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L’Italia degli anni Cinquanta si differenziava per la sua vocazione rurale, religiosa, provinciale, nella sua accezione positiva. L’Italia delle ritualità, delle processioni, dei miracoli, che dopo la catastrofe della guerra si preparava al giubileo proclamato da Papa Pio XII, con il tacito consenso del Partito Comunista Italiano. Il 24 giugno 1950, Maria Goretti, morta in uno stupro a soli dodici anni nel 1902, è proclamata santa e diventa improvvisamente simbolo della castità in un Paese ancora contadino minacciato secondo la Chiesa Cattolica, Apostolica e Romana, dal materialismo. “La famiglia alle madri, l’autorità ai padri, la verginità alle fanciulle” è l’espressione che fa da cornice ad una società che verrà stravolta nei decenni successivi dall’avanzata inesorabile della civiltà dei consumi, come profetizzato da Pier Paolo Pasolini, regista, poeta, giornalista, scrittore.

Eppure esistono sacche di resistenza al moralismo dilagante della doxa religiosa, come Capri, definita “l’isola del peccato”. Tanto che i guardiani del “buon costume” per soffocare il libertinaggio organizzano le crociate contro i due pezzi: alcune ragazze sono multate, altre costrette a cambiarsi. Vietato anche baciarsi in pubblico per gli innamorati. Vietato usare parole come “reggiseno” o “orgasmo”. Vietato indossare gonne troppo corte: prima della rivoluzione nel mondo della moda di Christiane Dior che le porta all’altezza delle ginocchia, queste arrivavano alle caviglie. Mentre le vecchie signore portano ancora il velo, come la Vergine Maria, Madonna di tutti i cristiani. L’adulterio è punito severamente, il matrimonio civile non è nemmeno riconosciuto, il divorzio non è consentito. Maschie e femmine sono rigorosamente separati nelle aule scolastiche. La legge Merlin, nel 1958, chiude definitivamente le case chiuse. A scuola, al cinema, sui giornali, tutte le allusioni alla sessualità devono sparire. Gli scritti di Alberto Moravia sono censurati e su 104 film prodotti in quel decennio, soltanto 70 ricevono l’approvazione del ministero. Quando Federico Fellini proiettò La Dolce Vita, nel 1960, viene perfino accusato dall’Osservatore Romano, per aver realizzato un film troppo vizioso.

Il rispetto della pubblica decenza è un’ossessione perché dietro l’angolo c’è il boom economico. Vittorio De Sica, Federico Fellini, Mario Monicelli e Luchino Visconti girano Boccaccio ’70 (1962) per sbeffeggiare questo “autoritarismo” sociale, Totò mette in scena spettacoli provocatori sulla sensualità femminile. Ma in fondo la critica, come la censura del resto, è leggera, spassionata. La coercizione all’italiana si traduce nella scena del film Guardia, guardia scelta, brigadiere e Maresciallo di Mauro Bolognini (1956), in cui il vigile non solo si fa ridicolizzare dagli automobilisti ma in più chiude un occhio dopo aver fermato una famiglia in tre sulla Lambretta, tutti senza casco, ovviamente. È il ritratto di una società dove sfera pubblica e sfera privata sono separate, nel rispetto della comunità e della libertà individuale. Sobrietà, rispetto delle tradizioni, coesione sociale, convivono con la trasgressione della morale che rimane tale senza diventare conformismo di massa. Sembra il racconto di una società islamica del terzo millennio, e invece è l’Italia degli anni Cinquanta e Sessanta. Quella del miracolo raccontata da Dino Risi nel film Il Sorpasso. Non crederanno ai loro occhi, i liberali, adepti del più bieco totalitarismo.

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