“Milano, la città dell’umanesimo urbano e del rinascimento ambientale”

Nella foto: Lorenzo Fiori, Direttore della Fondazione Ansaldo e Presidente della Società del Giardino di Milano
Lorenzo Fiori, classe 1959, milanese, laureato in Ingegneria Meccanica Elettronica al Politecnico di Milano, già Direttore Generale della Fondazione Leonardo Civiltà delle Macchine e poi Direttore della Fondazione Ansaldo – Gruppo Leonardo, oggi Presidente della Società del Giardino di Milano. Ha lavorato nel Gruppo Finmeccanica (oggi Leonardo Spa) dove ha ricoperto l’incarico apicale di Chief Tecnology Officer, occupandosi di aerospazio, difesa, sicurezza, trasporto ferroviario ed energia. Fiori attraverso mostre, progetti culturali e iniziative divulgative, ha promosso in tempi recenti una riflessione sul rapporto tra industria, innovazione e sviluppo sociale. La sua visione di Milano mette al centro il concetto di “umanesimo urbano”, in cui crescita economica, sostenibilità e cultura diventano elementi complementari di un nuovo modello di sviluppo. Nei suoi interventi emerge spesso l’idea di una Milano capace di coniugare tradizione storica, innovazione tecnologica e qualità della vita.
Presidente, Milano sta attraversando una fase di espansione molto rapida: quali indicatori fanno ritenere che questa crescita sia strutturale e non semplicemente legata a un ciclo favorevole?
Diversi indicatori suggeriscono che questa crescita abbia una natura strutturale, pur essendo in parte influenzata dal ciclo economico, che per definizione evolve in modo diverso nel tempo. A mio avviso, gli elementi principali sono tre. Il primo riguarda il livello degli investimenti: le Olimpiadi invernali, i progetti di rigenerazione degli scali ferroviari e l’ampliamento della rete dei trasporti e della mobilità rappresentano interventi di lungo periodo che rafforzano la sostenibilità della crescita urbana ed economica della città. Il secondo elemento è la crescente attrattività internazionale di Milano. La città è diventata un hub europeo sempre più rilevante, consolidando una vocazione internazionale che storicamente le appartiene ma che negli ultimi anni si è intensificata in modo significativo. A questo si aggiunge una forte diversificazione economica, che contribuisce a renderne il modello di sviluppo più resiliente. Infine terzo elemento, vi sono dati economici particolarmente significativi: Milano registra uno dei redditi pro capite più elevati d’Italia, intorno ai 40 mila euro annui, ed è caratterizzata da un forte dinamismo del mercato immobiliare. Ciò che colpisce maggiormente è la qualità degli investimenti realizzati, sia nelle nuove costruzioni sia nelle ristrutturazioni: edifici ad alta efficienza energetica, progettati con servizi integrati e standard qualitativi elevati. Questo conferma come la crescita della città non sia soltanto congiunturale, ma fondata su basi strutturali solide.
L’apertura internazionale di Milano è sempre più evidente: quali strumenti possono evitare che questo processo generi nuove disuguaglianze sociali?
A mio parere il principale rischio legato alla crescente apertura internazionale di Milano riguarda per proprio l’aumento delle disuguaglianze sociali, e il tema centrale è senza dubbio quello abitativo. È un problema concreto, che ho avuto modo di constatare anche personalmente aiutando alcuni lavoratori qualificati, persone che conoscevo da anni, che incontravano serie difficoltà nel trovare una casa dignitosa a costi sostenibili. È quindi evidente che servano politiche abitative e interventi di edilizia sociale più incisivi. Il Piano Casa recentemente avviato, con 2.300 nuovi alloggi previsti, rappresenta certamente un segnale positivo, anche se resta da capire se sia sufficiente rispetto alle reali esigenze della città. Oggi Milano conta circa 1,4 milioni di residenti, ma i dati relativi alle connessioni telefoniche mostrano una presenza quotidiana di circa 1,6 milioni di persone: significa che oltre 250 mila persone vivono o lavorano stabilmente in città pur non essendo residenti. A questo si aggiungono i milioni di persone che ogni giorno gravitano sull’area metropolitana per motivi di lavoro e studio. È quindi evidente che la pressione abitativa sia enorme. Il nodo centrale è che il costo della casa cresce molto più rapidamente dei redditi. Secondo uno studio del Politecnico di Milano, i prezzi delle compravendite immobiliari crescono di circa l’8,5% annuo e i canoni di locazione di quasi il 7%, mentre i salari medi aumentano intorno al 4%. Questo genera inevitabilmente una forte tensione sociale. Anche il dato sul reddito medio pro capite, pari a circa 40 mila euro annui, rischia di essere fuorviante se letto senza considerare la distribuzione reale dei redditi. Sempre secondo lo stesso rapporto, oltre il 52% dei residenti dichiara meno di 26 mila euro lordi annui e circa il 3,7% meno di 15 mila euro. Esiste quindi una fascia molto ampia di lavoratori che fatica a sostenere il costo della vita cittadina. Questo crea un problema strutturale: molte persone indispensabili al funzionamento della città — impiegati, operatori dei servizi, lavoratori del commercio e della logistica — rischiano di non potersi più permettere di vivere a Milano. E se il costo della vita continua a crescere anche nell’hinterland e nella grande area metropolitana, il rischio è quello di espellere progressivamente una parte significativa della classe media e dei lavoratori essenziali. Per evitare che l’internazionalizzazione produca nuove disuguaglianze servono quindi politiche che non riguardino solo la casa, ma anche i servizi e l’inclusione sociale. Una proposta interessante potrebbe essere quella di ampliare gli orari di apertura delle scuole, soprattutto primarie. Questo aiuterebbe le famiglie a conciliare lavoro e vita quotidiana, offrirebbe ai ragazzi spazi sicuri di socializzazione e formazione, e contribuirebbe a prevenire situazioni di disagio sociale. La scuola può infatti diventare non solo un luogo educativo, ma anche uno strumento di integrazione e coesione urbana.
Oltre ai settori tradizionali—finanza, moda e design—quali ambiti ritiene strategici per consolidare il ruolo di Milano come hub europeo nei prossimi dieci anni?
Accanto ai settori tradizionali — finanza, moda e design — ritengo che Milano debba puntare con decisione su alcuni ambiti strategici destinati a diventare centrali nei prossimi dieci anni. Il primo è certamente quello dei data center e dell’economia digitale. Milano rappresenta già oggi uno dei principali hub dell’Europa meridionale in questo settore: dispone di competenze avanzate, di un ecosistema dinamico di startup e di imprese innovative, oltre che di una forte presenza nel campo della cybersecurity e dei servizi tecnologici ad alto valore aggiunto. Questo patrimonio di competenze può consolidare ulteriormente il ruolo internazionale della città. Un secondo ambito strategico è quello delle life sciences. Milano è già un centro di riferimento nel settore della salute, grazie a una rete ospedaliera di eccellenza, penso allo Human Technopole e alla presenza di importanti realtà universitarie e di ricerca e a un ecosistema in crescita nel campo delle biotecnologie. Anche la robotica applicata alla medicina e all’industria rappresenta un settore con forti potenzialità di sviluppo. Un altro tema fondamentale è quello della smart city. Se ne parla da molti anni, ma oggi esistono le condizioni concrete perché Milano possa diventare un modello europeo di innovazione urbana sostenibile. Penso a una città capace di integrare tecnologia, mobilità intelligente, efficientamento energetico, servizi digitali e rigenerazione urbana. In questo senso, il recupero degli scali ferroviari, gli investimenti legati alle Olimpiadi e l’eredità di Expo rappresentano occasioni straordinarie per ripensare la città in chiave moderna e sostenibile. La green economy sarà un altro pilastro decisivo. Milano può diventare una città-laboratorio per modelli avanzati di sostenibilità ambientale, efficienza energetica ed economia circolare, rafforzando ulteriormente la propria attrattività internazionale.
Come si può riequilibrare il rapporto tra sviluppo economico e aumento del costo della vita, in particolare per le nuove generazioni e i lavoratori qualificati?
Naturalmente, lo sviluppo economico deve essere accompagnato da un equilibrio sociale, soprattutto rispetto all’aumento del costo della vita. Su questo tema molte leve appartengono al governo nazionale più che all’amministrazione locale. A mio avviso, una delle strade più interessanti potrebbe essere quella di favorire forme di retribuzione che prevedano una componente variabile collegata ai risultati, accompagnata però da meccanismi di detassazione. Un modello di questo tipo potrebbe aumentare il potere d’acquisto dei lavoratori e, allo stesso tempo, rafforzare il coinvolgimento delle persone nella crescita delle imprese. Naturalmente, la componente variabile dovrebbe restare entro limiti equilibrati, così da garantire stabilità e sostenibilità reddituale. Più in generale, la sfida di Milano sarà quella di continuare a crescere senza perdere coesione sociale, mantenendo la capacità di attrarre investimenti e talenti ma restando una città accessibile e vivibile anche per il ceto medio e per i lavoratori che ne sostengono quotidianamente lo sviluppo.
I grandi progetti di trasformazione stanno ridisegnando la città: quali criteri dovrebbero guidarli per garantire un equilibrio tra valorizzazione immobiliare e coesione sociale?
I grandi progetti di trasformazione urbana dovrebbero essere guidati innanzitutto da un principio di equilibrio tra valorizzazione immobiliare e inclusione sociale. Nella progettazione dei nuovi quartieri — alcuni già avviati, altri ancora in fase di sviluppo — è fondamentale prevedere un mix abitativo equilibrato, che includa anche quote significative di social housing e di abitazioni a prezzi convenzionati. Una città sostenibile non può essere costruita esclusivamente per fasce di reddito elevate, ma deve mantenere una composizione sociale diversificata e accessibile. Un altro criterio importante è quello della cosiddetta “città dei 15 minuti”, cioè un modello urbano in cui i cittadini possano raggiungere servizi essenziali, scuole, trasporti, commercio e spazi pubblici in tempi brevi, preferibilmente a piedi o con forme di mobilità sostenibile. Non è un obiettivo semplice, perché richiede investimenti significativi nei servizi di prossimità, ma Milano ha alcune caratteristiche che possono favorire questo modello. È una città relativamente compatta e, soprattutto, ha mantenuto una struttura policentrica, che rappresenta un grande valore urbanistico e sociale. Questo aspetto è particolarmente importante in una città che affronta due sfide demografiche rilevanti: il calo della natalità e l’aumento dell’età media della popolazione. Pur essendo una città attrattiva e internazionale, con una forte presenza di residenti stranieri mediamente più giovani, Milano resta una città che invecchia e che avrà quindi sempre più bisogno di servizi di prossimità, accessibilità urbana e qualità dello spazio pubblico. Un ulteriore criterio fondamentale riguarda la sostenibilità ambientale. Milano soffre storicamente di criticità legate alla qualità dell’aria e alla limitata circolazione atmosferica. Per questo motivo, i grandi progetti di rigenerazione urbana dovrebbero integrare in modo strutturale aree verdi, parchi urbani e corridoi ecologici, capaci di migliorare la vivibilità e contribuire alla mitigazione ambientale. In diversi interventi recenti questa attenzione è già presente — penso ad esempio ai progetti legati ai già citati scali ferroviari — ma il rafforzamento del verde urbano deve restare una priorità strategica.
Milano è spesso percepita come un modello di efficienza: quali criticità infrastrutturali ritiene oggi sottovalutate o destinate a emergere nel medio periodo?
Milano è sicuramente un modello di efficienza dal punto di vista della mobilità urbana, anche se credo che esistano ancora alcuni squilibri importanti. Guardando anche dati recenti, emerge infatti che l’utilizzo dell’auto privata resta molto elevato, nonostante la qualità e capillarità della rete di trasporto pubblico. Personalmente utilizzo quasi esclusivamente i mezzi pubblici anche perché ho la fortuna di vivere vicino alla metropolitana e ritengo che il sistema milanese sia tra i migliori in Italia. La rete metropolitana è moderna ed efficiente, mentre il passante ferroviario e le linee suburbane consentono collegamenti rapidi con gran parte dell’area metropolitana e delle città vicine. Da Porta Venezia si può raggiungere il centro di Pavia o Como in circa mezz’ora. Questo dimostra quanto la rete sia ormai capillare e funzionale. Proprio per questo, colpisce il fatto che il traffico automobilistico continui a essere così intenso. In molti casi l’auto rappresenta un costo economico e un enorme spreco di tempo, soprattutto in una città già ben servita dal trasporto pubblico. Inoltre, si nota un aumento significativo di veicoli di grandi dimensioni, SUV e mezzi commerciali, che contribuiscono ulteriormente alla congestione urbana. Negli ultimi anni è cresciuta molto anche la cosiddetta mobilità dolce — biciclette, monopattini e micromobilità — che rappresenta sicuramente un elemento positivo. Tuttavia, questo comporta anche nuove esigenze di organizzazione dello spazio pubblico e della viabilità. Penso, ad esempio, all’area del Quadrilatero, dove in alcune fasce orarie la situazione diventa estremamente complessa a causa delle attività di carico e scarico. In questi casi, una maggiore pedonalizzazione potrebbe essere una soluzione razionale e coerente con il modello di città sostenibile che Milano sta cercando di costruire. Naturalmente, sono scelte delicate, perché incidono sulle attività economiche, sui residenti e su chi lavora quotidianamente in queste zone. Per questo motivo è fondamentale trovare un equilibrio tra sostenibilità, accessibilità e funzionalità urbana. Anche sul fronte burocratico esistono criticità. Chi gestisce immobili o cantieri si trova spesso ad affrontare procedure complesse per permessi, accessi e autorizzazioni. Questo rischia di creare inefficienze e difficoltà operative, soprattutto in una città che dovrebbe invece favorire rapidità e competitività. Lo stesso tema dei cantieri bloccati dimostra quanto sia necessario un maggiore coordinamento tra istituzioni, amministrazione e operatori privati per arrivare più rapidamente a soluzioni condivise. Nonostante le criticità, Milano continua a essere una città dinamica, capace di attrarre lavoro, investimenti e opportunità. Spesso viene percepita come “antipatica” dal resto del Paese proprio per la sua competitività e per la continua spinta verso crescita e innovazione.
Milano sta realmente guidando il cambiamento o si sta adattando a dinamiche già definite altrove?
Milano, per vocazione e per storia, deve continuare a riconoscersi come una città leader. Lo è sempre stata, e un vero leader è anche un innovatore: ha visione, capacità di anticipare il cambiamento e di costruire modelli di riferimento. Questa identità non deve andare perduta. Uno dei principali punti di forza della città è il suo sistema universitario, tra i più qualificati d’Europa. Realtà come il Politecnico di Milano, Università Bocconi, Università Cattolica del Sacro Cuore, Università degli Studi di Milano-Bicocca e Humanitas University rappresentano un patrimonio straordinario di competenze, ricerca e innovazione. Proprio dall’integrazione tra eccellenze tecnologiche, economiche e scientifiche può nascere una nuova fase di sviluppo urbano. Milano dovrebbe incentivare iniziative capaci di favorire un’imprenditorialità innovativa, orientata alla sostenibilità, alla rigenerazione urbana e ai modelli avanzati di città intelligente. In questo senso, la progettualità urbana diventa un elemento strategico per consolidare il posizionamento internazionale della città. L’obiettivo potrebbe essere quello di realizzare concretamente il modello della “città dei 15 minuti”: una città in cui servizi, lavoro, formazione, cultura e mobilità siano facilmente accessibili e integrati nella vita quotidiana dei cittadini. Per raggiungere questo traguardo è fondamentale coinvolgere le università, promuovendo studi, ricerca applicata e sperimentazioni sui temi dell’intelligenza artificiale, del digitale, della mobilità e dell’innovazione urbana. Tuttavia, una città non si costruisce soltanto attraverso la tecnologia. Accanto al mondo digitale esiste quello delle relazioni umane, degli spazi condivisi e della qualità della vita. Le città nascono storicamente come luoghi in cui le persone scelgono di vivere insieme per vivere meglio; per questo Milano deve continuare a essere un modello di convivenza, inclusione e benessere urbano. Esiste infatti un paradosso contemporaneo: molti piccoli centri offrono una qualità della vita elevata, ma dispongono di minori opportunità professionali e formative. Milano deve quindi riuscire a coniugare qualità della vita e opportunità, diventando sempre più attrattiva anche per i giovani talenti, che troppo spesso scelgono di trasferirsi all’estero o in altri contesti più competitivi. Sul piano delle politiche urbane, Milano deve continuare a essere un punto di riferimento nell’innovazione dei sistemi di mobilità e dei servizi pubblici. Il trasporto pubblico cittadino rappresenta già oggi un’infrastruttura moderna ed efficiente, ma è necessario continuare a investire per mantenere elevati standard qualitativi e competitivi rispetto alle altre grandi città europee. Un altro ambito di eccellenza è quello della gestione ambientale e della raccolta differenziata. Il lavoro svolto da AMSA è significativo e visibile nella quotidianità della città. Tuttavia, il tema della pulizia urbana e del decoro non può dipendere esclusivamente dai servizi pubblici: richiede anche una forte responsabilità collettiva. Milano deve rafforzare una cultura diffusa del senso civico. Se è vero che “milanesi non si nasce, ma si diventa”, allora il senso di appartenenza alla città deve tradursi anche in comportamenti quotidiani responsabili, nel rispetto degli spazi comuni e nella cura dell’ambiente urbano. È da questa consapevolezza condivisa che può nascere una città ancora più vivibile, sostenibile e competitiva.
Quali politiche urbane possono rendere la sostenibilità ambientale un vantaggio competitivo anziché un vincolo per lo sviluppo economico?
Le politiche urbane devono diventare un vero vantaggio competitivo. Credo che lo slogan di Milano potrebbe essere: “La città dell’umanesimo urbano e del rinascimento ambientale”, superando così la definizione ormai limitante di smart city. Milano ha davanti a sé sfide urbane importanti: una densità elevata, il tema della qualità dell’aria, la necessità di ripensare gli spazi e i servizi in chiave più sostenibile e inclusiva. Per affrontarle non basta la tecnologia. Serve una visione culturale, capace di coniugare innovazione, qualità della vita e centralità della persona. L’Italia è la culla dell’Umanesimo e del Rinascimento. Milano può reinterpretare oggi quell’eredità storica attraverso un nuovo modello di sviluppo urbano: un rinascimento contemporaneo, orientato alla sostenibilità, alla rigenerazione e all’innovazione. In questa prospettiva, progetti come CityLife, Porta Nuova, Scali ferroviari di Milano e Milano Santa Giulia possono essere letti come parti di una trasformazione più ampia: un “Rinascimento 6.0” che integra architettura, ambiente, mobilità, tecnologia e coesione sociale. Milano possiede una forte identità storica e, allo stesso tempo, una naturale vocazione all’innovazione. È proprio dall’incontro tra queste due dimensioni che può nascere un nuovo modello urbano europeo: più umano, sostenibile e competitivo.
Milano ha una forte identità storica unita ad una spinta innovativa: come si può evitare che la modernizzazione eroda il patrimonio culturale e sociale della città?
La moda e il design rappresentano ormai una parte integrante del patrimonio culturale e dell’identità storica di Milano: un’eredità consolidata, riconosciuta a livello internazionale e destinata a durare nel tempo. Allo stesso tempo, è positivo vedere nascere nuovi progetti culturali e nuove istituzioni che contribuiscono ad arricchire il panorama cittadino. Penso, ad esempio, a iniziative come La Fabbrica del Duomo, al percorso di sviluppo del Museo del Novecento e ad altri progetti culturali che stanno ridefinendo il ruolo della città. Milano oggi è una grande consumatrice di cultura: i teatri sono numerosi, partecipati e vitali, a differenza di quanto accade in molte altre città dove, invece, le istituzioni culturali faticano o chiudono. Questo è un elemento di grande valore. Tuttavia, Milano dovrebbe tornare a essere anche una grande produttrice di cultura. In passato la città ha espresso una straordinaria capacità creativa grazie anche al mecenatismo delle grandi famiglie imprenditoriali, che contribuivano direttamente alla crescita culturale del territorio. Oggi quel modello si è trasformato, ma il tema resta centrale: come ricostruire un equilibrio virtuoso tra consumo culturale e produzione culturale? Molte delle iniziative più significative degli ultimi anni sono nate grazie all’impulso del settore privato. Questo dimostra come il contributo dell’imprenditoria possa avere un ruolo fondamentale nello sviluppo culturale della città. Restituire valore al territorio attraverso progetti culturali, sociali ed educativi dovrebbe essere considerato parte integrante della responsabilità e dell’etica dell’impresa. Un altro tema fondamentale è quello dell’educazione al patrimonio e alla memoria urbana. Milano è ciò che è oggi grazie a una lunga stratificazione storica, economica e culturale. Per questo è importante chiedersi quanto le nuove generazioni conoscano davvero la storia della città: sanno, ad esempio, com’era Milano nell’Ottocento, quali trasformazioni ha attraversato e quali valori ne hanno guidato lo sviluppo?Educare alla memoria significa rafforzare il senso di appartenenza e costruire una cittadinanza più responsabile e consapevole. Senza conoscenza del proprio patrimonio storico e culturale, infatti, diventa più difficile immaginare e progettare il futuro della città. Ma i giovani di oggi conoscono davvero cosa rappresentasse Milano già nella seconda metà dell’Ottocento? Sanno, ad esempio, quando venne fondata Ansaldo e quale ruolo ebbe nello sviluppo industriale del Paese? Pochi ricordano che Milano fu la seconda città al mondo a dotarsi di una grande centrale elettrica nel cuore urbano, a pochi passi dal Duomo di Milano, simbolo di una città già allora proiettata verso la modernità e l’innovazione tecnologica. Dopo il primo conflitto mondiale, nel 1920, mentre l’Italia usciva da una società che aveva da poco abbandonato il calesse come principale mezzo di trasporto, Milano diede vita al nuovo quartiere fieristico e alla Fiera Campionaria di Milano, un progetto destinato a trasformare l’economia e l’immagine internazionale della città. La manifestazione richiamò oltre un milione di visitatori, consacrando Milano come capitale italiana dell’industria, del commercio e dell’innovazione. Dopo il secondo conflitto mondiale, Milano affrontò una vasta opera di ricostruzione: circa il 53% delle abitazioni risultava distrutto o gravemente danneggiato a causa dei bombardamenti dell’agosto 1943, che colpirono in modo mirato anche i principali luoghi di aggregazione sociale, in particolare i teatri. In questo contesto di rinascita urbana venne realizzato il Grattacielo Pirelli, progettato da Gio Ponti con la collaborazione di Pier Luigi Nervi, Arturo Danusso e molti altri. L’edificio rappresenta un caso pressoché unico nel panorama dei grattacieli europei del dopoguerra: un capolavoro realizzato prevalentemente in calcestruzzo armato, anziché secondo il modello in acciaio e vetro del nostro tempo, oramai tradizionale. Per molti anni il Pirelli fu il grattacielo più alto d’Europa e ancora oggi è considerato un’eccellenza dell’ingegneria strutturale e costruttiva, nonché un importante caso di studio nell’ambito della scienza delle costruzioni e dei materiali.
Considerando il ruolo degli archivi industriali, come quelli della Fondazione Ansaldo, si può affermare che la memoria produttiva sia uno strumento essenziale per comprendere la Milano contemporanea?
Milano è costituita dai piani regolatori che si sono susseguiti a partire dal Piano Beruto, della conquista dei diritti che proprio a Milano hanno trovato terreno fertile: basti pensare alla prima Carta dei diritti femminili, nata nei primi anni del Novecento. Il motivo per cui Milano è sempre stata una leader è perché la città ha interpretato in modo concreto e innovativo quello che era lo sviluppo industriale dell’Italia Unita, nato attorno all’asse Genova-Milano e alle grandi industrie. Esiste una magnifica planimetria di Milano del 1891, che ho avuto modo di vedere presso l’Archivio Storico dell’Associazione dei Portuali di Genova. In questa mappa comparivano diversi colori che indicavano i luoghi fisici in cui arrivavano e venivano distribuite le merci dirette a Milano, il codice colore ne rappresentava le quantità in tonnellate. Per Genova, Milano rappresentava il punto di arrivo delle merci provenienti dal porto e destinate alla distribuzione sul territorio. Vi era quindi già allora una forte visione logistica. Tutti questi aspetti, secondo me, dovrebbero essere insegnati: non solo ciò che è fondamentale dal punto di vista storico, ma anche il retaggio culturale di una città che ha sempre voluto definirsi “Mediolanum”, la città di mezzo, terra d’incontro tra nord e sud, tra est e ovest. Milano ha sempre avuto il coraggio dell’eccellenza, la capacità di fare qualcosa che nessuno aveva fatto prima. Pensiamo a Giovanni Battista Pirelli : quando lui voleva avviare le sue iniziative industriali, dal Politecnico gli suggerirono di guardare al Brasile, dove si trovava la gomma naturale, e da lì nacque la produzione degli pneumatici. Oppure ai fratelli Treves, che con le loro tipografie diedero vita ai primi magazine moderni. Senza dimenticare Giulio Natta padre della tecnologia dei polimeri. Milano è sempre stata una città che ha fatto della leadership e dell’innovazione la propria cifra distintiva. Si può quindi affermare che la memoria produttiva sia uno strumento essenziale per comprendere la Milano contemporanea. Alla luce della sua storia economica e documentale, si può anche sostenere che Milano sia per natura una città in continua trasformazione. Motivo per cui come DIrettore di Fondazione Ansaldo, ho realizzato la mostra “Transizioni. Impresa – Lavoro – Società”, che è un percorso espositivo itinerante che ha esplorato le trasformazioni industriali e sociali. Partita da Genova nel 2022, è stata riallestita al Politecnico di Milano fino a febbraio 2025, presentando foto, video d’archivio e arte. La mostra ha incluso 250 riproduzioni fotografiche, 9 postazioni video con filmati d’epoca della cineteca Fondazione Ansaldo, e 30 dipinti di artisti come Depero, Guttuso, Nomellini e Vedova. Racconta le transizioni imprenditoriali, lavorative e sociali legate allo sviluppo industriale, con una sezione di arte contemporanea che ospita l’opera Magnetic Nanoparticles di Michelangelo Penso, coniugando l’infinitamente piccolo (le nanoparticelle) con l’infinitamente grande (i campi elettromagnetici). Se guardiamo all’evoluzione storica di Milano, dalla rivoluzione industriale tra la fine dell’Ottocento e l’inizio del Novecento, con l’avvento del vapore e delle macchine, fino al Piano Beruto che superava le mura spagnole immaginando una città in espansione, vediamo come Milano sia cresciuta in modo strutturale seguendo il ciclo della prima e della seconda rivoluzione industriale. Poi è arrivato il boom economico degli anni Sessanta e Ottanta, la Fiera Campionaria e, soprattutto, la capacità di mantenere una natura policentrica: Milano non è soltanto il centro storico, ma una città composta da molti centri vitali. Lo si percepisce attraversandola di sera: i quartieri sono vivi, illuminati, dinamici, molto più di quanto non fossero in passato, e ciascuno di essi ha una propria identità distintiva. Milano non deve perdere il proprio ruolo internazionale, la sua vocazione economica e commerciale, la sua attitudine all’innovazione e alla leadership nei temi emergenti, non solo tecnologici e industriali ma anche culturali. Deve continuare a essere una città aperta, capace di accogliere. Esiste un binomio molto forte tra economia e cultura: il design, la moda, la creatività. Da un lato c’è l’intelletto, dall’altro la dimensione culturale. E poi c’è la capacità di rialzarsi. Milano, dopo il Covid, è ripartita con una forza straordinaria, pur essendo stata una delle città più colpite al mondo. Naturalmente Milano ha anche molti problemi. Forse in alcuni casi si è costruito troppo e si sarebbe potuto fare di più. Rimane però il tema centrale del costo della vita. Se davvero una parte significativa della popolazione dichiara redditi inferiori ai 15.000 euro annui, è evidente che qualcosa non torna: o esiste una forte evasione fiscale oppure c’è un problema strutturale. E quando le persone non riescono più a sostenersi economicamente, finiscono per perdere entusiasmo. Molti, infatti, si spostano in provincia. Ma anche raggiungere Milano dalla provincia comporta costi aggiuntivi, tempo perso e una qualità della vita più complicata.
Nel corso degli anni, ha visto evolvere e cambiare il profilo dei soci e degli ospiti della Società del Giardino e modi di vivere la società?
Assolutamente sì. Proprio per celebrare i 240 anni della Società del Giardino abbiamo commissionato all’Università Cattolica una ricerca che racconta, attraverso gli archivi custoditi dalla Società — schede dei soci, verbali dei consigli direttivi e altri documenti — l’evoluzione della sociabilità e della convivialità milanese. Gli stessi studiosi dell’Università Cattolica hanno sottolineato come questo patrimonio non abbia riscontri simili altrove, perché nessuno aveva mai raccontato in questo modo la storia della convivialità cittadina. Nei miei venticinque anni di associazione ho assistito a un’evoluzione naturale, legata al ricambio generazionale. Gli strumenti della convivialità sono rimasti gli stessi, ma il modo di viverli è cambiato. Oggi esistono molte più distrazioni rispetto al passato, eppure questi luoghi continuano ad avere valore.
Quanto conta oggi per i nuovi soci del Giardino il networking rispetto alla dimensione più culturale o relazionale che storicamente caratterizza questa prestigiosa struttura?
In realtà conta meno di quanto si pensi. Certamente la presenza di persone appartenenti ai più diversi ambiti della società civile milanese offre l’occasione di creare contatti, confrontarsi o proporre idee. Ma la frequentazione della Società del Giardino rimane legata allo spirito originario dei fondatori: avere un luogo che sia quasi una seconda casa per i soci e le loro famiglie. Qui si pratica una convivialità autentica, una “onesta ricreazione”, come veniva definita un tempo, capace di far staccare la spina dagli impegni quotidiani. Anche attività apparentemente fuori dal tempo, come giocare a biliardo o a bridge, continuano ad avere il loro fascino. Grande importanza viene data anche all’enogastronomia e alla possibilità di assistere a concerti ed eventi culturali. La Società del Giardino resta quindi un luogo aperto, non chiuso, dove si discute dei cambiamenti della società evitando però di trasformare il confronto in uno scontro ideologico. Qui ci si confronta tra pari: non esiste un socio di serie A e uno di serie B. Siamo tutti soci. Ed è proprio questo spirito che continua a rendere speciale la Società del Giardino, insieme alla fortuna di poter vivere tutto questo in una sede straordinaria di Palazzo Spinola.

