{"id":4017,"date":"2015-10-29T01:09:17","date_gmt":"2015-10-28T23:09:17","guid":{"rendered":"https:\/\/blog.ilgiornale.it\/spirli\/?p=4017"},"modified":"2015-10-29T01:09:17","modified_gmt":"2015-10-28T23:09:17","slug":"elogio-del-porco","status":"publish","type":"post","link":"https:\/\/blog.ilgiornale.it\/spirli\/2015\/10\/29\/elogio-del-porco\/","title":{"rendered":"Elogio del porco"},"content":{"rendered":"<p><strong>Gioved\u00ec 29 ottobre 2015 &#8211; Santa Ermelinda &#8211; a casa, a Taurianova<\/strong><\/p>\n<p><a href=\"https:\/\/blog.ilgiornale.it\/spirli\/files\/2015\/10\/suino_nero.jpg\"><img loading=\"lazy\" class=\"alignnone size-medium wp-image-4021\" src=\"https:\/\/blog.ilgiornale.it\/spirli\/files\/2015\/10\/suino_nero-300x225.jpg\" alt=\"suino_nero\" width=\"300\" height=\"225\" srcset=\"https:\/\/blog.ilgiornale.it\/spirli\/files\/2015\/10\/suino_nero-300x225.jpg 300w, https:\/\/blog.ilgiornale.it\/spirli\/files\/2015\/10\/suino_nero.jpg 680w\" sizes=\"(max-width: 300px) 100vw, 300px\" \/><\/a><\/p>\n<p><strong>Avevo cinque anni e passavo giornate intere in campagna con mio zio Filippo e mia zia Rosina.<\/strong> Gli zii del cuore. Spesso scappavo al controllo dei miei genitori e delle mie sorelle e saltavo sulla mia biciclettina per raggiungerli alle &#8220;Liv\u00e0re&#8221;, la loro meravigliosa tenuta di antichi ulivi secolari alti quanto palazzi a quattro piani e con tronchi dentro i quali, spesso, i miei cugini ed io ci rifugiavamo, giocando a nascondino. In quella campagna c&#8217;era, e c&#8217;\u00e8 ancora, una casetta colonica con, a fianco, il forno, il pollaio, un granaio e una\u00a0<em>zimba\u00a0<\/em>(il porcile). Ecco: era proprio quest&#8217;ultimo il mio rifugio. <strong>Perch\u00e9 l\u00ec viveva, ogni anno e per un anno, il mio amico pi\u00f9 caro. Il maiale di famiglia.<\/strong><\/p>\n<p><strong>Spesso si chiamava Micu. Era il nome comune del porco. <\/strong>Marco era quello del gatto. Bobbi del cane. Cicciu del somaro. Si chiamavano tutti cos\u00ec.<\/p>\n<p><strong>I Micu che mi ricordo sono almeno tre. Tutti Neri di Calabria.<\/strong> Perch\u00e9 il &#8220;porcu iancu&#8221; o &#8220;porcu meric\u00e0nu&#8221; \u00e8 arrivato da queste parti quando io andavo gi\u00e0 alle scuole elementari.<\/p>\n<p><strong>Ogni Micu era trattato come e meglio di uno di famiglia.<\/strong> A pranzo e cena riceveva mele, patate, farinaccio, crusca, resti della tavola. Anche foglie e scarti delle verdure da cuocere. A volte, ghiande. Spesso riceveva la visita di qualche vicino e zio Filippo ne vantava la crescita e la qualit\u00e0. Zia Rosina era pi\u00f9 schiva e scarna di complimenti nei suoi confronti, ma lo accudiva come un ospite di riguardo.<\/p>\n<p><strong>E, dunque, io lo consideravo come un amico.<\/strong> Mi ci affezionavo e gli andavo a parlare. Gli davo del tu e gli passavo delle mele limoncelle di nascosto. Di tanto in tanto ero io che gli pulivo \u00a0&#8220;<em>u iazzu<\/em>&#8220;. Mi sembrava di regalargli un conforto pi\u00f9 &#8220;umano&#8221;. Lo sentivo fratello. <strong>Capitava, a volte, che Micu rivelava essere femmina. Si accoppiava, allora, \u00a0con un verro che arrivava legato ad una corda da qualche campagna vicina e scortato da tre o quattro contadini. Una sorta di processione dionisiaca. Noi tutti assistevamo alla monta. Senza falsi pudori. La campagna non li conosce.<\/strong><\/p>\n<p><a href=\"https:\/\/blog.ilgiornale.it\/spirli\/files\/2015\/10\/Suino_nero_00.jpg\"><img loading=\"lazy\" class=\"alignnone size-medium wp-image-4024\" src=\"https:\/\/blog.ilgiornale.it\/spirli\/files\/2015\/10\/Suino_nero_00-300x225.jpg\" alt=\"Suino_nero_00\" width=\"300\" height=\"225\" srcset=\"https:\/\/blog.ilgiornale.it\/spirli\/files\/2015\/10\/Suino_nero_00-300x225.jpg 300w, https:\/\/blog.ilgiornale.it\/spirli\/files\/2015\/10\/Suino_nero_00.jpg 512w\" sizes=\"(max-width: 300px) 100vw, 300px\" \/><\/a><\/p>\n<p><strong>La troia &#8211; cos\u00ec si chiamava &#8211; sgravava dopo qualche mese e noi la aiutavamo a farlo<\/strong>, pulendo i neonati con la paglia e attaccandoli alla &#8220;minna&#8221; che restava la stessa per tutto l&#8217;allattamento.<\/p>\n<p>I giorni passavano, per\u00f2, velocemente. Troppo velocemente per l&#8217;ospite\u2026 Troppo velocemente anche per me, suo amico, che sognavo a occhi aperti, ogni giorno, di liberarlo.<\/p>\n<p><strong>Dopo la festa dell&#8217;Immacolata, ogni anno, si preparavano, invece, gli strumenti per il sacrificio.<\/strong> A partire dal coltello per lo scannamento. Sempre lo stesso. Lama stretta, leggermente curva, di media lunghezza. Affilatissimo. La vasca per raccogliere il sangue, la tavola per poggiare l&#8217;animale &#8220;dopo&#8221;, le corde. E l&#8217;animo. Gi\u00e0! L&#8217;animo necessario per superare il dispiacere del distacco, trovare il coraggio per infilare la lama, sentire lo strazio delle urla del moribondo (o della moribonda) e non morire con esso.<\/p>\n<p><strong>Dio mio, quanto piangevo io\u2026 Lacrime a bere!!! Eppure<\/strong><b>\u2026<\/b><\/p>\n<p><strong>Gi\u00e0 dopo qualche ora, come da legge della terra, ero seduto a tavola a mangiare sanguinaccio e fegato arrosto. Cos\u00ec voleva la vita e cos\u00ec era.<\/strong> Di quell&#8217;animale non si buttava nulla, salvo qualche osso. Anche le setole si tenevano. Non ho mai capito cosa si facesse, ma so che venivano raccolte. La campagna \u00e8 parsimoniosa e ingegnosa.<\/p>\n<p><strong>Ho imparato l\u00ec, sotto gli ulivi e gli aranci, fra i cavoli e le lattughe, in compagnia di galline e gatti, maiali e vitelli che bisogna ringraziare Dio per ogni bene che concede.<\/strong> Mangio anche le arance con la buccia e non lascio mai nulla nel piatto.<\/p>\n<p><strong>Amo le verdure e non disdegno la carne.<\/strong> Non ne abuso, ma la mangio. E, se devo farlo, spesso macello personalmente l&#8217;animale che consumer\u00f2. Mi fido della Natura e so che mai mi metterebbe a rischio. Penso, invece, che spetti a me saper dosare intelligentemente quantit\u00e0 e qualit\u00e0.<\/p>\n<p><a href=\"https:\/\/blog.ilgiornale.it\/spirli\/files\/2015\/10\/suino-nero-di-Calabria.jpg\"><img loading=\"lazy\" class=\"alignnone size-medium wp-image-4027\" src=\"https:\/\/blog.ilgiornale.it\/spirli\/files\/2015\/10\/suino-nero-di-Calabria-300x225.jpg\" alt=\"suino-nero-di-Calabria\" width=\"300\" height=\"225\" srcset=\"https:\/\/blog.ilgiornale.it\/spirli\/files\/2015\/10\/suino-nero-di-Calabria-300x225.jpg 300w, https:\/\/blog.ilgiornale.it\/spirli\/files\/2015\/10\/suino-nero-di-Calabria.jpg 430w\" sizes=\"(max-width: 300px) 100vw, 300px\" \/><\/a><\/p>\n<p><strong>Basta, suppongo, evitare cibi &#8220;finti&#8221;, preconfezionati, lavorati artificialmente, ricostituiti, ricomposti, colorati, plastificati, e lascio aperto l&#8217;elenco\u2026<\/strong><\/p>\n<p><strong>Mi girano i maroni a leggere gli editti di queste ore sul consumo &#8220;mortale&#8221; della carne.<\/strong> Trovo che sia l&#8217;ennesimo attacco alla nostra storia e alla nostra tradizione. Alla nostra identit\u00e0. Per fare spazio, probabilmente, ad altre storie, altre tradizioni, altre identit\u00e0. <strong>La guerra continua, dunque. Subdola e puttana.<\/strong><\/p>\n<p><strong>Tutto sta a non fargliela vincere.<\/strong> Io, di mio, costruir\u00f2 una nuova zimba in campagna e allever\u00f2 un Micu all&#8217;anno, che trasformer\u00f2 in tutto quello che non piace all&#8217;OMS schiava di chiss\u00e0 chi.<\/p>\n<p><a href=\"https:\/\/blog.ilgiornale.it\/spirli\/files\/2015\/10\/DSCF3656.jpg\"><img loading=\"lazy\" class=\"alignnone size-medium wp-image-4029\" src=\"https:\/\/blog.ilgiornale.it\/spirli\/files\/2015\/10\/DSCF3656-300x225.jpg\" alt=\"DSCF3656\" width=\"300\" height=\"225\" srcset=\"https:\/\/blog.ilgiornale.it\/spirli\/files\/2015\/10\/DSCF3656-300x225.jpg 300w, https:\/\/blog.ilgiornale.it\/spirli\/files\/2015\/10\/DSCF3656-1024x768.jpg 1024w\" sizes=\"(max-width: 300px) 100vw, 300px\" \/><\/a><\/p>\n<p><strong>Le loro cavallette, api, formiche, i loro bacarozzi, scorpioni, calabroni, vermi della canna se li mangino loro avvolti nel mio fraterno vaffanculo.<\/strong><\/p>\n<p><strong>Fra me e me, con pane e mortazza qui ad aspettarmi.<\/strong><\/p>\n<p>&nbsp;<\/p>\n<p>&nbsp;<\/p>\n<p>&nbsp;<\/p>\n","protected":false},"excerpt":{"rendered":"<p><p>Gioved\u00ec 29 ottobre 2015 &#8211; Santa Ermelinda &#8211; a casa, a Taurianova Avevo cinque anni e passavo giornate intere in campagna con mio zio Filippo e mia zia Rosina. Gli zii del cuore. Spesso scappavo al controllo dei miei genitori e delle mie sorelle e saltavo sulla mia biciclettina per raggiungerli alle &#8220;Liv\u00e0re&#8221;, la loro meravigliosa tenuta di antichi ulivi secolari alti quanto palazzi a quattro piani e con tronchi dentro i quali, spesso, i miei cugini ed io ci rifugiavamo, giocando a nascondino. 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