{"id":8396,"date":"2020-11-18T20:34:50","date_gmt":"2020-11-18T20:34:50","guid":{"rendered":"https:\/\/blog.ilgiornale.it\/wallandstreet\/?p=8396"},"modified":"2020-11-18T20:38:49","modified_gmt":"2020-11-18T20:38:49","slug":"smart-working-che-fare","status":"publish","type":"post","link":"https:\/\/blog.ilgiornale.it\/wallandstreet\/2020\/11\/18\/smart-working-che-fare\/","title":{"rendered":"Smart working, che fare"},"content":{"rendered":"<p><img loading=\"lazy\" class=\"aligncenter size-full wp-image-8397\" src=\"https:\/\/blog.ilgiornale.it\/wallandstreet\/files\/2020\/11\/smart-working-e1605729020869.jpg\" alt=\"\" width=\"550\" height=\"367\" \/><\/p>\n<p class=\"atext\">L&#8217;emergenza\u00a0<b>Covid-19 <\/b>sta cambiando e cambier\u00e0 il mondo del<b> lavoro<\/b>. Negli ultimi mesi il termine \u00ab<strong>smart working<\/strong>\u00bb \u00e8 diventato di uso comune, ma molti ritengono pi\u00f9 appropriato parlare di \u00ab<b>home working<\/b>\u00bb, cio\u00e8 di un&#8217;operativit\u00e0 quotidiana confinata da remoto (quasi sempre dalla propria abitazione) e non dettata da una<b> riorganizzazione del lavoro <\/b>basata su obiettivi misurabili.\u00a0Ne abbiamo discusso con \u00a0<strong>Franco Amicucci<\/strong>, Ceo di <strong>Skilla<\/strong>, e con <strong>Nicola Spagnuolo<\/strong>, direttore di <strong>Cfmt<\/strong>.<\/p>\n<p><strong>Si potr\u00e0 tornare ai modi di produzione pre-pandemia?<\/strong><\/p>\n<p><img loading=\"lazy\" class=\"alignleft size-medium wp-image-8154\" src=\"https:\/\/blog.ilgiornale.it\/wallandstreet\/files\/2018\/08\/Franco_Amicucci-300x206.jpg\" alt=\"\" width=\"300\" height=\"206\" srcset=\"https:\/\/blog.ilgiornale.it\/wallandstreet\/files\/2018\/08\/Franco_Amicucci-300x206.jpg 300w, https:\/\/blog.ilgiornale.it\/wallandstreet\/files\/2018\/08\/Franco_Amicucci.jpg 400w\" sizes=\"(max-width: 300px) 100vw, 300px\" \/><strong>Franco Amicucci<\/strong>: \u00abPensare di tornare ai modi di produzione prepandemia sarebbe come guidare ad alta velocit\u00e0 guardando sugli specchietti retrovisori per tutto il viaggio, ci fracasseremmo tutti!<br \/>\nGuerre, pandemie e rivoluzioni tecnologiche hanno sempre segnato delle svolte nella storia, perch\u00e9 hanno velocizzato processi che erano in atto, alcuni evidenti, altri latenti. Ora viviamo in contemporanea ben due di questi fenomeni della storia, la pandemia e la rivoluzione tecnologica. Il mondo del lavoro sar\u00e0 diverso, milioni di persone in Italia e nel mondo saranno coinvolte in quel processo, descritto con la brutta parola <strong>re-skilling<\/strong>, cio\u00e8 di <strong>riqualificazione<\/strong> perch\u00e9 quel lavoro non ci sar\u00e0 pi\u00f9, ma ne sar\u00e0 nato un altro e quello che c&#8217;era verr\u00e0 fatto in un altro modo. Intanto, iniziamo a guardare al momento dove tutti ci sentiremo sicuri perch\u00e9 usciti dalla pandemia e ritornati alla vita normale. I settori pi\u00f9 colpiti &#8211; ne cito tre: <strong>turismo<\/strong>, <strong>spettacolo<\/strong> e <strong>ristorazione &#8211;<\/strong> avranno un grande e veloce sviluppo rispetto agli altri settori, perch\u00e9 le persone vivranno qui momenti come liberazione, con una voglia incredibile di riprendere in pieno la vita. In tanti paesi d&#8217;Italia ci sono ancora le ricorrenze dei festeggiamenti della fine della peste nel tardo Medioevo. Per questo ora \u00e8 importante sostenere questi settori, <span style=\"text-decoration: underline\"><strong>evitare le chiusure ed i fallimenti<\/strong><\/span>\u00bb.<\/p>\n<p><img loading=\"lazy\" class=\"alignleft size-medium wp-image-8341\" src=\"https:\/\/blog.ilgiornale.it\/wallandstreet\/files\/2020\/05\/Nicola-Spagnuolo-direttore-Cfmt-300x200.jpg\" alt=\"\" width=\"300\" height=\"200\" srcset=\"https:\/\/blog.ilgiornale.it\/wallandstreet\/files\/2020\/05\/Nicola-Spagnuolo-direttore-Cfmt-300x200.jpg 300w, https:\/\/blog.ilgiornale.it\/wallandstreet\/files\/2020\/05\/Nicola-Spagnuolo-direttore-Cfmt.jpg 750w\" sizes=\"(max-width: 300px) 100vw, 300px\" \/><strong>Nicola Spagnuolo<\/strong>: \u00abDifficile dire quali saranno i cambiamenti che in futuro entreranno stabilmente nella vita economica e sociale di tutti noi. Ci\u00f2 che appare certo \u00e8 che sicuramente alcuni cambiamenti saranno stabilizzati all\u2019interno di un nuovo paradigma. Ce lo dice la storia. I cambiamenti, tuttavia, hanno sempre bisogno di un percorso per cui con ogni probabilit\u00e0 quando usciremo da questa pandemia ci troveremo di fonte al compimento di alcuni processi evolutivi avviatisi nel corso degli anni, e in alcuni casi dei decenni, passati. Le pandemie da sempre hanno rappresentato, valutandoli col senno di poi, processi di accelerazione di cambiamenti gi\u00e0 in atto.\u00a0I cambiamenti nelle dinamiche produttive vi sono sempre stati a seguito delle grandi pandemie del passato\u00a0ed \u00e8 pertanto molto probabile che i cambiamenti nei modi di produzione si consolideranno nel nostro immediato futuro. Occorre per\u00f2 stare attenti a valutare i tipi di cambiamento che dovremo attenderci, evitando i facili abbagli di chi immagina un futuro paradigma partendo dall\u2019esperienza di questi mesi in cui lockdown, restrizioni, paure, angosce, determinano comportamenti individuali e collettivi contingenti, frutto di reazioni emozionali e non di processi consolidati di cambiamento. Ad esempio, in questo periodo la produzione industriale sembrerebbe minata da una inevitabile contrazione dei processi di internazionalizzazione. Ecco, mi parrebbe assolutamente improbabile aspettarsi una stabilizzazione di questa contingenza poich\u00e9 il processo di globalizzazione in atto far\u00e0 s\u00ec che al termine della pandemia le aziende ricomincino a produrre dislocando siti produttivi in parti del mondo pi\u00f9 convenienti e ricercando mercati di sbocco per i propri prodotti in mercati lontani e maggiormente proficui. Allo stesso modo <strong>l\u2019accelerazione impetuosa delle tecnologie e del digitale a cui stiamo assistendo in questi mesi, produrr\u00e0 nuovi cambiamenti nei modelli e nelle modalit\u00e0 di produzione industriale<\/strong> (si pensi ad esempio alla <strong>Intelligenza Artificiale<\/strong>). In ultimo, cambieranno le persone, le loro esigenze, le loro aspettative, i loro bisogni e i loro stili di vita a cui seguiranno cambiamenti adattivi delle produzioni di beni e servizi che non potranno essere gli stessi del periodo pre-pandemico\u00bb.<\/p>\n<p><strong>Come \u00e8 cambiato il lavoro dipendente con lo smart working?<\/strong><\/p>\n<p><strong>A.<\/strong>: \u00ab\u00c8 cambiato profondamente per quel 38% di lavoratori che possono fare smart working, secondo le stime del <strong>World Economic Forum<\/strong> pubblicate il 20 ottobre. Una pratica prima familiare ad una piccola quota di lavoratori \u00e8 diventata improvvisamente di massa, con una grande differenza per\u00f2 tra lavoro privato e lavoro pubblico. <span style=\"text-decoration: underline\"><strong>Nell&#8217;azienda privata lo smart working ha avuto successo, le persone e le aziende hanno scoperto una migliore qualit\u00e0 della vita e, paradossalmente, una migliore produttivit\u00e0, almeno per la maggior parte dei casi<\/strong><\/span>. Questo \u00e8 dovuto a competenze digitali ormai diffuse e soprattutto a modelli di organizzazione del lavoro che nel privato si basa su team interfunzionali autoorganizzati, con elevati gradi di autonomia lavorativa. Grandi organizzazioni si sono permesse di continuare il lavoro con decine di migliaia di persone in smart working senza interrompere il servizio fornito.\u00a0Diversa la situazione della <strong>pubblica amministrazione<\/strong>, dove le competenze e la cultura digitale non sono ancora adeguate e quindi fortemente basate ancora sulla carta e l&#8217;organizzazione del lavoro \u00e8 vincolata a catene burocratiche interconnesse dove ogni passo richiede una autorizzazione. In questo caso lo smart working ha spesso coinciso con sacche di improduttivit\u00e0 e carenze di servizi offerti\u00bb.<\/p>\n<p><strong>S.<\/strong>: \u00abAnche qui occorre essere cauti nelle valutazioni: il lavoro dipendente cambier\u00e0 probabilmente ma si tratta di capire in che direzione e con quale portata.\u00a0Intanto, occorre non lasciarci abbagliare dalla situazione contingente che stiamo attraversando in questi mesi in cui pi\u00f9 che di smart working, sarebbe pi\u00f9 corretto di <strong>telelavoro<\/strong>. Perch\u00e9 in futuro si possa parlare di una affermazione profonda dello smart working occorre chiarire che esso \u00e8 innanzitutto <span style=\"text-decoration: underline\"><strong>un nuovo approccio culturale rispetto al passato, in cui il controllo non \u00e8 pi\u00f9 sul lavoratore ma sul lavoro prodotto<\/strong><\/span>. Dobbiamo essere consapevoli che l\u2019attivit\u00e0 da remoto potr\u00e0 essere davvero produttiva, efficace ed efficiente solo se sussistono una serie di condizioni e se una visione strategica collettiva sar\u00e0 orientata a rimuovere vincoli e gap strutturali con i quali noi italiani dobbiamo fare costantemente i conti. L\u2019Italia nel 2019 era al 24\u00b0 posto tra i 28 paesi Ue (Regno Unito compreso) per velocit\u00e0 della connessione. Dietro di noi solo Polonia, Grecia, Romania e Bulgaria. Facile conclusione: in Italia la rete \u00e8 diffusa ma molto lenta. Gi\u00e0 solo questo gap mi parrebbe non di poco conto.\u00a0<span style=\"text-decoration: underline\"><strong>Il nostro gap di competenze digitali va colmato, in fretta<\/strong><\/span>, senza se e senza ma. Il punto per\u00f2 \u00e8 che, se anche riuscissimo ad annullare il digital divide tutto italiano, siamo certi che lo smart working aprirebbe una nuova strade a nuove modalit\u00e0 di lavoro? Mi spiego meglio: la tecnologia \u00e8 senza dubbio indispensabile, in quanto abilitante, ma non garantisce l\u2019efficacia dei processi organizzativi orientati allo smart working che richiede invece un profondo ripensamento dell\u2019organizzazione dei tempi, spazi e modi di lavoro e delle basi su cui si fonda la relazione tra lavoratore e impresa. L\u2019ufficio diventer\u00e0 un punto d\u2019incontro indispensabile ma saltuario, mentre ognuno di noi sceglier\u00e0 il luogo in cui lavorare in base alle proprie esigenze. Servir\u00e0 un cambio culturale vero, profondo e radicale e aspetterei a ritenere di essere gi\u00e0 pronti\u00bb.<\/p>\n<p><strong>Lo smart working, secondo alcuni osservatori, ha acuito le differenze tra le classi sociali facendo emergere il divario tra chi ha un\u2019occupazione che consente di lavorare da remoto e chi invece deve esporsi al rischio di contagio pena la disoccupazione. Cosa ne pensa?<\/strong><\/p>\n<p><strong>A.<\/strong>: \u00ab\u00c8 vero, questo del divario sociale \u00e8 il problema centrale. Divario che si \u00e8 manifestato anche all&#8217;interno di chi fa smart working, perch\u00e9 un conto \u00e8 lavorare in una casa con ampi spazi, balcone e giardino, un conto in condomini con piccolo appartamento e famiglia numerosa. Ma \u00e8 il lavoro operativo, che \u00e8 comunque la maggioranza del mondo del lavoro, quello oggi a maggior rischio e che ha sulle proprie spalle attivit\u00e0 che scopriamo fondamentali per la vita di ognuno. Il pi\u00f9 esposto \u00e8 certamente il personale sanitario, ma pensiamo a tutta la filiera alimentare, dall&#8217;agricoltura, ai trasporti fino ai negozi e alla grande distribuzione. Eppure sono i settori a pi\u00f9 basso reddito perch\u00e9 finora non hanno avuto potere negoziale. Sar\u00e0 uno dei grandi temi del post pandemia, perch\u00e9 la valorizzazione , anche economica, di questa area che sappiamo fondamentale per la vito di tutti noi, andr\u00e0 presa seriamente in considerazione\u00bb.<\/p>\n<p><strong>S.<\/strong>: \u00abTemo che il problema dell\u2019acuirsi del divario sociale possa andare ben oltre lo smart working, purtroppo.\u00a0Non tutti sono stati colpiti allo stesso modo dai vincoli e dalle restrizioni necessariamente imposte. Alcune professioni hanno pagato un conto salatissimo mentre altre ne hanno risentito quasi marginalmente. Del resto, basta osservare le dinamiche che negli ultimi mesi hanno riguardato i vari settori produttivi della nostra economia: il settore della distribuzione organizzata del food ad esempio non ne ha certo risentito tanto quanto il settore turistico-alberghiero. La perdita dei molti posti lavoro, che ancora non \u00e8 possibile stimare ma che purtroppo \u00e8 facile prevedere, certamente causer\u00e0 nuove difficolt\u00e0 a nuove fasce di popolazione, fino ad oggi al riparo dai disagi economici e finanziari, seppure conducendo una vita attenta e parsimoniosa. D\u2019altra parte, invece, ci saranno coloro che gi\u00e0 in passato stentavano a trovare una occupazione stabile a causa di una quasi assenza di skills distintive. Per coloro non solo sar\u00e0 complicato attraversare questa pandemia (si pensi ad esempio alle difficolt\u00e0 di fare i necessari acquisti on line, o di adattarsi alle esigenze aziendali di uso dello smart working, o ancora di superare psicologicamente indenni la difficile di convivenza in case raccolte e tutt\u2019altro che comode) ma sar\u00e0 ancora pi\u00f9 complicato riadattarsi alle nuove dinamiche che il prossimo paradigma socio-economico imporr\u00e0 al mercato del lavoro, con il rischio di rimanerne ai margini.\u00a0\u00c8 difficile in questo momento prevedere gli impatti sociali di questa terribile pandemia, ma partendo dallo scenario appena delineato temo occorra costruire un <strong>sistema di welfare<\/strong> molto pi\u00f9 pervasivo e inclusivo se si vorr\u00e0 far fronte al <strong>disagio sociale<\/strong> che gi\u00e0 oggi inizia ad affacciarsi tra le proteste di piazza sempre pi\u00f9 numerose nelle citt\u00e0 di gran parte del mondo\u00bb.<\/p>\n<p><strong>Lo smart working ha due principali conseguenze. La prima \u00e8 la reperibilit\u00e0, pi\u00f9 o meno forzosa, 24\/7. Andrebbe, quindi, creato un nuovo statuto per chi lavora da remoto?<\/strong><\/p>\n<p><strong>A.<\/strong>: \u00ab<span style=\"text-decoration: underline\"><strong>Credo che i vantaggi sui quali concordano ormai tutte le ricerche, siano nettamente superiori agli svantaggi che sono comunque emersi<\/strong><\/span>. Uno dei rischi maggiori emersi \u00e8 la perdita di socialit\u00e0, l&#8217;isolamento, soprattutto per le fasi di smart working al 100%. Questa difficolt\u00e0 potr\u00e0 essere sopperita in futuro con modalit\u00e0 miste di lavoro, in parte a casa in parte sul luogo di lavoro. La maggior parte delle organizzazioni sta andando in questa direzione. Il vantaggio che la maggior parte dei lavoratori ha dichiarato di aver trovato, \u00e8 quello della flessibilit\u00e0, della possibilit\u00e0 di autoregolare tempi di vita e di lavoro, andare verso la direzione di una rigida regolamentazione, ci porterebbe ad un modello di relazioni sindacali del passato. <span style=\"text-decoration: underline\"><strong>Quello che serve \u00e8 una specie di &#8220;statuto valoriale&#8221;, un nuovo patto per il lavoro del futuro, basato da una parte sulla fiducia che l&#8217;impresa deve dare a tutte le sue persone e responsabilit\u00e0 da parte del lavoratore<\/strong><\/span>. Questo non si ottiene con le vecchie pratiche sindacali, ma con una nuova visione e un nuovo patto del lavoro\u00bb.<\/p>\n<p><strong>S.<\/strong>: \u00abAd oggi gli innumerevoli contratti di lavoro fondano sul principio dello scambio tra tempo ed energie a fronte di una retribuzione.\u00a0 Il nostro sistema \u00e8 culturalmente molto legato al concetto del controllo visivo, in cui una maggiore presenza fisica sui luoghi di lavoro corrisponde ad una maggiore produttivit\u00e0. Si \u00e8 propensi a premiare chi si vede di pi\u00f9, per pi\u00f9 tempo nel luogo di lavoro, talvolta non curandosi di cosa quella persona abbia davanti sul monitor del proprio pc. Ed esiste, \u00e8 inutile negarlo, un retropensiero, purtroppo ancora troppo diffuso, per cui assenza fisica voglia significare vacanza, che talvolta magari \u00e8 anche vero, ma non abbastanza da continuare ad implementare un quadro normativo-contrattuale che ne scongiuri il rischio, senza alzare lo sguardo verso la realt\u00e0 di un futuro che andr\u00e0 in una direzione diversa.\u00a0<span style=\"text-decoration: underline\"><strong>Dovranno entrare nella nuova cultura organizzativa d\u2019impresa i sistemi di valutazione e sviluppo della prestazione basata sui risultati, riconoscendo e dando valore alle diverse caratteristiche delle persone secondo logiche di equit\u00e0<\/strong><\/span>. L\u2019aspetto pi\u00f9 rilevante in questa vicenda rimane a mio avviso quello del <strong>controllo<\/strong>: non pi\u00f9 il lavoratore al centro dell\u2019attenzione ma il suo lavoro. Non \u00e8 solo un caso se in Italia, fino ai primi mesi del 2020, i numeri relativi all\u2019utilizzo dello smart working erano bassi rispetto al resto dei Paesi europei: una rigida organizzazione del lavoro fondata sulla necessaria presenza negli uffici; le difficolt\u00e0 delle micro-pmi nell\u2019acquisire strumenti volti ad una vera riconversione digitale del lavoro; assenza di agevolazioni e di politiche volte a favorire forme alternative di svolgimento del lavoro; poco coraggio nel dialogo tra le parti sociali nella definizione di una contrattazione volta a favorire la produttivit\u00e0 e, rimuovendo i troppi pregiudizi, a modernizzare l\u2019organizzazione garantendo una migliore conciliazione tra l\u2019attivit\u00e0 lavorativa e la vita sociale, a fronte di una maggiore produttivit\u00e0 e competitivit\u00e0 delle imprese.\u00a0La flessibilit\u00e0 di cui si parla spesso nel diritto del lavoro rimane centrale anche nell\u2019implementazione di un modello organizzativo improntato allo smart working. Andrebbe tuttavia intesa in una diversa accezione. <span style=\"text-decoration: underline\"><strong>S<\/strong><strong>i dovrebbe intendere la nuova esigenza di flessibilit\u00e0 non pi\u00f9 come assenza di tutele sindacali, ma come la possibilit\u00e0 per il lavoratore di scegliere i modi e le forme pi\u00f9 adatti alle proprie esigenze, creando un modello su misura che possa tornare a mettere al centro l\u2019individuo<\/strong><\/span>\u00bb.<\/p>\n<p><strong>La seconda conseguenza \u00e8 la sostanziale fine dello straordinario, dunque un abbassamento generalizzato delle retribuzioni. Anche questo \u00e8 un aspetto che andrebbe normato?<\/strong><\/p>\n<p><strong>A.<\/strong>: \u00abLo straordinario \u00e8 una delle poche cose che potrebbe essere normato per tutta quella fascia di lavoro che a livello impiegatizio svolge lavori di routine, il cui valore \u00e8 dato dal tempo impegnato. Riguarda molti lavoratori, ma non sono pi\u00f9 la maggioranza, perch\u00e9 nel lavoro ad alta intensit\u00e0 intellettuale non \u00e8 il tempo, ma \u00e8 la qualit\u00e0 che fa e far\u00e0 sempre pi\u00f9 la differenza e dar\u00e0 valore retributivo. Per questo credo pi\u00f9 importante e di interesse comune fare invece forti investimenti in formazione continua, perch\u00e9 le competenze aggiornate sono oggi una vera e propria moneta intellettuale, perch\u00e9 un lavoratore sempre aggiornato non avr\u00e0 mai problemi nel mercato del lavoro, questa \u00e8 la vera sfida\u00bb.<\/p>\n<p>S.: \u00abL\u2019approccio necessario allo sviluppo stabile e duraturo di uno smart working diffuso pone al centro dell&#8217;organizzazione la persona, facendo convergere gli obiettivi personali e professionali con quelli aziendali. Solo cos\u00ec si potranno cogliere i segni di una accresciuta produttivit\u00e0 aziendale. Ci\u00f2 significa ripensare l&#8217;intera organizzazione e avviare un processo di cambiamento finalizzato a valorizzare il singolo, ad aumentare il suo engagement nel raggiungimento degli obiettivi aziendali garantendogli le condizioni giuste per coniugare vita professionale e vita personale (worklife balance). Se si riuscir\u00e0 ad affermare un nuovo approccio al lavoro, orientato alla misurazione del livello di raggiungimento dei risultati a cui far corrispondere livelli di premialit\u00e0, debitamente normati, il concetto di \u201clavoro straordinario\u201d diventer\u00e0 immediatamente anacronistico. In assenza di questa nuova definizione culturale, si presterebbe, in teoria, il fianco ad una possibile nuova forma di sfruttamento del lavoro, sottoforma di lavoro straordinario non pagato in quanto difficile da dimostrare\u00bb.<\/p>\n<p><strong>Lavorare a casa esternalizza costi generalmente sostenuti dalle imprese (luce, connessioni Internet, telefono, rimborsi pasto). E, di conseguenza, cambia anche (purtroppo in peggio) la condizione dell\u2019indotto a partire proprio dal comparto della ristorazione, ora messi ancora a dura prova dai nuovi lockdown. \u00c8 una condizione sostenibile?<\/strong><\/p>\n<p><strong>A.<\/strong>: \u00ab\u00c8 un tema molto serio e va affrontato. Esistono aziende nel mondo che sono nate senza uffici, in smart working dall&#8217;inizio, come ad esempio ad <strong>Automattic<\/strong>, la societ\u00e0 che gestisce il software pi\u00f9 diffuso al mondo per la creazione di siti Internet, <strong>WordPress<\/strong>. In questi casi il risparmio delle aziende in termini di edifici, affitti, mobili, viene investito in attrezzature e benefit per i dipendenti, scrivanie, computer, connessioni e perch\u00e9 no, abbonamenti a palestre o altro. Questo deve essere un punto fermo, i<span style=\"text-decoration: underline\"><strong>l risparmio generato per l&#8217;impresa va reinvestito per il lavoratore<\/strong><\/span>\u00bb.<\/p>\n<p><strong>S.<\/strong>: \u00abL\u2019uso diffuso dei modelli organizzativi che prevedono il ricorso allo smart working, richiederebbe un profondo ripensamento anche del vivere sociale, dei luoghi, degli strumenti e dei tempi della socialit\u00e0. Si dovranno ripensare i luoghi di aggregazione delle citt\u00e0, ridisegnandone inoltre gli spostamenti e gli strumenti legati alla connettivit\u00e0.\u00a0Non \u00e8 certo sostenibile la situazione attuale. Si dovr\u00e0 cercare un nuovo equilibrio, rimettendo in discussione le certezze su cui era fondato il modello di sviluppo economico che abbiamo vissuto fino ad oggi. Si dovr\u00e0 immaginare e progettare un nuovo paradigma, all\u2019interno del quale far convergere ogni possibile risorsa orientandone la funzione verso un obiettivo di medio-lungo periodo chiaro, univoco e lungimirante. <span style=\"text-decoration: underline\"><strong>Si dovranno costruire nuove politiche ed immaginare nuovi strumenti normativi in grado di sostenere la spinta innovativa che il futuro ci impone<\/strong><\/span>\u00bb.<\/p>\n<p><strong>Wall &amp; Street<\/strong><\/p>\n<p>&nbsp;<\/p>\n","protected":false},"excerpt":{"rendered":"<p><p>L&#8217;emergenza\u00a0Covid-19 sta cambiando e cambier\u00e0 il mondo del lavoro. 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Franco Amicucci: \u00abPensare di tornare ai modi di produzione prepandemia sarebbe come guidare ad alta velocit\u00e0 guardando sugli specchietti retrovisori per tutto il [&hellip;]<\/p>\n&nbsp;&nbsp;<div class=\"readmore\"><a href=\"https:\/\/blog.ilgiornale.it\/wallandstreet\/2020\/11\/18\/smart-working-che-fare\/\">Continua a leggere...<\/a><\/div><\/p>","protected":false},"author":1006,"featured_media":0,"comment_status":"closed","ping_status":"closed","sticky":false,"template":"","format":"standard","meta":[],"categories":[36416],"tags":[407361,261160,395797,407355,387511,387565,121946,407358,344347,230047,43458,31398,296904,407353,32065,395725,395796,407364,407354,68067,11954,381225,222172,407363,407357,6766,407362,101717],"_links":{"self":[{"href":"https:\/\/blog.ilgiornale.it\/wallandstreet\/wp-json\/wp\/v2\/posts\/8396"}],"collection":[{"href":"https:\/\/blog.ilgiornale.it\/wallandstreet\/wp-json\/wp\/v2\/posts"}],"about":[{"href":"https:\/\/blog.ilgiornale.it\/wallandstreet\/wp-json\/wp\/v2\/types\/post"}],"author":[{"embeddable":true,"href":"https:\/\/blog.ilgiornale.it\/wallandstreet\/wp-json\/wp\/v2\/users\/1006"}],"replies":[{"embeddable":true,"href":"https:\/\/blog.ilgiornale.it\/wallandstreet\/wp-json\/wp\/v2\/comments?post=8396"}],"version-history":[{"count":3,"href":"https:\/\/blog.ilgiornale.it\/wallandstreet\/wp-json\/wp\/v2\/posts\/8396\/revisions"}],"predecessor-version":[{"id":8400,"href":"https:\/\/blog.ilgiornale.it\/wallandstreet\/wp-json\/wp\/v2\/posts\/8396\/revisions\/8400"}],"wp:attachment":[{"href":"https:\/\/blog.ilgiornale.it\/wallandstreet\/wp-json\/wp\/v2\/media?parent=8396"}],"wp:term":[{"taxonomy":"category","embeddable":true,"href":"https:\/\/blog.ilgiornale.it\/wallandstreet\/wp-json\/wp\/v2\/categories?post=8396"},{"taxonomy":"post_tag","embeddable":true,"href":"https:\/\/blog.ilgiornale.it\/wallandstreet\/wp-json\/wp\/v2\/tags?post=8396"}],"curies":[{"name":"wp","href":"https:\/\/api.w.org\/{rel}","templated":true}]}}