{"id":245,"date":"2019-10-07T14:14:55","date_gmt":"2019-10-07T12:14:55","guid":{"rendered":"https:\/\/blog.ilgiornale.it\/valle\/?p=245"},"modified":"2019-10-07T14:14:55","modified_gmt":"2019-10-07T12:14:55","slug":"cercasi-groenlandia-usa-contro-cina-nella-grande-partita-dellartico","status":"publish","type":"post","link":"https:\/\/blog.ilgiornale.it\/valle\/2019\/10\/07\/cercasi-groenlandia-usa-contro-cina-nella-grande-partita-dellartico\/","title":{"rendered":"Cercasi Groenlandia. USA contro Cina nella grande partita dell&#8217;Artico"},"content":{"rendered":"<p>\u00abQuanto costa la Groenlandia?\u00bb. In molti, quest\u2019estate, hanno pensato che fosse l\u2019ennesimo scherzo di Donald Trump. Ma quella del presidente statunitense \u2014 personaggio stravagante ma di certo non uno stupido, anzi \u2014\u00a0 era molto di pi\u00f9 di una battuta. Quasi un programma\u2026<\/p>\n<p>Nulla di nuovo, in verit\u00e0. Ogni amministrazione di Washington ha sempre guardato con attenzione ai destini della pi\u00f9 grande (e fredda) isola del mondo, mal sopportando \u2014 sempre alla luce della fatidica dottrina Monroe \u2014 l\u2019autorit\u00e0 della Danimarca su un territorio geograficamente appartenente al continente americano. La proposta trumpiana, poi, non \u00e8 una novit\u00e0 assoluta. Nel 1867 gli Stati Uniti, dopo aver acquistato l\u2019Alaska dalla Russia per 7,2 milioni di dollari del tempo, fecero una prima offerta ai danesi per la Groenlandia e l\u2019Islanda (allora dominio di Copenhagen) e le Isole Vergini Danesi. Gli scandinavi allora rifiutarono ma nel 1917, incalzati dagli eventi bellici che minacciavano la loro precaria neutralit\u00e0, cedettero per 25 milioni il possedimento caraibico (con l\u2019eccezione di Water Island svenduta a prezzi di saldo, 100mila dollari, nel 1944).<\/p>\n<p>Durante la seconda guerra mondiale, approfittando dell\u2019occupazione tedesca della Danimarca, gli USA occuparono la colonia e costruirono nove basi. Una curiosit\u00e0: i soldati statunitensi, con l\u2019aiuto di una pattuglia autoctona di sciatori (la Slaedepatruljen Sirius), individuarono e distrussero quattro stazioni meteo costruite segretamente dai germanici sulla costa orientale.\u00a0\u00a0 Terminate le ostilit\u00e0 il presidente Harry Truman torn\u00f2 alla carica e nel 1946 offr\u00ec a Copenhagen 100 milioni di dollari per la sola Groenlandia (l\u2019Islanda era gi\u00e0 indipendente da due anni) ma una volta di pi\u00f9 i danesi risposero picche. Gli americani abbozzarono ma appena un lustro pi\u00f9 tardi, impugnando le logiche della guerra fredda, imposero ai malmosti scandinavi una massiccia presenza militare imperniata sulla Thule Air Base, la struttura militare pi\u00f9 settentrionale del pianeta, e trasformarono l\u2019intera isola nel loro antemurale artico.<\/p>\n<p>Dopo il 1989 e l\u2019implosione del blocco sovietico, l\u2019interesse nord-americano sembr\u00f2 scemare e la presenza militare gradualmente si ridusse assieme \u2014 con poco entusiasmo dei 57mila abitanti \u2014 ai finanziamenti e ai posti di lavoro assicurato dall\u2019indotto. Il parziale ripiegamento del Pentagono spavent\u00f2 soprattutto i governi danesi che si ritrovarono costretti a coprire l\u2019imprevisto buco economico. Un vero e proprio salasso: da allora, per assicurare pace sociale, legami strategici ed economici (e arginare il movimento indipendentista), Copenhagen spende ogni anno 500 milioni di euro, la met\u00e0 esatta del budget annuale della sua remota provincia. Tanti quattrini ma sempre troppo pochi per i secessionisti di Naleraq, con il 13 per cento alle legislative del 2018 il quarto partito isolano, abbastanza invece per la maggioranza dei locali \u2014 un impasto tra nativi inut, eredi dei vichinghi e un pugno di coloni danesi \u2014 che pragmaticamente preferiscono mantenere ben saldi i legami con la lontana ma munifica madrepatria. Almeno sino a quest\u2019estate.<\/p>\n<p>L\u2019offerta trumpiana e il netto rifiuto della premier danese Mette Frederiksen \u2014 socialdemocratica e sovranista, un ossimoro tutto scandinavo \u2014 a cui \u00e8 seguito l\u2019annullamento della visita ufficiale del presidente nella citt\u00e0 della sirenetta, ha improvvisamente rivitalizzato la microscena politica groenlandese. Con esiti imprevisti e, a tratti, persino divertenti. Come raccontano gli esterrefatti inviati della grande stampa internazionale, da settimane a Nuuk, la mini capitale artica (17mila abitanti, un borgo\u2026), tutti dibattono e si confrontano: nel parlamentino insulare, nei caff\u00e8, all\u2019universit\u00e0, nelle case \u00e8 un rincorrersi di voci e illusioni, ambizioni e sogni. In moltissimi sperano in \u201cThe Donald\u201d al punto che \u201cSermisiaq\u201d, l\u2019unico settimanale editato lass\u00f9, ha pubblicato in copertina il volto del cotonato inquilino della White House titolando \u201cGo Trump &#8211; Make Greenland great again\u201d e applaudito sia all\u2019annuncio dell\u2019apertura di un un consolato a stelle e strisce a Nuuk che all\u2019invito alla Casa Bianca dei leader groenlandesi.<\/p>\n<p>Ovviamente, sul fondo della discussione sono riemersi i mai sopiti rancori contro i \u201ccolonizzatori\u201d; una polemica abbastanza inutile se si pensa alla storia di questa terra desolata, ma che assume senso e sostanza nell\u2019attualit\u00e0: a tutt\u2019oggi i posti apicali dell\u2019amministrazione e dell\u2019economia isolana sono appannaggio dei danesi. E poi, grazie (o malgrado) Trump, ha ripreso forza anche l&#8217;annoso problema delle discriminazioni \u2014 ricordate il bel romanzo di Peter H\u00f8eg \u201cIl senso di Smilla per la neve\u201d? \u2014\u00a0 contro i sedicimila e pi\u00f9 nativi residenti in Danimarca. Come ricorda \u201cLe Monde\u201d da due anni \u00abla parola \u201cgroelaenderstiv\u201d, ovvero zozzo come un groenlandese, \u00e8 entrata nel dizionario ufficiale della lingua danese\u00bb. Non a caso Poul Krarup, direttore di \u201cSermisia\u201d si chiede il perch\u00e9 \u00abnel regno siamo indesiderati, osteggiati, umiliati mentre gli islamici sono considerati benvenuti?\u00bb.<\/p>\n<p>Domande senza risposte. Forse ormai inutili. Di certo gli inuit e i loro coinquilini europei spiaggiati nei secoli sulle banchise, sono ora davanti ad un bivio. Ad una scelta decisiva a cui la piccola Danimarca difficilmente sapr\u00e0 o potr\u00e0 opporsi a lungo. La provocazione del presidente americano \u00e8, infatti, una delle tante mosse in una partita ben pi\u00f9 grande e micidiale: il grande gioco dell\u2019Artico. Si tratta di un duello geopolitico che trascende i vecchi confini coloniali e le antiche alleanze della guerra fredda e si inserisce nella ridefinizione dell\u2019intera zona settentrionale del pianeta.<\/p>\n<p>Lo scioglimento dei ghiacci \u2014 una catastrofe ecologica ma, purtroppo, anche una magnifica occasione nella geopolitica dei trasporti \u2014 sta, infatti, solleticando ambizioni d\u2019ogni tipo: nuove rotte marittime, mire militari, progetti geoeconomici. In primis, quelli di Pechino. Per la Cina, ormai convinta di strappare entro il 2049 la primazia mondiale agli USA, l\u2019Artico \u00e8 un\u2019area centrale del suo progetto espansionistico. Oltre a finanziare la Russia per l\u2019apertura della rotta inter modale (navi pi\u00f9 treni) transsiberiana e investire enormi capitali in Finlandia e Estonia in infrastrutture portuali e ferroviarie (tra tutti il super tunnel sotto il Baltico, tra Helsinki e Tallin), i mandarini rossi si muovono a tutto campo, dallo stretto di Bering all\u2019antico possedimento danese. Non a caso. Sotto il ghiaccio groenlandese vi sono enormi risorse ancora non sfruttate: uranio, diamanti, oro, ferro, zinco, rame, gas, petrolio e vasti depositi di terre rare. Un patrimonio che la piccola Danimarca difficilmente potr\u00e0 valorizzare come ben sanno gli esperti della China Communitications Construction Company, gli omini mandorlati che lo scorso giugno hanno proposto ai politici locali contratti con cifre (per loro) fantasmagoriche. Miniere e fabbriche (con personale tutto cinese) in cambio di soldi e l\u2019impegno a costruire tre aeroporti e tante stazioni \u201cmeteo-astronomiche\u201d. Negli stessi giorni gli aerei della Nato hanno rilevato nelle acque dell\u2019isola la presenza di sottomarini cinesi. Per Washington un campanello d\u2019allarme.<\/p>\n<p>La ruvida accelerazione trumpiana va quindi letta e analizzata su questi schemi: \u00e8 molto improbabile che la grande isola a breve s\u2019incastoner\u00e0 come ennesima stella nella bandiera della federazione, ma di certo non diverr\u00e0 un terminale (e tantomeno una base) di Pechino. Ancora una volta l\u2019Europa (via Danimarca) rimane a guardare.<\/p>\n","protected":false},"excerpt":{"rendered":"<p><p>\u00abQuanto costa la Groenlandia?\u00bb. In molti, quest\u2019estate, hanno pensato che fosse l\u2019ennesimo scherzo di Donald Trump. Ma quella del presidente statunitense \u2014 personaggio stravagante ma di certo non uno stupido, anzi \u2014\u00a0 era molto di pi\u00f9 di una battuta. Quasi un programma\u2026 Nulla di nuovo, in verit\u00e0. Ogni amministrazione di Washington ha sempre guardato con attenzione ai destini della pi\u00f9 grande (e fredda) isola del mondo, mal sopportando \u2014 sempre alla luce della fatidica dottrina Monroe \u2014 l\u2019autorit\u00e0 della Danimarca su un territorio geograficamente appartenente al continente americano. La proposta trumpiana, poi, non \u00e8 una novit\u00e0 assoluta. 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