{"id":315,"date":"2021-02-05T16:06:28","date_gmt":"2021-02-05T15:06:28","guid":{"rendered":"https:\/\/blog.ilgiornale.it\/valle\/?p=315"},"modified":"2021-02-05T16:07:31","modified_gmt":"2021-02-05T15:07:31","slug":"la-sfide-dellafrica-nasce-il-mercato-comune-panafricano","status":"publish","type":"post","link":"https:\/\/blog.ilgiornale.it\/valle\/2021\/02\/05\/la-sfide-dellafrica-nasce-il-mercato-comune-panafricano\/","title":{"rendered":"La sfide dell&#8217;Africa. Nasce il mercato comune panafricano"},"content":{"rendered":"<p><a href=\"https:\/\/blog.ilgiornale.it\/valle\/files\/2021\/02\/Afcfta-1.jpeg\"><img loading=\"lazy\" class=\"alignnone size-medium wp-image-319\" src=\"https:\/\/blog.ilgiornale.it\/valle\/files\/2021\/02\/Afcfta-1-300x200.jpeg\" alt=\"\" width=\"300\" height=\"200\" srcset=\"https:\/\/blog.ilgiornale.it\/valle\/files\/2021\/02\/Afcfta-1-300x200.jpeg 300w, https:\/\/blog.ilgiornale.it\/valle\/files\/2021\/02\/Afcfta-1-768x512.jpeg 768w, https:\/\/blog.ilgiornale.it\/valle\/files\/2021\/02\/Afcfta-1.jpeg 900w\" sizes=\"(max-width: 300px) 100vw, 300px\" \/><\/a><\/p>\n<p>Nella narrazione dominante l\u2019Africa \u00e8 un immenso disastro, un continente stremato dai conflitti e dalle carestie, un \u201ccuore di tenebra\u201d che inghiotte ogni speranza. Ovviamente le colpe sono tutte e soltanto del rapace imperialismo europeo \u2014 e non importa che la parentesi coloniale sia durata lungo appena 80 anni, dalla conferenza di Berlino del 1884 ai primi anni Sessanta del Novecento\u2026 \u2014 e le migrazioni sono la giusta, ineluttabile e inarrestabile punizione. Dunque pentitevi e aprite subito porti e citt\u00e0. Una visione ideologica, superficiale e sbagliata cui corrisponde una vulgata opposta e altrettanto errata quanto perdente: beatificare defunti passati imperiali, rimpiangere \u201cfardelli dell\u2019uomo bianco\u201d, crogiolarsi in opache saghe sui \u201csoldati perduti\u201d sono esercizi semplicemente inutili. Pensieri corti.<\/p>\n<p>Semplificare significa travisare. L\u2019Africa non \u00e8 un blocco omogeneo, l\u2019Africa \u00e8 plurale. Vi sono le Afriche, \u00abuna rete di complessit\u00e0 con modelli culturali, politici, religiosi profondamente diversi e contradditori\u00bb. Lo ricordava, in suo intervento su \u201cLimes\u201d, il senatore Alfredo Mantica, gi\u00e0 sottosegretario agli Esteri nei governi Berlusconi e profondo conoscitore del continente. Ma per pigrizia o ottusit\u00e0 noi preferiamo vedere soltanto \u00abun ammasso indistinto di numeri ed emozioni, gravato da povert\u00e0 e malattie, a cui offrire modelli sociali riciclati e di breve termine; resta esclusa l\u2019Africa fatta da giovani, di energie inespresse, di potenzialit\u00e0 enormi da sfruttare, di spazi immensi, di ricchezza di materie prime\u00bb.<\/p>\n<p>Mantica ha ragione. Accanto ad una panoplia di nazioni alla deriva (il Sahel, il Centrafrica, il Sud Sudan) o di Stati falliti (in primis, Libia e Somalia, le nostre ex colonie\u2026) e nonostante la crescita di violenze jihadiste dal Sahara al Mozambico, vi \u00e8 un\u2019Africa resiliente, un\u2019Africa che avanza. Anche in tempi di pandemia. Una stima dell\u2019agenzia Bloomberg mostra come sette dei dieci paesi pi\u00f9 in crescita nel 2020 siano africani, sia pure con ritmi di espansione fiaccati dalla crisi del Covid: l\u2019Etiopia (3%), l\u2019Uganda (2,1%), la Costa d\u2019Avorio (2%), l\u2019Egitto (1,9%), Ghana e Rwanda (entrambi 1,3%) e Kenya (1%). Il tutto sullo sfondo di un Pil dell\u2019intera regione sub-sahariana lievitato \u2014 dati FMI \u2014 del + 54,2 % tra il 2007 e 2020.<\/p>\n<p>Numeri importanti a cui si aggiungono le previsioni sull\u2019impatto dell\u2019African Continental Free Trade Area (AfCFTA), la maxi area di libero scambio che riunisce tutti i Paesi africani, ad eccezione dell\u2019Eritrea. Secondo le analisi della Banca Mondiale l\u2019accordo, operativo dal 2021, rivoluzioner\u00e0 il panorama commerciale dell\u2019intero continente: una volta a regime l\u2019AfCFTA aumenter\u00e0 il reddito continentale del 7% ovvero di 450 miliardi di dollari, accelerando la crescita dei salari per le donne e sollevando 30 milioni di persone dalla povert\u00e0 estrema entro il 2035. Obiettivi raggiungibili e legati indissolubilmente al decollo del commercio intra-africano, al momento pi\u00f9 che marginale nelle bilance di qualunque Paese africano.<\/p>\n<p>L\u2019accordo si intreccia con un altro cruciale progetto panafricano di cui poco si parla in Italia e in Europa: la Great Green Wall, la grande muraglia verde di ottomila chilometri d\u2019alberi che si estender\u00e0 tra Gibuti e il Senegal, tra l\u2019Oceano Indiano e l\u2019Atlantico. Una cintura di piante sul margine meridionale del Sahara per fermare la desertificazione (ogni anno il deserto avanza di due chilometri) e le conseguenti crisi alimentari e migratorie. Grazie al grande progetto, avviato nel 2007 e oggi realizzato al circa al 20 per cento, sono stati recuperati gi\u00e0 cinque milioni di ettari di terra in media per Stato con migliaia di nuovi posti di lavoro diretti e indiretti. Il record \u00e8 del piccolo Senegal dove sono stati piantati 12 milioni d\u2019alberi e restituiti agli agricoltori 25mila ettari di terreni aridi. Un\u2019alternativa reale alla povert\u00e0 e all\u2019insicurezza alimentare.<\/p>\n<p>Scenari che attraggono un enorme afflusso di investimenti e capitali esteri e suscitano formidabili appetiti politici e militari. In pole position c\u2019\u00e8 ovviamente Pechino che sta trasformando l\u2019intera Africa orientale in una piattaforma dell\u2019import-export cino\/euro\/africano. Una scelta strategica di lungo periodo: attraverso lo stretto di Bab al-Mandeb e il Mar Rosso scorre quasi tutto il traffico tra Europa e Asia (un interscambio pari a 700 miliardi di dollari), per l\u2019economia cinese un passaggio vitale. Da qui gli investimenti per una serie di grandi progetti infrastrutturali (porti, strade e ferrovie) finalizzati a creare \u2014 tra Addis Abeba, Gibuti, Nairobi, Mombasa, Lamu e Kampala \u2014 un network logistico transafricano sinergico ai piani del \u201cceleste impero\u201d. Ma il denaro, come ricordava un film di successo, \u00abnon dorme mai\u00bb ed ecco allora la presenza di Turchia, Arabia Saudita, monarchie del Golfo e, con discrezione, Israele; una folla di attori tutti irresistibilmente attratti dai nuovi mercati, dai giacimenti di gas e petrolio e dalle risorse minerarie. Un complicato risiko geopolitico ed economico in cui gli europei, in ordine sparso, stanno cercando di rientrare.<\/p>\n<p>E l\u2019Italia? Il patrio Stivale \u2014 da tanto, troppo tempo privo di una politica africana \u2014 annaspa e arretra. Come stigmatizza Mantica, vista dal governo di Roma l\u2019Africa si riduce \u00absolo a emergenza. E infatti in emergenza \u00e8 nato nel 2017 un piano per 200 milioni di euro destinato quasi esclusivamente ai paesi africani attraversati dai flussi migratori e affidato alla direzione del ministero degli Esteri che si occupa di questo tema. Confermando una scelta governativa che vede ormai il ministro degli Interni spaziare nell\u2019area Esteri, nella misura in cui si inseguono i migranti sul territorio africano. La logica delle emergenze all\u2019italiana \u00e8 sempre una: elettorale\u00bb.<\/p>\n<p>Su queste strampalate coordinate la Farnesina ha declassato la Direzione generale Africa e ridotto drasticamente la nostra rete diplomatica: 20 sedi nel sub-Sahara contro 44 francesi, 42 cinesi, 39 tedesche, 33 inglesi, 32 brasiliane, 30 turche, 26 indiane. La societ\u00e0 Dante Alighieri \u2014 un tempo punta di diamante del soft power tricolore \u2014 \u00e8 presente soltanto in Sud Africa, in Mozambico, Congo Brazzaville, Zimbawe, Marocco, Egitto e Tunisia; dopo la recentissima (e incomprensibile) chiusura del liceo italiano ad Asmara rimangono complessi scolastici italiani soltanto a Lagos, Brazzaville, Addis Abeba, Casablanca, Cairo, Tunisi. Poca roba.<\/p>\n<p>Come \u00e8 noto gli assenti hanno sempre torto e gli errori si pagano. La nostra recentissima esclusione\/espulsione dallo scenario libico \u00e8 solo l\u2019ultima tappa di una trentennale ritirata iniziata nel Corno d\u2019Africa (dove nulla pi\u00f9 contiamo) e proseguita con l\u2019evaporarsi della nostra presenza in Egitto, Tunisia e Algeria e l\u2018abbandono di posizioni significative in Mozambico e Sudan, due teatri che abbiamo contribuito a pacificare e stabilizzare.<\/p>\n<p>Al solito a difendere gli interessi nazionali resta l\u2019Eni, paradossalmente oggi sotto processo per le presunte tangenti pagate in Nigeria (simpatico Paese che vanta il 146mo posto nello sprofondo della corruzione internazionale). Un paradosso. Come ricordava Gian Micalessin su \u201cIl Giornale\u201d \u00abl\u2019amministratore Claudio Descalzi, come il suo predecessore Paolo Scaroni indagato nella stessa vicenda, \u00e8 un protagonista e un alfiere dei successi dell\u2019Eni. Scaroni in Libia ci salv\u00f2 quando, caduto Gheddafi, sembravamo condannati a cedere gas e petrolio a Qatar e Francia. Descalzi, grazie alla sua esperienza tecnica assicura all\u2019azienda un ruolo di eccellenza nella ricerca e nella diversificazione geografica ed ha all\u2019attivo la scoperta del maxi giacimento egiziano Zohr. Questi meriti travalicano il campo energetico ed economico. Oltre a contribuire in maniera significativa al nostro disgraziato Pil i traguardi dell\u2019Eni conferiscono all\u2019Italia uno spessore e una visibilit\u00e0 internazionale assai superiori a quelli, assai pi\u00f9 modesti, garantitegli invece dall\u2019attuale classe politica\u00bb.<\/p>\n<p>Assieme all\u2019azienda di San Donato Milanese vi \u00e8 poi un pugno di \u201ccapitani coraggiosi\u201d, imprenditori lungimiranti come Piero Salini di We Built, societ\u00e0 attualmente impegnata in Etiopia e Namibia. Grazie a loro manteniamo un export in Africa del valore di 17,3 miliardi di euro (dati 2019), in crescita media del 2,3% negli ultimi cinque anni. Non molto rispetto ai nostri concorrenti ma nemmeno un dato trascurabile, anzi. Lo sottolinea su \u201cIl Sole 24 Ore\u201d Cleophas Adrien Dioma, presidente di Italia Africa Business Week, un appuntamento annuale sulle opportunit\u00e0 del Continente: \u00abLe Pmi italiane sono i migliori partner delle Pmi africane. Bisognerebbe cercare le occasioni prima che altri occupino gli spazi disponibili, penso a settori come l\u2019agri-business ed energie rinnovabili ma anche a nuove tecnologie, digitalizzazione, servizi finanziari e grande distribuzione, il trasporto e la logistica. Infine, considerando i nuovi target di clienti, i settori moda, cosmesi, benessere e luxury\u00bb.<\/p>\n<p>Ragionamenti importanti, dati pesanti e prospettive interessanti che non si esauriscono nella bilancia commerciale. Piaccia o meno l\u2019orizzonte \u00e8 quello dell\u2019interesse nazionale, unica e vera linea guida di una politica seria, alta. Una riflessione obbligata per tutti coloro che non si rassegnano al declino, alla fuga dalla Storia. Al di l\u00e0 dell\u2019emergenzialismo, degli interventi incoerenti, della filantropia pelosa, \u00e8 tempo di guardare alle tante Afriche e agli africani con occhi e pensieri nuovi. Lasciando alle spalle logori schemi e formule inconsistenti e datate.<\/p>\n","protected":false},"excerpt":{"rendered":"<p><p>Nella narrazione dominante l\u2019Africa \u00e8 un immenso disastro, un continente stremato dai conflitti e dalle carestie, un \u201ccuore di tenebra\u201d che inghiotte ogni speranza. 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