Va tanto di moda, ultimamente, il termine che ho scelto di usare nel titolo di questo post: resilienza. E’ saltato fuori ieri durante una conversazione con un collega fotografo, e di recente l’ho sentito pronunciare in diverse occasioni da giornalisti e politici come se piovesse, come quelle parole che entrano nell’abuso comune e nemmeno si sa il perché e il come sia iniziato. Mi adeguo, e ora lo prendo in prestito io per una riflessione. Secondo l’enciclopedia Treccani indica “la velocità con cui una comunità (o un sistema ecologico) ritorna al suo stato iniziale, dopo essere stata sottoposta a una perturbazione che l’ha allontanata da quello stato (…). Solitamente, la resilienza è direttamente proporzionale alla variabilità delle condizioni ambientali e alla frequenza di eventi catastrofici a cui si sono adattati una specie o un insieme di specie. Per esempio, le garighe mediterranee o la vegetazione dei pendii franosi possiedono un’elevata resilienza”.

Questo dice la madre di tutte le enciclopedie. E a me, come in una metafora, son venuti in mente i fotografi. Ci pensavo perché questa crisi che ha travolto il settore editoriale e, di riflesso, il mondo della fotografia, dovrebbe stimolare a una reazione opposta a quella che sta avvenendo. Invece di resistere, di spezzarsi piuttosto che adattarsi al nuovo, bisognerebbe provare a rigenerarsi, mi son detta. Provare a riacquistare la nostra forma iniziale dopo tutta questa deformazione scatenata dal digitale. Noto questo, dei fotografi: sono tutti arroccati e sulle difensive, individualisti più di prima e meglio di prima, come se ce ne fosse ancora necessità. E’ vero: nei giornali hanno finito i soldi e risparmiano prima di tutto sulle immagini. E’ vero, i photoeditor sono sempre meno preparati e manifestano una (accertata) scarsa sensibilità nei loro confronti. E’ vero, non paga più fare reportage. Ed è vero, accade anche che ad alcuni autori rubino le immagini e le pubblichino senza attribuire un credit, così come accade che piuttosto che pagare uno scatto ben fatto da un professionista, nelle redazioni ci si affidi a giovani inesperti o a quei siti che sono banche di immagini stock a poco prezzo, sempre per ragioni di risparmio. Queste difficoltà alimentano ulteriormente la competizione e, diciamolo, anche l’astio tra gli autori. I professionisti sono arrabbiati con aspiranti fotografi, fotoamatori, photographers (come si definisce chi si fa passare per professionista senza averne i requisiti) perché portano via loro il lavoro e, talvolta, manco pagano le tasse che invece è costretto a versare un titolare di regolare partita IVA. Le nuove leve invece, non trovano sbocchi e se la prendono con un sistema chiuso più di una casta. I non fotografi pensano, a torto, che solo perché realizzano qualche buona immagine col cellulare, tutto sia possibile, anche scalare la vetta del mestiere senza passare dalla gavetta.

Tutte cose vere e sacrosante. Però, ora vengo al punto, a mio avviso un po’ di colpa ce l’hanno tutti. La resilienza da cui siamo partiti prima è metafora di elasticità. Non equivale a resistenza, ma è il suo opposto. E’ un piegarsi senza spezzarsi, adattandosi dopo l’impatto che la crisi e l’avvento del digitale hanno prodotto. Piegarsi loro malgrado a nuove regole e nuove alleanze, tanto per dirne una. Che i fotografi imparino a essere meno snob l’uno con l’altro. Che pensino alla progettualità di ciò che propongono, alla qualità dei loro lavori, perché in giro c’è anche tanta roba poco valida ultimamente. Tutti rispondono a esigenze di marketing più che al loro bisogno di raccontare il vero o produrre arte. Comprendiamo bene i bisogni primari di guadagno che ogni fotoreporter ha proprio in questi tempi bui, ma affrancarsi dal meccanismo di lavorare solo per vendere porterà secondo me a un miglioramento. Ora scrivo una cosa che non condivideranno in molti, ma mi piace andare controcorrente e voglio essere resiliente pure io: i fotografi, i fotoamatori, gli aspranti, chi di fotografia vive o vuole vivere, dovrebbe pure imparare a leggere un po’ più libri e vedere un po’ più mostre prima di mettersi all’opera. Fatevi una cultura, siate colti e approfondite le cose, prima di scrivere dopo nome e cognome che siete photographer. L’arte, la letteratura, la poesia, la musica, non sembra, ma son tutte discipline che aiutano a fare foto migliori. Solo con la qualità potremo salvarci. I libri letti, la nostra educazione, le parole ascoltate ci stimolano a codificare la realtà e ad avere una visione tutta nostra su ciò che osserviamo. Imparate ad osservare e siate resilienti.

 

 

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