{"id":205,"date":"2019-02-09T17:31:31","date_gmt":"2019-02-09T16:31:31","guid":{"rendered":"https:\/\/blog.ilgiornale.it\/valle\/?p=205"},"modified":"2019-02-09T17:31:31","modified_gmt":"2019-02-09T16:31:31","slug":"la-cina-troppo-vicina-le-ancore-di-pechino-nel-mediterraneo","status":"publish","type":"post","link":"https:\/\/blog.ilgiornale.it\/valle\/2019\/02\/09\/la-cina-troppo-vicina-le-ancore-di-pechino-nel-mediterraneo\/","title":{"rendered":"La Cina troppo vicina. Le ancore di Pechino nel Mediterraneo"},"content":{"rendered":"<p>Per la Cina il 2018 \u00e8 stato un anno complicato ma fruttuoso. Sebbene il Pil sia cresciuto \u201csolo\u201d del 6,5 per cento \u2014 il dato pi\u00f9 basso dal 2009 \u2014 la Repubblica popolare ha retto senza troppi danni (almeno apparentemente) l\u2019offensiva di Trump e prosegue nella sua espansione economica, politica e militare. Ovunque e comunque. Con pragmatismo e spregiudicatezza, senza pi\u00f9 alcun timore \u2014 come incita il presidente \u201ceterno\u201d Xi Jinping \u2014 di <em>\u00abosare, di avere grandi ambizioni\u00bb.<\/em> Una strategia di lungo periodo che gradualmente sta modificando gli assetti geopolitici e geoeconomici mondiali.<\/p>\n<p>L\u2019obiettivo ormai esplicito \u00e8 conquistare il primato globale entro trent\u2019anni. Attenzione, non si tratta di fantapolitica o fantaeconomia ma di immediato futuro. Come scrive lo studioso Willy Lang dell\u2019Universit\u00e0 di Hong Kong <em>\u00abnel prossimo decennio il Pil della Cina dovrebbe superare quello degli Stati Uniti e l\u2019Esercito Popolare di Liberazione prevede di ridurre il divario con le Forze armate statunitensi, ma il traguardo \u00e8 raggiungere lo stato di superpotenza entro il 2049 \u2014 anno dalla portata simbolica perch\u00e8 centenario della nascita della Repubblica \u2014 raggiungendo gli Usa nella maggior parte degli indicatori usati per stimare la potenza di una nazione\u00bb <\/em>(Limes n. 8\/2018).<\/p>\n<p>Il fatidico 2049, quindi, come coronamento ultimo di una paziente quanto irresistibile \u201clunga marcia\u201d intrapresa un trentennio fa da Deng Xiaoping, il padre delle riforme post-maoiste. Nel tempo, riprendendo il mai dimenticato principio taoista dello \u201csforzo inverso\u201d \u2014 ottenere molto facendo poco, in un logoramento strisciante e continuo degli avversari \u2014 la Cina ha prima consolidato le proprie posizioni nel Mar Meridionale, il cortile di casa, per poi creare una grande Marina militare e mercantile che si appoggia sull\u2019efficace rete d\u2019alleanze e d\u2019influenza estesa dall\u2019Asia meridionale e all\u2019Oceano Indiano. \u00c8 la strategia della \u201ccollana di perle\u201d, un lungo filo in cui Pechino ha inanellato lo Sri Lanka, la Birmania, il Bangladesh, le Maldive, il Pakistan e ora Gibuti in Africa, prima base militare del Dragone fuori dal territorio nazionale. Un risiko complesso quanto micidiale.<\/p>\n<p>L\u2019investimento gibutino \u2014 prezioso avamposto sul Mar Rosso \u2014 fissa l\u2019ulteriore tassello delle nuove geografie sino-africane ed \u00e8 parte di un disegno ancor pi\u00f9 grandioso. Spieghiamo. Negli anni, approfittando del disimpegno europeo, i cinesi hanno creato in Africa un network logistico transafricano \u2014 6500 chilometri di ferrovie, 6mila di autostrade, 200 scuole, 80 stadi, centri finanziari, porti e aeroporti, linee di telecomunicazioni \u2014 pienamente sinergico ai piani del \u201cceleste impero\u201d. Somme enormi, investimenti pesantissimi perfettamente prodromici all\u2019avvento della ormai prossima egemonia gialla sul continente nero. La fase due \u2014 un vero e proprio <em>work in progress<\/em> \u2014 \u00e8 iniziata lo scorso settembre con il vertice sino-africano di Pechino. In quell\u2019occasione 53 capi di Stato sono stati invitati ad confortevole incontro nella \u201ccitt\u00e0 proibita\u201d e sono ripartiti con l\u2019impegno cinese a investire nei loro paesi altri 60 miliardi di dollari. Uno sforzo potente e una mossa inattesa che hanno lasciato sbigottiti e frastornati tutti gli analisti occidentali.<\/p>\n<p>A sua volta la conquista <em>soft<\/em> dell\u2019Africa s\u2019intreccia con la <em>BRI<\/em> ovvero la <em>Belt and Road Initiative<\/em>, la \u201cnuova via della seta\u201d, una formidabile offensiva politico-commerciale che coinvolge al momento oltre 80 nazioni e si appresta con tutta la sua forza da investire il Mediterraneo \u2014 l\u2019ex <em>mare nostrum<\/em> \u2014 l\u2019Italia e l\u2019intera Europa. Un progetto articolato e plurale, forte di investimenti massicci e una programmazione efficace con un obiettivo chiaro: le nostre economie, le nostre sovranit\u00e0. Per Gian Micalessin la <em>BRI<\/em> altro non \u00e8 che <em>\u00abun\u2019incredibile matassa che entra nel Mediterraneo, penetra l\u2019Europa e l\u2019avvolge. \u00c8 capace d\u2019arricchirla ma anche di trasformarla in una nuova periferia dell\u2019impero cinese. \u00c8 lo scenario della guerra commerciale con cui Pechino punta ad impossessarsi dell\u2019Europa, controllando rotte commerciali, porti e merci\u00bb<\/em> (Il Giornale , 7.12, 2018). Uno scenario inquietante ma reale.<\/p>\n<p>Il punto di partenza \u00e8 il 2010 quando la <em>Cosco<\/em> (<em>China Ocean Shipping Co.)<\/em> rileva a prezzi di saldo il Pireo, il principale porto ellenico. L\u2019Unione Europea e la Germania, troppo impegnate a vampirizzare la Grecia, se ne fregano e danno il consenso. Poi nel 2013 i cinesi intervengono in Egitto puntellando con inezioni di soldi il regime laico-militare. In cambio il presidente al-Sisi concede a Pechino un\u2019enclave industriale <em>free tax<\/em> nella zona del Canale di Suez \u2014 la <em>China Egypt Suez Economic and Trade Zone<\/em> \u2014, e affida a <em>Cosco<\/em> la gestione della <em>Suez Canal Container Terminal <\/em>che diventa una piattaforma tutta cinese. Una scelta mirata: dal 2001 ad oggi i volumi delle merci che attraversano il Canale fanno del Mediterraneo lo sbocco principale del 19 per cento del traffico globale; il 56% delle merci che utilizzano l\u2019idrovia raggiunge il cuore d\u2019Europa. I conti sono presto fatti.<\/p>\n<p>Ma i mandarini rossi sono insaziabili e il denaro non fa schifo a nessuno. Dopo il Pireo \u2014 ormai il perno della penetrazione gialla in Europa, da collegare via treno a Belgrado e Budapest \u2014 la <em>Cosco<\/em> ha acquisito partecipazioni importanti nel porto di Kumport (Turchia), Ashod (Israele), Tangeri (Marocco), Cherchell (Algeria) Valencia e Bilbao (Spagna), Marsiglia (Francia), Zeebrugge (Belgio) rilevando il conrollo del 10 per cento del movimento contaneir del Vecchio Continente.<\/p>\n<p>Ovviamente anche l\u2019Italia settentrionale \u00e8 nel mirino degli investitori cinesi. Genova, Savona-Vado Ligure e La Spezia hanno creato la <em>Ligurian Port Alliance<\/em> per attrarre il made in China e <em>Cosco<\/em> \u00e8 azionista della piattaforma di Vado, un terminal contaneir che presto sar\u00e0 in grado di movimentare 900mila teu l\u2019anno e accogliere le portacontaneir da 20mila Teu. Ma la Cina punta soprattutto a Trieste. Lo scalo giuliano oltre agli ottimi fondali \u00e8 l\u2019unico porto europeo che gode di extraterritorialit\u00e0 dogale ed \u00e8 collegato via treno all\u2019Europa centrale e orientale. In cambio delle quote di maggioranza, i cinesi sono pronti ad investire sulla citt\u00e0 di San Giusto oltre un miliardo di euro.<\/p>\n<p>Per il governo giallo-verde (e l\u2019Unione Europea) si apre un problema pesante: accettare le allettanti proposte degli emissari di Xi Jinping o imporre condizioni eque e rispettose della sovranit\u00e0. Il sottosegretario Giorgetti ha ribadito pi\u00f9 volte che l\u2019Italia manterr\u00e0 a tutti i costi il controllo dell\u2019infrastruttura appoggiandosi \u2014 paradosso tra i paradossi \u2014 alla recentissima quanto tardiva decisione della Commissione Europea di attuare misure di controllo sugli investitori stranieri intenzionati <em>\u00aba comprare porti europei, parte di infrastrutture energetiche o sigle della difesa\u00bb. <\/em>Meglio tardi che mai.<\/p>\n","protected":false},"excerpt":{"rendered":"<p><p>Per la Cina il 2018 \u00e8 stato un anno complicato ma fruttuoso. Sebbene il Pil sia cresciuto \u201csolo\u201d del 6,5 per cento \u2014 il dato pi\u00f9 basso dal 2009 \u2014 la Repubblica popolare ha retto senza troppi danni (almeno apparentemente) l\u2019offensiva di Trump e prosegue nella sua espansione economica, politica e militare. Ovunque e comunque. Con pragmatismo e spregiudicatezza, senza pi\u00f9 alcun timore \u2014 come incita il presidente \u201ceterno\u201d Xi Jinping \u2014 di \u00abosare, di avere grandi ambizioni\u00bb. Una strategia di lungo periodo che gradualmente sta modificando gli assetti geopolitici e geoeconomici mondiali. 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