{"id":306,"date":"2020-12-25T20:21:56","date_gmt":"2020-12-25T19:21:56","guid":{"rendered":"https:\/\/blog.ilgiornale.it\/valle\/?p=306"},"modified":"2020-12-25T20:22:32","modified_gmt":"2020-12-25T19:22:32","slug":"africa-60-anni-di-illusioni-delusioni-e-alcune-sorprese","status":"publish","type":"post","link":"https:\/\/blog.ilgiornale.it\/valle\/2020\/12\/25\/africa-60-anni-di-illusioni-delusioni-e-alcune-sorprese\/","title":{"rendered":"Africa, 60 anni di illusioni e delusioni. Con alcune sorprese"},"content":{"rendered":"<p><a href=\"https:\/\/blog.ilgiornale.it\/valle\/files\/2020\/12\/africa_indipendenze.jpg\"><img loading=\"lazy\" class=\"alignnone size-medium wp-image-307\" src=\"https:\/\/blog.ilgiornale.it\/valle\/files\/2020\/12\/africa_indipendenze-253x300.jpg\" alt=\"\" width=\"253\" height=\"300\" srcset=\"https:\/\/blog.ilgiornale.it\/valle\/files\/2020\/12\/africa_indipendenze-253x300.jpg 253w, https:\/\/blog.ilgiornale.it\/valle\/files\/2020\/12\/africa_indipendenze-864x1024.jpg 864w, https:\/\/blog.ilgiornale.it\/valle\/files\/2020\/12\/africa_indipendenze-768x911.jpg 768w, https:\/\/blog.ilgiornale.it\/valle\/files\/2020\/12\/africa_indipendenze.jpg 1012w\" sizes=\"(max-width: 253px) 100vw, 253px\" \/><\/a><\/p>\n<p>Nella narrazione corrente il 1960 \u00e8 ricordato, un po\u2019 superficialmente, come l\u2019anno delle indipendenze africane. Nell\u2019arco di pochi mesi \u2014 dal primo gennaio al 28 novembre \u2014 la Francia gaullista liquidava gran parte del suo impero. \u00a0Per il canuto generale, ansioso di chiudere la sanguinosa e costosissima partita algerina, i possedimenti africani erano ormai un peso politico ed economico insopportabile. Meglio andarsene alla svelta per poi, come sar\u00e0 con la rete economica della \u201cFrance-Afrique\u201d e il franco CFA, tornare in altre forme. Pi\u00f9 felpate e micidiali e decisamente pi\u00f9 convenienti<\/p>\n<p><strong>Tra le rare voci critiche, vi fu quella del dottor Albert Schweitzer, premio Nobel per la Pace nel 1952.<\/strong> Dal suo ospedale di Lambar\u00e8n\u00e8, un buco infame e malsano e, al tempo stesso, la localit\u00e0 pi\u00f9 luminosa dell\u2019allora Africa Equatoriale Francese, sped\u00ec un messaggio al presidente di Francia. L\u2019anziano missionario alsaziano, \u2014 baffi curati, casco bianco, piccolo papillon nero e pantaloni stinti e rammendati \u2014, l\u2019uomo che aveva consumato l\u2019intera sua vita a curare gli ultimi tra gli ultimi dell\u2019Africa profonda, scriveva al potente generale una missiva per scongiurare (o almeno ritardare) l\u2019annunciata ritirata della Francia dal \u201ccuore di tenebra\u201d. Dalla profondit\u00e0 del continente. Un messaggio contro l\u2019improvvisa e improvvida decolonizzazione di terre inquiete.<\/p>\n<p>Il latore era Alain Peyrefitte, il pi\u00f9 giovane e brillante collaboratore di De Gaulle, uno dei pochi confidenti del ruvido Charles. Come ricorda nel suo <em>C\u2019etait De Gaulle<\/em> \u2014 un libro centrale se si vuol comprendere l\u2019esperienza gaullista \u2014, Peyrefitte lesse il messaggio de <em>le grand docteur<\/em> all\u2019inquilino dell\u2019Eliseo. Le parole erano cortesi e inequivocabili \u2014 Schweitzer se lo poteva permettere\u2026 \u2014: <em>\u00abl\u2019esperienza di questi lunghi anni passati in Africa mi ha aperto gli occhi. So bene che i politici indigeni e i francesi di Libreville [la capitale dell\u2019amministrazione gallica in Equatore, ndr] mi accuseranno d\u2019essere paternalista, colonialista e razzista, ma la Francia non pu\u00f2 andarsene oggi. Adesso. Poich\u00e9 i negri vivono ancora l\u2019et\u00e0 della pietra, ad eccezione dell\u2019uno e due per cento di essi, e sarebbe insensato trattarli come europei dei giorni nostri\u00bb.<\/em><\/p>\n<p>De Gaulle annu\u00ec. \u00abSchweitzer ha ragione e torto. \u00c8 vero che gli indigeni non sono in grado per governarsi veramente da se stessi. Ma ci\u00f2 che egli dimentica, \u00e8 che attorno a noi esiste il mondo, e che esso \u00e8 cambiato\u00bb. Per poi aggiungere: <em>\u00abI popoli colonizzati sopportano sempre meno i loro colonizzatori; un giorno verr\u00e0 in cui non riusciranno a pi\u00f9 a sopportare se stessi. Nell\u2019attesa, noi siamo obbligati a tener conto della realt\u00e0\u00bb.<\/em> Profetico.<\/p>\n<p>Cos\u00ec, nel tripudio dei pi\u00f9 e lo scetticismo di pochi, il colonialismo gallico evaporava e al suo posto sorgevano quattordici nuove nazioni: Mauritania, Mali, Repubblica Centroafricana, Niger, Chad, Burkina Faso, Senegal, Costa d\u2019Avorio, Benin, Togo, Camerun, Gabon, Congo Brazzaville, Madagascar. Nello stesso anno fatidico il Belgio abbandonava malamente il Congo e l\u2019Italia cessava la sua amministrazione fiduciaria in Somalia.<\/p>\n<p>Gli inglesi \u2014 umiliati a Suez nel \u201956 e ormai stufi di guerre coloniali \u2014 seguirono a ruota. L\u2019Africa era ormai un cattivo affare: i possedimenti rappresentavano solo il 7,9% dell\u2019import e il 10,8 dell\u2019export mentre il Colonial Development Fund elarg\u00ec, tra il 1946 e il 1958, oltre 121 milioni di sterline a fondo perduto.\u00a0 Troppo per i pragmatici sudditi di Sua Maest\u00e0.\u00a0 Nel 1961 gli albionici si ritirarono dalla Tanzania, nel \u201962 dall\u2019Uganda, nel \u201963 dal Kenya, nel \u201964 dallo Zambia e dal Malawi e nel 1966 dal Botswana.\u00a0 Con gran scorno di Londra, il Sud Africa con Namibia e Rhodesia, controllati da rocciose minoranze europee, imboccarono altre perigliose strade.<\/p>\n<p>Alla fine del decennio dell\u2019Africa disegnata nel 1885 alla Conferenza di Berlino era praticamente svanita. Rimase solo il piccolo, cocciuto Portogallo salazarista che, nel segno del lusotropicalismo, la singolare teoria assimilazionista del sociologo brasiliano Gilberto Freye, cerc\u00f2 di difendere le sue posizioni in Angola, Mozambico, Cabinda, Guinea Bissau, Capo Verde. Una corsa solitaria, estenuante e vana, spezzata nel 1974 a Lisbona da un golpe militare travestito da \u201crivoluzione dei garofani\u201d e conclusasi l\u2019anno dopo con una mesta ritirata dal Continente.<\/p>\n<p><strong>Il colonialismo europeo \u2014 un\u2019esperienza di scarsi ottant\u2019anni \u2014 era defunto<\/strong> ma sin da subito il suo cadavere divenne l\u2019alibi preferito per tanti, troppi cleptocrati africani, l\u2019immancabile tormentone auto accusatorio di ogni occidentale che odia l\u2019Occidente e per tutti (o quasi) il paradigma d\u2019ogni nefandezza reazionaria.<\/p>\n<p>&nbsp;<\/p>\n<p><strong>Le colonie? Un\u2018idea di sinistra<\/strong><\/p>\n<p>&nbsp;<\/p>\n<p>Eppure il colonialismo, principalmente nella sua versione francese, nasce giacobino e progressista. All\u2019indomani della sconfitta di Sedan e del crollo dell\u2019impero bonapartista, i capi della sinistra Jules Ferry e L\u00e9on Gambetta imposero alla Terza repubblica una rapida espansione in Asia e in Africa. Alle proteste delle destre monarchiche o bonapartiste \u2014 ben pi\u00f9 preoccupate della sempre minacciosa Germania bismarkiana \u2014 Victor Hugo, l\u2019aedo del pensiero coloniale repubblicano, rispondeva il 18 maggio 1879 con alate parole<em>:<\/em><\/p>\n<p><em>\u00abNel XIX secolo, il bianco ha fatto del nero un uomo, nel XX secolo l\u2019Europa dar\u00e0 dell\u2019Africa un mondo. Rifare un\u2019Africa nuova, rendere la vecchia Africa aperta alla Civilt\u00e0. Ecco il problema. L\u2019Europa lo risolver\u00e0. Andate popoli! Impadronitevi di queste terre. Prendetele! Prendete queste terre per Dio. Dio dona la terra agli uomini. Dio dona l\u2019Africa all\u2019Europa. Andate! Costruite strade, porti, citt\u00e0. Arate, coltivate, colonizzate, moltiplicatevi su questa terra, sbarazzatevi dei preti e dei principi! Lo spirito divino s\u2019afferma con la pace, lo spirito umano con la libert\u00e0\u00bb.<\/em><\/p>\n<p>Assieme all\u2019autore de \u201cI Miserabili\u201d tuonarono anche gli altri cacicchi della Repubblica. Jean Jaures, il padre nobile del sinistrismo gallico, proclam\u00f2 che la colonizzazione era il vettore degli ideali del 1789: <em>\u00abquando conquistiamo un Paese, dobbiamo irradiarlo della gloria di Francia, poich\u00e9 essa \u00e8 pura e grande, impregnata di giustizia e bont\u00e0\u00bb.<\/em> Risultato: il 10 marzo 1883 il parlamento francese dava la fiducia a Ferry e approvava il budget per la conquista dell\u2019Indocina, del Congo e del Madagascar. La marcia era iniziata.<\/p>\n<p><strong>La sinistra transalpina rester\u00e0 lungamente su posizione iper colonialiste<\/strong> elaborando persino una sorta di \u201crazzismo filantropico\u201d. Nel 1925 L\u00e9on Blum afferm\u00f2 tranquillamente: <em>\u00abnoi ammettiamo il diritto e persino il dovere delle razze superiori a dirigere quelle che non sono ancore pervenute allo stesso grado di cultura per introdurle ai progressi realizzati grazie agli sforzi della scienza e dell\u2019industria\u00bb. <\/em>Albert Bayet, presidente della Lega dei diritti dell\u2019uomo e grande massone, nel 1931 si disse convinto della piena legittimit\u00e0 del colonialismo poich\u00e9 portatore del<em> \u00abmessaggio dei grandi antenati del 1789. Far conoscere ai popoli i diritti, non \u00e8 imperialismo ma un segno di fraternit\u00e0\u00bb. <\/em>Insomma, la repubblica coloniale era buona, generosa, altruista e il suo obiettivo era il benessere dei popoli colonizzati. Un modello diverso e superiore da ogni altra esperienza imperiale.<\/p>\n<p>Solo dopo la crisi anglo-francese di Fachoda del 1898 \u2014 che opporr\u00e0 nel Sudan la spedizione del capitano Marchand alle truppe di Lord Kitchener \u2014 le destre, storicamente anglofobiche, aderiranno al sogno coloniale ma \u2014 come stigmatizzer\u00e0 pi\u00f9 volte Charles Maurras, il grande pensatore dell\u2019Action Fran\u00e7aise \u2014, senza mai elaborare una dottrina originale e restando prigioniere d\u2019una astratta quanto emotiva idea di grandezza patriottica e militare.<\/p>\n<p>Tutto cambi\u00f2 nel secondo dopoguerra. Dopo i disastri d\u2019Indocina e Algeria gli eredi di Ferry e Bl\u00f9m cambiarono rapidamente opinione su colonie e impero, scordando pure il pieno sostegno dei governi di sinistra \u2014 tra tutti il primo ministro Guy Mollet e il giovane ministro Mitterand (entrambi socialisti) \u2014 alle misure belliche e poliziesche contro gli indipendentisti asiatici e africani. I destristi, assieme ai militari, finirono sepolti nel fango di Dien Bien Phu, sotto le macerie di Bab El Oued. Assieme alle loro nostalgie.<\/p>\n<p>&nbsp;<\/p>\n<p><strong>Il Congo e altre storie<\/strong><\/p>\n<p>&nbsp;<\/p>\n<p>Lo scorso 30 giugno, nell\u2019anniversario della\u00a0fine della presenza belga in Congo, monsignor Fridolin Ambongo Besungu, arcivescovo di Kinshasa non ha avuto peli sulla lingua e ha tracciato un amarissimo bilancio del fatidico sessantenario:<\/p>\n<p><em>\u00abContrariamente ai paesi vicini, l\u2019indipendenza \u00e8 stata una indipendenza pi\u00f9 sognata che ponderata: mentre altri riflettevano sul significato dell\u2019indipendenza e preparavano le persone alle sue conseguenze; noi, in Congo, sognavamo l\u2019indipendenza con emozione, passione, irrazionalit\u00e0, tanto che quando il momento \u00e8 giunto non sapevamo che cosa sarebbe accaduto. Le conseguenze si vedono ancora oggi. Per i congolesi dell\u2019epoca sognare l\u2019indipendenza significava sognare di occupare i posti dei bianchi, sedersi sugli scranni dei bianchi, godere dei vantaggi riservati ai bianchi e non agli indigeni dell\u2019epoca. Per molti l\u2019indipendenza era vista come la fine di tutti i lavori pesanti. Quando saremo indipendenti diventeremo tutti capi. Occuperemo i posti dei bianchi. Tutto ci\u00f2 si \u00e8 verificato: i congolesi hanno occupato i posti dei bianchi. Ma dato che non capivano niente di quello che facevano i bianchi, dato che non capivano l\u2019esercizio dell\u2019autorit\u00e0 o l\u2019esercizio delle cariche, qualunque compito politico o incarico \u00e8 stato visto come l\u2019occasione di godere dei vantaggi dei bianchi. Si cercava di accedere al potere non per rendere servizio a coloro che si trovano sotto la propria responsabilit\u00e0 ma per avere i privilegi dei bianchi. Ma questi, mentre erano seduti sulle loro sedie, non se la spassavano e basta. Lavoravano anche. Comprendevano il senso del loro lavoro. Noi invece abbiamo messo da parte l\u2019idea del servizio da rendere agli altri e abbiamo posto l\u2019accento sul piacere\u00bb.\u00a0<\/em><\/p>\n<p>Parole durissime che dovrebbero far riflettere anche i critici pi\u00f9 ostinati.\u00a0 Il Congo \u00e8 ancor oggi considerato il peggior esperimento coloniale, ma si dimentica che l\u2019<em>Etat Indip\u00e9ndent du Congo<\/em>, la creatura privata del rapace Leopoldo II del Belgio dur\u00f2 meno di un ventennio. Nel 1909, Bruxelles subentr\u00f2 all\u2019amministrazione leopoldina segnando una netta discontinuit\u00e0. Con la <em>Charte coloniale <\/em>il regime di lavoro forzato fu abolito e autorizzato il libero commercio.<\/p>\n<p>Nel primo dopoguerra i colonizzatori impostarono un gigantesco piano infrastrutturale che prevedeva la realizzazione di ferrovie, porti, strade, citt\u00e0: uno sforzo titanico, prodromico alla valorizzazione e lo sfruttamento delle enormi risorse. In sintesi, il progetto di <em>une<\/em> <em>colonie mod\u00e8le<\/em> prese forma e sostanza. L\u2019impetuosa crescita economica\u2014 in meno di un decennio il Congo divenne uno dei principali produttori mondiali di stagno, rame, carbone, ferro, cobalto, diamanti, uranio \u2014 arricch\u00ec la lontana madrepatria e, di riflesso, permise un miglioramento delle condizioni di vita degli indigeni. Nel segno del paternalismo e della stabilizzazione, il governo impose alle societ\u00e0 minerarie le prime misure di protezione sociale per gli operai neri e svilupp\u00f2, in sinergia con le missioni cattoliche, un piano sanitario e educativo limitato, per\u00f2, alle scuole elementari poich\u00e9 il governo coloniale \u2014 fedele al motto \u201c<em>pas d\u2019\u00e8lites, pas d\u2019ennuis<\/em>\u201d \u2014 ritenne prematuro (e pericoloso) offrire agli africani livelli d\u2019istruzione elevati. Un calcolo miope che, al momento dell\u2019indipendenza, avr\u00e0 conseguenze disastrose.<\/p>\n<p>L\u2019uscita dei belgi \u2014 affrettata e ingloriosa \u2014 fu seguita da una serie di sanguinose guerre civili, poi dalla trentennale dittatura cleptocratica di Joseph-D\u00e9sir\u00e9 Mobutu a cui seguirono l\u2019opaco regime della famiglia Kabila e la presidenza di F\u00e9lix Tshisekedi, eletto pi\u00f9 o meno pacificamente nel 2019. Ma l\u2019attuale uomo forte di Kinshasa ha poco da celebrare e nulla di cui sorridere. Dopo la fresca condanna ai lavori forzati di Vital Kamerhe, il braccio destro del presidente reo d\u2019aver intascato 50 milioni di dollari destinati all\u2019edilizia popolare, il governo oggi naviga a vista, l\u2019esercito resta inquieto e le proteste montano in tutto il Paese. Sullo sfondo una miseria dilagante: malgrado le sue enormi ricchezze minerarie che ogni anno rendono allo Stato 15 miliardi di dollari, il Congo \u2014 questo formidabile \u201cscandalo geologico\u201d \u2014 rimane uno dei dieci paesi pi\u00f9 poveri del pianeta.<\/p>\n<p><strong>Il caso del Congo \u00e8 emblematico. A fronte di un Africa che cresce<\/strong> \u2014 l\u2019Etiopia ha una crescita del 5,8 per cento ed \u00e8 seguita da Kenya, Tanzania, Rwanda e Uganda con stime tra il 7 e il 5 per cento \u2014 vi \u00e8 un\u2019Africa fallita e disperata. Un pezzo di mondo che da 60 anni in affoga in guerre tribali e transnazionali, terribili e dimenticate \u2014 qualche esempio il Katanga e il Biafra negli anni Sessanta, l\u2019Ogaden nei Settanta, il Sudan, la Somalia e i Grandi laghi nei Novanta, il Centroafrica, il Camerun, il Sahel nel terzo millennio \u2014 e che non riesce a trovare pace e stabilit\u00e0.<\/p>\n<p>Tutta colpa della colonizzazione, degli europei? I primi a dubitarne sono proprio i leader africani pi\u00f9 illuminati, tra tutti Paul\u00a0Kagame\u00a0l\u2019uomo che ha pacificato e rilanciato il Rwanda e che oggi guida l\u2019Unione Africana. Nel suo discorso di insediamento ha ricordato ai capi di Stato presenti che\u00a0da sessant\u2019anni in Africa governano gli africani e che l\u2019alibi del colonialismo non \u00e8 pi\u00f9\u00a0credibile\u00a0n\u00e9\u00a0accettabile. Ha perfettamente ragione.<\/p>\n<p><strong>Lo sostiene anche Alfredo Mantica, uno dei rarissimi politici italiani<\/strong> realmente addentro alle \u201ccose africane\u201d. L\u2019ex sottosegretario agli Esteri nei governi Berlusconi non ha dubbi:<\/p>\n<p><em>\u00abIl problema \u00e8 nostro. Viviamo\u00a0in un tempo in cui\u00a0l\u2019Europa nella sua anima laica e socialista ha assunto\u00a0su di s\u00e9 le colpe di una civilt\u00e0\u00a0che ha creato il mondo moderno. Ci siamo dichiarati colpevoli di tutto ci\u00f2\u00a0che \u00e8\u00a0accaduto dagli aborigeni australiani\u00a0agli indigeni dell\u2019Amazzonia, dal \u201cterrorismo\u201d dei Crociati alla vergogna per avere vinto a Lepanto contro i poveri musulmani. Il colonialismo non poteva sfuggire alle colpe europee come fra un po\u2019 dovremo vergognarci\u00a0dell\u2019impero di Roma. In questo contesto tentare di affrontare il colonialismo in termini storici e razionali \u00e8\u00a0praticamente impossibile. Come spesso accade quando si vuole \u201cnascondere\u201d la storia negando che sia un continuo approfondimento e quindi una continua revisione (siamo in un mondo in cui la verit\u00e0\u00a0storica \u00e8\u00a0stabilit\u00e0 dalla legge e\u00a0in Francia proprio relativamente all\u2019epoca coloniale), il tema ha senso solo a livello politico. Gli europei devono smetterla di insegnare libert\u00e0,\u00a0democrazia, regole economiche (il neocolonialismo moralista e ipocrita). Con l\u2019Africa si tratta\u00a0alla pari come\u00a0partner di un progetto di sviluppo che interessa allo stesso livello le due parti. Non c\u2019\u00e8\u00a0bisogno di pentimenti o di revanscismi. Gli africani non lo chiedono e gli europei siano leali: nella trasparenza dei rapporti non si potranno mai nascondere gli interessi delle\u00a0grandi finanziarie\u00bb.<\/em><\/p>\n","protected":false},"excerpt":{"rendered":"<p><p>Nella narrazione corrente il 1960 \u00e8 ricordato, un po\u2019 superficialmente, come l\u2019anno delle indipendenze africane. Nell\u2019arco di pochi mesi \u2014 dal primo gennaio al 28 novembre \u2014 la Francia gaullista liquidava gran parte del suo impero. \u00a0Per il canuto generale, ansioso di chiudere la sanguinosa e costosissima partita algerina, i possedimenti africani erano ormai un peso politico ed economico insopportabile. Meglio andarsene alla svelta per poi, come sar\u00e0 con la rete economica della \u201cFrance-Afrique\u201d e il franco CFA, tornare in altre forme. 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