{"id":311,"date":"2021-01-12T13:33:01","date_gmt":"2021-01-12T12:33:01","guid":{"rendered":"https:\/\/blog.ilgiornale.it\/valle\/?p=311"},"modified":"2021-01-12T13:33:01","modified_gmt":"2021-01-12T12:33:01","slug":"larmenia-e-sola-la-tragedia-dellartsakh-raccontata-in-un-libro","status":"publish","type":"post","link":"https:\/\/blog.ilgiornale.it\/valle\/2021\/01\/12\/larmenia-e-sola-la-tragedia-dellartsakh-raccontata-in-un-libro\/","title":{"rendered":"L&#8217;Armenia \u00e8 sola. La tragedia dell&#8217;Artsakh raccontata in un libro"},"content":{"rendered":"<p><a href=\"https:\/\/blog.ilgiornale.it\/valle\/files\/2021\/01\/137540170_1751986264986166_2065054789587496746_o.jpg\"><img loading=\"lazy\" class=\"alignnone size-medium wp-image-312\" src=\"https:\/\/blog.ilgiornale.it\/valle\/files\/2021\/01\/137540170_1751986264986166_2065054789587496746_o-208x300.jpg\" alt=\"\" width=\"208\" height=\"300\" srcset=\"https:\/\/blog.ilgiornale.it\/valle\/files\/2021\/01\/137540170_1751986264986166_2065054789587496746_o-208x300.jpg 208w, https:\/\/blog.ilgiornale.it\/valle\/files\/2021\/01\/137540170_1751986264986166_2065054789587496746_o-710x1024.jpg 710w, https:\/\/blog.ilgiornale.it\/valle\/files\/2021\/01\/137540170_1751986264986166_2065054789587496746_o-768x1107.jpg 768w, https:\/\/blog.ilgiornale.it\/valle\/files\/2021\/01\/137540170_1751986264986166_2065054789587496746_o.jpg 860w\" sizes=\"(max-width: 208px) 100vw, 208px\" \/><\/a><\/p>\n<p>Nel cuore del Caucaso, mentre l\u2019Europa si affligge e si ripiega nella pandemia del virus cinese, si continua a combattere e morire. Bomba dopo bomba, carneficina dopo carneficina, massacro dopo massacro. Laggi\u00f9, nell\u2019indifferenza dell\u2019Occidente, scorre una partita terribilmente intricata, complessa. Un gioco micidiale a pi\u00f9 livelli e con pi\u00f9 giocatori. \u00c8 la tragedia del Nagorno Karabakh. Per gli armeni \u00e8 l\u2019Artsakh, un pezzo di Patria. Per tutti gli altri solo una tessera del <em>great game<\/em>.<\/p>\n<p>Andiamo per ordine. Il disastro di oggi arriva da lontano. All\u2019indomani della rivoluzione d\u2018ottobre di Lenin \u2014 sconfitti i \u201cbianchi\u201d, esiliati o massacrati i \u201dnemici del popolo\u201d \u2014\u00a0 i vincitori decisero una radicale riorganizzazione del defunto impero zarista. La nuova geografia bolscevica prevedeva repubbliche e regioni nominalmente \u201cautonome\u201d ritagliate su confini astratti e antistorici. Non si tratt\u00f2 di un errore ma di un raffinato quanto callido disegno pensato e voluto <em>in primis<\/em> dal georgiano Josif Stalin \u2014 commissario del popolo alle nazionalit\u00e0 dal \u201917 al 23 e poi segretario generale del Comitato Centrale dal 1922 \u2014per rafforzare la primazia moscovita-comunista sull\u2019assai confuso e molto instabile mosaico euroasiatico.<\/p>\n<p>A completamento dell\u2019opera \u2014 un esercizio ottimale di <em>real politik<\/em> \u2014alcune comunit\u00e0 etniche considerate poco allineate o magari affidabili vennero incapsulate in entit\u00e0 ritenute sicure oppure pericolose. Fu il caso dell\u2019Artsakh armeno e cristiano inserito d\u2019autorit\u00e0 nell\u2019Azerbaigian islamico e turcofono. Nel rispetto dello Stato sovietico e dell\u2019onnipresente partito comunista e dell\u2019occhiuta polizia, ognuno era libero di controllare (e odiare) il suo vicino. La mela avvelenata di Stalin che Tito in Jugoslavia coglier\u00e0. Con gli identici, tragici risultati.<\/p>\n<p>Poi l\u2019implosione del comunismo. Come ben racconta Clemente Ultimo nel suo ottimo lavoro \u201cIl Grande gioco del Caucaso\u201d (Passaggio al Bosco edizioni, 243 pag., 15 euro), alla dissoluzione dell\u2019Unione Sovietica le mai sopite tensioni inter-etniche riesplosero con violenza estrema e le cose precipitarono rapidamente. Nel settembre 1991 gli azeri dichiararono l\u2019indipendenza e a dicembre l\u2019Artsakh, sostenuto dall\u2019Armenia, dichiar\u00f2 la propria. La parola pass\u00f2 alle armi. La guerra caucasica fu la prima e la pi\u00f9 crudele delle crisi regionali che seguirono il crollo sovietico \u2014 migliaia di morti, distruzioni, masse di profughi \u2014 e s\u2019interruppe solo nel maggio 1994 con una precaria tregua (o meglio una veglia d\u2019armi) protrattasi faticosamente sino ad oggi.<\/p>\n<p>Per quasi un trentennio azeri e armeni hanno continuato a spiarsi e a sparacchiarsi dalle rispettive trincee \u2014 un paesaggio angosciante che ricorda gli scenari della prima guerra mondiale \u2014 mentre nelle varie capitali europee e a Washington si ripetevano inutilmente tentativi di mediazione. Tra le tante ipotesi esperite va ricordata la mediazione proposta attraverso il \u201cgruppo di Minsk\u201d da Gianni De Michelis, ministro degli Esteri controverso quanto abile. Lucidamente il politico veneziano, intravide sulle ceneri dell\u2019impero comunista, la possibilit\u00e0 di recuperare all\u2019Italia un ruolo e una prospettiva autonoma in un\u2019area che si annunciava importante per le sue risorse petrolifere. Un progetto ambizioso (e forse velleitario) che riprendeva persino alcune linee della politica estera post Versailles \u2014 il governo Orlando nel 1919 progett\u00f2 una spedizione in Georgia \u2014 e le proiettava in una dimensione inedita quanto fascinosa.<\/p>\n<p>Il negoziato part\u00ec a Roma sotto buoni auspici \u2014 De Michelis propose il modello dell\u2019Alto Adige \u2014 ma rapidamente tutto s\u2019impantan\u00f2 nelle reciproche rivendicazioni e nei paralleli rancori, mentre l\u2018Armenia conquistava un corridoio fisico con la provincia. Non ci furono altri colloqui e poco dopo arriv\u00f2 Tangentopoli e le sue note conseguenze. Da allora la nostra presenza o\/e influenza nei teatri che contano \u00e8 sempre pi\u00f9 irrilevante.<\/p>\n<p>Ad occuparsi dell\u2019Artsakh sono rimasti gli attori principali del \u201cgrande gioco\u201d euroasiatico \u2014 Russia, Turchia, USA e, in un ruolo secondario, Iran, Francia e Israele \u2014 con i loro interessi petroliferi e le loro variabili strategie politiche e militari. Ma nel tempo le cose sono cambiate. Il multilateralismo ha dimostrato la sua inefficacia e intanto ancora una volta si sono imposte, solide e spietate, le ragioni della geopolitica. Non come scienza esatta (non lo \u00e8&#8230;) ma, lo ricorda il generale Carlo Jean, come sistema di ragionamento finalizzato <em>\u00aballe scelte politiche in un mondo che si sta rapidamente trasformando e che sta diventando insieme pi\u00f9 globale e frammentato, pi\u00f9 bisognoso di regole e pi\u00f9 incerto e conflittuale, e in cui l\u2019evoluzione dei fenomeni si \u00e8 accelerata, mentre la velocit\u00e0 delle risposte non \u00e8 altrettanto elevata\u00bb.<\/em><\/p>\n<p>Inevitabilmente Putin, intento a recuperare un ruolo internazionale pesante, e lo spregiudicato Erdogan non potevano non scontrarsi (indirettamente) in una regione in cui si soprappongono la storia e le mire di entrambi e cruciale sotto il profilo energetico. Dal 2020 le armi sono tornate a tuonare e al momento sembra vincere la Turchia; l\u2019acerrimo \u201camico\u201d di Mosca con i suoi micidiali droni e i mercenari siriani ha irrobustito l\u2019esercito azero e sconquassato le difese armene senza che la Russia, impegnata in Ucraina, Siria e Libia, abbia reagito con l\u2019abituale durezza.\u00a0 Una pausa prima di una reazione o un\u2019altra mossa dell\u2019intricatissima partita in corso tra lo zar e il sultano attraverso il Caucaso e il Mediterraneo, l\u2019Asia centrale e il Mar Nero? Vedremo.<\/p>\n<p>Nulla o quasi \u00e8 ci\u00f2 che appare o sembra. Gli armeni muoiono, gli azeri avanzano mentre si sempre pi\u00f9 fitto si fa il reticolo di oleodotti, gasdotti (il TAP tra tutti\u2026) e di affari che circondano l\u2019Artsakh e l\u2019Armenia. Sullo sfondo di questa guerra remota volont\u00e0 di potenza neoimperiali, alibi nazionalistici e religiosi s\u2019intrecciano con troppi interessi pi\u00f9 o meno indicibili.<\/p>\n<p>Una somma di fattori ferali ben esaminati in questo lavoro innovativo quanto preciso e illuminante. Interessante a questo proposito la diagnosi dell\u2019autore sulla posizione forzatamente ambigua della Russia putiniana. Giustamente Ultimo scrive <em>\u00abMosca non vuole minare le sue relazioni con Baku: farlo avrebbe ripercussioni negative sull\u2019economia russa e soprattutto aprirebbe nuove finestre di opportunit\u00e0 alla diplomazia statunitense. In un\u2019area strategica per la Federazione Russa. Meglio, dunque, riservare a se stessi il ruolo di arbitro tra i due contendenti. Dosando attentamente aperture e \u201crichiami\u201d: in questo modo la Russia rimane un partner insostituibile per l\u2019Armenia, legatissima anche sotto il profilo economico a Mosca, e di primissimo piano per l\u2019Azerbaigian\u00bb.<\/em><\/p>\n<p>Il Caucaso dunque come cartina tornasole della \u201cgrande politica\u201d, la politica internazionale degli Stati, un gioco affascinante quanto micidiale in cui non vi \u00e8 posto per pensieri neutri o, peggio, illusioni ireniche. Per pensare il mondo (e cercare di contare) servono lucido realismo, sano pragmatismo, senso della storia, lungimiranza e una giusta dose di cinismo e coraggio. Qualcuno mandi il libro di Clemente Ultimo al modestissimo inquilino della Farnesina. Magari inizier\u00e0 a riflettere.<\/p>\n","protected":false},"excerpt":{"rendered":"<p><p>Nel cuore del Caucaso, mentre l\u2019Europa si affligge e si ripiega nella pandemia del virus cinese, si continua a combattere e morire. 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