{"id":270,"date":"2020-04-14T14:00:49","date_gmt":"2020-04-14T12:00:49","guid":{"rendered":"https:\/\/blog.ilgiornale.it\/valle\/?p=270"},"modified":"2020-04-14T14:00:49","modified_gmt":"2020-04-14T12:00:49","slug":"litalia-a-gibuti-per-fare-cosa","status":"publish","type":"post","link":"https:\/\/blog.ilgiornale.it\/valle\/2020\/04\/14\/litalia-a-gibuti-per-fare-cosa\/","title":{"rendered":"L&#8217;Italia a Gibuti. Per fare cosa?"},"content":{"rendered":"<p>Un piccolo angolo d\u2019Africa molto affollato. \u00c8 Gibuti, il micro Stato (circa 900mila abitanti su 23mila kmq) indipendente dalla Francia dal 1977. Decisamente un posto inospitale: sabbia, roccia lavica, caldo atroce e ancora molta miseria. Eppure l\u2019ex \u201cTerritorio degli Afar e Issa\u201d, gi\u00e0 Somalia francese, interessa a molti. \u00a0Merito della geografia che ha inchiodato la desolata repubblica proprio sullo stretto di Bab al Mandab, la \u201cPorta delle lacrime\u201d da cui transitano ogni anno circa 25mila navi e il 40 per cento delle forniture mondiali di petrolio.<\/p>\n<p>Per quasi un secolo la strategica posizione \u00e8 stata controllata dall\u2019antica potenza coloniale e garantita dai legionari, severi custodi di Camp Lemonnier, la principale base francese d\u2019oltremare. Ma, al netto della \u201cgrandeur\u201d transalpina, si trattava di una presenza sonnacchiosa, quasi letargica con pochi investimenti e ancor meno aiuti. Poi l\u201911 settembre 2001, l\u2019emergenza terrorismo. Il Pentagono decise che Gibuti era la piattaforma ideale per il controllare Medio Oriente, Oceano Indiano e Africa e in pochi mesi Washington sostitu\u00ec Parigi. Nel 2002 la Legion Etrangere dovette fare i bagagli, lasciando la sua storica caserma ai marines, e il porto si riemp\u00ec di navi a stelle e strisce. Per il presidente gibutino Ismail Omar Guelleh, al potere dal 1999, e per la striminzita economia locale il massiccio arrivo dei nuovi amici rappresent\u00f2 una boccata d\u2019ossigeno: da allora, tra pagamenti diretti ed indiretti, gli statunitensi assicurano annualmente a Gibuti 200 milioni di dollari, pi\u00f9 o meno il 10 per cento del PIL.<\/p>\n<p>Un\u2019ulteriore spinta \u00e8 arrivata dalla pirateria somala. Allarmati dai continui sequestri di navi mercantili e pescherecci, nello scorso decennio i governi occidentali e asiatici inviarono le loro unit\u00e0 a pattugliare la zona di mare compresa il Corno d\u2019Africa, il golfo di Aden e le Seychelles. Un dispiegamento tutt\u2019ora in corso come la Missione Atalanta \u2014\u00a0 istituita nel 2008 dall\u2019Unione Europea a cui l\u2019Italia contribuisce con i mezzi della nostra Marina Militare \u2014 e le parallele iniziative americane, cinesi, giapponesi e indiane.<\/p>\n<p>Negli anni i gibutini hanno affittato con assoluta disinvoltura spazi e strutture a chiunque richiedesse, trasformando il Paese in un inedito condominio di marine ed eserciti stranieri. Un\u2019operazione immobiliare decisamente fruttuosa. Nelle rispettive basi posizionate a sud della capitale, sono stanziati quattromila soldati americani, 1450 militari francesi (con contingenti spagnoli, olandesi e tedeschi), 200 giapponesi e anche 140 italiani. Dal 2013 \u00e8 infatti operativa la base militare interforze intitolata significativamente ad Amedeo Guillet, il mitico \u201cComandante Diavolo\u201d eroe della resistenza italiana in Africa Orientale nel secondo conflitto. La struttura fornisce supporto logistico ai contingenti nazionali che operano nell\u2019area e formazione alle forze armate gibutine oltre promuovere iniziative sociali di vario tipo e alterno interesse (tra cui persino un surreale corso di formazione per pizzaioli per gli studenti della scuola alberghiera locale). Mentre i nostri soldati s\u2019impegnano nella gastronomia \u2014 lodevole impresa, ma forse le donne e gli uomini con le stellette avrebbero altri compiti\u2026 \u2014 i loro condomini sono in altre faccende affaccendati.<\/p>\n<p>A Gibuti tutti controllano tutti. Americani e francesi (ridimensionati ma sempre attenti) tengono sott\u2019occhio sono i duemila militari cinesi che popolano la grande base portuale inaugurata nel 2017. Ufficialmente la struttura (la prima all\u2019estero) \u00e8 un punto d\u2019appoggio per navi ed equipaggi impegnati in missioni antipirateria; ricordiamo che Pechino dal 2008 ad oggi ha movimentato contro i bucanieri somali pi\u00f9 di 70 unit\u00e0 tra cacciatorpediniere, fregate e rifornitrici e mantiene un task force navale permanente davanti Aden. In realt\u00e0 la base risponde a logiche di pi\u00f9 vasta portata. L\u2019installazione ha una capacit\u00e0 d\u2019accoglienza per diecimila effettivi e rappresenta una porta d\u2019accesso sicura per accedere al cuore del continente, nonch\u00e9 un punto nevralgico lungo la rotta marittima delle nuove vie della seta. Una somma micidiale d\u2019investimenti, commerci e flussi energetici che Pechino vuole garantire rovesciando una valanga di soldi sulla piccola repubblica. Nel 2017 i cinesi hanno inaugurato, proprio in fronte alla loro base, il porto multifunzionale di Doraleh e un terminal petrolifero e aperto la nuova linea ferroviaria Addis-Abeba-Gibuti; un anno pi\u00f9 tardi \u00e8 entrata in funzione una zona franca di 43 kmq, un progetto di 3,5 miliardi di dollari, gestita da tre aziende cinesi. Parallelamente gli asiatici hanno costruito strade, aeroporti, alberghi, centri commerciali, acquedotti e sono in fase di realizzazione un gasdotto di 700 chilometri verso i giacimenti dell\u2019Ogaden etiopico e un oleodotto per il Sud Sudan. L\u2019obiettivo, come informa un documento di Bank of China, \u00ab\u00e8 trasformare il Paese, da hub logistico regionale in un hub finanziario e in un crocevia commerciale globale\u00bb. Insomma, una nuova Dubai in versione gialla.<\/p>\n<p>L\u2019attivismo dell\u2019Impero di mezzo preoccupa non solo gli occidentali ma anche sauditi ed emiratini. I primi hanno richiesto e ottenuto da Ismail Omar Guelleh una base militare mentre i secondi si sono installati ad Assab, nell\u2019Ottocento la prima stazione coloniale italiana, e sono in procinto di posizionarsi a Berbera, nell\u2019auto proclamata repubblica del Somaliland. Non mancano, ovviamente, i russi, dopo un ventennio d\u2019assenza nuovamente presenti in Africa. Mosca ha chiesto un punto d\u2019appoggio per la sua flotta ma le pressioni americane rendono problematiche le trattative.<\/p>\n<p>Insomma, attorno all\u2019uscio geopolitico di Bab al-Mandab tutto \u00e8 in movimento. Speriamo che, prima o poi, qualcuno a Roma se ne accorga e si renda conto che la grande politica non si fa cucinando pizze\u2026<\/p>\n","protected":false},"excerpt":{"rendered":"<p><p>Un piccolo angolo d\u2019Africa molto affollato. \u00c8 Gibuti, il micro Stato (circa 900mila abitanti su 23mila kmq) indipendente dalla Francia dal 1977. 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