{"id":238,"date":"2019-07-01T02:16:41","date_gmt":"2019-07-01T00:16:41","guid":{"rendered":"https:\/\/blog.ilgiornale.it\/valle\/?p=238"},"modified":"2019-07-01T02:16:41","modified_gmt":"2019-07-01T00:16:41","slug":"benedetto-croce-1943-48-un-filosofo-tra-le-rovine","status":"publish","type":"post","link":"https:\/\/blog.ilgiornale.it\/valle\/2019\/07\/01\/benedetto-croce-1943-48-un-filosofo-tra-le-rovine\/","title":{"rendered":"Benedetto Croce, 1943-48. Un filosofo tra le rovine"},"content":{"rendered":"<p><strong>\u00abSiamo stati vinti, e questo non bisogna dimenticare;<\/strong> ma anche i vinti hanno una dignit\u00e0 da serbare, e anche i vinti hanno o trovano armi per difendersi specialmente nella molteplicit\u00e0 cozzante degli interessi del mondo; e operare per l\u2019Italia e frenare anche il mal animo, la cupidit\u00e0 e la prepotenza inglese, si pu\u00f2, ma richiede uomini che abbiano occhio acuto e braccio fermo\u00bb. Cos\u00ec, il 12 luglio 1944, scriveva sconsolato Benedetto Croce all\u2019indomani delle sue dimissioni dal governo guidato dell\u2019inetto Bonomi. Ma nel disastro epocale seguito al 25 luglio e all\u20198 settembre \u201843, uomini di tal fatta non c\u2019erano; restava solo una folla di politicanti trasformisti, petulanti agitatori, avvocati \u201cpaglietta\u201d, generali felloni. E un cocciuto sovrano, ormai delegittimato, sputtanato, impresentabile.<\/p>\n<p><strong>Era il \u201cregno del Sud\u201d, l\u2019ultima sgangherata ridotta dello Stato sabaudo<\/strong> impiantata su un un fazzoletto d\u2019Italia ristretto tra Brindisi \u2014 l\u2019usbergo dei fuggitivi del \u201cBaionetta\u201d \u2014 e la Napoli amarissima e disperata narrata con rabbia da Malaparte e dolente <em>pietas<\/em> da Norman Lewis. Un panorama di rovine materiali e morali, sgombro d\u2019ogni dignit\u00e0 e decenza, scenario perfetto per la \u201cmorte della Patria\u201d. Il comandante Carlo Fecia di Cossato, uomo serio e autentico eroe di guerra, non resse a tanto schifo. Alla madre scrisse \u00absiamo stati indegnamente traditi e ci troviamo ad aver commesso un gesto ignobile senza alcun risultato. Da mesi non faccio che pensare ai miei marinai che sono in fondo al mare. Penso che il mio posto \u00e8 con loro\u00bb. Per Cossato la sola scelta onorevole fu un colpo di pistola alla tempia.<\/p>\n<p><strong>\u00a0<\/strong><\/p>\n<p><strong>Le guerre di Don Benedetto<\/strong><\/p>\n<p>&nbsp;<\/p>\n<p>In questa riedizione mandolinara de \u201cl\u2019Inferno\u201d di Hieronymus Bosch, unico e solitario riferimento \u201calto\u201d rimaneva Don Benedetto, il vecchio filosofo di Pescasseroli, il maestro del neoidealismo, il rivale di Gentile. Croce, il liberale antifascista. Croce, il \u201cPapa laico\u201d. Croce, il patriota monarchico (senza illusioni) sempre pervicacemente anticomunista. Fu lui \u2014unica, vera autorit\u00e0 morale, con buona pace della vulgata ancora dominante, di quel tempo crudele, volgare e confuso \u2014 a tentare di ricomporre i lacerati brandelli dello Stato liberale post-unitario in una visione democratica e nazionale e immaginare un futuro alternativo al consociativismo catto-comunista che ha afflitto (e affligge) l\u2019Italia. Un compito immane, impossibile ma certamente generoso quanto misconosciuto o negato. L\u2019ennesimo \u201ctradimento della memoria\u201d.<\/p>\n<p>Ora, con coraggio (e tante, tante carte d\u2019archivio), <strong>Eugenio Di Rienzo<\/strong> ha voluto ripercorrere quell\u2019ultimo passaggio politico del grande filosofo in un agile quanto denso lavoro significativamente intitolato <strong>\u201cBenedetto Croce. Gli anni dello scontento 1943-1948\u201d<\/strong> (Rubbettino, ppgg. 178, euro 14,00) . Sin dalle prime pagine il docente romano \u2014 grande autorit\u00e0 negli studi storici e mente libera e anticonformista \u2014 si \u00e8 impegnato in un\u2019accurato \u201csmontaggio\u201d delle varie leggende cucite negli anni dai chierici del \u201cpoliticamente corretto\u201d sul percorso crociano post-1943. Ritroviamo perci\u00f2 il direttore de \u201cLa Critica\u201d impegnato a salvare l\u2019istituto monarchico ma assolutamente indisponibile verso Vittorio Emanuele e il principe Umberto, ambedue ritenuti corresponsabili della disfatta. Alla dinastia Croce prospettava un duplice \u201csalto\u201d generazionale con il trasferimento della corona al piccolo principe di Piemonte sotto la reggenza di Marie Jos\u00e9 (magari proprio da lui coadiuvata&#8230;). Una prospettiva improponibile per i Savoia e il partito di corte ma probabilmente, allora, l\u2019unica via praticabile per la salvezza del traballante trono. Il seguito \u00e8 noto.<\/p>\n<p>Al tempo stesso <strong>il filosofo-ministro comprese subito la portata delle ambizioni britanniche sull\u2019Italia e il Mediterraneo.<\/strong> Opponendosi a gran voce. Di Rienzo sfata cos\u00ec le bubbole su un Croce supinamente filo-albionico e disfattista al punto da riportare le sue dichiarazioni del 1940, all\u2019indomani della battaglia di Punta Stilo. Ai suoi famigli e amici che ironizzavano sulle pecche della Regia Marina rispose seccato \u00abnon m\u2019importa un bel niente del fascismo; sono italiano e desidero che gli italiani facciano fronte agli inglesi\u00bb. Un\u2019atteggiamento che manterr\u00e0 anche di fronte ai britannici vincitori, improvvisamente immemori delle promesse di Radio Londra e molto bramosi d\u2019imporre alla <em>King\u2019s Italy<\/em> una punitiva, spietata \u201cpace cartaginese\u201d. Dietro ai progetti di Churchill ed Eden, Don Benedetto intravide con lucidit\u00e0 la prosecuzione \u2014 ormai anacrostica, come i fatti di Grecia, Palestina e Egitto dimostrono nell\u2019immediato dopoguerra \u2014 del bisecolare piano di un <em>Mare clausum<\/em> tutto inglese, uno scenario geopolitico in cui non vi era posto alcuno per un\u2019Italia sovrana e autonoma. L\u2019unica alternativa per sottrarsi ai ricatti armistiziali fissati a Malta rimanevano gli americani, ancora relativamente poco interessati al quadro mediterraneo ma gi\u00e0 insofferenti dell\u2019albagia tardo imperialistica dei \u201ccugini d\u2019oltre Oceano\u201d. Una carta che Croce, forte della sua notoriet\u00e0, cerc\u00f2 di sfruttare con ripetute interviste (assai poco gradite a Londra&#8230;) alla stampa statunitense.<\/p>\n<p>&nbsp;<\/p>\n<p><strong>Il professor Croce contro il compagno \u201cErcoli\u201d<\/strong><\/p>\n<p>&nbsp;<\/p>\n<p>Ma le amarezze pi\u00f9 profonde arrivarono dai suoi antichi discepoli improvvisamente abbacinati dal \u201cLoherngrin redivivo dalla Russia\u201d. Ercole Ercoli, ovvero <strong>Palmiro Togliatti. L\u2019arrivo a Napoli nella primavera \u201944 del proconsole di Stalin<\/strong> sconvolse tutti gli artificiosi equilibri del \u201cregno del Sud\u201d. Fedele alla coordinate fissate a Mosca, il callido piemontese offr\u00ec una sponda inaspettata a Badoglio e i suoi mesti <em>revants<\/em> con la \u201csvolta di Salerno\u201d, un esercizio d\u2019alta politica (va riconosciuto&#8230;) che proiett\u00f2 subitamente il PCI nelle stanze del governo monarchico. Croce, una volta di pi\u00f9, cap\u00ec l\u2019ampiezza e la pericolosit\u00e0 della strategia togliattiana e (soprattutto) la sua matrice esogena: \u00abSe i comunisti si mettono a collaborare col Badoglio e col Re, che faranno, allora, gli altri partiti, e particolarmente il democratico cristiano, che ha anch\u2019esso le sue masse e non vorr\u00e0 tenerle fuori dal governo, abbandonando il campo ai comunisti?&#8230; Ho dovuto osservare che gli inglesi e gli americani, che maneggiano gli affari politici in Napoli, sono molto tardi nel comprenderle. E neppure questa volta avevano compreso che ci\u00f2 che a noi tutti \u00e8 apparso evidente, e cio\u00e8 che il tratto di ordinare, da Mosca, ai comunisti di collaborare era appunto contro di essi\u00bb.<\/p>\n<p>Come Di Rienzo ben documenta, Togliatti fu da subito conscio della totale ostilit\u00e0 dell\u2019autore della \u201cStoria d\u2019Italia\u201d \u2014 e del micidiale opuscolo \u201cPer la storia del comunismo in quanto realt\u00e0 politica\u201d&#8230; \u2014 verso il suo partito e ogni ipotesi di \u201cdemocrazia progressiva\u201d; da qui la decisione di sferrare contro l\u2019insigne studioso una pesantissima campagna denigratoria fatta d\u2019illazioni, menzogne, accuse d\u2019ogni sorta: latifondista, criptomussoliniano, reazionario, \u201cmaceria umana\u201d. Nemico di classe, nemico politico, nemico del popolo. Una macchina del fango ben congegnata e perfettamente oliata anche grazie al contributo di una filiera di \u201cutili idioti\u201d (Romano, Gullo, Calogero e poi Omodeo, Carandini, Pannunzio, persino il genero Craveri) gi\u00e0 crociani convinti e magicamente trasformatisi azionisti o filo-comunisti. Vicende e veleni che le tante prefiche del \u201ccompromesso storico\u201d (da Bocca e Scalfari in poi) hanno giustificato o volutamente occultato per decenni&#8230;<\/p>\n<p>Nell\u2019autunno di quell\u2019anno terribile un atrabile Don Benedetto, sempre pi\u00f9 sempre pi\u00f9 preoccupato dall\u2019invasivit\u00e0 comunista, si decise a collaborare con i democristiani e i loro referenti vaticani (Montini <em>in primis<\/em>). Un passo indubbiamente difficile per il \u201cPapa laico\u201d ma infine necessario poich\u00e8 prodromico all\u2019affondamento del gabinetto Parri e all\u2019archiviazione definitiva dei governi \u201cresistenziali\u201d. <strong>Si apr\u00ec cos\u00ec una nuova fase della politica post-bellica<\/strong> in cui cattolici e liberali, pur tra molte diffidenze, iniziarono a cooperare mentre tra De Gasperi e Croce si solidificava un rapporto amicale e, pur nel rispetto delle rispettive culture, persino affettuoso. Le posizioni rimasero infatti differenti, a volte divergenti e non mancarono diatribe e forti distinguo come nel caso delle relazioni Stato-Chiesa o a proposito dei rapporti con il PCI (dialettici per i DC, di contrapposizione per Croce) e sulle linee di politica internazionale. Un punto, quest\u2019ultimo, assolutamente centrale per il senatore napoletano. A differenza dell\u2019amico trentino, il nipote di Silvio Spaventa si oppose fieramente al famigerato <em>Diktat<\/em>, il trattato di pace imposto a Parigi il 10 febbraio 1947, non si rassegn\u00f2 alla perdita dell\u2019Istria e Fiume e, pur accettandola in chiave antisovietica, poco si entusiasm\u00f2 per l\u2019adesione della neonata Repubblica al Patto atlantico e ancor meno per le emergenti retoriche europeiste.<\/p>\n<p><strong>Non si trattava di fumisterie tardo-patriottiche di un malmostoso nostalgico \u2014 ed Eugenio Di Rienzo lo sottolinea con efficacia<\/strong> \u2014 ma bens\u00ec un\u2019atto di preveggenza e di speranza verso quella \u201cpovera Patria\u201d che malgrado tutto e tutti \u00abnon si rassegnava a morire\u00bb. Sul tavolo di lavoro dell\u2019anziano filosofo presero forma le prime intuizioni per un <strong>nuovo, moderno patriottismo scevro<\/strong>, da stolidi sciovinismi ma attento all\u2019interesse e alla dignit\u00e0 nazionale e avverso ad ogni limitazione alla sovranit\u00e0 del Paese. Idee che pochi anni dopo sorressero l\u2019entusiasmante stagione del \u201cneoatlantismo\u201d di Mattei, Gronchi e Fanfani, caratterizzando un progetto ambizioso, sebbene talvolta contradditorio, che riport\u00f2 per qualche lustro l\u2019Italia \u2014 un\u2019altra volta ancora grande media potenza \u2014 nel nuovo \u201cgrande gioco\u201d mediterraneo e internazionale. Dagli \u201canni dello scontento\u201d di Don Benedetto ecco allora un\u2019ultima lezione \u2014 da studiare, comprendere e riprendere \u2014\u00a0destinata a tutti coloro che, ieri come oggi, non accettano di condividere il triste e tristo destino prefigurato dal buon Hegel per quelli <strong>\u201cStati per i quali libert\u00e0 \u00e8 morta del timore di morire\u00bb<\/strong>.<\/p>\n","protected":false},"excerpt":{"rendered":"<p><p>\u00abSiamo stati vinti, e questo non bisogna dimenticare; ma anche i vinti hanno una dignit\u00e0 da serbare, e anche i vinti hanno o trovano armi per difendersi specialmente nella molteplicit\u00e0 cozzante degli interessi del mondo; e operare per l\u2019Italia e frenare anche il mal animo, la cupidit\u00e0 e la prepotenza inglese, si pu\u00f2, ma richiede uomini che abbiano occhio acuto e braccio fermo\u00bb. Cos\u00ec, il 12 luglio 1944, scriveva sconsolato Benedetto Croce all\u2019indomani delle sue dimissioni dal governo guidato dell\u2019inetto Bonomi. 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