«La Chiesa è grande perchè ognuno ci sta dentro a modo proprio».

Don Mariano Arena parla e descrive il mondo visto dal suo balcone affacciato sulla piazza principale del paese sul quale si allunga la sua ombra di uomo d’onore. Il boss mafioso che Leonardo Sciascia pone al centro d’uno dei suoi romanzi più celebri, Il giorno della civetta, scolpisce con poche parole un giudizio che la cronaca, coi suoi episodi a volte incredibili, sembra confermare. Come quando i giornali raccontano che Giuseppe Salvatore Riina, figlio del pluriergastolano Totò ed a sua volta in libertà vigilata dopo aver scontato una condanna per associazione mafiosa, qualche settimana fa se n’è tornato a Corleone per assolvere al più tradizionale dei compiti: il padrino di battesimo. Col beneplacito ed i certificati della Chiesa, è stato lui ad assumere il compito di guidare nell’avvenire il percorso cristiano della nipotina. Intanto, dalla Basilicata arriva notizia che la Diocesi di Melfi ha deciso di cancellare, in via sperimentale per i prossimi tre anni, la figura dei padrini e delle madrine. Motivo? Spesso troppo lontani dalla fede,   non hanno più piena consapevolezza del ruolo da svolgere dal punto di vista della coerenza cristiana. padre-pino-puglisi-1

E’ evidente la discrasia: da una parte si consente ad un condannato per mafia e che mai ha rinnegato la mafia ed i metodi mafiosi di vestire anche davanti al fonte battesimale i panni del padrino; dall’altra si introducono norme stringenti per affidare quei compiti a cristiani autentici. Pura schizofrenia, nella Chiesa che non fa la Chiesa. E che a Vasto trova modo di contestare i presunti ritardi della giustizia terrena e poi pone in secondo piano il male e la sete di giustizia fai da te (un tantinello antievangelica) che muove la vicenda d’un marito che a sangue freddo e dopo mesi uccide l’investitore della moglie perchè non aveva mai mostrato pentimento.

Un tempo anche di questo si sarebbe fatto finta di niente, nella Chiesa grande secondo la provocatoria definizione scisciana. Oggi no. Non si può lasciar passare in secondo piano questa e altre vicende (come i casi dei sacedoti goderecci di Padova) nè, tantomeno, quelle legate al rapporto con la criminalità organizzata. Con riferimento a quest’ultimo punto, la Chiesa del Meridione ha imboccato una strada diversa, pur se non ancora completamente percorsa. Ha cominciato a fare chiarezza sulle modalità organizzative delle processioni e di altri riti religiosi, sebbene senza riuscire a sradicare la malapianta degli inchini. Ha adottato specifiche direttive, anche se non ancora rispettate in tutte le parrocchie. Soprattutto, ha maturato una nuova e diversa consapevolezza, che parte del clero (e del laicato) fa però fatica a recepire.

La radice della svolta sta nell’elevazione agli altari di padre Pino Puglisi e nei concetti espressi nel 2014 a Sibari da Papa Francesco (nella foto, ndr), con la scomunica ai mafiosi. Lo aveva già urlato San Giovanni Paolo II e confermato Papa Benedetto XVI: i mafiosi non sono cristiani. Hanno sempre – e solo – strumentalizzato Cristo. Si sono creati un Dio a loro immagine e somiglianza. Un Dio tollerante, accomodante. Confacente alle loro necessità: le mafie, per esistere, hanno bisogo di riconoscimento sociale. Per i mafiosi i preti, gli altari, i santini sono un ottimo biglietto da visita. In quest’ottica, per loro, la riconoscenza della Chiesa locale serve a legittimare il prestigio sociale di boss che hanno sempre visto nelle processioni, nell’amministrazione dei sacramenti, nelle raccolte di fondi, persino nella celebrazione delle proprie esequie, un modo per confermare il proprio potere agli occhi della comunità.

È evidente: nel Vangelo non c’è spazio per la mafia e per i mafiosi. Non può essercene. Non resta che convincerne la Chiesa.

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