{"id":255,"date":"2019-11-12T10:58:02","date_gmt":"2019-11-12T09:58:02","guid":{"rendered":"https:\/\/blog.ilgiornale.it\/valle\/?p=255"},"modified":"2019-11-12T10:58:02","modified_gmt":"2019-11-12T09:58:02","slug":"lafrica-non-e-perduta-prove-di-rinascita","status":"publish","type":"post","link":"https:\/\/blog.ilgiornale.it\/valle\/2019\/11\/12\/lafrica-non-e-perduta-prove-di-rinascita\/","title":{"rendered":"L&#8217;Africa non \u00e8 perduta. Prove di rinascita"},"content":{"rendered":"<p>La narrazione dominante ci presenta l\u2019Africa come un immenso disastro, un continente stremato dai conflitti e dalle carestie, un \u201ccuore di tenebra\u201d che inghiotte ogni speranza. Ovviamente le colpe sono tutte e soltanto del rapace imperialismo europeo \u2014 e non importa che la parentesi coloniale sia durata appena 80 anni, dalla conferenza di Berlino del 1884 ai primi anni Sessanta del Novecento&#8230; \u2014 e le migrazioni sono la giusta, ineluttabile e inarrestabile punizione per &#8220;l&#8217;uomo bianco&#8221;. Dunque pentitevi e aprite subito porti e citt\u00e0.<\/p>\n<p>Una visione ideologica, semplicistica e sbagliata. L\u2019Africa \u00e8 plurale. Vi sono le Afriche, \u00abuna rete di complessit\u00e0 con modelli culturali, politici, religiosi profondamente diversi e contradditori\u00bb. Lo ricordava, in suo intervento su \u201cLimes\u201d, il senatore Alfredo Mantica, gi\u00e0 sottosegretario agli Esteri nei governi Berlusconi e profondo conoscitore del continente. Ma per pigrizia o ottusit\u00e0 noi preferiamo vedere soltanto \u00abun ammasso indistinto di numeri ed emozioni, gravato da povert\u00e0 e malattie, a cui offrire modelli sociali riciclati e di breve termine; resta esclusa l\u2019Africa fatta da giovani, di energie inespresse, di potenzialit\u00e0 enormi da sfruttare, di spazi immensi, di ricchezza di materie prime\u00bb.<\/p>\n<p>Mantica ha ragione. Lo conferma, una volta di pi\u00f9, il Nobel al giovane premier etiope Abiy Ahmed Ali, un riconoscimento (per una volta) assolutamente condivisibile che premia non solo l\u2019accordo di pace con l\u2019Eritrea ma soprattutto la metamorfosi dell\u2019Etiopia, vero paradigma della rinascita africana. Con coraggio e determinazione Aby sta trasformando in tempi rapidi il secondo paese pi\u00f9 popoloso del continente (ancora nel 2002 uno degli Stati pi\u00f9 poveri del mondo) in una formidabile locomotiva economica che ambisce a diventare un polo di riferimento globale per l\u2019industria tessile. Qualche numero: negli ultimi 15 anni il PIL \u00e8 cresciuto con un incremento medio del 10 per cento e le stime prevedono da qui al 2030 una crescita del 7% annuo con ricadute importanti sulla popolazione. Secondo le proiezioni, le persone che vivranno in estrema povert\u00e0 (la soglia \u00e8 calcolata in 1,9 dollari al giorno) crolleranno dal 22% del 2018 a meno del 3% nel 2030. Nel 2000 erano il 44 per cento&#8230; E ancora, l\u2019Etiopia a dicembre lancer\u00e0 (con l\u2019aiuto cinese) un satellite meteo nello spazio ed entro il 2025 sar\u00e0 la prima nazione africana \u201ccarbon free\u201d.<\/p>\n<p>Se Addis Abeba corre anche i suoi vicini si stanno muovendo. Al netto delle continue dinamiche conflittuali \u2014 ad oggi, con l\u2019eccezione della Somalia, quasi arginate , da oltre un decennio l\u2019intera area \u00e8 in piena fase espansiva: la crescita economica complessiva ha raggiunto il 5,8 per cento; l\u2019Etiopia \u00e8 seguita da Kenya, Tanzania, Ruanda e Uganda con stime tra il 7 e il 5 per cento. Un vero e proprio boom che ha attratto un enorme afflusso di investimenti e capitali esteri e suscitato formidabili appetiti politici e militari.<\/p>\n<p>In primis c\u2019\u00e8 Pechino che sta trasformando l\u2019intera Africa orientale in una piattaforma dell\u2019import-export cino\/euro\/africano. Una scelta strategica di lungo periodo: attraverso lo stretto di Bab al-Mandeb e il Mar Rosso scorre quasi tutto il traffico tra Europa e Asia (un interscambio pari a 700 miliardi di dollari), per l\u2019economia cinese un passaggio vitale. Da qui gli investimenti per una serie di grandi progetti infrastrutturali (porti, strade e ferrovie) finalizzati a creare \u2014 tra Addis Abeba, Gibuti, Nairobi, Mombasa, Lamu e Kampala \u2014 un network logistico transafricano sinergico ai piani del \u201cceleste impero\u201d.<\/p>\n<p>Ma il denaro, come ricordava un film di successo, \u00abnon dorme mai\u00bb ed ecco allora la presenza di Turchia, Arabia Saudita, monarchie del Golfo e, con discrezione, Israele; una folla di attori tutti irresistibilmente attratti dai nuovi mercati etiopi e kenioti, dai giacimenti di gas e petrolio scoperti in Eritrea e Somalia e dalle risorse minerarie di Uganda e Sud Sudan. Un complicato risiko geopolitico ed economico in cui gli europei, in ordine sparso, stanno cercando di rientrare. L\u2019Italia, al solito, \u00e8 priva di una politica africana e si affida ad un pugno di \u201ccapitani coraggiosi\u201d, imprenditori lungimiranti come Piero Salini di Impregilo.<\/p>\n<p>L\u2019Etiopia \u2014\u00a0assieme a Nigeria, Senegal, Niger, Mali, Burkina Faso, Mauritania, Chad, Sud Sudan, Gibuti ed Eritrea \u2014 \u00e8 impegnata anche in un altro cruciale progetto panafricano di cui poco si parla in Italia e in Europa: la Great Green Wall, la grande muraglia verde di ottomila chilometri d\u2019alberi che si estender\u00e0 tra Gibuti e il Senegal, tra l\u2019Oceano Indiano e l\u2019Atlantico. Una cintura di piante sul margine meridionale del Sahara per fermare la desertificazione (ogni anno il deserto avanza di due chilometri) e le conseguenti crisi alimentari e migratorie. Grazie al ciclopico progetto, avviato nel 2007 e oggi realizzato al circa al 20 per cento, sono stati recuperati gi\u00e0 cinque milioni di ettari di terra in media per Stato con migliaia di nuovi posti di lavoro diretti e indiretti. Il record \u00e8 del piccolo Senegal dove sono stati piantati 12 milioni d\u2019alberi e restituiti agli agricoltori 25mila ettari di terreni aridi. Un\u2019alternativa reale alla povert\u00e0 e all\u2019insicurezza alimentare che purtroppo l\u2019Unione Europea non sostiene adeguatamente. Ancora una volta, Pechino si \u00e8 detta disponibile ad aiutare gli \u201camici\u201d africani&#8230;<\/p>\n<p>Se molti, purtroppo, ancora partono vi \u00e8 anche chi invoglia a tornare. \u00c8 il caso del Ghana, piccolo paese anglofono dell\u2019Africa Occidentale indipendente dal 1957 e con un\u2019economia in decisa crescita. Il suo presidente Nana Akufo-Addo ha proclamato il 2019 \u2014 quattrocentesimo anniversario del primo viaggio di una nave negriera verso il Nord America \u2014 \u201cl\u2019anno del ritorno\u201d. Non si tratta (soltanto) di una trovata simbolica ma di un progetto per far rientrare in patria i segmenti pi\u00f9 dinamici della diaspora ghanese e convincerli ad investire nell\u2019informatica, nelle energie rinnovabili, nelle comunicazioni. La fame di quadri e capitali \u00e8 tale che il governo ha ampliato, con una campagna pubblicitaria ad hoc, la sua offerta anche ai discendenti degli schiavi statunitensi e caraibici. Insomma, tornate a casa, abbiamo bisogno di voi. Chi ha detto che l\u2019Africa \u00e8 perduta?<\/p>\n","protected":false},"excerpt":{"rendered":"<p><p>La narrazione dominante ci presenta l\u2019Africa come un immenso disastro, un continente stremato dai conflitti e dalle carestie, un \u201ccuore di tenebra\u201d che inghiotte ogni speranza. 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