{"id":297,"date":"2020-12-15T13:47:03","date_gmt":"2020-12-15T12:47:03","guid":{"rendered":"https:\/\/blog.ilgiornale.it\/valle\/?p=297"},"modified":"2020-12-20T20:19:50","modified_gmt":"2020-12-20T19:19:50","slug":"parigi-1919-una-vittoria-mutilata","status":"publish","type":"post","link":"https:\/\/blog.ilgiornale.it\/valle\/2020\/12\/15\/parigi-1919-una-vittoria-mutilata\/","title":{"rendered":"Parigi 1919. Una vittoria mutilata"},"content":{"rendered":"<p><a href=\"https:\/\/blog.ilgiornale.it\/valle\/files\/2020\/12\/soave-vittoria_mutilata-193x300-1.jpg\"><img loading=\"lazy\" class=\"alignnone size-full wp-image-298\" src=\"https:\/\/blog.ilgiornale.it\/valle\/files\/2020\/12\/soave-vittoria_mutilata-193x300-1.jpg\" alt=\"\" width=\"193\" height=\"300\" \/><\/a><\/p>\n<p>La discussa e discutibile visita del presidente Mattarella lo scorso luglio a Trieste culminata con lo strambo omaggio ai quattro terroristi slavi del Tigr \u2014 fucilati nel 1930 dopo una scia di sanguinosi attentati contro obiettivi civili italiani \u2014 e le commemorazioni pi\u00f9 o meno felici dell\u2019impresa dannunziana di Fiume hanno fugacemente riportato l\u2019attenzione sulle intricate vicende del confine orientale d\u2019Italia. \u00a0Come al solito i media ci hanno afflitto con narrazioni superficiali quando non fuorvianti, riducendo la questione adriatica in schematismi talvolta nostalgici e retorici o, troppo spesso, incredibilmente auto colpevolizzanti. Risultato: la tragedia novecentesca delle terre istriane e dalmate rimane il terreno di scontro per opposte tifoserie. Uno sterile gioco tra struggimenti per la piccola patria perduta e insopportabili negazionismi.<\/p>\n<p>Fortunatamente la ricerca storica, seppur faticosamente, prosegue con lavori innovativi e nuove chiavi interpretative che permettono di comprendere lo \u201czeitgeist\u201d e cogliere la somma delle formidabili implicazioni politiche ed economiche che determinarono (e ancor oggi determinano) confini e memorie. Di assoluto rilievo \u00e8 il nuovo libro di Paolo Soave \u201cUna vittoria mutilata?\u201d (Rubettino pp.157, euro 14,00) che analizza uno dei nodi centrali quanto scomodi della nostra vicenda unitaria, ovvero la contradditoria (e non pagante) partecipazione nel 1919 dell\u2019Italia alla Conferenza di Versailles, esiziale <em>redde rationem<\/em> fissato dalle potenze euro-atlantiche ai nemici sconfitti e brusco <em>rappel \u00e0 l\u2019ordre<\/em> per agli alleati minori: Italia, Belgio, Serbia, Grecia, Romania, Giappone, Portogallo. In guerra presenze necessarie e, talvolta, indispensabili, in pace fastidiosi coriandoli. Da premiare (Belgio e Giappone), usare (Serbia e Grecia) o marginalizzare. Fu il caso dell\u2019Italia.<\/p>\n<p>Soave, brillante docente di Storia delle Relazioni Internazionali, affronta il problema italiano con minuzia archivistica, larghezza di visione e (dato non scontato per un accademico\u2026) scrittura fluida, individuando con precisione le perduranti opacit\u00e0 nel rapporto (sempre disuguale) tra Roma e le capitali occidentali.<\/p>\n<p>Il punto di partenza \u00e8 il Trattato di Londra del 1915, la travagliata decisione della rottura della \u201cTriplice\u201d e l\u2019adesione all\u2019\u201dIntesa\u201d su un accordo segreto che assicurava al regno sabaudo non solo l\u2019arco Trento-Trieste ma anche e soprattutto il controllo dell\u2019Adriatico, un protettorato sull\u2019Albania, il riconoscimento del possesso del Dodecaneso e ampliamenti in Asia minore, diritti sul Mar Rosso, pi\u00f9 vaghe promesse per l\u2019amministrazione del Canale di Suez e sull\u2019Africa tedesca. Sulla carta un magnifico bottino per la piccola Italia \u2014 \u201cgrande potenza solo a titolo di cortesia\u201d come ricordava Gioacchino Volpe \u2014 ma anche un grande azzardo. Salandra, Sonnino e Vittorio Emanuele (protagonista non secondario) non ebbero troppi dubbi e imposero ad un Paese ancora largamente neutralista l\u2019entrata in guerra. Come nota l\u2019autore uno spregiudicato \u201cgiro di valzer\u201d in cui s\u2019intrecciava la tradizionale diplomazia \u201canfibia\u201d sabauda con la ripresa \u00abdella fase espansiva della politica estera unitaria avviata nel 1911 da Giolitti con la conquista della \u201cquarta sponda\u201d. Impegnando le armi si sarebbe espresso il tentativo dell\u2019Italia liberale di costruire una patria comune e una sintesi di nazione, libert\u00e0 e modernit\u00e0\u00bb.<\/p>\n<p>Poi il 24 maggio. Il Carso, Gorizia, le Alpi, Caporetto, il Grappa e il Piave e, infine, Vittorio Veneto. Seicentottantamila morti, un milione e pi\u00f9 di mutilati su 5.240.000 mobilitati, il 13,78 della popolazione. Un conflitto lungo, sanguinoso che mise a durissima prova l\u2019intero Paese, suscitando energie impreviste all\u2019interno \u2014 un inedito patriottismo diffuso, i \u201cragazzi del \u201899\u201d e l\u2019arditismo \u2014 e fortissime diffidenze all\u2019esterno. Puntualmente i franco-britannici sottostimarono lo sforzo militare ed economico del regno e il fronte italiano venne pervicacemente ignorato dalla grande stampa alleata. Con un\u2019unica eccezione Rudyard Kipling. Nel 1917 l\u2019autore del \u201cLibro della Giungla\u201d, premio Nobel per la Letteratura, raggiunse agli alpini sulle vette delle Alpi Giulie e Carniche e si appassion\u00f2 ai soldati di montagna diventandone uno dei cantori pi\u00f9 originali con un libro-testimonianza \u201cLa guerra nelle montagne\u201d. Una singolarit\u00e0. \u00a0Ancora oggi per la copiosa storiografia anglo-sassone sulla Grande Guerra il teatro italiano rimane un fatto secondario e l\u2019impegno militare quasi risibile. Lo confermano, una volta di pi\u00f9, le velenose righe di Margaret MacMillian nel suo poderoso volume \u201cParigi 1919\u201d, dedicato appunto a Versailles. Per l\u2019ex rettrice del Trinity College \u00abi soldati italiani, mal guidati e peggio equipaggiati, erano stati massacrati nel corso delle battaglie svoltesi sulle Alpi, finch\u00e9 l\u2019esercito era crollato a Caporetto nel 1917. Nel 1918, di fronte a oltre mezzo milioni di morti e un numero ancora maggiore di feriti gravi, la domanda che cominciava a circolare era: a che scopo?\u00bb. \u00a0Per la MacMillian e i suoi dotti colleghi la resistenza accanita sul Piave e il Grappa, la &#8220;guerra bianca&#8221; sull&#8217;Adamello e dintorni, le battaglie del Solstizio, il Col Moschin, le imprese di Rizzo, l\u2019armistizio di Villa Giusti nulla contano. Nulla pesano.<\/p>\n<p>Una visione daltonica che, come ci avverte Soave, arriva da lontano, dall\u2019incessante lavorio delle cancellerie durante il proseguirsi del conflitto. Mentre le \u201ctempeste d\u2019acciaio\u201d massacravano un\u2019intera generazione, felpati diplomatici, astuti capitalisti e callidi ministri preparavano il dopoguerra, il nuovo ordine post bellico. Un gioco sottile quanto micidiale che non prevedeva le rivendicazioni italiane. Sceso il silenzio sui campi di battaglia a Versailles, riprendendo il colonello T. E. Lawrence, \u00abgli uomini vecchi decisero la loro pace\u00bb. Purtroppo a rappresentare a Parigi l\u2019Italia vittoriosa di Diaz e di D\u2019Annunzio arrivarono uomini culturalmente ancor pi\u00f9 vecchi e, soprattutto, decisamente pi\u00f9 inadeguati dei loro agguerriti colleghi: il francese Clemenceau, il britannico Lloyd George, lo statunitense Wilson. Il peggiore.<\/p>\n<p>Una volta seduti sulle comode poltrone della \u201cgalleria degli specchi\u201d, lustro della reggia di Luigi XIV, Orlando e Sonnino si resero presto conto di contare poco o niente. Gli alleati accusarono l\u2019Italia d\u2019egoismo, sminuirono il nostro apporto alla vittoria, si dimenticarono con facilit\u00e0 estrema dei patti londinesi, rintuzzarono ogni appetito coloniale e \u2014 con il sostegno dell\u2019italofobico Wilson \u2014 cercarono di bloccare ogni ambizione italiana sull\u2019Adriatico e nei Balcani. Fiume compresa. La nuova Jugoslavia monarchica divenne il contraltare, l\u2019adeguato antemurale ai progetti di Roma.<\/p>\n<p>Per i \u201cgrandi\u201d lo Stivale doveva rassegnarsi ad un ruolo da junior partner, rinunciare ad ogni ipotesi d\u2019autosufficienza economica e a miraggi d\u2019autonomia politica e accettare una sorta di sovranit\u00e0 limitata. I delegati \u2014 gi\u00e0 scossi dalla ventura dannunziana a Fiume, preoccupati dai conflitti sociali in atto e angosciati dai tanti debiti \u2014 non furono all\u2019altezza della situazione e inanellarono una serie di errori che indebolirono ulteriormente la gi\u00e0 debole posizione dell\u2019Italia. Alla fine, come stigmatizza l\u2019autore, la conferenza si ridusse ad un problema di rapporti di forza tra ineguali, un confronto impari che un personale politico ormai logorato non poteva reggere. Salandra e Sonnino strillarono, minacciarono, partirono e poi tornarono e, infine, firmarono. In patria il mito della \u201cvittoria mutilata\u201d divenne facile argomento per le opposizioni nazionaliste \u2014 D\u2019Annunzio si scagli\u00f2 contro \u201ci divoratori di carne umana\u201d \u2014 e aliment\u00f2 il nascente fascismo che nel ventennio altern\u00f2 in politica estera revisionismo e anti revisionismo. I risultati sono noti e ampiamente indagati.<\/p>\n<p>Come avverte Paolo Soave, a distanza di un secolo il convegno di Versailles rimane un paradigma per tutti coloro \u2014 invero pochi \u2014 che si preoccupano e si interrogano sul ruolo internazionale dell\u2019Italia nel terzo millennio. Evaporate le velleit\u00e0 imperiali, rimangono sempre irrisolti i rapporti con gli alleati (veri o presunti) e il significato della nostra collocazione nell\u2019Adriatico, nel Mediterraneo (pi\u00f9 o meno allargato), nei Balcani, in Africa. Oggi come nel 1919.<\/p>\n","protected":false},"excerpt":{"rendered":"<p><p>La discussa e discutibile visita del presidente Mattarella lo scorso luglio a Trieste culminata con lo strambo omaggio ai quattro terroristi slavi del Tigr \u2014 fucilati nel 1930 dopo una scia di sanguinosi attentati contro obiettivi civili italiani \u2014 e le commemorazioni pi\u00f9 o meno felici dell\u2019impresa dannunziana di Fiume hanno fugacemente riportato l\u2019attenzione sulle intricate vicende del confine orientale d\u2019Italia. \u00a0Come al solito i media ci hanno afflitto con narrazioni superficiali quando non fuorvianti, riducendo la questione adriatica in schematismi talvolta nostalgici e retorici o, troppo spesso, incredibilmente auto colpevolizzanti. 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