{"id":6318,"date":"2015-04-26T14:43:41","date_gmt":"2015-04-26T14:43:41","guid":{"rendered":"https:\/\/blog.ilgiornale.it\/wallandstreet\/?p=6318"},"modified":"2015-04-26T14:43:41","modified_gmt":"2015-04-26T14:43:41","slug":"i-prodotti-sono-storie","status":"publish","type":"post","link":"https:\/\/blog.ilgiornale.it\/wallandstreet\/2015\/04\/26\/i-prodotti-sono-storie\/","title":{"rendered":"\u00abI prodotti sono storie\u00bb"},"content":{"rendered":"<p><a href=\"https:\/\/blog.ilgiornale.it\/wallandstreet\/files\/2015\/04\/Padiglione-Italia.jpg\"><img loading=\"lazy\" class=\"aligncenter size-full wp-image-6386\" src=\"https:\/\/blog.ilgiornale.it\/wallandstreet\/files\/2015\/04\/Padiglione-Italia.jpg\" alt=\"Padiglione Italia\" width=\"550\" height=\"310\" srcset=\"https:\/\/blog.ilgiornale.it\/wallandstreet\/files\/2015\/04\/Padiglione-Italia.jpg 959w, https:\/\/blog.ilgiornale.it\/wallandstreet\/files\/2015\/04\/Padiglione-Italia-300x169.jpg 300w\" sizes=\"(max-width: 550px) 100vw, 550px\" \/><\/a><\/p>\n<p>Ora che \u00e8 quasi tutto pronto per il via di <strong>Expo 2015<\/strong>,\u00a0ci toccher\u00e0 anche sopportare anche i peana per l&#8217;organizzazione Made in Italy (il <strong>Padiglione Italia<\/strong> comunque \u00e8 splendido): si arriva sempre all&#8217;ultimo minuto, ma nessuno riesce a fare bene come noi. Insomma, la solita retorica. Ecco perch\u00e9 con l&#8217;architetto e life designer <strong>Giulio Ceppi<\/strong> vogliamo uscire dal seminato dei luoghi comuni e cominciare a pensare le nuove frontiere di tutto ci\u00f2 che \u00e8 prodotto e concepito in Italia.<\/p>\n<p><strong><a href=\"https:\/\/blog.ilgiornale.it\/wallandstreet\/files\/2013\/05\/Ceppi1.jpeg\"><img loading=\"lazy\" class=\"alignleft size-medium wp-image-2573\" src=\"https:\/\/blog.ilgiornale.it\/wallandstreet\/files\/2013\/05\/Ceppi1-199x300.jpg\" alt=\"Ceppi\" width=\"199\" height=\"300\" srcset=\"https:\/\/blog.ilgiornale.it\/wallandstreet\/files\/2013\/05\/Ceppi1-199x300.jpg 199w, https:\/\/blog.ilgiornale.it\/wallandstreet\/files\/2013\/05\/Ceppi1-681x1024.jpg 681w, https:\/\/blog.ilgiornale.it\/wallandstreet\/files\/2013\/05\/Ceppi1.jpeg 1559w\" sizes=\"(max-width: 199px) 100vw, 199px\" \/><\/a>Quanto oggi il design si confronta con la scala globale?<\/strong><br \/>\n\u00abLa <strong>globalizzazione<\/strong> \u00e8\u00a0una delle condizioni esistenziali, progressiva ed irreversibile, con cui il progetto si deve inevitabilmente confrontare.<br \/>\nSul piano massmediale e comunicativo una Storia della globalizzazione \u00e8 forse ancora da scrivere, ma momenti come lo sbarco dell&#8217;uomo sulla luna, la morte del presidente <strong>Kennedy<\/strong>, il crollo delle torri gemelle\u2026 sono eventi vissuti da milioni di spettatori in tutto il mondo e indelebilmente posizionati nel nostro immaginario collettivo.\u00a0Con la scoperta della complessit\u00e0 ambientale, del fatto che <span style=\"text-decoration: underline\"><strong>non esistono soluzioni semplici a problemi complessi<\/strong><\/span>, la societ\u00e0 occidentale si \u00e8\u00a0resa definitivamente conto di non essere pi\u00f9 proprietaria esclusiva del pianeta, ma di doverlo condividere, anche nei suoi aspetti problematici, e che cause locali possono avere effetti globali, a grande scala\u00bb.<\/p>\n<p><strong>Questo cambio di scala nella percezione dei prodotti modifica il modo di operare del design?<\/strong><br \/>\n\u00abLa questione ecologica, la saturazione fisica e semantica del pianeta, come il contrasto tra opposti integralismi, hanno posto e pongono imbarazzanti domande sul senso del produrre: abbiamo ancora bisogno di oggetti? Gli oggetti che produciamo rispondono a bisogni o a pulsioni di puro consumo?\u00a0Per i progettisti, come per i produttori, la nozione di prodotto sta cambiando rapidamente: non sono pi\u00f9 i bisogni che vanno soddisfatti, almeno nei nostri paesi ricchi, ma piuttosto <span style=\"text-decoration: underline\"><strong>i desideri<\/strong><\/span> che <span style=\"text-decoration: underline\"><strong>vanno sollecitati, riscoperti od inventati<\/strong><\/span>. Gli oggetti diventano quindi per necessit\u00e0 veicoli di valori, strumenti per esprimere estetiche e modelli di vita. Il prodotto, pezzo unico o seriale, industriale o artigianale, acquista la sua identit\u00e0 se rappresenta un percorso produttivo e culturale, se possiede una storia chiaramente trasmissibile al consumatore\u00bb.<\/p>\n<p><strong>Allora tutto \u00e8 storytelling? Quanto conta oggi coinvolgere il consumatore nella propria visione del mondo, nella filosofia della marca?<\/strong><br \/>\n\u00abPer chi progetta non contano pi\u00f9 solo gli aspetti formali, fisici e geometrici del prodotto: <span style=\"text-decoration: underline\"><strong>il prodotto \u00e8 oggi un sistema complesso, un insieme di funzioni di natura formale, comunicativa, distributiva, di servizio<\/strong><\/span>. Diventa un luogo, carico di problematicit\u00e0 come di fascino, locale ma con implicazioni necessariamente globali.\u00a0La relazione, la capacit\u00e0 di scambio emotivo e culturale, \u00e8 la vera ed esclusiva qualit\u00e0 prioritaria del prodotto contemporaneo: conta il saper raccontare una storia.\u00a0<span style=\"text-decoration: underline\"><strong>Il valore del fare, del produrre e del progettare, risiede allora nella volont\u00e0 di costruire percorsi di senso, prodotti che siano storie, luoghi, insiemi di valori condivisibili<\/strong><\/span>: il prodotto diventa un veicolo, un medium, per costruire narrazioni, esperienze che raccontino desideri e aspettative a chi forse non sa pi\u00f9 cosa sia necessario e cosa superfluo.<\/p>\n<p><strong>Mi sembra di capire che si tratti di andare un poco oltre al concetto commerciale dell\u2019export, giusto?<\/strong><br \/>\n\u00abSappiamo che la sfida del design e dell\u2019impresa italiana \u00e8 nell\u2019internazionalizzazione: tuttavia non si tratta solo di puntare sull\u2019export e di cercare meramente di vendere i propri prodotti attuali fuori dal nostro Paese, ma di voler creare situazioni a 4 mani ex novo, di aprirsi ai mercati emergenti perch\u00e9 si costruiscono progetti su misura, si generano collaborazioni dinamiche ed innovative.\u00a0Per le aziende italiane, spesso piccole e familiari, questa strada \u00e8 forse pi\u00f9 facile che non l\u2019illusione facile, ma ingenua, di colonizzare fasce di nuovi consumatori fuori dall\u2019Europa seguendo le chiare istruzioni dei manuali del marketing americano.\u00a0Non quindi un\u2019azione monodirezionale, che dall\u2019Italia esporta merci verso il mondo, ma il contrario: intelligenza e know how italiano che costruiscono nuove piattaforme economiche di sviluppo e servizio fuori dall\u2019Italia, per vendere maggiormente anche in Italia per paradosso, ma ovviamente non solo\u00bb.<\/p>\n<p><strong><a href=\"https:\/\/blog.ilgiornale.it\/wallandstreet\/files\/2015\/04\/You-Khanga.jpg\"><img loading=\"lazy\" class=\"alignleft size-medium wp-image-6385\" src=\"https:\/\/blog.ilgiornale.it\/wallandstreet\/files\/2015\/04\/You-Khanga-300x155.jpg\" alt=\"You Khanga\" width=\"300\" height=\"155\" srcset=\"https:\/\/blog.ilgiornale.it\/wallandstreet\/files\/2015\/04\/You-Khanga-300x155.jpg 300w, https:\/\/blog.ilgiornale.it\/wallandstreet\/files\/2015\/04\/You-Khanga.jpg 620w\" sizes=\"(max-width: 300px) 100vw, 300px\" \/><\/a>Ci potrebbe fare un esempio concreto di quanto dice?<\/strong><br \/>\n\u00abCome caso concreto citerei <span style=\"text-decoration: underline\"><strong>You Khanga<\/strong><\/span>, giovane start up dove si vogliono combinare due culture distanti e farle convivere in un unico progetto: la fantasia del <strong>tessuto khanga<\/strong> (rettangolo di cotone stampato dai colori vivaci e decorato con frasi, proverbi e indovinelli beneauguranti scritti in lingua <strong>Swahili<\/strong> che diventa in Africa abito o copricapo per portare i bambini sulla schiena) incontra il saper fare dei maestri calzaturieri italiani. Nascono cos\u00ec le ballerine You Khanga, con tessuti rigorosamente made in Kenya che animano, all&#8217;insegna dell&#8217;unicit\u00e0, (perch\u00e9 ogni khanga \u00e8 unico e irripetibile, piccole imperfezioni comprese\u2026) l\u2019idea di una nuova eleganza dove ogni scarpa \u00e8 tagliata in un punto diverso della stoffa rendendo, anche di poco, ogni paio irripetibile, anche perch\u00e9 nessun khanga \u00e8 uguale all&#8217;altro.\u00a0Un progetto di questo tipo non solo coniuga tradizione africana, creativit\u00e0 e maestria italiana, vendendo poi in tutto il mondo un prodotto Made in Italy, ma contribuisce allo sviluppo delle popolazioni locali. Per questo i sacchetti, anch&#8217;essi confezionati con i khanga, sono invece prodotti direttamente e in modo artigianale, in Kenya. Inoltre una parte dei proventi dell\u2019acquisto delle creazioni You Khanga sono impiegati in progetti di beneficenza dedicati alle donne e ai bambini del Kenya\u00bb.<\/p>\n<p><strong>Allora \u00e8 il concetto di Made in Italy che deve evolvere, aprendosi ad altre logiche e ridefinendosi in forma nuova?<\/strong><br \/>\n\u00abYou Khanga ci mostra chiaramente come design italiano, a differenza di altri paesi europei e di una scuola di pensiero anglosassone, fortissima anche negli <strong>Usa<\/strong>, abbia preso invece, strada poi seguita anche in altri paesi europei di matrice latina e mediterranea, una prospettiva alquanto libertaria e radicale, di ricerca di valori sociali e personali. La visione italiana del design \u00e8 sempre stata innanzitutto sociale e politica, culturale e comunicativa, e solo in seconda istanza di natura tecnica (ergonomica) o commerciale (marketing): l\u2019individuo viene posto al centro del mondo, e non l\u2019industria in s\u00e9, come forse qualcuno ancora crede.<br \/>\nPassare dal Made in Italy al Making by Italians \u00e8 una delle sfide del futuro, dove il \u201csaper fare italiano\u201d nutre e sostiene altre culture, generando nuove occasioni di business per entrambe\u00bb.<\/p>\n<pre style=\"background-color: #fff;font-family: garamond, new york, times, serif;color: #000;font-size: 16px\">Wall &amp; Street<\/pre>\n","protected":false},"excerpt":{"rendered":"<p><p>Ora che \u00e8 quasi tutto pronto per il via di Expo 2015,\u00a0ci toccher\u00e0 anche sopportare anche i peana per l&#8217;organizzazione Made in Italy (il Padiglione Italia comunque \u00e8 splendido): si arriva sempre all&#8217;ultimo minuto, ma nessuno riesce a fare bene come noi. Insomma, la solita retorica. Ecco perch\u00e9 con l&#8217;architetto e life designer Giulio Ceppi vogliamo uscire dal seminato dei luoghi comuni e cominciare a pensare le nuove frontiere di tutto ci\u00f2 che \u00e8 prodotto e concepito in Italia. 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