{"id":402,"date":"2023-02-22T14:35:57","date_gmt":"2023-02-22T13:35:57","guid":{"rendered":"https:\/\/blog.ilgiornale.it\/valle\/?p=402"},"modified":"2023-02-22T14:35:57","modified_gmt":"2023-02-22T13:35:57","slug":"dannunzio-disobbediente-ad-intermittenza-il-libro-di-eugenio-di-rienzo","status":"publish","type":"post","link":"https:\/\/blog.ilgiornale.it\/valle\/2023\/02\/22\/dannunzio-disobbediente-ad-intermittenza-il-libro-di-eugenio-di-rienzo\/","title":{"rendered":"D&#8217;Annunzio, &#8220;disobbediente&#8221; ad intermittenza. Il libro di Eugenio Di Rienzo"},"content":{"rendered":"<p>Sceso il silenzio sui campi di battaglia il 18 gennaio 1919 si apriva la Conferenza di Versailles. Fu allora, riprendendo il colonello T. E. Lawrence, alias Lawrence d\u2019Arabia, che <em>\u00aball\u2019alba del mondo nuovo, gli uomini vecchi tornarono e decisero la loro pace\u00bb. <\/em>Sorgeva il nuovo ordine post bellico euro-atlantico, esiziale <em>redde rationem<\/em> ai nemici sconfitti e brusco <em>rappel \u00e0 l\u2019ordre<\/em> per gli alleati minori: Italia, Belgio, Serbia, Grecia, Romania, Giappone, Portogallo. In guerra presenze necessarie e, talvolta, indispensabili, in pace fastidiosi coriandoli. Da premiare (Belgio e Giappone), usare (Serbia e Grecia) o marginalizzare. Fu il caso dell\u2019Italia.<\/p>\n<p>Purtroppo a rappresentare a Parigi la nazione vittoriosa di Vittorio Veneto, arrivarono uomini culturalmente antiquati e decisamente pi\u00f9 inadeguati dei loro agguerriti colleghi: il francese Clemenceau, il britannico Lloyd George, lo statunitense Wilson. Il peggiore. Una volta seduti sulle comode poltrone della <em>Galerie des glaces<\/em>, lustro della reggia di Luigi XIV, il presidente del consiglio Vittorio Emanuele Orlando, il ministro degli Esteri Sidney Sonnino e l\u2019ex premier Antonio Salandra si resero presto conto di contare poco o niente.<\/p>\n<p>Come tratteggia con maestria <strong>Eugenio Di Rienzo \u2014 grande storico, penna brillante e intelligenza coraggiosa \u2014 nel suo poderoso quanto innovativo \u201cD\u2019Annunzio diplomatico e l\u2019Impresa di Fiume\u201d (Rubbettino, pp 942, euro 45,00)<\/strong>, per i \u201cgrandi\u201d di Versailles lo Stivale doveva rassegnarsi ad un ruolo da <em>junior partner<\/em>, rinunciare ad ogni ipotesi d\u2019autosufficienza economica e a miraggi d\u2019autonomia politica e accettare una sorta di sovranit\u00e0 limitata. I delegati \u2014 gi\u00e0 preoccupati dai conflitti sociali in atto e angosciati dai tanti debiti accumulati durante il conflitto \u2014 non furono all\u2019altezza della situazione e inanellarono una serie di errori che indebolirono ulteriormente la gi\u00e0 debole posizione dell\u2019Italia. Gli alleati ci accusarono d\u2019egoismo, sminuirono il nostro apporto, si dimenticarono con facilit\u00e0 estrema dei patti londinesi, rintuzzarono ogni appetito coloniale e \u2014 con il sostegno dell\u2019italofobico Wilson \u2014 cercarono di bloccare tutte le ambizioni italiane sull\u2019Adriatico e nei Balcani.<\/p>\n<p>La nuova Jugoslavia monarchica divenne il contraltare, l\u2019adeguato antemurale ai progetti di Roma. Aizzati dal presidente americano, Nikola Pasic e Ante Trumbic, i capi delegazione del neonato Stato degli Slavi meridionali, rivendicarono l\u2019intera costa orientale adriatica, dalle foci dell\u2019Isonzo a Spizza, comprese Trieste, Gorizia, Pola e, ovviamente, Fiume. <strong>Come stigmatizza Di Rienzo, si tratt\u00f2 di un esercizio <em>\u00abd\u2019imperialismo straccione\u00bb<\/em> che, vent\u2019anni dopo, Josif Broz Tito riprese con funesto successo.<\/strong><\/p>\n<p>Alla fine la Conferenza si ridusse ad un problema di rapporti di forza tra ineguali, un confronto impari che un personale politico ormai logorato non poteva reggere. Orlando, Salandra e Sonnino strillarono, minacciarono, piansero, partirono e poi tornarono e, infine, il 28 giugno 1919 firmarono.<\/p>\n<p>Caduto il governo Orlando e subentrato il ministero Nitti, l\u2019Italia si ritrov\u00f2 ancor pi\u00f9 isolata, ignorata, dileggiata. Il 4 settembre in un discorso <em>\u00abfarisaico e suadente nei toni ma durissimo nella sostanza e persino irridente verso la posizione italiana\u00bb<\/em>\u00a0tenuto a Colombus nell\u2019Ohio, il lugubre Wilson liquid\u00f2 la questione con sprezzanti parole: <em>\u00abebbi a ricordare ai miei colleghi italiani che se avevano intenzione di reclamare ogni luogo ove vi sia una grande popolazione italiana, noi dovremo cedere New York perch\u00e9 vi sono pi\u00f9 italiani a New York che in una citt\u00e0 d\u2019Italia\u00bb.<\/em> Amen.<\/p>\n<p>In Patria il mito della \u201cvittoria mutilata\u201d divenne facile argomento per le opposizioni nazionaliste e un boccone indigeribile per il complesso politico militare che la guerra aveva voluto, condotto e vinto. <strong>Poi accadde l\u2019imprevedibile. Partendo da Ronchi il 12 settembre Gabriele d\u2019Annunzio, il pluridecorato \u201cPoeta Soldato\u201d, occup\u00f2 Fiume \u2014la citt\u00e0 simbolo della contesa adriatica \u2014 con un pugno di soldati.<\/strong> Un colpo di mano in ottica anti jugoslava che, come vedremo, si trasform\u00f2 in un clamoroso guanto di sfida contro <em>\u00abi divoratori di carne umana <\/em>[\u2026]<em> Quell\u2019Occidente degenere diventato un\u2019immensa banca in servizio della spietata plutocrazia transatlantica\u00bb; <\/em>a farne le spese il riformista Nitti, ribattezzato all\u2019istante \u201cCagoja\u201d, e il suo fragile governo.<\/p>\n<p>Da subito la ventura fiumana infiamm\u00f2 le piazze italiane e incrin\u00f2 pericolosamente la compattezza delle forze armate. In quei giorni d\u2019entusiasmo e sana follia, la citt\u00e0 si color\u00f2 di tricolori. Coccarde, fiamme, striscioni, bandiere avvolsero in un unico manto bianco-rosso-verde arditi, aviatori, marinai, granatieri. Medaglie d\u2019Oro, d\u2019Argento e Bronzo. I coraggiosi della Grande guerra prontamente raggiunti da una folla di artisti, goliardi, avventurieri, esteti. I legionari fiumani. Nella Reggenza italiana del Carnaro prese cos\u00ec forma il sogno impossibile dei combattenti, quell\u2019incredibile \u201cfesta della rivoluzione\u201d \u2014 riprendendo il titolo del bel libro di Claudia Salaris \u2014 tanto agognata, desiderata, sognata e, infine, raggiunta e conquistata. In quei immaginifici venti mesi \u2014 tanto dur\u00f2 l\u2019Impresa \u2014 quel tormentato angolo dell\u2019Adriatico \u201camarissimo\u201d si trasform\u00f2 in un palcoscenico per una rappresentazione straordinaria, una permanente festa mobile eccitata dai proclami del Vate, sostenuta dalle baionette degli \u201cinsubordinati\u201d e dall\u2019amore dei fiumani.<\/p>\n<p>Ma, come ben spiega Di Rienzo, accanto e al di l\u00e0 degli alati discorsi dalla chiostra del Palazzo del Governo, dei pitali lanciati su Montecitorio da un personaggio salgariano come l\u2019aviatore Guido Keller, delle performance futuriste di Marinetti, del concerto di Toscanini e gli abbordaggi dei filibustieri di d\u2019Annunzio \u2014 dal poeta prontamente rinominati, come i pirati seicenteschi, \u201cuscocchi\u201d \u2014, <strong>molto altro si muoveva dentro e attorno la \u201cCitt\u00e0 di vita\u201d.<\/strong><\/p>\n<p>Una somma di eventi simili ad un caleidoscopio con colori accesi sovrapposti a toni opachi che, pagina dopo pagina, il professore srotola con meticolosit\u00e0, elencando e studiando per la prima volta in modo analitico i tanti personaggi e le innumerevoli (e spesso indicibili) combinazioni che ritmarono e condizionarono i 476 giorni di Fiume dannunziana.<\/p>\n<p>Andiamo per ordine. Lo storico romano ha innanzitutto esaminato con meticolosit\u00e0 gli inesplorati carteggi tra il Comandante e il conte Sforza, sottosegretario agli Esteri con Nitti e, dal giugno 1920, ministro degli Esteri nel governo Giolitti. Questi e gli altri documenti ritrovati fanno <strong>finalmente piena luce sull\u2019intera vicenda svelando la fitta rete di contatti tra il pirotecnico reggente \u2014 invero \u201cdisobbediente\u201d ad intermittenza<\/strong> e inizialmente sinergico invece ai progetti romani \u2014 e il governo, la monarchia, le forze armate, i circoli industriali e la sempre presente massoneria: un gioco d\u2019ombre e reciproche astuzie su un\u2019unica trama tesa a conservare all\u2019Italia, <em>bon gr\u00e9 mal gr\u00e9<\/em>, Fiume e pezzi di Dalmazia e, magari, far implodere la Jugoslavia e assicurarsi, evaporate le speranze di un\u2019espansione in Africa, nel Levante o nel Caucaso, uno sbocco economico in Balcania e nell\u2019area danubiana. Il tutto malgrado e contro gli alleati di ieri, per nulla generosi e pronti ad ogni misura pur di ridimensionare il troppo ambizioso regno di Vittorio Emanuele.<\/p>\n<p>Un gioco sottile, tutto nel solco della spregiudicata \u201cdiplomazia di movimento\u201d di cavouriana memoria, che aveva, come sottolinea l\u2019autore, al suo centro proprio Fiume, <em>\u00abinsieme a Trieste l\u2019unico grande porto dell\u2019Alto Adriatico attraverso cui, obbligatoriamente, doveva convergere il traffico commerciale diretto verso il Mediterraneo orientale e il varco di Fiume, proveniente dalla Germania, dall\u2019Europa centrale, dai Balcani, dall\u2019Ungheria, dalla Romania. Poco da meravigliarsi, allora se vista respinta anche questa richiesta i rappresentanti del mondo economico italiano abbandonarono il tavolo della diplomazia ufficiale per giocare la carta della \u201cdiplomazia corsara\u201d che il coup de force dannunziano poteva mettere nelle loro mani\u00bb.\u00a0 <\/em><\/p>\n<p>Da qui, come ricostruito dall\u2019autore, il massiccio sostegno finanziario all\u2019Impresa da parte <em>\u00abdell\u2019ala marciante dell\u2019industria e della Finanza italiana, parte della quale era gi\u00e0 molto impegnata nella conquista dei mercati balcanici: Giovanni Agnelli, Alberto Beneduce, Oscar Sinigallia, Giuseppe Volpi, Mario e Pio Perrone, Alberto Pirelli, Guido Donegani, Vittorio Cini. E last but not least l\u2019amministratore delegato della Banca Commerciale, Giuseppe Leopoldo Toeplitz\u00bb.<\/em> Un cartello potente \u2014 dominato dai \u201cpescecani industriali\u201d che sul conflitto mondiale avevano ben lucrato e fatturato \u2014 in cui s\u2019intrecciavano interessi economici pesantissimi e aperti richiami alla fratellanza massonica che legava molti dei capitalisti nostrani alla cupola apicale delle forze armate, in particolare quella della Regia Marina<em>. <\/em><\/p>\n<p>Non a caso. Una volta incassati i verdetti di Versailles, <strong>per la Marina la questione adriatica divenne una vera e propria ossessione.<\/strong> Parlando al Senato, l\u2019ammiraglio Thaon de Revel \u2014 affiliato alla fratellanza come Emanuele Filiberto d\u2019Aosta, Badoglio e altri generali e ammiragli presenti sul confine orientale \u2014 ribad\u00ec la posizione della forza armata: <em>\u00absenza il dominio della Dalmazia e del suo arcipelago, le aperte, popolose e ricche coste della Romagna e della Puglia saranno alla merc\u00e9 del nemico e poco importa che non esista pi\u00f9 la duplice monarchia perch\u00e9\u00a0 nel nuovo regno dei serbi-croati si sarebbero sempre potuto installare basi nemiche, per esempio francesi, e all\u2019Italia mancher\u00e0 la sicurezza adriatica tanto a lei necessaria, dovendo essa prevedere ancora una volta la contemporaneit\u00e0 delle offese da levante e da ponente\u00bb.<\/em><\/p>\n<p>Non stupisce quindi l\u2019<em>aplomb<\/em> dell\u2019ammiraglio nel definire al Consiglio della Corona del 25 settembre \u201919 la presa di Fiume un semplice<em> \u00abdeplorevole episodio\u00bb <\/em>di cui bisognava, prima di condannarlo,<em> \u00abrisalirne la cause\u00bb. <\/em>Un giudizio condiviso dai vertici navali, compreso il nuovo ministro della Marina Giovanni Sechi e il governatore della Dalmazia Enrico Millo, l\u2019eroe dei Dardanelli. \u00a0Da qui il forte appoggio della Regia \u2014 con il felpato assenso, come Di Rienzo insegna, di Nitti e Sforza \u2014 agli \u201cammutinati\u201d fiumani. Nel fatico 12 settembre le navi ormeggiate a Fiume, la corazzata <em>Dante Alighieri <\/em>e tre caccia, rimasero inerti e gli equipaggi si unirono ai legionari, Nitti ordin\u00f2 formalmente il rientro immediato delle unit\u00e0 ma nessuno lo ascolt\u00f2. Pochi giorni dopo Luigi Rizzo, l\u2019eroe di Premuda, si un\u00ec ai ribelli. Un colpo mediatico seguito dalla defezione di quattro caccia, due torpediniere, quattro Mas e una nave trasporto. D\u2019Annunzio aveva la sua piccola flottiglia adatta a colpi di mano sulla Dalmazia e pronta, come previsto dal piano di guerra preparato da Revel nell\u2019estate del 1920, ad unirsi alla Regia per colpire la Jugoslavia.<\/p>\n<p>Al tempo stesso d\u2019Annunzio incassava l\u2019appoggio entusiastico del \u201cPopolo d\u2019Italia\u201d, il quotidiano di Benito Mussolini che il 14 ottobre 1919 lanciava la \u201cgrande sottoscrizione nazionale\u201d che raccolse ben tre milioni di lire donati soprattutto da reduci e dagli emigranti. Un successo. Ma sebbene apparentemente solido, <strong>il rapporto tra il futuro Duce e il Vate rimase per\u00f2 sempre permeato da ambiguit\u00e0,<\/strong> diffidenze e, persino, veri e propri voltafaccia come fu, nella crisi finale del dicembre 1920, il ritrarsi di Mussolini su posizioni governiste con l\u2019interruzione dell\u2019appoggio militare delle squadre fasciste giuliane agli assediati.<\/p>\n<p>Di Rienzo per\u00f2 non si \u00e8 limitato a riassumere la turbolenta \u201cliaison\u201d tra le due opposte personalit\u00e0 ma, con chiarezza estrema, ha voluto indagare in profondit\u00e0 il d\u2019Annunzio politico restituendo cos\u00ec al personaggio la propria contradditoria originalit\u00e0 e il suo profilo \u201cereticale\u201d. L\u2019Immaginifico \u2014 tutt\u2019altro che un ingenuo o uno sprovveduto e tanto meno un proto-fascista, come sostiene ancor oggi una certa vulgata \u2014 non solo riusc\u00ec a gestire a lungo i complessi rapporti con il potere romano e le sue plurime diramazioni ma diresse con maestria le diverse componenti del fiumanesimo \u2014 militari, nazionalisti, mussoliniani, futuristi, soreliani, irredentisti democratici, socialisti, anarchici, cripto bolscevichi etc. \u2014 mantenendo sempre saldo il comando e racchiudendo le tante anime dell\u2019Impresa in una costituzione poetica quanto improbabile come la famosa Carta del Carnaro.<\/p>\n<p><strong>Il vero capolavoro dannunziano rimane per\u00f2 la \u201cLega dei popoli oppressi\u201d,<\/strong> un tentativo ambizioso che fissava inaspettatamente le coordinate della politica internazionale di Fiume (e dell\u2019Italia post bellica\u2026) su orizzonti globali. Nell\u2019aprile 1920 dalla sua ducea adriatica il reggente lanci\u00f2 una sfida \u2014 proiettando cos\u00ec l\u2019Impresa oltre l\u2019angusta frontiera balcanica, piccolo teatro della guerra a bassa intensit\u00e0 italo-serba \u2014 all\u2019intero assetto postbellico imposto a Versailles dalle plutocrazie occidentali. L\u2019appello agli sconfitti della guerra mondiale \u2014 austriaci, ungheresi, tedeschi, russi, turchi \u2014, agli indipendentisti fiamminghi, catalani, montenegrini, irlandesi ed egiziani \u2014 <em>\u00abdall\u2019indomabile Sinn Fein d\u2019Irlanda alla bandiera rossa che in Egitto unisce la mezzaluna e la croce\u00bb\u2014,<\/em> ai popoli sottomessi dagli anglo-americani\u2014 indiani, cinesi, filippini e persino afro-americani statunitensi \u2014, preoccup\u00f2 non poco la Gran Bretagna. Dai materiali ritrovati dall\u2019autore negli archivi del Foreign Office e dell\u2019Ammiragliato si evince come Londra considerasse il movimento fiumano <em>\u00abun pasticciato imbroglio degno della patria di Macchiavelli\u00bb <\/em>potenzialmente pericoloso per gli equilibri imperiali. L\u2019iniziativa non sfugg\u00ec nemmeno a Lenin, da tempo ammiratore di d\u2019Annunzio, che dopo una serie di contatti informali con la Reggenza decise di anticiparne le mosse convocando a Baku il Congresso dei popoli dell\u2019Oriente.<\/p>\n<p>Come \u00e8 noto l\u2019utopica \u201cLega dei popoli oppressi\u201d, una sorta di anti Societ\u00e0 delle Nazioni, rimase allo stadio progettuale (anche per volont\u00e0 dello stesso d\u2019Annunzio), ma oltre ad inquietare gli albionici disturb\u00f2 assai anche i vecchi poteri italiani che non gradirono questo inatteso deragliamento dalla questione adriatica. Per quanto velleitaria la \u201cvera Santa Alleanza\u201d, come la defin\u00ec L\u00e9on Kochniztky, responsabile delle \u201cRelazioni Esteriori\u201d della Reggenza, annunciava una assoluta discontinuit\u00e0 con le politiche coloniali crispine e giolittiane e con le tradizionali visioni eurocentriche delle classi dirigenti liberali.<\/p>\n<p>A riprendere almeno in parte le linee dannunziane,<strong> come gi\u00e0 intuito da Renzo De Felice ne \u201cIl Fascismo e l\u2019Oriente\u201d<\/strong> e ora pienamente confermato da Di Rienzo, fu il callido Benito. Oltre a saccheggiare e inglobare la coreografia fiumana \u2014 riti, appelli, simboli, parole d\u2019ordine \u2014 il regime littorio una volta consolidato: <em>\u00absi appropri\u00f2 anche delle linee guida della politica estera partorita da d\u2019Annunzio: l\u2019espansionismo mediterraneo, la guerra per procura contro la Jugoslavia e la Grecia, l\u2019alleanza con i \u201cvinti della Grande Guerra\u201d, il disegno, rivolto soprattutto al mondo arabo, finalizzato a unire nella \u201ccrociata del sangue contro l\u2019oro\u201d, tutte le nazioni soggette al dominio dell\u2019imperialismo britannico\u00bb.<\/em><\/p>\n<p>Di certo la frenetica \u201cdiplomazia di movimento\u201d del Vate e dei suoi fedeli pi\u00f9 entusiasti convinse gli interlocutori interni \u2014 molto rapaci e molto prudenti \u2014 ha lesinare i sostegni economici all\u2019Impresa e, al tempo stesso, iniziare a premere sul sovrano e sul governo per una conclusione \u201conorevole\u201d (e possibilmente conveniente) dell\u2019ingarbugliata vicenda. Tocc\u00f2 a Giovanni Giolitti, uomo ben pi\u00f9 strutturato del modesto Nitti. Nonostante gli squilli di rivolta e i tamburi di guerra che ritmavano l\u2019immediato dopoguerra italiano e i fantasiosi progetti di colpi di Stato, il 12 novembre 1920 a Rapallo Giolitti chiuse, con l\u2019assenso dei franco-britannici e il plauso di Mussolini, la difficile trattativa italo-jugoslava. L\u2019accordo stabiliva la fine dell\u2019ingombrante Reggenza dannunziana, la costituzione dello Stato libero di Fiume (sotto controllo italiano) e la sovranit\u00e0 su Zara, Cherso, Lussino, Lagosta e Pelagosa con la rinuncia alla Dalmazia. Ragusa, ormai ampiamente croatizzata negli anni del governo asburgico, veniva inglobata nel regno dei Karadordevic e agli italofoni locali non rest\u00f2 che la via dell\u2019esilio.<\/p>\n<p><strong>Esercizi di <em>realpolitik<\/em> che d\u2019Annunzio, per una volta veramente \u201cdisobbediente\u201d,<\/strong> ritenne inaccettabili. Alla richiesta di disarmo e smobilitazione il Primo Rettore, temendo uno o pi\u00f9 inganni, rispose picche pretendendo, come Di Rienzo scrive: <em>\u00abl\u2019annessione immediata dello Stato di Fiume all\u2019Italia, insieme all\u2019espansione dei suoi confini fino a comprendere Veglia, Arbe, i sobborghi recentemente occupati, il delta dell\u2019Eneo, Porto Barros, una striscia di territorio a nord della citt\u00e0 e la limitrofa fascia costiera. Un vero e proprio salto nel buio\u00bb.<\/em><\/p>\n<p>Al rifiuto netto del governo di ridiscutere e disconoscere gli accordi presi a Rapallo, i legionari occuparono le isole di Veglia e Arbe, assegnate a Belgrado, e dichiararono lo stato di guerra. Giolitti non perse tempo e il 24 dicembre ordin\u00f2 al generale Caviglia e all\u2019ammiraglio Simonetti di sgomberare gli \u201cinsubordinati\u201d. Fu il \u201cNatale di sangue\u201d, una piccola guerra italo-italiana: tre giorni di sanguinosi combattimenti risolti di fatto da poche cannonate tirate, a scopo intimidatorio, dalla corazzata <em>Andrea<\/em> <em>Doria<\/em> sul palazzo della Reggenza. Bastarono. Il 29 il Vate cedette i poteri e il 18 gennaio 1921, assieme agli ultimi volontari, lasci\u00f2 la citt\u00e0. <strong>La ricreazione dei poeti e dei guerrieri era terminata.<\/strong><\/p>\n<p>&nbsp;<\/p>\n<p>&nbsp;<\/p>\n<p>&nbsp;<\/p>\n<p>&nbsp;<\/p>\n","protected":false},"excerpt":{"rendered":"<p><p>Sceso il silenzio sui campi di battaglia il 18 gennaio 1919 si apriva la Conferenza di Versailles. Fu allora, riprendendo il colonello T. E. Lawrence, alias Lawrence d\u2019Arabia, che \u00aball\u2019alba del mondo nuovo, gli uomini vecchi tornarono e decisero la loro pace\u00bb. Sorgeva il nuovo ordine post bellico euro-atlantico, esiziale redde rationem ai nemici sconfitti e brusco rappel \u00e0 l\u2019ordre per gli alleati minori: Italia, Belgio, Serbia, Grecia, Romania, Giappone, Portogallo. In guerra presenze necessarie e, talvolta, indispensabili, in pace fastidiosi coriandoli. Da premiare (Belgio e Giappone), usare (Serbia e Grecia) o marginalizzare. Fu il caso dell\u2019Italia. 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