{"id":635,"date":"2020-08-14T09:22:10","date_gmt":"2020-08-14T07:22:10","guid":{"rendered":"https:\/\/blog.ilgiornale.it\/scarabelli\/?p=635"},"modified":"2020-08-14T09:22:10","modified_gmt":"2020-08-14T07:22:10","slug":"sylvain-tesson-passaggi-al-bosco","status":"publish","type":"post","link":"https:\/\/blog.ilgiornale.it\/scarabelli\/2020\/08\/14\/sylvain-tesson-passaggi-al-bosco\/","title":{"rendered":"Sylvain Tesson: passaggi al bosco"},"content":{"rendered":"<p><em><a href=\"https:\/\/blog.ilgiornale.it\/scarabelli\/files\/2020\/08\/Tesson_Siberia-scaled.jpg\"><img loading=\"lazy\" class=\"alignnone size-medium wp-image-637\" src=\"https:\/\/blog.ilgiornale.it\/scarabelli\/files\/2020\/08\/Tesson_Siberia-300x208.jpg\" alt=\"\" width=\"300\" height=\"208\" srcset=\"https:\/\/blog.ilgiornale.it\/scarabelli\/files\/2020\/08\/Tesson_Siberia-300x208.jpg 300w, https:\/\/blog.ilgiornale.it\/scarabelli\/files\/2020\/08\/Tesson_Siberia-1024x710.jpg 1024w, https:\/\/blog.ilgiornale.it\/scarabelli\/files\/2020\/08\/Tesson_Siberia-768x532.jpg 768w, https:\/\/blog.ilgiornale.it\/scarabelli\/files\/2020\/08\/Tesson_Siberia-1536x1064.jpg 1536w, https:\/\/blog.ilgiornale.it\/scarabelli\/files\/2020\/08\/Tesson_Siberia-2048x1419.jpg 2048w\" sizes=\"(max-width: 300px) 100vw, 300px\" \/><\/a>Nomen omen<\/em> recita un antico adagio, che vede nel nome il presagio, l\u2019annuncio <em>numinoso<\/em> di quanto sar\u00e0. Sylvain Tesson medit\u00f2 a lungo sulla locuzione latina tra il febbraio e il luglio del 2010, nella solitudine di una capanna sulle sponde del <strong>lago Bajkal<\/strong> (in mongolo <em>Dalai-Nor<\/em>, \u201cMare sacro\u201d) nella Siberia meridionale, fra l\u2019<em>oblast\u2019<\/em> di Irkutsk e la repubblica di Buriazia. Per affrontare quel lungo ritiro \u2013 il primo paese nelle vicinanze era a centoventi chilometri \u2013 si port\u00f2 dietro una gran quantit\u00e0 di libri, sigari e vodka. Per sei mesi le sue uniche occupazioni furono tagliare la legna, pescare per mangiare, osservare il mutare del lago e il progressivo disgelo primaverile, acclimatarsi a quello sbalzo dalla \u201ctomba\u201d della citt\u00e0 al \u201ctempio\u201d sacro della taiga. Il diario di quell\u2019esperienza \u00e8 raccolto nel magnifico <strong><em>Nelle foreste siberiane<\/em><\/strong>, edito da <strong>Sellerio<\/strong> nel 2012, termometro letterario di una trasformazione interiore coadiuvata dalla cinquantina di libri che Tesson si porta dietro, per riempire i lunghi mesi nelle foreste. Titoli che dicono molto dello spirito con cui lo scrittore affront\u00f2 la sua \u201cuscita dal mondo\u201d. Eccone qualcuno: <em>Trattato sulla disperazione<\/em> di S\u00f8ren Kierkegaard; <em>Un taxi color malva<\/em> di <strong>Michel D\u00e9on<\/strong>; <em>Gilles<\/em> di <strong>Drieu La Rochelle<\/strong>; <em>Walden<\/em> di Thoureau (ovviamente); <em>Le Chant du monde<\/em> di <strong>Jean Giono<\/strong>; <em>Il sole offuscato<\/em> di Paul Morand; i<em> Carnets<\/em> di <strong>Montherlant<\/strong>; <em>Il mito dell\u2019eterno ritorno<\/em> di <strong>Eliade<\/strong>; <em>Il padiglione d\u2019oro<\/em> di <strong>Mishima<\/strong>. E poi, le opere di D. H. Lawrence, <strong>Ernst J\u00fcnger<\/strong> (<em>Trattato del ribelle<\/em>, <em>Avvicinamenti<\/em>, <em>Il nodo di Gordio<\/em>, <em>Ludi africani<\/em> e <em>Siebzig verweht<\/em>), James Ellroy, Dashiel Hammett e Capote, Schopenhauer e <em>Le Mille e una Notte<\/em>, Marguerite Yourcenar e Shakespeare, Chr\u00e9tien de Troyes e Romain Gary\u2026<\/p>\n<p>Letture che agiscono come un detonatore nella sconfinata solitudine siderale, rivelando al diarista l\u2019<em>omen<\/em> contenuto nel suo <em>omen<\/em>. <em>Tesson<\/em> significa infatti <strong>coccio<\/strong>, il <strong>frammento<\/strong> \u00abche ha nostalgia dell\u2019unit\u00e0 perduta e che cerca di riconnettersi al tutto\u00bb. E lo fa in una capanna nei boschi, secondo la vocazione \u201csilvana\u201d racchiusa a sua volta in un nome di battesimo che evoca selve e foreste. La congiunzione segreta tra \u201csilvano\u201d e \u201cframmentario\u201d riunisce cos\u00ec i molteplici rivoli di quell\u2019esperienza: <strong>spazio e solitudine, tempo e silenzio, vita dura e meraviglie naturali<\/strong>. Il loro estuario \u00e8 quel diario, \u201cframmento silvano\u201d che ambisce a tornare totalit\u00e0.<\/p>\n<p>Un\u2019esperienza possibile solo in una condizione di cattivit\u00e0 assoluta, ricercata e chirurgicamente sperimentata, finalizzata a misurare anzitutto il rapporto che l\u2019uomo intrattiene con il tempo, in una societ\u00e0 la cui vocazione \u00e8 semmai divorare lo spazio, nell\u2019utopia internettiana del \u201ctempo reale\u201d. E <strong>alla <em>padronanza<\/em> dello spazio Tesson preferisce la <em>libert\u00e0<\/em> nel tempo<\/strong>, basata sull\u2019accettazione di s\u00e9, sul confronto con le proprie fratture, con una tettonica a zolle tutta interiore: \u00abL\u2019eremita deve rispondere a una domanda. <strong>\u00c8 possibile sopportare se stessi?<\/strong>\u00bb.<\/p>\n<p>Una domanda elusa in continuazione, se non addirittura esorcizzata, dalla societ\u00e0 contemporanea. Basata sull\u2019aggregazione coatta di monadi individuali, omogeneizzate e aggregate dai Vangeli laici della dittatura dei consumi, \u00abnon ama gli eremiti. Stigmatizza la disinvoltura del solitario che lascia agli altri il suo \u201c<strong>continuate pure senza di me<\/strong>\u201d\u00bb. Una realt\u00e0 che ha imparato a fagocitare pure le \u201cdissidenze\u201d, facendone vettori da controllare e gestire, invitando nuove minoranze a un gioco continuo e ininterrotto, promettendo un posto al sole a tutti, ma che proprio non riesce a tollerare chi si estranea, rovesciando la scacchiera. L\u2019eremita, in queste pagine, \u00e8 l\u2019antidoto vivente ai ribelli da salotto, agli anarchici stipendiati, ai bombaroli che rafforzano l\u2019ordine costituito, ai conformisti dell\u2019anticonformismo: \u00ab<strong>L\u2019eremita<\/strong> ignora l\u2019appello della civilt\u00e0, ne rappresenta la critica vivente. <strong>Svilisce il contratto sociale<\/strong>. Come accettare un uomo che passa il confine e si affida al primo soffio di vento?\u00bb.<\/p>\n<p>Questo commiato dalla civilt\u00e0 in direzione di una natura incontaminata non \u00e8 un puerile appello romantico dal fondo piccolo-borghese, stile <em>Into the wild<\/em>, ma l\u2019esatto opposto: \u00ab<strong>Gli hippy volevano sottrarsi a un ordine che li opprimeva, i nuovi uomini dei boschi vorrebbero sfuggire a un disordine che li avvilisce<\/strong>\u00bb. \u00a0Nessun infantile ribellismo, dunque, ma ricerca di un superiore senso del reale, di una Nuova Oggettivit\u00e0.<\/p>\n<p><a href=\"https:\/\/blog.ilgiornale.it\/scarabelli\/files\/2020\/08\/Sylvain_Tesson.jpg\"><img loading=\"lazy\" class=\"alignnone size-medium wp-image-638\" src=\"https:\/\/blog.ilgiornale.it\/scarabelli\/files\/2020\/08\/Sylvain_Tesson-300x182.jpg\" alt=\"\" width=\"300\" height=\"182\" srcset=\"https:\/\/blog.ilgiornale.it\/scarabelli\/files\/2020\/08\/Sylvain_Tesson-300x182.jpg 300w, https:\/\/blog.ilgiornale.it\/scarabelli\/files\/2020\/08\/Sylvain_Tesson-768x466.jpg 768w, https:\/\/blog.ilgiornale.it\/scarabelli\/files\/2020\/08\/Sylvain_Tesson.jpg 923w\" sizes=\"(max-width: 300px) 100vw, 300px\" \/><\/a>Basta dare un\u2019occhiata al gi\u00e0 citato bagaglio bibliografico di Tesson, dove domina incontrastato <strong>Ernst J\u00fcnger<\/strong> con cinque titoli, tra cui <strong><em>Il trattato del ribelle<\/em><\/strong>. Il cui senso, spesso frainteso, \u00e8 che il <strong><em>Waldg\u00e4nger<\/em><\/strong>, colui che passa al bosco per resistere allo strapotere della civilt\u00e0, non deve necessariamente fuggire, alienandosi dal mondo. Al contrario, pu\u00f2 esercitare la propria dissidenza anche rimanendo nella sua comunit\u00e0, agendo <em>come se <\/em>si trovasse in un bosco, operando nelle retrovie, magari nell\u2019anonimato di una professione qualunque, per poi <strong>intervenire al momento<\/strong> <strong>decisivo<\/strong>. (Auto)esiliatosi nella citt\u00e0 a cui ha giurato vendetta, il futuro <strong>Anarca<\/strong> non partecipa a scontri o manifestazioni, affilando le proprie armi per partecipare a un solo scontro. Quello finale. Una sapienza che emerge anche tra le pagine di Tesson: \u00abNon occorre rifugiarsi nella foresta; l\u2019ascetismo rivoluzionario si pu\u00f2 praticare in ambiente urbano\u00bb. \u00c8 sufficiente solo <strong>decolonizzare il proprio immaginario<\/strong>, mantenendosi impermeabili alle sirene della societ\u00e0 moderna; sulle rive del lago Bajkal, Tesson riflette attentamente sul \u201csuo\u201d mondo: <strong>\u00abIl paese si prostituisce all\u2019industria e una nuova razza di tecnocrati-affaristi disserta su temi sociopolitici astratti e specula sulla tecnica. \u00c8 l\u2019agonia di un mondo. Il progresso toglie sostanza al mondo. La demenza \u201cprometeica\u201d infiacchisce l\u2019uomo nel fracasso delle macchine\u00bb. <\/strong>Una tendenza che finisce per irretire <em>tutto<\/em> e <em>tutti<\/em>. Usando i silenzi silvani come pietra di paragone, Tesson misura la pervasivit\u00e0 assoluta di una modernit\u00e0 dalla vocazione essenzialmente suicida: <strong>\u00abLo Stato vede tutto; nella foresta si vive nascosti. Lo Stato sente tutto; la foresta \u00e8 il tempio del silenzio. Lo Stato controlla tutto; qui sono in vigore codici antichissimi. Lo Stato vuole sudditi obbedienti, cuori aridi in corpi presentabili; la taiga trasforma l\u2019uomo in un selvaggio e libera la sua anima\u00bb.<\/strong><\/p>\n<p>Alla ricerca del nuovo a tutti i costi che connota il paradigma consumista, la taiga oppone una nuova scuola \u201ccontrorivoluzionaria\u201d, anzi \u201creazionaria\u201d (\u00ab<strong>Sono talmente reazionario da preferire l\u2019inizio delle mie frasi alla loro fine<\/strong>\u00bb aveva scritto in <em>Une tr\u00e8s l\u00e9g\u00e8re oscillation<\/em>, edito nel 2017): l\u2019idea di inscriversi nell\u2019eterno ritorno delle stagioni, di incontrare gli d\u00e8i nelle forme cangianti del divenire, ponendosi in ascolto del <strong>Genius Loci<\/strong>, una bestemmia agli occhi di un sistema che vuole annichilire le specificit\u00e0 dei luoghi operando un\u2019asfissiante omogeneizzazione, esportando modi di vita su scala planetaria e condannando all\u2019oblio quelli pi\u00f9 refrattari a essere fagocitati. Oltre a un <em>politicamente corretto<\/em>, esiste anche un <strong><em>geograficamente corretto<\/em><\/strong>.<\/p>\n<p>Ripercorrendo retrospettivamente la produzione letteraria di Tesson (di recente pubblicazione \u00e8 <em>La pantera delle nevi<\/em>), non \u00e8 forse un caso che sia prevalentemente <strong>diaristica<\/strong>. Il <em>Journal<\/em> \u00e8 infatti una misurazione quotidiana del proprio Io, termometro delle trasformazioni stimolate da una certa esperienza. Tenere un diario, come scrisse <strong>Dominique Venner<\/strong> nel suo libro-testamento <em>Un samurai d\u2019Occidente<\/em>, \u00e8 una scuola dura, la sola capace di sondare uno stile, un carattere, in questo caso il destino di chi sceglie di isolarsi per affrontare la prova del fuoco della solitudine, sempre pi\u00f9 esorcizzata da una contemporaneit\u00e0 che ci vuole sociali e socievoli, perennemente \u201cvisibili\u201d e interconnessi:<\/p>\n<p><strong>\u00abLa solitudine \u00e8 una rivolta. Ritirarsi nella propria capanna significa uscire dal campo degli schemi di controllo. L\u2019eremita scompare. Non lascia pi\u00f9 tracce digitali, non invia impulsi telefonici n\u00e9 ordini bancari. Si spoglia di qualunque identit\u00e0\u00bb.<\/strong><\/p>\n<p>\u00c8 la stessa visione che emerge in un altro diario di Tesson,<em> <strong>Sentieri neri<\/strong><\/em>, edito sempre da Sellerio nel 2018. Dopo un periodo terribile, che ha visto vacillare qualsiasi certezza, a livello lavorativo e familiare (quell\u2019anno muore sua madre), il Nostro \u00e8 stremato. Una sera, mentre sta passeggiando sul tetto di casa sua, ubriaco fradicio, perde l\u2019equilibrio e cade a terra. Un volo di otto metri \u2013 costole, vertebre e ossa del cranio fracassate. Ricoverato e salvato <em>in extremis<\/em>, gli si prospetta un\u2019estate di riabilitazione su qualche <em>tapis roulant<\/em> (grandioso simbolo del nostro tempo, per chi non lo sapesse, il <strong><em>tapis roulant<\/em><\/strong> \u00e8 l\u2019evoluzione di uno strumento di tortura impiegato nelle carceri inglesi a partire dal 1818, che costringeva il malcapitato a camminare per ore e ore). Ma che farsene di ammennicoli del genere quando c\u2019\u00e8 una Francia in cui camminare, <strong>una Francia ancora immune alla modernizzazione e all\u2019urbanizzazione, aperta al mistero e allergica alla rapacit\u00e0 della pianificazione<\/strong>? Il \u201ccoccio-Tesson\u201d non ha dubbi in merito: per l\u2019ennesima volta, diverr\u00e0 \u201csilvano\u201d. Recuperer\u00e0 le sue forze sui sentieri, misurandosi sotto i cieli francesi e tra le foreste, all\u2019aria aperta e non recluso tra le quattro mura di una palestra.<\/p>\n<p>Ma i sentieri scelti da Tesson non sono quelli destinati al <em>jogging<\/em> o al <em>trekking<\/em> di casalinghe e politici, agli escursionisti, alle famigliole domenicali, agli sportivi o ad attorucoli in vena di \u201cambientalismo\u201d, puntellati da cartelli, bar e tavoli per i picnic. Tesson sceglie come personalissima cura i \u201csentieri neri\u201d, malmessi e trasversali, rurali, \u00abpiste pastorali istituite dal catasto, punti di accesso per i servizi forestali, linee di confine, antiche <em>viae<\/em> quasi prive di manutenzione\u00bb. Sono luoghi caduti nell\u2019oblio, dove pochissimi si spingono e domina incontrastato il silenzio: \u00ab<strong>Autentici varchi segreti, i <em>sentieri neri<\/em> evocavano il ricordo di una Francia che si spostava a piedi; erano la rete stradale di un Paese che a suo tempo era stato agricolo<\/strong>\u00bb. Sono simili ai tragitti descritti negli anni Ottanta dallo scrittore provenzale <strong>Ren\u00e9 Fregni<\/strong> nel suo <strong><em>Les chemins noirs<\/em><\/strong>, percorsi da un giovane refrattario alla leva, in fuga dai militari. Stradine attraversate da anonimi (sui sentieri neri nessuno si presenta, domina l\u2019impersonalit\u00e0, il <em>nomen <\/em>ha ceduto definitivamente il passo all\u2019<em>omen<\/em>) e affollate da fantasmi, autentiche fuoriuscite dalla storia e avvicinamenti a un senso dell\u2019esistenza che potrebbe essere definito <em>cosmico<\/em>: \u00ab<strong>Certi uomini sperano di passare alla storia; noi preferiamo sparire dalla geografia<\/strong>\u00bb.<\/p>\n<p><a href=\"https:\/\/blog.ilgiornale.it\/scarabelli\/files\/2020\/08\/Sentieri_Neri.jpg\"><img loading=\"lazy\" class=\"alignnone size-medium wp-image-636\" src=\"https:\/\/blog.ilgiornale.it\/scarabelli\/files\/2020\/08\/Sentieri_Neri-193x300.jpg\" alt=\"\" width=\"193\" height=\"300\" srcset=\"https:\/\/blog.ilgiornale.it\/scarabelli\/files\/2020\/08\/Sentieri_Neri-193x300.jpg 193w, https:\/\/blog.ilgiornale.it\/scarabelli\/files\/2020\/08\/Sentieri_Neri.jpg 425w\" sizes=\"(max-width: 193px) 100vw, 193px\" \/><\/a>Oltre a favorire la sua ripresa fisica, insomma, l\u2019itinerario di Tesson \u00e8 per l\u2019ennesima volta soprattutto esistenziale: \u00abI <em>sentieri neri<\/em> potevano anche definire i processi mentali che avremmo adottato per <strong>sottrarci al nostro tempo<\/strong>, si sarebbero prolungati dentro di noi fino a costruire una cartografia mentale dell\u2019<em>evitamento<\/em>\u00bb. Come gi\u00e0 registrato nei diari siberiani, queste pagine non celano alcuna pretesa rivoluzionaria n\u00e9 palingenetica, ma una scelta <em>estetica<\/em>, finalizzata a sottrarsi al meccanismo, all\u2019intruppamento passivo, alla continua sorveglianza e al controllo occhiuto di un sistema schizofrenico. Un codice inflessibile, capace di forgiare una nuova forma di umanit\u00e0, un\u2019ideale \u201c<strong>confraternita dei sentieri neri<\/strong>\u201d costituita da chi si muove controcorrente, percorrendo <em>\u00e0 rebours<\/em> il cammino della Storia, cui pu\u00f2 accedere solo chi tiene alla propria libert\u00e0 sopra ogni altra cosa, difendendola dal <em>panopticon<\/em> di potere e media. Questo il motto \u2013 epicureo \u2013 della societ\u00e0: \u00ab<strong>Fai dimenticare che sei vivo<\/strong>\u00bb. Sui <em>sentieri neri<\/em>, scrive Tesson, si sperimenta <strong>un nuovo tipo di signoria<\/strong>: quella su di s\u00e9, sul proprio corpo e sui propri pensieri, riallineati nel cammino, tra sentieri soleggiati e angoli umbratili, sparute conoscenze e incontri fugaci, slancio verticale e riappropriazione del tempo perduto.<\/p>\n<p>Insieme alla temporalit\u00e0, la strada ci permette di riguadagnare il senso autentico del movimento, in una fase storica in cui tutto \u00e8 letteralmente in moto, sottoposto alla <strong>Mobilitazione Totale<\/strong> di j\u00fcngeriana memoria: \u00ab<strong>Nel villaggio globale, ognuno attende il suo turno per un giro di valzer<\/strong>\u00bb. Alle vecchie et\u00e0 storiche codificate, segnate da una relativa immobilit\u00e0, ne segue una convulsa e febbrile, nella quale ogni cultura, per sopravvivere e ottenere un riconoscimento, deve mobilitarsi e mobilitare, consacrandosi alla fluidit\u00e0 e ai \u201ccontatti\u201d:<\/p>\n<p><strong>\u00abL\u2019ode alla \u201cdiversit\u00e0\u201d, allo \u201cscambio\u201d e alla \u201ccomunicazione\u201d tra gli \u201cuniversi\u201d era il nuovo catechismo diffuso dai professionisti europei della produzione culturale. Questo morbo di Parkinson della Storia si chiamava globalizzazione\u00bb.<\/strong><\/p>\n<p>La sua cifra \u00e8 l\u2019annullamento delle distanze, nell\u2019<strong>ottica ludico-turistica mondialista<\/strong>, che riduce il globo a una somma aritmetica di aeroporti tutti uguali, a detrimento di quelle differenze che solo il camminare rivela essere la carne viva dell\u2019uomo e delle civilt\u00e0.<\/p>\n<p>\u00c8 contro la dittatura dell\u2019uniformit\u00e0 a stagliarsi l\u2019<strong><em>iter in silvis <\/em>tessoniano<\/strong>, denuncia del \u201cdispositivo\u201d, insieme dei condizionamenti che operano sul corpo sociale. Come funziona il <strong>dispositivo<\/strong>? Tesson offre un esempio molto illuminante. Esiste un vermicello microscopico, il <em>dicrocoelium dendriticum<\/em>, che infesta le formiche, paralizzandone i movimenti, cosicch\u00e9 queste sono divorate dai grandi erbivori, futuri ospiti del parassita. Non credo ci sia migliore metafora per definire la <strong>tecnocrazia odierna<\/strong>. Ebbene, scrive Tesson, \u00absui sentieri ci inoltravamo nel silenzio sottraendoci al suo influsso\u00bb.<\/p>\n<p>Quelli ricordati sono solo alcuni dei passaggi al bosco compiuti da un intellettuale controcorrente e non allineato, che ci indica la necessit\u00e0 di individuare <strong>gli interstizi della realt\u00e0<\/strong>, le aperture verso <em>qualcos\u2019altro<\/em>, come ultima possibilit\u00e0 di mantenere una libert\u00e0 e un\u2019integrit\u00e0 nel mondo odierno, dimostrando di possedere ancora un volto dietro alla maschera, un <em>omen<\/em> dietro un <em>nomen<\/em>.<\/p>\n","protected":false},"excerpt":{"rendered":"<p><p>Nomen omen recita un antico adagio, che vede nel nome il presagio, l\u2019annuncio numinoso di quanto sar\u00e0. Sylvain Tesson medit\u00f2 a lungo sulla locuzione latina tra il febbraio e il luglio del 2010, nella solitudine di una capanna sulle sponde del lago Bajkal (in mongolo Dalai-Nor, \u201cMare sacro\u201d) nella Siberia meridionale, fra l\u2019oblast\u2019 di Irkutsk e la repubblica di Buriazia. Per affrontare quel lungo ritiro \u2013 il primo paese nelle vicinanze era a centoventi chilometri \u2013 si port\u00f2 dietro una gran quantit\u00e0 di libri, sigari e vodka. 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