{"id":465,"date":"2018-08-10T12:32:08","date_gmt":"2018-08-10T10:32:08","guid":{"rendered":"https:\/\/blog.ilgiornale.it\/scarabelli\/?p=465"},"modified":"2018-08-10T12:32:08","modified_gmt":"2018-08-10T10:32:08","slug":"terra-sarda-il-mediterraneo-metafisico-di-ernst-junger","status":"publish","type":"post","link":"https:\/\/blog.ilgiornale.it\/scarabelli\/2018\/08\/10\/terra-sarda-il-mediterraneo-metafisico-di-ernst-junger\/","title":{"rendered":"Terra Sarda: il mediterraneo metafisico di Ernst J\u00fcnger"},"content":{"rendered":"<p><strong><a href=\"https:\/\/blog.ilgiornale.it\/scarabelli\/files\/2018\/08\/Ernst_Ju\u0308nger1.jpg\"><img loading=\"lazy\" class=\"alignnone size-medium wp-image-468\" src=\"https:\/\/blog.ilgiornale.it\/scarabelli\/files\/2018\/08\/Ernst_Ju\u0308nger1-300x196.jpg\" alt=\"Ernst_Ju\u0308nger\" width=\"300\" height=\"196\" srcset=\"https:\/\/blog.ilgiornale.it\/scarabelli\/files\/2018\/08\/Ernst_Ju\u0308nger1-300x196.jpg 300w, https:\/\/blog.ilgiornale.it\/scarabelli\/files\/2018\/08\/Ernst_Ju\u0308nger1.jpg 1024w\" sizes=\"(max-width: 300px) 100vw, 300px\" \/><\/a>\u00ab<em>Insel<\/em>, <em>insula<\/em>, isola, <em>Eiland<\/em> \u2013 parole che nominano un segreto, un che di separato e conchiuso\u00bb<\/strong>: Ernst J\u00fcnger scrisse queste parole a <strong>Carloforte<\/strong>. Vi era giunto per la prima volta nel 1955, passando dall\u2019isola di <strong>Sant\u2019Antioco<\/strong>, attratto dalla presenza di un insetto che vive solo l\u00ec, la <em>Cicindela campestris saphyrina<\/em>. Le sue impressioni sull\u2019isola sono riportate nel saggio <strong><em>San Pietro<\/em> <\/strong>(1957), uscito in italiano nel 2015 nella traduzione di <strong>Alessandra Iadicicco<\/strong>. Entomologia a parte, era rimasto folgorato dal luogo, trascorrendovi le vacanze fino al 1978, all\u2019et\u00e0 di ottantatr\u00e9 anni. J\u00fcnger era un amante delle isole, e i suoi diari (molti dei quali, purtroppo, ancora inediti da noi) stanno a dimostrarlo; del bacino mediterraneo amava soprattutto Sicilia e Sardegna. Il fascino esercitato dalle isole risale all\u2019inizio dei tempi. Per caratteri come quello di J\u00fcnger, ogni isola \u00e8 beata, nel senso di <strong>Esiodo<\/strong> (<em>Le opere e i giorni<\/em>): <strong>\u00abSulle isole beate, presso il profondo gorgo dell\u2019oceano, vivono gli eroi felici col cuore libero da affanni. La terra feconda offre loro il frutto del miele che matura tre volte nell\u2019anno\u00bb<\/strong>. Anche <strong>D. H. Lawrence<\/strong>, tra i molti altri, era stato in Sardegna, precisamente nell\u2019estate del 1921, assieme alla moglie Frieda. Vi era giunto da Taormina e aveva visitato Cagliari, Mandas e Nuoro. Nel suo libro <strong><em>Mare e Sardegna<\/em><\/strong>, contenente il racconto di questo viaggio, riporta un\u2019ottima definizione di <em>insulomania<\/em>, il male di cui soffre chi prova un\u2019attrazione irresistibile verso le isole. \u00ab<strong>Questi insulomani nati sono diretti discendenti degli Atlantidi<\/strong> e il loro subcosciente anela all\u2019esistenza insulare\u00bb. Una diagnosi che si attaglia alla perfezione a J\u00fcnger, amante del mare e di ci\u00f2 che il mare circonda, separandolo dalla terraferma.<\/p>\n<p>Come gi\u00e0 detto, il futuro Premio Goethe approda a Carloforte nel 1955, ma il suo primo contatto con la Sardegna risale all\u2019anno precedente. Il diario del suo mese trascorso nel piccolo villaggio di <strong>Villasimius<\/strong> \u00e8 uscito in varie edizioni, con il titolo <strong><em>Presso la torre saracena<\/em><\/strong>. Tradotto \u2013 magistralmente \u2013 da <strong>Quirino Principe<\/strong>, verr\u00e0 inserito insieme agli altri \u201cscritti sardi\u201d ne <em>Il contemplatore solitario <\/em>(Guanda, 2000) e in<em> Terra sarda <\/em>(Il Maestrale, 1999).<\/p>\n<p>Ecco l\u2019itinerario di quel primo viaggio: partito da Civitavecchia la sera del 6 maggio 1954, il Nostro arriva al porto di Olbia alle prime ore del mattino. Raggiunta Cagliari in treno, un paio d\u2019ore di autobus lo separano da Villasimius (nel diario indicata come <em>Illador<\/em>): un percorso accidentato, su strade malmesse. Poche case coloniche, il piccolo borgo di Solanas. <strong>Dietro a ogni tornante si squadernano panorami mozzafiato, con un mare color zaffiro<\/strong>. Fin da subito capisce di trovarsi in un luogo tagliato fuori dalla civilt\u00e0, anche per via di un\u2019epidemia di malaria e una carestia che fino a quel momento hanno reso Villasimius impermeabile al turismo di massa. Ancora per poco, per\u00f2: proprio nei giorni della sua residenza, gli operai stanno collocando la rete elettrica, dando cos\u00ec il via alla modernizzazione della cittadina, che si concluder\u00e0 con l\u2019invasione di televisioni, radio, cinema, traffico, caos\u2026 La tecnica giunger\u00e0, livellando ogni differenza tra sessi e generazioni, demolendo una cultura millenaria e andando a costituire<strong> quel brodo di coltura grazie a cui la modernit\u00e0 trionfer\u00e0 anche a Illador<\/strong>. Ma in quel momento di tutto ci\u00f2 non c\u2019\u00e8 ancora traccia. La cittadina si trova a un crocevia, e lo scrittore ha modo di fotografarla per quel che fu, <strong>\u00abun luogo pi\u00f9 cosmico che terrestre, lontano dal mondo\u00bb<\/strong>. In realt\u00e0 queste parole sono riferite a Carloforte, ma potrebbero estendersi alla Villasimius di allora, anzi alla Sardegna tutta, che in qualche modo ag\u00ec su di lui come un \u00abdetonatore di emozioni\u00bb, secondo la definizione di <strong>Stenio Solinas<\/strong>, che ha firmato l\u2019introduzione a <em>San Pietro<\/em>.<\/p>\n<p>Crocevia per la Sardegna, gli anni Cinquanta lo sono anche per J\u00fcnger: dopo aver visto l\u2019Europa messa a ferro e fuoco dalle forze scatenate della tecnica, che aveva in qualche modo celebrato nel suo <em>Der Arbeiter<\/em>, agli inizi degli anni Trenta, il suo sguardo muta radicalmente, dando vita a opere come <strong><em>Il trattato del ribelle<\/em><\/strong>, che esce nel 1951, e soprattutto <strong><em>Il libro dell\u2019orologio a polvere<\/em><\/strong>, pubblicato lo stesso anno di quel suo primo viaggio sardo. Se il primo \u00e8 l\u2019invito a riparare in un bosco del tutto interiore, al riparo dalle barbarie della tecnica e della tirannide, l\u2019ultimo \u00e8 uno studio comparato dedicato agli orologi naturali (clessidre, meridiane, gnomoni e cos\u00ec via) e a quelli meccanici, insieme alle nozioni di tempo che veicolano. Cos\u00ec come c\u2019\u00e8 un <strong>tempo storico<\/strong>, scandito dagli orologi meccanici, ce n\u2019\u00e8 anche uno <strong>cosmico<\/strong>, misurato dalle ombre proiettate dal sole e dall\u2019affastellarsi dei chicchi di grano nelle clessidre. Sar\u00e0 questa compresenza, come vedremo, a scandire il suo primo soggiorno sardo.<\/p>\n<p>Torniamo alla Villasimius degli anni Cinquanta, la cui case sono ancora illuminate da candele, una cittadina semi-diroccata circondata da immense spiagge deserte e torri in rovina, i cui ospiti non sono miliardari o attricette o <em>parvenu<\/em> ma pastori, elettricisti, ciabattini e pescatori, insieme a impiegati statali trasferiti l\u00ec per qualche oscuro regolamento di conti burocratico. In loro compagnia, annoter\u00e0 in <em>San Pietro<\/em>,<\/p>\n<p><strong>\u00abL\u2019uomo della terraferma viene trattato con una benevola superiorit\u00e0. Gli manca quell\u2019impronta degli elementi che qui ha lasciato il suo segno\u00bb.<\/strong><\/p>\n<p><a href=\"https:\/\/blog.ilgiornale.it\/scarabelli\/files\/2018\/08\/Illador.jpg\"><img loading=\"lazy\" class=\"alignnone size-medium wp-image-470\" src=\"https:\/\/blog.ilgiornale.it\/scarabelli\/files\/2018\/08\/Illador-300x225.jpg\" alt=\"Illador\" width=\"300\" height=\"225\" srcset=\"https:\/\/blog.ilgiornale.it\/scarabelli\/files\/2018\/08\/Illador-300x225.jpg 300w, https:\/\/blog.ilgiornale.it\/scarabelli\/files\/2018\/08\/Illador.jpg 960w\" sizes=\"(max-width: 300px) 100vw, 300px\" \/><\/a>Saranno queste figure semplici, dalla pelle coriacea battuta dal Sole e saggiata dal vento, i compagni di quelle lunghe giornate, anche perch\u00e9 il protagonista della nostra storia si \u00e8 guardato bene dal portarsi dietro un libro, un giornale o una compagnia umana. Ama stare con la gente comune e partecipa a feste e banchetti, cene e battute di caccia, passeggiate e sessioni di pesca, ben sapendo che \u00e8 possibile studiare un luogo anche senza orpelli letterario-filosofici. La pensione in cui alloggia \u2013 gestita da una certa Signora Bonaria \u2013 diventa cos\u00ec il teatro d\u2019interminabili discussioni (ma anche di lunghi silenzi, scanditi da un vino nero come la notte e pranzi pantagruelici). Cogli abitanti del luogo J\u00fcnger parla un po\u2019 di tutto, ma perlopi\u00f9 ascolta, di passato e presente \u2013 il futuro, quello, <em>mai<\/em> \u2013 dalle usanze locali alla Storia, che ha ovviamente attraversato anche quei corpi. Dopo cena, talvolta, i doganieri intonano il canto del \u00abDuce Benito\u00bb, non senza prima essersi tolti le uniformi. Uno dei suoi interlocutori gli dice di esser stato ferito nella Prima Guerra Mondiale e di aver perso un figlio nella seconda. Anche lui ne sa qualcosa. Reclina il capo, mentre <strong>il suo pensiero va alle scogliere di marmo di Carrara, dove \u00e8 caduto suo figlio Ernstel<\/strong>.<\/p>\n<p>I giorni passano e il Signor Ernesto \u2013 cos\u00ec lo chiamano a Illador \u2013 fa lunghe passeggiate, attraversando campi imbionditi dai cereali, muraglie di fichi d\u2019India e una <em>macchia mediterranea<\/em> issatasi eroica sotto un sole sferzante, che dardeggia la costa, irrorata dal mare. Di tanto in tanto il suo sguardo si posa sull\u2019Isola dei Gabbiani e su quella dei Serpenti (oggi Serpentara), nei pressi di Castiadas, sormontate rispettivamente da un castello in rovina e un faro. A colpirlo \u00e8 <strong>l\u2019abbondanza della natura<\/strong>, che non fa economia n\u00e9 lesina in sperperi (\u00ab\u00e8 ben oltre la funzionalit\u00e0\u00bb, parole che avrebbero sottoscritto Georges Bataille e Marcel Mauss), la stessa che fece esclamare, dall\u2019altra parte del mare, allo Zarathustra nietzschiano:<\/p>\n<p><strong>\u00abHo imparato questo dal sole, quando il ricchissimo tramonta: getta nel mare l\u2019oro della sua inesauribile ricchezza, cos\u00ec che anche il pi\u00f9 povero pescatore rema con remi d\u2019oro! Vidi questo una volta e alla vista non mi saziai di piangere\u00bb<\/strong>.<\/p>\n<p>Se fu un tramonto ligure a dettare queste parole a <strong>Nietzsche<\/strong>, che le scrisse a Rapallo, J\u00fcnger cerc\u00f2 il Grande Meriggio di Zarathustra in Sardegna, come disse una volta Banine, sua correttrice di bozze e compagna di viaggio ad Antibes. Ma il Sole e il mare mediterranei gli sussurrano, soprattutto, di avere ancora <strong>un\u2019immensa riserva di tempo<\/strong>. E il tempo gli dar\u00e0 ragione, facendolo vivere sino al 1998, all\u2019et\u00e0 di centotr\u00e9 anni.<\/p>\n<p><strong>L\u2019enigma del tempo<\/strong>, che ha incantato Borges e gli spiriti pi\u00f9 eletti del Novecento: ecco ci\u00f2 che J\u00fcnger incontra in Sardegna in quella tarda primavera, non ancora estate. Il Contemplatore Solitario si tuffa nel miracolo della storia nei nuraghi presso Macomer, adornati da licheni, che dovettero apparire antichi gi\u00e0 ai Fenici. Il suo sguardo si amplia, sfondando gli orizzonti storiografici moderni, andando oltre le sue Colonne d\u2019Ercole, impresa conclusa cinque anni dopo in quello che forse \u00e8 il suo libro migliore, <strong><em>Al muro del tempo<\/em>, trattato di metafisica della storia<\/strong> che analizza il tempo storico come una parentesi, nata dalla messa al bando di forze mitiche che stanno per fare ritorno. Ebbene, il passaggio dalla storia del mondo (<em>Weltgeschichte<\/em>) alla storia della terra (<em>Erdegeschichte<\/em>) ha luogo forse per la prima volta al cospetto di <strong>un nuraghe <\/strong>che, come ha scritto Henri Plard, curatore de <em>Il contemplatore solitario<\/em>, <strong>ricorda a J\u00fcnger il <em>fenomeno originario<\/em> di cui ha parlato il suo maestro Goethe<\/strong>, che si cela dietro a tutte le manifestazioni naturali. Da esso nascer\u00e0 la torre, il granaio, il castello\u2026 Archetipi? Null\u2019affatto. Gli archetipi sono <em>molti<\/em>, il fenomeno originario \u00e8 <em>uno<\/em>.<\/p>\n<p>Questa compresenza, ai suoi occhi, sceglie quello sardo come territorio d\u2019elezione. \u00c8 come se in certi luoghi <strong>la geografia costringesse la storia a venire allo scoperto<\/strong>, esibendo i propri caratteri fondamentali. Anche perch\u00e9 qui il passato vive in una contemporaneit\u00e0 assoluta, plastica. La Sardegna j\u00fcngeriana \u00e8 in grado di cicatrizzare e risanare antiche ferite. Qui tutto \u00e8 presente, l\u2019eternit\u00e0 coesiste con il tempo: \u00ab<strong>La storia diventa un <em>mysterium<\/em><\/strong>. La successione temporale diventa un\u2019immagine campata nello spazio\u00bb, parole che \u2013 come scrive Quirino Principe \u2013 ricordano quelle di Gurmenanz del <em>Parsifal<\/em> wagneriano: <strong>\u00abFiglio mio, qui il tempo diventa spazio\u00bb<\/strong>. Il cerchio si chiude.<\/p>\n<p>Il sigillo di quel viaggio \u00e8 una fuoriuscita dalla storia non veicolata dalla <em>ratio<\/em> ma dalla contemplazione delle forme, del loro stile. <strong>\u00c8 nella <em>continuit\u00e0 delle forme<\/em>, nella loro metamorfosi, a manifestarsi il <em>fenomeno originario<\/em>.<\/strong> Che non \u00e8 un\u2019idea astratta, ma qualcosa d\u2019immanente al reale, la messa in forma di un destino e allo stesso tempo la sua pi\u00f9 alta meta. Contemplando il reale e non dissezionandolo, come fa invece la scienza moderna, ci reinseriamo nei meccanismi che regolano il cosmo. Ci\u00f2 \u00e8 molto facile in Sardegna \u2013 e in Italia \u2013 scrive J\u00fcnger, dove <strong>la compresenza di presente e futuro<\/strong> \u00e8 visibile a livello geografico, territoriale, elementare, ma anche fisiognomico. L\u00ec pu\u00f2 accadere, passeggiando per luoghi affollati, d\u2019incontrare un viso particolare, con tratti inusuali. Allora ci fermiamo, percorsi da un brivido. I tratti intravisti sono antichi, forse addirittura preistorici, e l\u2019osservazione si spinge allora sempre pi\u00f9 a ritroso, nelle profondit\u00e0 dei secoli e dei millenni, fino al limite estremo del muro del tempo. <strong>\u00abSentiamo che ci \u00e8 passato vicino un essere originario, primordiale, venuto a noi da tempi in cui non esistevano n\u00e9 popoli n\u00e9 paesi\u00bb<\/strong>. Ma la stessa cosa accade anche se ci mettiamo a riflettere su noi stessi: per quale motivo non siamo tutti uguali, ma nutriamo peculiari inclinazioni per la caccia o la pesca, per la contemplazione o l\u2019azione, \u00abper lo scontro in battaglia, per l\u2019occulta magia degli esorcismi?<strong> Seguendo le nostre vocazioni, consumiamo la nostra pi\u00f9 antica parte di eredit\u00e0. Abbandoniamo il mondo storico, e antenati sconosciuti festeggiano in noi il loro ritorno<\/strong>\u00bb.<\/p>\n<p>\u00c8 la contemplazione e non l\u2019analisi a permettere questa fuoriuscita dal tempo \u2013 la stessa di cui parl\u00f2 <strong>Mircea Eliade<\/strong>, che tra l\u2019altro diresse con J\u00fcnger <strong>\u00abAntaios\u00bb<\/strong>, dall\u2019inizio degli anni Sessanta a met\u00e0 dei Settanta. Ebbene, sulle colonne di quella meravigliosa rivista usc\u00ec, nel 1963, lo scritto j\u00fcngeriano <strong><em>Lo scarabeo spagnolo<\/em><\/strong>, sempre nato in terra sarda. Qui la meditazione su uno scarabeo intravisto sul gretto di un fiume (Riu Campus) diventa occasione per riflettere sulla caducit\u00e0 delle cose. Tutto muore e trapassa nell\u2019inorganico, ma guai a chi non lo inserisce in un contesto pi\u00f9 alto. <strong>Guai a chi si esaurisce nel presente, nella storia.<\/strong> Guai a non vedere nel transeunte l\u2019orma dell\u2019eterno. Chi abbia il coraggio di avventurarsi nei labirinti della contemplazione, tuttavia, scoprir\u00e0 scenari inediti, all\u2019interno dei quali anche l\u2019uomo acquisisce facolt\u00e0 nuove:<\/p>\n<p><strong>\u00abOgnuno \u00e8 re di Thule, \u00e8 sovrano agli estremi confini, \u00e8 principe e mendicante. Se sacrifica l\u2019aurea coppa della vita alla profondit\u00e0, offre testimonianza della pienezza cui la coppa rinvia e che egli incarna senza poterla comprendere. Come lo splendore dello scarabeo spagnolo, cos\u00ec le corone regali alludono a una signoria che nessuna conflagrazione universale distrugge. Nei suoi palazzi la morte non penetra; \u00e8 solo la guardiana della porta. Il suo portale rimane aperto mentre stirpi di uomini e di d\u00e8i si avvicendano e scompaiono\u00bb<\/strong>.<\/p>\n<p>Avventurandoci in questa Babele di dimensioni storiche e piani dell\u2019essere, lo stesso linguaggio finisce per rivelare la propria insufficienza e naufraga, laddove <strong>la traiettoria di un insetto \u00e8 in grado di ripetere il moto planetario<\/strong>. Servendoci di un\u2019antica immagine, il linguaggio discorsivo \u00e8 come una canoa utile per attraversare un fiume, ma che una volta espletato questo compito va abbandonata a riva. Il percorso deve proseguire in altro modo. Cos\u00ec sono i nomi, che non si limitano a designare cose, ma rinviano sempre a qualcos\u2019altro,<\/p>\n<p><strong>\u00abombre d\u2019invisibili soli, orme su vasti specchi d\u2019acqua, colonne di fumo che s\u2019innalzano da incendi il cui sito \u00e8 nascosto. L\u00e0 il grande Alessandro non \u00e8 pi\u00f9 grande del suo schiavo, ma \u00e8 pi\u00f9 grande della propria fama. Anche gli d\u00e8i, l\u00e0, sono soltanto simboli. Tramontano come i popoli e le stelle, eppure hanno valore i sacrifici che li onorano\u00bb<\/strong>.<\/p>\n<p><a href=\"https:\/\/blog.ilgiornale.it\/scarabelli\/files\/2018\/08\/Torre_Saracena.jpg\"><img loading=\"lazy\" class=\"alignnone size-medium wp-image-466\" src=\"https:\/\/blog.ilgiornale.it\/scarabelli\/files\/2018\/08\/Torre_Saracena-223x300.jpg\" alt=\"Torre_Saracena\" width=\"223\" height=\"300\" srcset=\"https:\/\/blog.ilgiornale.it\/scarabelli\/files\/2018\/08\/Torre_Saracena-223x300.jpg 223w, https:\/\/blog.ilgiornale.it\/scarabelli\/files\/2018\/08\/Torre_Saracena.jpg 714w\" sizes=\"(max-width: 223px) 100vw, 223px\" \/><\/a>Come gi\u00e0 accennato, i diari di Illador-Villasimius sono dedicati alla <strong>Torre Saracena<\/strong> di Capo Carbonara; vi si arriva facilmente, percorrendo un sentiero \u2013 nulla di particolarmente impegnativo \u2013 che dalla lunga spiaggia bianca porta alle pendici dell\u2019antica torre di vedetta. L\u201911 maggio, ai piedi della solitaria costruzione arroventata dal sole (oggi conosciuta come Torre di Porto Giunco), J\u00fcnger avverte <strong>\u00abun alito di nuda potenza, di pallida vigilanza\u00bb<\/strong>. Un sentore di perenne insicurezza, d\u2019instabilit\u00e0. Comprende di trovarsi in un luogo di confine, Giano bifronte che unisce e separa a un tempo, linea di frontiera tra Oriente e Occidente, storia e metastoria. Segno liminare tra terra e mare che impone un <em>aut-aut<\/em>, ci torna una decina di giorni dopo, assieme a un certo Angelo (<em>uomo mercuriale<\/em>), armato di martello e scalpello. Lascia una traccia, com\u2019era \u2013 ed \u00e8 tutt\u2019ora \u2013 uso fare. Quella traccia \u00e8 ancora l\u00ec, a distanza di oltre cinquant\u2019anni: <strong><em>E. J., 22.V.54<\/em><\/strong>. Dopodich\u00e9 ridiscende il sentiero, fino alla spiaggia. Guardandola dall\u2019alto, si \u00e8 accorto che presenta singolari striature rosate: sono conchiglie frantumate. Frugando, ne trova una semi-intatta, la cui forma lo sgomenta. \u00c8 una conchiglia a forma di cuore, la cui perfezione formale rimanda a un ordine che \u00e8 di questo mondo ma in esso non si esaurisce. \u00c8 come se la bacchetta di un direttore invisibile avesse dato il <em>la<\/em> a un\u2019esecuzione di cui non udiamo che gli echi. E, ancora una volta, ecco emergere dalla contemplazione <strong>la Terra originaria, in una magnifica assenza di umanit\u00e0<\/strong>. \u00c8 ad essa che il piccolo oggetto rinvia: una propriet\u00e0, annota J\u00fcnger, ben nota a quei popoli antichi che utilizzavano le conchiglie come moneta, al posto dell\u2019oro. La sua forma potrebbe condurci<\/p>\n<p><strong>\u00aba fiammeggianti soli. Colui che vaga per la nostra terra la esibisce come un geroglifico. Il guardiano del portone di fiamma vede a quale sublime configurazione \u00e8 adatta la polvere che turbina su questa stella. Qualcosa d\u2019immortale lo illumina. D\u00e0 il suo segnale: la conchiglia si trasforma in ardore incandescente, in luce, in pura irradiazione. Il portone si apre di scatto\u00bb<\/strong>.<\/p>\n<p>Abbiamo detto che la Sardegna segna, in qualche modo, l\u2019approdo di J\u00fcnger ai grandi spazi di una storiografia ultraeuclidea, mostrandogli un territorio innervato da un destino antecedente a quello dei manuali. I nuraghi precedono le piramidi, le mura di Ilio e il palazzo di Agamennone. Un giorno si trova nei pressi di <strong>Punta Molentis<\/strong>, al largo della quale si dice esserci <strong>un antico porto sommerso<\/strong>. Chiss\u00e0, magari a questo porto corrisponde anche una citt\u00e0, secondo un\u2019antica leggenda diffusa in tutte le coste mediterranee. \u00c8 un\u2019immagine molto potente del senso della storia. Come ha scritto <strong>Predrag Matvejevi\u0107 <\/strong>nel suo magnifico <strong><em>Breviario mediterraneo<\/em><\/strong>,<\/p>\n<p><strong>\u00abun porto affondato \u00e8 una specie di necropoli. Divide lo stesso destino delle citt\u00e0 o delle isole sommerse: circondato dagli stessi misteri, accompagnato da questioni simili, seguito dagli stessi ammonimenti. Ciascuno di noi \u00e8 talvolta un porto affondato, nel Mediterraneo\u00bb<\/strong>.<\/p>\n<p>Sempre nei pressi di Punta Molentis, dove un\u2019esile lingua di sabbia separa i due mari, trova un\u2019antichissima grotta, addirittura pi\u00f9 vecchia degli stessi nuraghi. \u00c8 stupefatto: per inquadrare questa rudimentale abitazione, occorre adottare scale temporali molto pi\u00f9 ampie di quelle storiografiche. Luoghi del genere intimano al visitatore di confrontarsi con regioni sommerse del proprio Io, abbandonando gli orpelli mentali usuali:<\/p>\n<p><strong>\u00abA volte, l\u2019uomo \u00e8 costretto dall\u2019urgenza del destino a uscire dai palazzi della storia, a venire al cospetto di questa sua primitiva dimora, a domandarsi se ancora la riconosca, se sia ancora alla sua altezza, se ne sia ancora degno. Qui egli \u00e8 processato e giudicato dall\u2019Immutabile che persiste al fondo della storia\u00bb<\/strong>.<\/p>\n<p>L\u2019uomo tende a ricacciare questo Immutabile in un lontanissimo passato, nell\u2019alba dei tempi. Una sciocchezza: esso \u00e8 <strong>\u00abal centro, nel punto pi\u00f9 interno della foresta, e le civilt\u00e0 gli girano intorno\u00bb<\/strong>. Al pari del <em>mito<\/em> che, come aveva scritto nel <em>Trattato del ribelle<\/em> tre anni prima, non \u00e8 la narrazione dei tempi che furono ma una <em>realt\u00e0<\/em> che si ripresenta quando la storia vacilla sin dalle fondamenta.<\/p>\n<p>Meditando su ci\u00f2 che ha appena visto, con maschera e tubo respiratorio, si getta nell\u2019acqua poco profonda e attraversa la piccola laguna a nuoto. \u00c8 una delle sue attivit\u00e0 preferite, specie in Sardegna. In quel periodo nessuno degli abitanti fa il bagno, ma lui \u00e8 abituato ad altre latitudini, e non perde tempo. C\u2019\u00e8 un vecchio epitaffio, inciso sulle rovine accanto al porto di <strong>Giaffa<\/strong>, nei pressi di Tel Aviv, che recita: <strong>\u00abNuoto, il mare \u00e8 attorno a me, il mare \u00e8 in me, e io sono il mare. In terra non ci sono e mai ci sar\u00f2. Affonder\u00f2 in me stesso, nel mio proprio mare\u00bb<\/strong>. In queste antichissime righe, c\u2019\u00e8 tutto J\u00fcnger, sospeso sulla superficie acquea di un mare cristallino, a riflettere sui sottili legami tra passato e presente, mito e storia.<\/p>\n<p>Teatro di queste incursioni \u00e8 il Mediterraneo, qui inteso in senso pi\u00f9 che geografico. Agor\u00e0 e labirinto, \u00abperduto mare del S\u00e9\u00bb (<strong><em>Janvs<\/em><\/strong>), archivio e sepolcro, corrente e destino, crepuscolo e aurora, apollineo e dionisiaco, <strong>\u00ab\u00e8 una grande patria\u00bb, <\/strong>scrive J\u00fcnger, <strong>\u00abuna dimora antica. A ogni mia nuova visita me ne accorgo con evidenza sempre maggiore; che esista anche nel cosmo, un Mediterraneo?\u00bb<\/strong>. Se \u00e8 vero, come scrive Matvejevi\u0107 nel suo libro gi\u00e0 citato, che <strong>\u00abil Mediterraneo attende da tempo una nuova grande opera sul proprio destino\u00bb<\/strong>, quella di J\u00fcnger potrebbe esserne la bozza. Un destino osservato sulle rocce e sulle piante, abbrivio a d\u00e8i ed eroi omerici, simulacri di battaglie cosmiche che si compiono dall\u2019aurora dei tempi. Tutto ci\u00f2 \u00e8 riflesso nei volti che ha modo d\u2019incontrare, nelle calette in cui si avventura e negli insetti che osserva, con la discrezione di un entomologo professionista. Tutte maschere di una sola cosa:<\/p>\n<p><strong>\u00abTerra sarda, rossa, amara, virile, intessuta in un tappeto di stelle, da tempi immemorabili fiorita d\u2019intatta fioritura ogni primavera, culla primordiale. Le isole sono patria nel senso pi\u00f9 profondo, ultime sedi terrestri prima che abbia inizio il volo nel cosmo. A esse si addice non il linguaggio, ma piuttosto un canto del destino echeggiante sul mare\u00bb<\/strong>.<\/p>\n<p><a href=\"https:\/\/blog.ilgiornale.it\/scarabelli\/files\/2018\/08\/Ju\u0308nger_Terra_Sarda.jpg\"><img loading=\"lazy\" class=\"alignnone size-medium wp-image-469\" src=\"https:\/\/blog.ilgiornale.it\/scarabelli\/files\/2018\/08\/Ju\u0308nger_Terra_Sarda-205x300.jpg\" alt=\"Ju\u0308nger_Terra_Sarda\" width=\"205\" height=\"300\" srcset=\"https:\/\/blog.ilgiornale.it\/scarabelli\/files\/2018\/08\/Ju\u0308nger_Terra_Sarda-205x300.jpg 205w, https:\/\/blog.ilgiornale.it\/scarabelli\/files\/2018\/08\/Ju\u0308nger_Terra_Sarda.jpg 372w\" sizes=\"(max-width: 205px) 100vw, 205px\" \/><\/a>Un mare da cui si accomiater\u00e0 il primo giugno, ma solo per qualche tempo (mediterranea \u00e8 anche, in senso eminente, la <em>certezza del ritorno<\/em>). J\u00fcnger prepara i bagagli, e percorre a ritroso il suo viaggio. Sulla strada verso Cagliari, s\u2019imbatte nei bunker eretti dalla Wehrmacht durante la Seconda guerra mondiale. Forse la foresta se li inghiottir\u00e0. Difficile che invecchino bene, come invece <strong>il Forte di Michelangelo a Civitavecchia, le macchine da guerra di Leonardo o le prigioni di Piranesi<\/strong>\u2026 Prende il treno per Olbia. Dopo settimane di astinenza dalla modernit\u00e0, compra un giornale, solo per vedere <strong>quanto poco il mondo sia cambiato<\/strong>. L\u2019argomento <em>\u00e0 la page<\/em> \u00e8 la bomba atomica, il tono \u00e8 \u00abcome sempre noioso, irritante, indecoroso. Ci si domanda a volte a quale scopo si paghi l\u2019onorario ai filosofi\u00bb. Chiss\u00e0 cosa direbbe oggi, di fronte a certe <em>querelle<\/em> da bettola\u2026 Dopodich\u00e9, in nave fino a Civitavecchia, dove lo attende un treno, diretto a Nord. La linea passa da Carrara, mentre a sinistra c\u2019\u00e8 sempre il mediterraneo, muto spettatore di un dolore non ancora cicatrizzato. <strong>\u00abIl mare \u00e8 una lingua antichissima che non riesco a decifrare\u00bb<\/strong> scrisse il suo amico Jorge Luis Borges nel 1925 (nel saggio <em>Navigazione<\/em>, uscito ne <em>La luna vicina<\/em>).<\/p>\n<p>Il congedo di J\u00fcnger dalla <em>Sardische Heimat<\/em> \u00e8 solo temporaneo. Vi torner\u00e0 diverse volte, finch\u00e9 le condizioni di salute glielo permetteranno. Nato sotto costellazioni settentrionali, in quel lontano 1954 ha subito un fascino cui \u00e8 molto difficile sottrarsi, e ora non pu\u00f2 che rispondere periodicamente a quest\u2019appello. <strong>\u00abMare! Mare! Queste parole passavano di bocca in bocca. Tutti corsero in direzione di esso\u2026 cominciarono a baciarsi gli uni cogli altri, piangendo\u00bb<\/strong> ci rivela <strong>Senofonte<\/strong> nelle <strong><em>Anabasi<\/em><\/strong>, descrivendo la reazione dei soldati greci, dopo un lungo peregrinare a terra, affacciatisi sul Mediterraneo. Furono forse le stesse parole che rimbombarono nelle orecchie del Contemplatore Solitario a bordo di quell\u2019autobus, tra un tornante e l\u2019altro, tra un mare e l\u2019altro, fino a Illador, oasi di un passato martoriato e misteriosa prefigurazione di un destino a venire.<\/p>\n","protected":false},"excerpt":{"rendered":"<p><p>\u00abInsel, insula, isola, Eiland \u2013 parole che nominano un segreto, un che di separato e conchiuso\u00bb: Ernst J\u00fcnger scrisse queste parole a Carloforte. Vi era giunto per la prima volta nel 1955, passando dall\u2019isola di Sant\u2019Antioco, attratto dalla presenza di un insetto che vive solo l\u00ec, la Cicindela campestris saphyrina. Le sue impressioni sull\u2019isola sono riportate nel saggio San Pietro (1957), uscito in italiano nel 2015 nella traduzione di Alessandra Iadicicco. Entomologia a parte, era rimasto folgorato dal luogo, trascorrendovi le vacanze fino al 1978, all\u2019et\u00e0 di ottantatr\u00e9 anni. J\u00fcnger era un amante delle isole, e i suoi diari (molti [&hellip;]<\/p>\n&nbsp;&nbsp;<div class=\"readmore\"><a href=\"https:\/\/blog.ilgiornale.it\/scarabelli\/2018\/08\/10\/terra-sarda-il-mediterraneo-metafisico-di-ernst-junger\/\">Continua a leggere...<\/a><\/div><\/p>","protected":false},"author":1084,"featured_media":0,"comment_status":"open","ping_status":"closed","sticky":false,"template":"","format":"standard","meta":[],"categories":[191088,17018,191191],"tags":[191213,282710,282709,174285,335954,191214,32404,335557,335243,49304,54604,335426],"_links":{"self":[{"href":"https:\/\/blog.ilgiornale.it\/scarabelli\/wp-json\/wp\/v2\/posts\/465"}],"collection":[{"href":"https:\/\/blog.ilgiornale.it\/scarabelli\/wp-json\/wp\/v2\/posts"}],"about":[{"href":"https:\/\/blog.ilgiornale.it\/scarabelli\/wp-json\/wp\/v2\/types\/post"}],"author":[{"embeddable":true,"href":"https:\/\/blog.ilgiornale.it\/scarabelli\/wp-json\/wp\/v2\/users\/1084"}],"replies":[{"embeddable":true,"href":"https:\/\/blog.ilgiornale.it\/scarabelli\/wp-json\/wp\/v2\/comments?post=465"}],"version-history":[{"count":1,"href":"https:\/\/blog.ilgiornale.it\/scarabelli\/wp-json\/wp\/v2\/posts\/465\/revisions"}],"predecessor-version":[{"id":471,"href":"https:\/\/blog.ilgiornale.it\/scarabelli\/wp-json\/wp\/v2\/posts\/465\/revisions\/471"}],"wp:attachment":[{"href":"https:\/\/blog.ilgiornale.it\/scarabelli\/wp-json\/wp\/v2\/media?parent=465"}],"wp:term":[{"taxonomy":"category","embeddable":true,"href":"https:\/\/blog.ilgiornale.it\/scarabelli\/wp-json\/wp\/v2\/categories?post=465"},{"taxonomy":"post_tag","embeddable":true,"href":"https:\/\/blog.ilgiornale.it\/scarabelli\/wp-json\/wp\/v2\/tags?post=465"}],"curies":[{"name":"wp","href":"https:\/\/api.w.org\/{rel}","templated":true}]}}