelli\/wp-json\/wp\/v2\/comments?post=393"}],"version-history":[{"count":5,"href":"https:\/\/blog.ilgiornale.it\/scarabelli\/wp-json\/wp\/v2\/posts\/393\/revisions"}],"predecessor-version":[{"id":402,"href":"https:\/\/blog.ilgiornale.it\/scarabelli\/wp-json\/wp\/v2\/posts\/393\/revisions\/402"}],"wp:attachment":[{"href":"https:\/\/blog.ilgiornale.it\/scarabelli\/wp-json\/wp\/v2\/media?parent=393"}],"wp:term":[{"taxonomy":"category","embeddable":true,"href":"https:\/\/blog.ilgiornale.it\/scarabelli\/wp-json\/wp\/v2\/categories?post=393"},{"taxonomy":"post_tag","embeddable":true,"href":"https:\/\/blog.ilgiornale.it\/scarabelli\/wp-json\/wp\/v2\/tags?post=393"}],"curies":[{"name":"wp","href":"https:\/\/api.w.org\/{rel}","templated":true}]}}