{"id":160,"date":"2018-10-25T15:17:35","date_gmt":"2018-10-25T13:17:35","guid":{"rendered":"https:\/\/blog.ilgiornale.it\/valle\/?p=160"},"modified":"2018-10-25T20:28:11","modified_gmt":"2018-10-25T18:28:11","slug":"lafrica-italiana-in-giallo-il-nuovo-libro-di-giorgio-ballario","status":"publish","type":"post","link":"https:\/\/blog.ilgiornale.it\/valle\/2018\/10\/25\/lafrica-italiana-in-giallo-il-nuovo-libro-di-giorgio-ballario\/","title":{"rendered":"L&#8217;Africa italiana in giallo. Il nuovo libro di Giorgio Ballario"},"content":{"rendered":"<p>C\u2019era una volta l\u2019Africa Orientale Italiana, l\u2019AOI. Il piccolo impero dell\u2019ultima delle grandi potenze d\u2019Europa. Una costruzione effimera, fragile ma non indegna. Anzi. A differenza dei blocchi britannici e francesi e dei loro prolungamenti olandesi, belgi e portoghesi (i tedeschi furono eliminati nel 1918), l\u2019esperienza italiana \u2014 dal 1869 sino al 1942 e, poi, nel decennio d\u2019amministrazione fiduciaria della Somalia (1950-60) \u2014 ebbe una sua originalit\u00e0 e un successo limitato ma significativo.<\/p>\n<p>Ovviamente, vi furono luci e ombre, successi e fallimenti, efferatezze e progresso: un mescolone arci-italiano di sentimenti, progetti, velleit\u00e0, opere. Al netto, l\u2019AOI rimane uno dei pochi capitoli seri e passionanti della nostra travagliata storia unitaria. Lo conferma, con buona pace dei Labanca e Del Bocca, il credito di fiducia che tutt\u2019oggi, incredibilmente, gli italiani continuano a riscuotere in quelle terre.<\/p>\n<p>Non \u00e8 quindi casuale che, dopo un lungo oblio, quella lontana avventura inizi a riaffiorare nella memoria di questo Paese smemorato. Nei modi pi\u00f9 imprevisti. Da qualche anno \u2014 lieve, lieve \u2014 nelle librerie \u00e8 tornato a spirare un vento sottile, un vento africano. Caldo e coinvolgente. Giallistico.<\/p>\n<p>Ecco allora Lucarelli e il trio Consentino, Dodaro, Panella con i loro romanzi polizieschi ambientati nell\u2019Africa italiana. Palme e ascari, donne fatali e intrighi. Segreti. Morti accoppati. Un filone letterario da seguire.<\/p>\n<p>Ma le imitazioni, sebbene efficaci, sono sempre meno interessanti dell\u2019originale e in questo caso l\u2019originale, autentico capofila del \u201cgiallo coloniale\u201d italiano, si chiama Morosini, il personaggio creato nel 2008 da Giorgio Ballario in \u201cMorire \u00e8 un attimo\u201d, un \u201cnoir\u201d tutto eritreo ambientato alla vigilia della guerra d\u2019Etiopia del 1935. Il protagonista \u00e8 un ufficiale dei Carabinieri \u201cinsabbiato\u201d sul Mar Rosso e perdutamente innamorato dell\u2019Africa. A lui, lettore di Seneca, il compito agrodolce di risolvere i casi pi\u00f9 complicati della colonia \u201cprimigenia\u201d. Poi \u201cUna donna di troppo\u201d e \u201cLe rose di Axum\u201d, le altre inchieste del gallonato investigatore tra la Somalia e l\u2019Etiopia. Due successi e lungo silenzio durato (per cause editoriali) sei anni. Infine, Morosini \u00e8 tornato con le \u201cNebbie di Massaua\u201d (Edizioni del Capricorno, Torino 2018, ppgg. 250, euro 16.00), un bel regalo di Ballario ai suoi lettori.<\/p>\n<p>Il libro \u00e8 un ottimo lavoro. Per pi\u00f9 motivi. L\u2019autore ha costruito un percorso sottile quanto intrigante evitando forzature e dosando con accuratezza le svolte, i colpi di scena. Il sangue c\u2019\u00e8, ma solo quello necessario ad intrigare il lettore. Giusto. Come raccomandava Somerset Maugham in \u201cGrandezza e declino del genere poliziesco\u201d gli omicidi vanno centellinati: <em>\u00abuno \u00e8 il numero perfetto, due si possono ammettere, quantomeno se il secondo \u00e8 diretta conseguenza del primo, ma \u00e8 un errore imperdonabile introdurre un secondo omicidio solo per ravvivare un\u2019indagine che si teme possa diventare noiosa\u00bb. <\/em><\/p>\n<p>Lo scenario \u00e8 l\u2019afosa Massaua, porto dell\u2019impero e crocevia di traffici pi\u00f9 o meno legali. Nel luglio del 1936 uno strano suicidio inquieta il maggiore Morosini: un eccentrico ingegnere s\u2019impicca (o viene impiccato?) nella sua isolata villa. Da subito le cose non quadrano. Il defunto aveva un\u2019altra identit\u00e0, parecchi soldi in banca e, riflesso nei suoi strambi dipinti, un passato oscuro. Necessario quindi approfondire, capire, indagare ma il carabiniere \u00e8 inchiodato a letto dalla malaria. Per fortuna Morosini pu\u00f2 contare sul maresciallo Barbagallo e lo scium-basci Tesfagh\u00ec, due fedelissimi. Grazie a loro, dalla stanza d\u2019ospedale l\u2019acciaccato detective inizia a far luce su una trama sempre pi\u00f9 complessa che si dipana tra Aden e Harar, la citt\u00e0 tanto amata da Arthur Rimbaud.<\/p>\n<p>Nella sua ossessiva ricerca di verit\u00e0 Morosini incrocia personaggi di fantasia e figure reali come Mario Gramsci, il fratello fascista di Antonio, e lo scrittore (ma anche spia e contrabbandiere) francese Henry De Monfreid. Incontri non casuali. <em>Comme d\u2019habitude<\/em>, Ballario \u2014 sempre attentissimo ai particolari (nomi, marche, canzoni, indirizzi etc.) \u2014 ha voluto impreziosire l\u2019indagine tratteggiando atmosfere e sentimenti del tempo. Allora ecco i due fratelli Gramsci, paradigma di un\u2019Italia spezzata tra opposte fedelt\u00e0, o il gallico \u201cgentiluomo di fortuna\u201d, omaggio alla letteratura d\u2019avventura. Sullo sfondo, come il coro della tragedia greca, suore dell\u2019ospedale, commilitoni, mezzane, cercatori d\u2019oro, sicari, colpevoli e innocenti. E, soprattutto, gli africani con la loro dignit\u00e0 e la terribile povert\u00e0.<\/p>\n<p>Nulla nel libro \u00e8 come sembra o come dovrebbe essere. Solo alla fine le nebbie si diraderanno e, tessera dopo tessera, il complicato mosaico si ricomporr\u00e0 sulle fredde ambe abissine. Lontano dal torpore di Massaua. Una sorpresa di Morosini che volentieri lasciamo al lettore.<\/p>\n<p>&nbsp;<\/p>\n<p>&nbsp;<\/p>\n<p><a href=\"https:\/\/blog.ilgiornale.it\/valle\/files\/2018\/10\/51pZCPOuXkL._SX317_BO1204203200_.jpg\"><img loading=\"lazy\" class=\"alignnone size-medium wp-image-161\" src=\"https:\/\/blog.ilgiornale.it\/valle\/files\/2018\/10\/51pZCPOuXkL._SX317_BO1204203200_-192x300.jpg\" alt=\"51pZCPOuXkL._SX317_BO1,204,203,200_\" width=\"192\" height=\"300\" srcset=\"https:\/\/blog.ilgiornale.it\/valle\/files\/2018\/10\/51pZCPOuXkL._SX317_BO1204203200_-192x300.jpg 192w, https:\/\/blog.ilgiornale.it\/valle\/files\/2018\/10\/51pZCPOuXkL._SX317_BO1204203200_.jpg 319w\" sizes=\"(max-width: 192px) 100vw, 192px\" \/><\/a><\/p>\n","protected":false},"excerpt":{"rendered":"<p><p>C\u2019era una volta l\u2019Africa Orientale Italiana, l\u2019AOI. Il piccolo impero dell\u2019ultima delle grandi potenze d\u2019Europa. Una costruzione effimera, fragile ma non indegna. Anzi. 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