{"id":745,"date":"2024-11-08T12:11:00","date_gmt":"2024-11-08T11:11:00","guid":{"rendered":"https:\/\/blog.ilgiornale.it\/scarabelli\/?p=745"},"modified":"2024-11-08T12:42:30","modified_gmt":"2024-11-08T11:42:30","slug":"canone-mediterraneo-una-mostra-e-una-rivista","status":"publish","type":"post","link":"https:\/\/blog.ilgiornale.it\/scarabelli\/2024\/11\/08\/canone-mediterraneo-una-mostra-e-una-rivista\/","title":{"rendered":"Canone mediterraneo \u2013 una mostra e una rivista"},"content":{"rendered":"<p><a href=\"https:\/\/blog.ilgiornale.it\/scarabelli\/files\/2024\/11\/IMG-20241108-WA0014.jpg\"><img loading=\"lazy\" class=\"alignnone size-medium wp-image-746\" src=\"https:\/\/blog.ilgiornale.it\/scarabelli\/files\/2024\/11\/IMG-20241108-WA0014-206x300.jpg\" alt=\"\" width=\"206\" height=\"300\" srcset=\"https:\/\/blog.ilgiornale.it\/scarabelli\/files\/2024\/11\/IMG-20241108-WA0014-206x300.jpg 206w, https:\/\/blog.ilgiornale.it\/scarabelli\/files\/2024\/11\/IMG-20241108-WA0014-704x1024.jpg 704w, https:\/\/blog.ilgiornale.it\/scarabelli\/files\/2024\/11\/IMG-20241108-WA0014-768x1117.jpg 768w, https:\/\/blog.ilgiornale.it\/scarabelli\/files\/2024\/11\/IMG-20241108-WA0014.jpg 880w\" sizes=\"(max-width: 206px) 100vw, 206px\" \/><\/a>Vari sono gli elementi che legano l\u2019ultimo numero della rivista \u00abAntar\u00e8s\u00bb (Bietti) alla mostra <strong><em>Cyprea. La rete di Afrodite<\/em><\/strong>, inaugurata il 27 settembre al <strong>Museo del Foro Romano<\/strong>. Non \u00e8 solo il fatto che il fascicolo in questione, intitolato <strong><em>DissacrArte<\/em><\/strong> e curato da <strong>Luca Siniscalco<\/strong>, sia stato presentato qualche giorno fa nei locali dell\u2019esposizione, insieme al suo ricco catalogo, pubblicato da <strong>Leuc\u00f2 Art Edition<\/strong>, n\u00e9 la circostanza che tre degli artisti esposti \u2013 <strong>Nicola Verlato<\/strong>, <strong>Gabriels<\/strong> e <strong>Stefania Pennacchio<\/strong> \u2013 siano presenti anche sulle colonne di \u00abAntar\u00e8s\u00bb, insieme a molti altri, tra cui <strong>Giorgio Calcara<\/strong>, curatore di <em>Cyprea<\/em>. Accomuna i due progetti, incontratisi nel tempio della Dea e introdotti dall&#8217;archeologa Alfonsina Russo, direttore del Parco Archeologico del Colosseo, il tentativo di fondere senza confondere <strong>moderno e arcaico<\/strong>, riannodando il primo al secondo. Qui risiede il senso della mostra, che, nella direzione artistica di Stefania Pennacchio e scientifica di <strong>Fulvia Toscano<\/strong>, lega geograficamente Roma e Naxos\/Taormina, Pafos e Nicosia, accostando ai nomi gi\u00e0 citati quello dell\u2019italiana <strong>Rosa Mundi<\/strong>, insieme agli artisti ciprioti <strong>Vassilis Vassiliades<\/strong>, <strong>Panikos Tembriotis<\/strong>, <strong>Eleni Kindini <\/strong>e <strong>Lefteris Tapas<\/strong>. Riaffermazione del legame classico tra bellezza e virt\u00f9, etica ed estetica, <em>Cyprea<\/em> \u00e8 un inno non tanto e non soltanto alla <strong>potenza generatrice connessa alla sfera del femminino<\/strong>, ma alla sua continuit\u00e0, che nel <strong>Mediterraneo<\/strong> vede la propria, e spirituale, patria elettiva.<br \/>\nSe la mostra mappa la geografia di questa celebrazione, \u00abAntar\u00e8s\u00bb \u2013 e qui, forse, risiede la continuit\u00e0 dei due progetti \u2013 ne traccia il \u201cluogo storico\u201d, coagulato nei tre termini del sottotitolo, <em>sacro<\/em> e <em>arte contemporanea<\/em>, indagati a partire dalla nozione di <em>avanguardia<\/em>, cio\u00e8 \u2013 come sostenuto da studiosi di estetica di ogni latitudine e longitudine \u2013 <strong>il primato della forma sul contenuto<\/strong> nella riflessione estetica. Un <em>modus operandi<\/em> sorto dalle ceneri del tentativo tutto romantico di dire l\u2019Assoluto al di fuori del canone iconografico \u2013 segnatamente cristiano \u2013 imperante nei secoli precedenti. \u00c8 l\u2019abbandono della mimesi a profitto di una creativit\u00e0 affidata al singolo e non pi\u00f9 all\u2019aderenza a un canone religioso, che suscita per la prima volta il problema non di <em>cosa<\/em> raffigurare, ma di <em>come<\/em> raffigurarlo. Una sorta di fenomenologia della percezione, che si assume come compito quello di sviscerare <strong>i meccanismi che ci fanno conoscere<\/strong> \u2013 e, in seconda battuta, <strong>rappresentare<\/strong> \u2013 il reale. \u00c8, in poche parole, l\u2019\u00abepoca dell\u2019immagine del mondo\u00bb di cui ha parlato Martin <strong>Heidegger<\/strong> in un suo famoso saggio.<br \/>\nMolti sono gli astri di questa costellazione, che tiene a battesimo la modernit\u00e0, culminando nel suo apogeo \u2013 ancorch\u00e9 critico. L\u2019impressionismo, che immortala il colpo d\u2019occhio sul reale, risolvendo il luogo \u201cin s\u00e9\u201d (ammesso che questa espressione voglia dire qualcosa) nella configurazione luminosa che raggiunge il nostro sguardo. Niente di nuovo, a dire il vero, sennonch\u00e9 in questo caso \u00e8 il medium fotografico a dettare il passo \u2013 Walter<strong> Benjamin<\/strong> ha dedicato al tema pagine straordinarie, nella sua <em>Piccola storia della fotografia<\/em>, del 1931. <strong>L\u2019occhio meccanico che si chiude sul reale e quello dell\u2019artista sono sempre pi\u00f9 simili.<\/strong> Poco importa il soggetto rappresentato: a contare \u00e8 l\u2019esattezza della rappresentazione. Il <em>come<\/em>, appunto.<br \/>\nFacendo un salto di qualche decennio, vediamo come il futurismo rientri nello stesso quadro, nel riprodurre un reale visto come una geometria di forze e velocit\u00e0. L\u2019occhio dell\u2019artista si fa dinamico, immergendo la creativit\u00e0 rappresentante nella rappresentata dinamica delle cose, degli uomini, della Storia. Lo stesso dicasi del cubismo, che pluralizza la percezione, introducendovi la <strong>dimensione verticale della temporalit\u00e0 <\/strong>(Bergson) e sfaccettando gli oggetti. Per quale motivo? Semplicemente perch\u00e9 \u00e8 <em>cos\u00ec<\/em> che noi tutti percepiamo. Nessuno vede un oggetto solo frontalmente. Ed \u00e8 <em>cos\u00ec<\/em> che, quindi, <em>dobbiamo<\/em> rappresentare ci\u00f2 che ci si para innanzi tutti i santi giorni. Il dipinto diviene dunque la somma delle facce del reale, <em>cio\u00e8<\/em> <strong>l\u2019aritmetica dei suoi predicati temporali<\/strong>. Una ennesima fenomenologia della percezione, la stessa che nel 2018 ha spinto l\u2019artista pakistano <strong>Omar Aqil<\/strong> a rifare in 3D sei opere picassiane, strutturando plasticamente le dimensioni giustapposte sulla tela dall\u2019artefice di <strong><em>Guernica<\/em><\/strong> (a sua volta somma di diapositive dell\u2019orrore incapaci di costituire una totalit\u00e0 percettiva).<br \/>\nNella modernit\u00e0, la possibilit\u00e0 di raggiungere una visione panoramica del reale si proietta sulle opere come <strong>un\u2019ombra<\/strong>. Venuto meno il supporto \u201ccontenutistico\u201d religioso, spetta ora all\u2019artista individuare il termine medio tra il \u201creale\u201d e la sua rappresentazione. Stabilire il <em>come<\/em>, appunto, e su di esso rifondare il Canone Occidentale. Anche perch\u00e9, stando alle pagine dedicate al tema da Harold Bloom, esiste <strong>un modo canonico di infrangere il Canone<\/strong>, che d\u2019altronde <strong>non \u00e8 conservatore ma rivoluzionario<\/strong>, checch\u00e9 ne dicano le \u201cscuole del risentimento\u201d e le \u201cculture del piagnisteo\u201d (<strong>Hughes<\/strong>).<br \/>\nLo sbilanciamento dal rappresentato al rappresentante pone il problema della libert\u00e0 dell\u2019artista (\u00ablibert\u00e0 ed egoismo\u00bb scrisse il dadaista filosofale Julius<strong> Evola<\/strong>), che per la prima volta \u00e8 rimesso a s\u00e9 stesso, alla sua singolarit\u00e0 \u2013 remissione che spesso non manca di generare performance grottesche, quelle di cui <strong>Paolo Sorrentino<\/strong> ha offerto una feroce caricatura ne <em>La grande bellezza<\/em>.<br \/>\nMa c\u2019\u00e8 <strong>un\u2019altra possibilit\u00e0<\/strong>, testimoniata appunto dalla rivista e dalla mostra di cui stiamo parlando.<br \/>\nMesso al bando come soggetto da riprodurre, il sacro riemerge come <strong>modalit\u00e0 percettiva<\/strong>, facendosi vettore di un nuovo modo di indagare \u2013 e, ancora una volta, rappresentare \u2013 le cose del mondo. Non \u00e8 dunque un caso che le avanguardie siano piene di tracce, per cos\u00ec dire, simbolico-archetipiche. Vari volumi sono stati dedicati al <strong>\u201cfuturismo esoterico\u201d<\/strong>, a partire da figure come lo stesso Marinetti, ma anche e soprattutto Ginna (al secolo Arnaldo Ginanni Corradini), Giacomo Balla e Gerardo Dottori, ed \u00e8 noto l\u2019influsso di un certo tipo d\u2019arte sacra su Tristan Tzara e altri <strong>dadaisti<\/strong>, come Georges Ribemont-Dessaignes. Per poi non parlare del surrealismo, con le inchieste sull\u2019arte magica di <strong>Andr\u00e9 Breton<\/strong>.<\/p>\n<p><a href=\"https:\/\/blog.ilgiornale.it\/scarabelli\/files\/2024\/11\/DissacrArte.jpg\"><img loading=\"lazy\" class=\"alignnone size-medium wp-image-747\" src=\"https:\/\/blog.ilgiornale.it\/scarabelli\/files\/2024\/11\/DissacrArte-212x300.jpg\" alt=\"\" width=\"212\" height=\"300\" srcset=\"https:\/\/blog.ilgiornale.it\/scarabelli\/files\/2024\/11\/DissacrArte-212x300.jpg 212w, https:\/\/blog.ilgiornale.it\/scarabelli\/files\/2024\/11\/DissacrArte-724x1024.jpg 724w, https:\/\/blog.ilgiornale.it\/scarabelli\/files\/2024\/11\/DissacrArte-768x1087.jpg 768w, https:\/\/blog.ilgiornale.it\/scarabelli\/files\/2024\/11\/DissacrArte-1086x1536.jpg 1086w, https:\/\/blog.ilgiornale.it\/scarabelli\/files\/2024\/11\/DissacrArte.jpg 1200w\" sizes=\"(max-width: 212px) 100vw, 212px\" \/><\/a>Il sacro, dunque, \u201cesce\u201d dal canone solo per orientarlo in modo pi\u00f9 radicale \u2013 e questo accade anche oggi, come appunto documentato in <em>DissacrArte<\/em>, che \u201carruola\u201d una trentina di artisti italiani e internazionali insieme a un nutrito novero di critici, filosofi e studiosi di estetica. Nel dialogo tra le loro pagine e opere si sviluppa un\u2019<em>avanguardia<\/em> tesa a recuperare <strong>le radici sacre del nostro essere al mondo<\/strong>, mostrando come miti e simboli non siano realt\u00e0 arcaiche perse agli albori delle civilt\u00e0, ma <strong>forze attive<\/strong> capaci di innervare nuovi linguaggi. <em>Qui e ora<\/em>. Sono insomma <strong>le tendenze pi\u00f9 innovative della cultura contemporanea<\/strong> a interrogarsi su come vivificare queste radici, eterne, tracciando un affresco della creativit\u00e0 del Ventunesimo secolo, luogo aperto di dibattito e confronto sul futuro dell\u2019arte e sulle sue sfide pi\u00f9 urgenti.<strong> Il sacro come modalit\u00e0 di analisi del reale<\/strong>, dunque, e non come mero contenuto. Se le cose stanno cos\u00ec, a questo punto, possiamo chiederci <strong><em>quale<\/em> realt\u00e0 emerga <\/strong>da filtri del genere. Quale sia, insomma, la dimensione suscitata da questo tipo di arte, quale luce balugini dietro alla <strong>\u00abinedita visione e alla comune riflessione sul significato e sulla necessit\u00e0 di una origine condivisa\u00bb<\/strong>, dal momento che, come Calcara nota nel catalogo di <em>Cyprea<\/em>, <strong>\u00abArte sorge sempre dal grembo fecondo di Memoria\u00bb<\/strong>.<br \/>\nEbbene, nel numero di \u00abAntar\u00e8s\u00bb c\u2019\u00e8 un articolo, forse non privo di interesse, dedicato ai <strong>fratelli Piccolo di Calanovella<\/strong>, tre individualit\u00e0 eccezionali che, in una villa stretta tra i Nebrodi e il mediterraneo siculo, provarono a tracciare una cartografia simbolica del reale a partire da tre discipline diverse e convergenti: la botanica, la poesia e la pittura, tre dialetti di una medesima Lingua Madre. <strong>Magie insulari\u2026 <\/strong>non \u00e8 un caso che all\u2019orto botanico di Palermo <strong>Goethe<\/strong> abbia ricevuto la visione della pianta originaria, che avrebbe cambiato per sempre il suo modo di fare filosofia.<br \/>\nA un certo punto, a <strong>Lucio Piccolo<\/strong> \u2013 il poeta, per capirci \u2013 una troupe della Rai, giunta a intervistarlo negli anni Sessanta, chiede se i suoi versi archetipici siano soggettivi o oggettivi. Ecco la sorprendente risposta:<\/p>\n<p><strong>\u00abLa mia poesia \u00e8 s\u00ec oggettiva, ma \u00e8 una oggettivit\u00e0 che pu\u00f2 trarre in inganno perch\u00e9 l\u2019oggetto \u00e8 lungamente maturato nell\u2019interiorit\u00e0 e quindi \u00e8 caricato \u2013 ha una <em>carica<\/em>, la parola precisa \u00e8 questa, di sensi. L\u2019oggetto rimane nella sua realt\u00e0 concreta ma per forza di intensit\u00e0 \u2013 e per forza ritmica \u2013 \u00e8 elevato a simbolo\u00bb.<\/strong><\/p>\n<p>Un esempio tra i tanti di questo <em>modus operandi<\/em> si ritrova nella sua poesia <strong><em>La meridiana<\/em><\/strong>:<\/p>\n<p><em>Guarda l\u2019acqua inesplicabile:<br \/>\n<\/em><em>al suo tocco l\u2019universo \u00e8 labile.<br \/>\n<\/em><em>E quando hai spento la lampada ed ogni<br \/>\n<\/em><em>pensiero nell\u2019ombra senza peso affonda,<br \/>\n<\/em><em>la senti che scorre leggera e profonda<br \/>\n<\/em><em>e canta dietro ai tuoi sogni.<\/em><\/p>\n<p>Incubato e <em>caricato<\/em>, secondo le parole di Piccolo, nell\u2019alambicco dell\u2019immaginazione, <strong>il mare incendiato dai tramonti di Villa Piana diventa un Mediterraneo metafisico<\/strong>, e <em>dunque<\/em> reale, anzi <em>pi\u00f9 che reale<\/em>. N\u00e9 immaginario, n\u00e9 fantastico, ma traccia di un <strong>\u201crealismo integrale\u201d<\/strong> <em>poich\u00e9<\/em> sacrale, che impone paradossalmente <strong>il Canone al di fuori del Canone<\/strong>, rifondandolo \u2013 come sempre \u2013 sul primato dell\u2019estetica e inverando il precetto di <strong>Kant<\/strong>, secondo cui il bello \u00e8 senza concetto (<em>Critica del giudizio<\/em>), e quello del <strong>Nietzsche<\/strong> de <em>La nascita della tragedia<\/em>, secondo cui <strong>\u00ababbiamo l\u2019arte per non morire di verit\u00e0\u00bb<\/strong>.<br \/>\nNaturale come Piccolo abbia visto nel Mediterraneo l\u2019esempio vivo di questa \u201calchimia poetica\u201d \u2013 \u00e8 lo stesso Mediterraneo, nuovo e arcaico, la cui voce risuona nelle opere di <em>Cyprea<\/em>, inno ad <strong>Afrodite dai mille volti<\/strong>.<\/p>\n","protected":false},"excerpt":{"rendered":"<p><p>Vari sono gli elementi che legano l\u2019ultimo numero della rivista \u00abAntar\u00e8s\u00bb (Bietti) alla mostra Cyprea. La rete di Afrodite, inaugurata il 27 settembre al Museo del Foro Romano. Non \u00e8 solo il fatto che il fascicolo in questione, intitolato DissacrArte e curato da Luca Siniscalco, sia stato presentato qualche giorno fa nei locali dell\u2019esposizione, insieme al suo ricco catalogo, pubblicato da Leuc\u00f2 Art Edition, n\u00e9 la circostanza che tre degli artisti esposti \u2013 Nicola Verlato, Gabriels e Stefania Pennacchio \u2013 siano presenti anche sulle colonne di \u00abAntar\u00e8s\u00bb, insieme a molti altri, tra cui Giorgio Calcara, curatore di Cyprea. 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